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Il sole trafora

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don Giorgio

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2020 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – Epifania – anno A

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”». Mt 2, 1-2

Dopo il picco di ieri, oggi ci soffermeremo su cose più elementari, ma non secondarie o irrilevanti.

Il vangelo di Matteo, che è attento al compimento delle profezie del Primo Testamento, anche con intento apologetico di spingere gli ebrei ad accogliere il Cristo, non disdegna l’attenzione ai non Ebrei, ai così detti gentili, alla gente distinta dal popolo di Israele.

L’episodio dei Magi ha un significato particolare.

1. Noi non sappiamo quanti erano in realtà; la presenza di ‘tre’ doni ha fatto supporre alla sola presenza di tre Magi. Ma forse non è così. Potevano esserci più persone con loro a intraprendere il cammino.

Vengono da Oriente. Non si sa molto di più. Ma l’attenzione posta dai magi alle stelle fa credere che fossero persone attente ai movimenti delle stelle.
E potevano benissimo essere legati a gruppi ‘monastici’, legati a luoghi di culto, perché questo facilitava la trasmissione dei dati scoperti.
Quindi erano figure regali sacerdotali.

2. Comunque stiano le cose sono stati attenti ai segni. Hanno saputo riconoscere e valutare un fenomeno che usciva fuori dai movimenti ordinari, lasciando supporre l’accadere di qualcosa di straordinario. Tanto straordinario da meritare il rischio di un lungo viaggio e anche della vita stessa.
Qualcosa di insistente urgeva dentro di loro, che li fa partire per la scommessa della vita. Vada come vada.
Straordinario per quei tempi voleva dire: sta per manifestarsi qualcosa di regale legato a una figura di Re. Questa convinzione è attestata dalla preparazione dei tre doni.
Si tenga presente che nella varie regge dell’epoca era molto importante la stanza dei profumi.

La regina di Saba parte per incontrare e contattare su enigmi il re Salomone.
 2 Essa giunse a Gerusalemme con una numerosa scorta di cammelli che trasportavano aromi, oro in gran quantità e pietre preziose. (1Re 10,1-2)
10 Poi essa diede al re centoventi talenti d’oro, grande quantità di aromi e pietre preziose. Non giunsero mai più tanti aromi quanti la regina di Saba ne diede al re Salomone. (1Re 10,10)

Il profumo e gli aromi hanno un loro ruolo anche nella relazione degli amanti come ricorda il Cantico dei Cantici. Dove il protagonista è proprio Salomone re pastore sposo.

3. ntraprendono dunque il lungo viaggio. E viaggiare è incontrare insidie, anche quando meno te lo aspetti, anche da parte di certe persone che dovrebbero assicurarti il cammino dandoti fiducia.
Accadono due cose concomitanti, legate tra loro, anche in maniera apparentemente contraddittoria.
La stella sparisce dalla vista e i magi entrano a Gerusalemme per avere informazioni sul personaggio nascituro, il cui evento era segnalato dalla comparsa della stella.

Qui compare Erode, che si presenta come un re assolutista che vuole il dominio totale; ragion per cui teme ogni eventuale concorrente che lo possa spodestare. Il potere politico facilmente si allea col potere sacerdotale, che spesso si pone subalterno al re per avere protezione e favori.

In questo momento Erode si vuole presentare come persona interessata ad adorare il nuovo Re.
Dal quale in realtà si sente minacciato. In modo sibillino si raccomanda ai Magi di tornare a dire del luogo in cui era nato il bambino.

Ma si trattata di un progetto tenebroso.
Per questa la stella si era come ritirata. E questo era già un presagio di qualcosa di non convincente.

Appena fuori della zona di tenebra della Reggia e della Città santa,
ricompare la stella. Con grande festa dei Magi, che in maniera decisa seguono il percorso e il fermarsi della stella. Col suo arrestarsi la stella dice che il viaggio è compiuto, che i Magi sono arrivati a destinazione.

Certo non si aspettavano di vedere quel ‘paesaggio regale’ di una stalla, di poveri abiti e di un uomo e una donna soli attorno al bambino nato.
Ciò suscita perplessità.
Eppure tutti i segni indicavano quel tempo e quel luogo.

Fanno atto di fiducia, si presentano e presentano i loro doni.
E compiono il gesto supremo della vita: si mettono in adorazione.

Perché la domanda ultima della vita è una sola: di chi sto in adorazione? Chi merita la mia adorazione? Il dono totale di me?

I doni dei Magi dicono insieme chi sono loro, che fanno e chi è quel Bambino.

In genere si associa l’oro alla regalità, l’incenso al gesto sacerdotale di offerta e preghiera, la mirra l’invitabile amarezza della vita che ha la sua espressione più grande nell’evento della morte.

I Magi depongono la loro regalità ai piedi del Bimbo il Nuovo Re grande.
Colgono in lui l’inizio di un nuovo Regno, annunciato come altissimo, supremo. Per cui merita tutto di sé, il proprio potere e il proprio valore. Il loro prostrarsi è gesto umile e grande, fiero e gioioso. Felici di perdersi in quel Bimbo.

Essi fanno dono dell’incenso. Segno dell’amore e dell’orazione. Incenso bruciato che sale
dice dedizione e devozione. Verticalità del dono. Trasformazione della pesantezza e della materialità. Trasfigurazione.
L’amore che non sale e non porta in alto implode, cade su di sé e sa di morte, di decomposizione. Gli amanti veri non si bloccano nell’adorazione di se stessi. Il cuore sa dell’Assoluto e non lo confonde più neppure con la più alta delle creature. Questo fatto che sembra bloccare, avvia la danza dell’amore, espressa dalle volute dell’incenso.
Così l’amore si trasforma istintivamente in orazione: gratitudine ed elevazione. Si adora e si ringrazia insieme Dio. La pesantezza della carne diviene leggerezza. Si pensi alla coppia danzante sopra le case di Chagall. Anche la preghiera è incenso e profumo mandati a Dio in rendimento di grazie e in richiesta che questo amore permanga e cresca.
In adorazione di Dio, si è liberi di amare con la festosità del proprio essere.

Arriva la mirra. Non si evita la morte. Come la mirra scivola giù nel tronco dell’albero,
la vita umana scende nella tomba e va fin dentro gli inferi, la zona tenebrosa, larvale dell’universo. Amarezza e dolore.
Ma l’affronto realistico della morte da parte del Re Sposo che ha potere e ama, mostra e dimostra che l’amore regale è più forte della morte.
La morte, accolta per amore, è vinta. L’amore è più forte della morte.
Questa certezza trasforma l’amarezza in segreta dolcezza, in pace affidata e custodita. Nelle tue mani consegno e affido la mia vita, tutto di me, anche il mio amore.

La vita si snoda in queste tre dimensioni.
Non è concluso il viaggio. Va ripreso.
Ma resta la certezza che siamo stati come sul monte Tabor: abbiamo visto e udito. Indimenticabile. Ora ripartiamo, ma sappiamo.

I Magi hanno sùbito il dono del discernimento: ripensano alle parole di Erode, e capiscono che celano un’insidia. Quelle parole suonavano falso. Come poi si vedrà con la strage degli innocenti.
Allora si prende un’altra strada, per non perdere la Luce vista.
Luce sì della stella, ma soprattutto del Bimbo nato.
Anche la stella si ferma sulla capanna e adora colui che è la Sorgente della sua luce. L’universo riconosce il proprio creatore. Invitando ogni creatura umana a fare lo stesso.

Ciò che è incredibile in questa storia è che quelli che avrebbero dovuto riconoscere il Messia, non lo riconoscono. I sacerdoti si alleano con il potere omicida.
Mentre gli estranei, come lo sono i Magi, lo riconoscono.
Come fanno anche i pastori, gente impura, gente esclusa: si affidano e si fidano dell’annunzio angelico e vanno a portare doni al Nato Re.

L’avvertimento per noi cristiani è chiaro:
noi rischiamo di sentirci degli arrivati e dei possessori del Mistero; e proprio questo ci impedisce di riconoscerlo. La nostra vita così detta ‘religiosa’ o ‘devota’ è possesso strumentale, non adorazione grata e riconoscente. Non facciamo doni né ci mettiamo in dono. Diamo gli scarti cercando di preservare/conservare noi stessi. Mentre ci è chiesto di divenire puro dono, capacità di donare.

Insieme a questo ci è chiesto di recuperare la dimensione regale e sacerdotale dell’amore e della vita. L’amore vero è regale, proprio per questo è liberale, fa doni e si mette in dono. Rimando aperti al Mistero, senza strumentalizzarlo. Segno di questo è che si fa dell’amore e della vita una preghiera stupita e continua. Come fa Maria che osserva quanto accade con cuore libero e riconoscente per il mistero che si compie sotto i suoi occhi. Anche qui Maria conserva tutto in cuore e canta il suo Magnificat. Amore, preghiera, esultanza, ringraziamento. Adorazione: solo tu sei Dio.

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Pubblicato da su 21 gennaio 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – II domenica – anno A

«In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» Gv 1, 29

Quando si legge il vangelo o certi testi biblici si prova un senso di lontananza e di estraneità. Sembrano tutte cose evanescenti, senza presa sull’oggi, cose di altri tempi, che nulla hanno a che fare con la nostra contemporaneità.
Persino il modo di argomentare è straniante; i riferimenti del discorso suonano lontani per chi ha in testa canzoni imparate a memoria, per chi ha in cuore scene di film o documenti vari…
Discorsi arzigogolati, un arrampicarsi sugli specchi.

Eppure quando si spegne ogni cosa o si guarda meglio il nostro oggi, si vedono affiorare spiazzi di vita a modo loro non così lontani poi da allora.
Fiumane di persone attente alla voce di un capo religioso che le porta dalla sua parte e alle sue scelte. Capi politici che giocano sulla pelle degli altri.
Profughi, morti per strada o per mare, case abbattute, tende accampate, eserciti in lotta… disastri di ogni tipo, immoralità e soprusi a non finire, nel mondo, negli ambienti religiosi.
Quanta sofferenza e quanti mali. Ce ne si può uscire o si deve soccombere?
Chi può portare fuori da queste situazioni…
Quanti inganni, adescamenti, promesse e illusioni…
Si cerca, con fatica una via di uscita. Un corridoio. C’è tanta resistenza e ottusità.

1. Di fatto c’è sempre stata la ricerca e il tentativo di scaricare il male. È stato più semplice e immediato scaricarlo su qualcuno, individuarlo e indicarlo come capro espiatorio. Ogni epoca lo trova o lo inventa.
Si trova modo così di scaricare il furore della folla inferocita: il capro che cammina in mezzo a un corridoio di persone che viene colpito in tutte le parti del corpo anche sui testicoli, per provocargli dolore e umiliazione. Lo stesso vale per la strega di turno. O per la minoranza etnica.
Esploso, il furore si acquieta e si ritorna alla vita di sempre fino al prossimo parossismo che ricrea la stessa dinamica.

2. Questa modalità violenta dice comunque che l’uomo cerca di disfarsi del male. Il male è realtà ostile, violenta, tenebrosa. Non è questione di singoli momenti. Ma dell’insieme del male.
Come valanga di neve che scendendo a valle aumenta sempre di più travolgendo tutto quello che incontra. Il male come un concentrato di male. Liberarsene.
Potere disinnescare la bomba.
O assorbire tutto il veleno immesso in corpo.
A volte, dopo il morso della vipera, bisogna incidere la carne e succhiare e sputare il veleno.

Nella storia umana così conflittuale si avverte l’urgenza di uscir via dall’oppressione del male che si manifesta in tante sue forme.

3. Come si è presentato il Cristo? O cosa hanno intuito di lui?
La frase del vangelo di Giovanni è chiara e molto significativa.
Ecco colui che porta il peccato del mondo.
Non si usa il termine al plurale ‘i peccati’, ma al singolare, ‘il peccato’.
Cristo ha a che fare con la totalità del male.
È venuto per questo.
Si addossa il male; ed è il primo significato del verbo ‘porta’. Ma mentre porta su di sé il male, lo porta via, lo asporta. Non solo se lo carica sopra di sé, ma lo disintegra, lo distrugge.

Come?
Non basta un’azione sporadica, né basta una semplice azione umana.
Infatti è lo Spirito divino che scende su di lui, e vi permane in maniera stabile.

In altri personaggi storici lo Spirito è sceso per un certo periodo e per una certa azione. Si pensi al giudice Sansone: era una forza sovraumana per combattere contro i nemici di allora, contro i Filistei.
Sa aprire le fauci del leone con le mani; fa cadere le colonne del palazzo dove è tenuto prigioniero. Muore sotto le macerie, ma con lui anche molti filistèi.

Cristo è il Salvatore, ma non con una azione strepitosa, non con ostentazione di potenza. anzi.
Intanto lui stesso si offre come vittima. Accetta di essere eliminato, portato fuori della Città santa e della storia ufficiale. Muore segregato, scaricato; accetta su di sé la scarica della violenza sadica dell’uomo: i ceffoni, lo schiaffo sul viso, la flagellazione, gli sputi, la derisione, gli insulti, la corona di spine, il ludibrio della croce, la trafittura del costato.
È come se venisse piantato sotto terra, cacciato sempre più sotto.
Come la palina, il ferro messo sotto terra per fare scaricare i cortocircuiti della corrente elettrica o i fulmini.
Tutto questo, lui, lo ha fatto nel silenzio più assoluto.

Ma non si è limitato a questo. E forse per questo è diventato il bersaglio da colpire.
Ha cercato di immettere nella storia umana forze che diano una spinta inversa alla pulsione che lo ha eliminato.
Ha cambiato senso alla morte. La morte inferta, diviene in lui morte offerta.
Come lo ha fatto? Vivendo lui per primo le beatitudini che ha immesso nel mondo, che indicano atteggiamenti da assumere e che vanno contro gli impulsi più immediati dell’uomo. Ha immesso un impossibile umano, un orizzonte irraggiungibile, come luogo di nostalgia. Essere umili, miti, misericordiosi, poveri, insultati, puri, operatori di pace, amanti della giustizia, capaci di amare i nemici. Chi arriva a vivere così suscita la reazione ostile. È per questo e in questo che Cristo diviene capro.

Raggiunti dalle Beatitudini, infatti, o le si accolgono o si fa di tutto per eliminarle insieme con chi le vive, le annuncia e le attesta.
L’eliminazione del Cristo continua nella persecuzione contro i cristiani, chiamati anch’essi a portare e portare via il peccato del mondo, dell’Umanità.

Chi glielo fa fare? Chi, cosa glielo ha fatto fare?

Cristo ha fatto dono della sua vita. La sua vita non gli è stata strappata, lui l’ha donata. Cristo muore per amore.
Quale amore?
Lui non si limita al soccorso, al pronto intervento. Non si ferma a disinfettare le ferite né a eliminare la causa di malattia e di morte.
Orienta a nuova vita. Quale?
C’è un passaggio del vangelo che sembra oscuro, non facile da accogliere.
Ma collegato ad altri passi, si percepisce che Cristo viene per condurre l’Umanità alla Nozze con Dio.
La spia di questo intento è la frase del Battista: «dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me».
Essa richiama la vicenda di Rut, la donna vedova. Booz vorrebbe sposarla, per darle una discendenza, ma sa che c’è un uomo che viene prima di lui nella decisione di sposarla, perché è parente più stretto della vedova. Questo tale ha una specie di prelazione. Deve essere interpellato sulla sua intenzione. Solo se questi rinuncia, se si scioglie un sandalo e lo passa a lui, allora Booz può sposare Rut. E infine la sposa.

Qui il Battista riconosce la ‘precedenza’ del Cristo. Cristo nasce nel tempo dopo il Battista, ma è prima di lui, perché è creatore dell’Umanità, perché è lo Sposo Messia annunciato e quindi solo lui può riscattarla, salvarla e condurla a nozze con sé. Il battista fa un passo indietro.
Qui avviene lo scambio: Cristo si presenta come il Messia Sposo atteso; il Battista si limita, e ne è felice, a fare l’amico dello Sposo, colui che accompagna gli sposi alla stanza nuziale.

Il destino ultimo dell’uomo è la sua destinazione alle Nozze, ad acquisire una dimensione e una vita divina. Destino che coincide con l’intenzione dell’atto creatore di Dio. Dio vuole che l’umanità partecipi di lui, viva dentro la sua vita divina.

Non per nulla i primi cristiani venivano chiamati santi perché uniti, congiunti al Santo, al Santo dei Santi. Non per meriti propri ma per puro amore suo.

Come si evince dalla vicenda del Cristo.
Lui non si limita a fare alleanza, è lui stesso alleanza, lo è come persona. Unendo a sé l’Umanità, per ciò stesso la unisce a Dio nello Spirito Santo.
Il santo dei santi, il nuovo tempio, dove avviene l’incontro tra la Gloria di Dio e l’uomo, è Cristo stesso su cui sta stabilmente lo Spirito Santo.

Per noi emergono almeno due cose da prendere in considerazione.
Prendere coscienza della chiamata alla vita con Dio, a entrare in intima familiarità con Lui, non solo come un figlio col Padre, ma come Sposa con Sposo. È troppo poco essere figli. Dio vuole una intimità più grande, quasi alla pari, se fosse possibile. È quello che i mistici hanno intuito e vissuto. Tra amante e amato, sai distinguere, quando siamo uno con l’altro!?

Sapere, inoltre, che tale destinazione richiede fedeltà e testimonianza, implica che si porti su di sé anche il peccato del mondo. Non sorprendersi se si viene messi da parte, o umiliati o peggio ancora perseguitati.
Si pensi qui fra noi in Italia, a don Puglisi; ma anche a tanti cristiani perseguitati.
La cifra emersa di cristiani perseguitati oggi nel mondo è quella di 260 milioni.
Una certa ostilità è segno di stare seguendo il Signore, di stare con lui. Perseguitati, ma non confusi, non abbattuti. Ma pieni di gioia per soffrire qualcosa per amore di chi ci ha amato.

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Pubblicato da su 20 gennaio 2020 in Omelie

 

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Improvvisa si accese

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Pubblicato da su 19 gennaio 2020 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – Sabato I settimana – anno A

 «Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno. Questo ti sarà il segno che proprio il Signore ti ha unto capo sulla sua casa»
1 Sam 10, 1

Le dinamiche della società non sono molto cambiate (1Sam 9,1-26; Mc 2,13-17).

1. Resta il problema della sorgente e della giustificazione del potere: viene da Dio o dall’uomo? per molto tempo si è detto da Dio.

Anche il papato ha preteso consacrare il re. Non è che questo ha reso indenni da abusi di ogni sorta. Anzi la giustificazione religiosa può aver acuito l’uso spietato del potere e della forza.

Poi ci si staccati da Dio: il potere viene dal popolo.
Neppure questo garantisce il buon governo. Anche Hitler è stato eletto dal popolo. In Democrazia il capo in qualche modo è scelto dal popolo, con tutti i pregi e gli inconvenienti che sono sotto gli occhi di tutti. C’è sempre uno che emerge o un gruppo che detta legge a scapito degli altri. Oggi molto decide il potere economico finanziario anche nella scelta delle guerre e dei luoghi di guerra. La guerra è un grande affare economico, prima e dopo.

2. C’è poi il problema della morale o più spesso del moralismo. C’è la categoria dei perfetti e dei virtuosi che emarginano i peccatori, di qualsiasi genere.

Riguardo al primo ambito: Cristo se ne distacca. Non è affar suo il potere, è il modo con cui viene esercitato e per quale finalità che attira l’attenzione del Cristo. Così del potere religioso. Che rischia sempre di creare le caste, la casta alta e gli intoccabili, gli esclusi, i dalit, i paria. Gli immondi che abitano i bassi fondi.

Cristo ha un debole per questi ultimi; anzi ha per loro una specie di preferenza.
Li cerca, come le persone alla fin fine più disponibili al mistero.

Il peccatore ha perso da tempo la faccia; non gli importa più di tanto il giudizio altrui. Se ne va libero, non ha nulla da perdere. Può ben perdere tutto, se qualcuno lo chiama, soprattutto se avverte che nella persona che lo chiama c’è qualcosa di regale, di santo. Che merita attenzione.

Il peccatore avverte che persa la faccia può acquistare un volto, può divenire persona. Segue e si affida come Levi. Cristo è venuto per questo: farsi medico per i malati.

Da tutto questo la nostra chiesa ha molto da imparare.

a. La lotta per il potere è squallida; la smania di emergere, di utilizzare ‘la potestà’ religiosa per dominare persone e coscienze. È terrificante. Diciamolo apertamente: è demoniaco. Nel grande e nel piccolo, e qui è proprio meschino. Fra di voi non sia così: chi comanda si faccia servo di tutti.

b. Sul giudizio moralistico è duro intervenire. Ci è stato iniettato dentro come l’essenza del cristianesimo. Piena distorsione, pieno fariseismo.

Basta pensare alle reazione alle parole di papa Francesco: la chiesa è come un ospedale da campo; poi: uscire, è meglio una chiesa che sbaglia, che una chiesa chiusa in se stessa.

Noi abbiamo creato recinti. Recinti fisici, recinti morali, carichi di supponenza e di giudizi sprezzanti. Finendo per avere un cuore di pietra: glaciale e duro, irritato e critico. E si prova un certo macabro piacere a umiliare, a massacrare l’altro. Ci era stato detto e richiamato da papa Giovanni XXIII: condannare il peccato non il peccatore.

Ma noi abbiamo bisogno di ergersi in alto e di qui guardare con disprezzo chi sta in basso. Abbiamo bisogno di vittime.

Questo non è Cristo né di Cristo né di chi lo segue. Imparate cosa vuol dire: misericordia voglio non sacrificio. Perdona. Sempre.

Accogli tutti. Diventa buon samaritano.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Giovedì I settimana – anno A

 «i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tremila fanti.In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono» 1 Sam 4, 10-11

La sconfitta degli Ebrei e la cattura dell’Arca da parte dei Filistei segna drammaticamente la storia, la vita degli Ebrei (1 Sam 4, 1-11).

Questi si sanno il popolo eletto; hanno visto i prodigi compiuti dal loro Dio. Un Dio potente che ha sconfitto di volta in volta i nemici, i vari popoli incontrati.
Dio si è manifestato superiore alle altre divinità. Quindi è un Dio onnipotente, si può contare su di lui e stare tranquilli.

A questo punto è stato facile e rischioso per gli Ebrei adagiarsi, dando per scontata la presenza e la difesa da parte di Dio. Oltre tutto avevano con sé l’Arca, il luogo e lo strumento della presenza di Dio che camminava con loro, che stava in mezzo a loro.

L’Arca, col suo relativo peso e la ridotta misura, era a portata di mano; delle mani. Era facile portarla e, infine, manovrarla.
Era altrettanto facile stabilire con Dio un rapporto magico: conti sul divino, ma dis-stacchi il cuore da Dio. Così sembra di stare col divino, ma il cuore è lontano. Il semplice contatto fisico col divino non è vita di fede.

La  certezza feticista venne abbattuta con una sconfitta umiliante.
Oltretutto i rappresentanti del sacerdozio sono fatti prigionieri e l’arca viene sottratta, sequestrata.

Una lezione terrificante.
Che ha tanto da insegnare anche a noi cristiani.
Abbiamo il tabernacolo. In una città ci sono molte chiese, per cui ci sono tantissimi tabernacoli.

Ma è facile farne l’abitudine, non farci più neppure caso, finendo per stabilire un rapporto come con un feticcio. Ti segni, fai anche la genuflessione, ma il tuo cuore è altrove. Sai che ‘dio’ dimora tra le tue case, che sta sotto il tuo stesso tetto.

Ma non dai più il bacio appassionato al Signore, al Dio della tua vita.

Anche nella Comunione: la presenza del Signore non permane più di tanto. Hai altro da fare, hai altre occupazioni più urgenti da sbrigare. Hai fretta di andartene.
Dio passa al secondo posto, anzi all’ultimo posto.

Poi ci si meraviglia che le cose non vadano per il verso giusto e che anzi ti si rovescino contro.

Dio non dà nessuna garanzia terrena economica. Vuole essere amato per stesso. Vuole che perdi tempo per lui, che passi tempo con lui.

Rimetti il ginocchio a terra; fissa di nuovo gli occhi su di lui; e il tuo cuore arda di nuovo per lui: Mio Dio, mio Tutto. Ti adoro dal profondo del cuore con tutto di me.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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Commento di don Giorgio al Vangelo – Venerdì I settimana – anno A

 «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”.» Mc 2, 5

Guarigione del paralitico di Cafarnao – mosaico – S. Apollinare Nuovo, Ravenna


Mc 2, 1-12

Può un uomo cancellare gli sbagli della vita? Può rimettere i fallimenti, le cose sbagliate, i peccati? Fare in modo che l’accaduto non sia accaduto?  Certo che no.

Che resta allora? Camminare raminghi per tutta la vita, come tanti Caino, segnati, sfigurati? Che resta se non il suicidio, come in tanta cultura orientale, giapponese ad esempio?

Eppure col Cristo accade la cosa più scandalosa e impossibile.
Davanti al male si è impotenti come davanti alla malattia. Cristo mostra che non c’è poi tanta differenza, tra guarire il paralitico e perdonare i suoi peccati.

Questo scandalizza, quello sorprende.
Ma per il Signore si tratta come di un gesto unico, unitario. Dove l’uomo non arriva, arriva Dio. Allora Cristo non è un semplice uomo, è più che uomo, è Dio. Che abbia potere sul male/peccato lo mostra sul potere che ha sulla malattia. Attraverso il segno vivibile, l’uomo può fidarsi del gesto invisibile che Cristo compie al livello dello spirito.

Il paralitico se ne va doppiamente libero.

Che dobbiamo capire?

1. Ammettere la propria fragilità, il proprio male, il proprio errore.
Altrimenti è impossibile intervenire, per quelli che stanno intorno – amici parenti del paralitico – ma anche per Cristo.
È più facile risuscitare un morto, che riconoscere il proprio peccato, ammettere di essere peccatori.

Negli incontri di auto-aiuto , all’inizio di ogni riunione, ognuno si presenta: io sono un alcolizzato, io sono un drogato. Se non si fa così, non si può prendere, intraprendere nessun cammino di liberazione.

2. Occorre ammettere di aver bisogno degli altri. E gli altri dovrebbero agire non da accusatori ma da samaritani. Non stare a discettare: fermarsi, aiutare, impegnarsi in prima persona.

3. Accettare di essere guariti, perdonati. Di essere divenuti nuovi. Nuovi davvero; non per una mano di vernice che nasconde il peccato, ma per il dono di un cuore nuovo.
A volte si rimane attaccati al proprio male come si resta affezionati ad un paio di scarpe rotte. I primi a non credere di essere perdonati, siamo proprio noi stessi.
Ma anche chi ci sta intorno. I fratelli, in questo, dovrebbero essere accorti e felici.

4. In ultimo accade un fatto singolare. Il segno del tuo male, diventa il segno della tua guarigione. Il tuo peccato, il tuo limite è proprio ciò che avvia la trasfigurazione del tuo essere. Il tuo sbaglio è occasione di rinascita. Quando il vaso si rompe, si ricompongono i pezzi con l’oro, come nella cultura giapponese. L’impurità nella conchiglia diventa occasione della formazione della perla. Il tuo errore criterio della tua nuova vita. Strumento di saggezza. Anche nel comprendere gli altri, star loro vicini e rialzarli.

Dio ha fatto una cosa nuova, non ve ne accorgete?

Il tuo peccato è un pugno di sabbia nell’oceano; i tuoi peccati sono gocce d’acqua su ferro incandescente. Molto hai peccato, molto ti è stato perdonato, molto puoi amare.

Diventare un nuovo Adamo come è accaduto per sant’Antonio abate.

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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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