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Archivio mensile:marzo 2019

Omelia di don Giorgio -IV domenica di Quaresima – anno C

IV domenica di Quaresima – anno C

Rembrandt Ritorno del figlio (particolare) Museo Ermitage, S. Pietroburgo (il particolare forse più importante di questo quadro, sono le mani del Padre misericordioso; se le si osservano attentamente possiamo notare che non sono uguali, ma sono una maschile ed una femminile) 

 

“Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.”
Lc 15,20


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‘Chi è in Cristo è una creatura nuova’.

Questa frase di san Paolo presuppone la presenza, la realtà di qualcosa di vecchio,
non nel senso di una anzianità maturata, ma nel senso di qualcosa di decrepito. Di un vecchiume.
Un vecchiume del cuore, dello spirito. Anche un giovane può patire di vecchiume.

Come accade al giovane della parabola: staccato dal padre, perde anche se stesso. Marcisce.
Con i beni presi dal padre, è fuggito lontano da casa. Soprattutto si è allontanato da sé.
Smarrito, sfinito, finito.

Chi vive così viene sommerso da un vecchiume che ha molteplici forme.

Si dà il chiuso ripiegamento su di sé.
Con la conseguente amara solitudine che si tinge di disperazione.
Il triste isolamento, che rende scontrosi, verso tutto e tutti.
Mai un raggio di luce; solo acre critica.

Domina il senso della disfatta della propria vita, della propria persona. Ormai è tutto finito.
Tutto è crollato. Non attendi più nulla.
Schiacciato dal peso del passato; il tempo trascorso ti stringe a tanaglia, ti soffoca.
Vedere la fine vicina, col triste rammarico di dovere lasciare andare via ogni cosa a cui ci si era legati.

Senso d’impotenza: non essere più capaci di nulla.
Entrare nella pastoia delle fantasie morbose di qualunque genere. Esserne avviluppati.
Senza più speranza, per te, per gli altri, per il mondo.
Tutto è decrepito, scalcinato.

Si è divisi da sé; dis-tratti, portati via anche da sé; essere dis-soluti.  Dissolti, smarriti.
Oppressi dal rimorso, dal ricordo di errori commessi, che pesano come un macigno.
Il cuore cova odi, rabbie, invidie devastanti. Ferocia….
Dove porta tutto questo?

2.

Qui interviene un fatto inatteso.
La cosa più sorprendente è che la tradizione della Chiesa, da molto presto, ha visto nella figura del figlio minore, che lascia il Padre e la sua casa per andare a vivere in una regione lontana a pascolare i porci, ha visto in lui la presenza del Cristo, il Figlio di Dio che lascia Padre e casa per farsi vicino all’uomo smarrito. Fa questo per sua libera volontà.

Lui ha scelto di fare suo il cammino dissestato e disperato dell’uomo.
Ha preso su di sé il suo tragico destino, per viverlo fino in fondo.
Con tutto il peso della negatività.

Su questo fatto, il testo di Paolo è audace, quasi eretico, inaccettabile.
Colui che non ha conosciuto peccato, Dio lo ha trattato da peccato per noi.
Lui assorbe in sé il peccato nella sua totalità. Diviene il reietto, l’escluso. Il capro espiatorio.
È il capro-agnello che porta su di sé il peccato del mondo, tutto il peccato. Tutto il marcio dell’umanità. Per eliminarlo.

Ha voluto essere lui la pietra nera che libera dal veleno del serpente.

Lui è la pietra nera che salva dal veleno del morso del serpente.
La pietra viene appoggiata sull’incisione nel luogo del morso; viene appoggiata sulla ferita,
e rimane attaccata finché non abbia assorbito tutto il veleno.

Così accade che l’uomo smarrito e ferito, trova accanto sé, Lui, proprio Lui.
Nel fondo più fondo trova quel volto dolorante, ma amante. È il suo salvatore.
Può tornare a vivere.

Accade per ogni uomo quello che ha vissuto l’apostolo Pietro: dopo il rinnegamento di Cristo incontra proprio lo sguardo di Cristo; incrocia gli occhi del Cristo che lo guarda. Lo guarda soltanto. Non serve alcuna parola.
Pietro può solo esplodere in un pianto ininterrotto. Avverte la propria follia.

E in quel pianto, in quelle lacrime trova il bagno che lo lava, trova il battesimo che lo rigenera.
Ritorna al Padre. Può solo fare questo. Ma è tutto.
Il figlio di Dio ha aperto la via del ritorno al Padre, perché Lui è il Figlio prediletto.
Allora è possibile riconciliarsi in Lui col Padre.
Ritrovi lui, ma anche te stesso. Mentre dici: ‘Padre’, ti sai suo figlio. Atteso, accolto, abbracciato.
Al Padre non servono le parole. Fa gesti. Ti fa rivivere, ti riveste, ti riveste della verità più profonda di te. Risorgi. Ti apri alla festa del cuore, della vita. È un’altra musica.

Ma il vecchiume aggredisce anche chi non è mai andato via di casa. Ma lì dentro intristisce, di formalità, di osservanza scrupolosa, ma legale. Lì dentro, in quel modo di vivere, il cuore non c’è.
Accade che chi sta dentro casa, di fatto è a una distanza abissale dal Padre. Sta nella sua casa, ma il suo cuore è lontano. Disapprova il Padre e accusa il fratello.
Che le cose stiano così, emerge dal fatto che non vuole entrare dove il figlio tornato, è entrato; dove il Padre gli ha fatto spazio e festa.

Lui arriva a essere il figlio che obbliga il Padre a uscire verso il suo rifiuto: a raggiungerlo nella sua caparbia e scontrosa resistenza.
Ha sempre obbedito ai comandi del Padre. Ma non ha mai amato. Il suo cuore è glaciale e risentito.
Nell’osservanza della legge ha mirato solo alla propria figura. Al compiacersi di se stesso.
Di fatto non si è mai staccato dal proprio ego. Ha strumentalizzato anche il Padre.
Non ama. Il segno evidente è il rifiuto di fare proprio l’atteggiamento che il Padre ha assunto verso il figlio ritornato.

Il figlio maggiore è rimasto schiavo di sé. Accusa. Non sa fare festa. È morso dalla rabbia.

 

Ognuno di noi è interpellato.
L’uomo moderno è chiamato a capire che la perdita del rapporto con Dio,
porta alla perdita di sé, porta alla perdita dei rapporti veri con gli altri.
Chi perde Dio, perde l’uomo. Chi elimina Dio, elimina l’uomo.
Chi trova Dio, trova il Cuore di Padre. Si lascia abbracciare.
‘Padre ho peccato’
Smette anche di fare le bizze, di fare il risentito.
Guardi con gli occhi del Padre, ami col cuore del Padre.

Rinasce uno slancio di amore verso Dio; ma nella stessa spinta, trovi uno slancio verso ogni persona, verso ogni realtà creata. Se Dio ti abbraccia, anche tu abbracci tuo fratello.

La nostra società moderna ha preteso la libertà assoluta; ha preteso di disporre di tutto il reale…, sentito come realtà propria da usare a proprio piacere. Per esercitare il dominio su tutto.

Mi ha sempre colpito la targhetta, o la scritta all’ingresso delle case, o di ambienti:
‘Proprietà privata’. Essa denota la pretesa di possesso per tuo uso esclusivo.

E pensare che quella medesima scritta dice anche l’esito ultimo:
di ogni cosa, su cui hai scritto ‘proprietà privata’, propria di questa verrai privato.
Hai scritto lì anche la tua condanna ultima. ‘Toglietegli anche quello che ha!’

Dobbiamo ritornare consapevoli: tutto, proprio tutto, a iniziare dalla mia vita,
tutto il reale è dono. Da accogliere con gratitudine. Da non bloccarlo. Ma da lasciare che il dono resti dono. Che passi da me a te. Quello che è mio è tuo.

Per cui ringrazi Dio, con immensa gratitudine. Ma passi ad altri i doni ricevuti.
Soprattutto quello di essere figlio amato e perdonato. Continuamente.
Per cui ti comporti verso ogni altro come ha fatto e fa il Padre con te.

Prendi le cose migliori che hai, le condividi per una festa comune. Per la gioia di ritrovare il senso della vita e il gusto dei rapporti veri con gli altri.

Chi rientra in sé, rientra a casa; ritrova il rapporto fondante.
Ritrova fratelli e amici, con i quali condividere vita e cose.

-Possiamo pensare che i due fratelli, più il Cristo che si mette in cammino tra loro e con loro, siano le tre grandi religioni che si rifanno al padre Abramo: ebraismo, cristianesimo, musulmanesimo.
La fede che risale ad Abramo padre nella fede, il sentirsi figli di Abramo, è diventato pretesto di possessività e di esclusione. Follia suprema. Occorre che i credenti si ritrovino con il Padre nella casa Comune per adorare e amare.
Sta qui il senso, l’indicazione delle ultime due visite di Papa Francesco negli Emirati Arabi e in Marocco. Ricordando l’incontro di san Francesco di Assisi con il Sultano a Damietta.   Fare in modo che ebrei, cristiani e mussulmani si viva da fratelli: nella stessa casa, per stare con l’unico Padre.

– Possiamo pensare anche alla rivalità che sorge tra uomo e donna, tra maschio e femmina. Una assurda rivalità. Perché solo insieme, solo con-cordi si perviene alla pienezza. E quindi alla Festa. L’inimicizia tra uomo e donna è solo dia-bolica, è effetto di colui che è il divisore per eccellenza: il diavolo, il satana.
Ma Cristo è venuto anche per portare pace tra uomo e donna; per farli entrare insieme nella Casa del Padre. E qui sentire la musica dello Spirito Santo, che è festa, che è gioia.
Riconciliati con Dio. Riconciliati con se stessi. Riconciliati tra uomo e donna. Riconciliati tra credenti diversi.
Siamo divenuti creature nuove.

Nel fondo più fondo del disfacimento, incontri il fondo di te.
Rientrando in te, rientri a casa.

 

 
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Pubblicato da su 31 marzo 2019 in Omelie

 

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Fedeli al richiamo

Fedeli al richiamo le prime due rondini

maschio e femmina                                                    rondini-600x400

sono tornate alla trave

dell’anno scorso

in avanscoperta

del loro abbandonato nido

e rifugio dentro l’ombra

del chiostro

gorgheggiano                                    rondini e fiori

dentro lo spazio vuoto,

presto arriveranno

le altre coppie e i loro

prossimi nati,

potente la natura

guida le loro ali nel cielo

che sa di primavera

la vita si sprigiona

nei fiori dei susini e dei ciliegi

dei peri e delle albicocche,

arriveranno anche le foglie

a proteggere il tempo

dei frutti,

perfetta armonia

dalle radici sotterra

ai voli sotto le nubi

vasto il canto

degli uccelli esplosi

dalle dischiuse uova

in frenetici involi

ubriachi dell’ebbra

libertà

volo e canto

per noi: incanto.

(don Giorgio)

 
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Pubblicato da su 27 marzo 2019 in Generico, Poesie

 

Omelia di don Giorgio -III domenica di Quaresima – anno C

III domenica di Quaresima – anno C

Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai.” Lc 13,9

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I.

a. La cronaca tiene sempre banco; oggi come al tempo di Cristo.
Condanne a morte, ergastoli. Disgrazie e morti: caduta di una torre; caduta di un ponte; nave alla deriva; aereo schiantato; bus sequestrato: 51 ragazzi salvi per miracolo.

Davanti a questi eventi, sempre sconvolgenti, si vuole subito trovare un colpevole che ha causato tutto questo o almeno sospettare la colpevolezza in chi subisce certe aggressioni: “Se gli è successo, vuol dire che se lo meritava” … O ci si limita a sentenziare: quando è destino, è destino.

Ma questo groviglio di dati e di domande rende più misterioso il vivere umano. In cosa consiste la vita dell’uomo? Da chi dipendono gli eventi?
L’insieme di quei fatti accentuano la sensazione provata dall’uomo: egli si sente in balia, sospeso; non ha sicurezza; non ha appigli certi.

Tale sentire è accentuato nel mondo moderno.  L’alto livello raggiunto dalla tecnica, in tutti i suoi settori, fa sognare una sicurezza quasi assoluta…
Però poi resta sempre un rischio: interviene l’errore umano; ma anche l’errore tecnico, non totalmente preventivato nonostante la massima sofisticazione della strumentazione…

Quindi si è costretti ad ammettere: nulla mi garantisce in assoluto.

b. D’altra parte l’uomo sperimenta diverse forme di incertezza (le tempeste improvvise, le trombe d’aria) e anche di schiavitù prodotte dall’uomo, quelle più tradizionali: guerre di conquista, violenze, sottomissioni, soffocamento dei diritti più elementari.

Inoltre l’uomo ‘moderno’ conosce le infinite dipendenze di ogni tipo. Il fenomeno della ‘dipendenza’ – dal vino e dalle droghe –  è attualmente la schiavitù più diffusa. La ‘facile’ e immediata soddisfazione, crea la pesante e deludente dipendenza, mentale e fisica.

c. In questo paesaggio, la vita sembra vana come vano e inutile sembra ogni sforzo per uscire da questa situazione.
La nostra vita è come il fico della parabola evangelica: non porta frutto. È una esistenza arida, sterile; è piena di tutto… e, dunque, è vuota. Impegnata, in un forsennato girare a vuoto. Le persone possono apparire come tanti criceti: fanno girare incessantemente la ruota della società, ma ne restano prigionieri. Non ne escono. Vivono un indaffararsi che non morde il reale. Si sta come sugheri sballottati dalle onde degli eventi. Inconsistenti.

d. Ci si può rivolgere Dio?
Ma ‘dio’, da una parte, è una realtà presa a pretesto per giustificare certe oppressioni di uomini su altri uomini e anche per avviare guerre di ‘liberazione’. Il sinistro motto: dio con noi! Gott mit uns.
Altre volte ‘dio’ è divenuto un argomento accademico, dibattito di vuota retorica.
O, comunque, il ricorso a Dio pare insensato. Irrazionale, fuori luogo e tempo.
Tanto non se ne viene a capo di nulla.
Ormai l’uomo può ben prescindere da Dio; può farne a meno…; quello che può chiedere a Dio, lo può ottenere da solo.

D’altra ben si conosce la possibilità di una religiosità falsa; quella nella quale Dio è cercato per piegarlo alla nostra misura e al nostro desiderio. Convinti che il dato religioso, l’esperienza rituale diano garanzie di riuscita e di sicurezza. Dio può diventare un robot a nostra disposizione, da manovrare a nostro servizio, in funzione di noi.

II.

Ma forse occorre guardare tutto diversamente.
San Paolo, ricordando le vicende del popolo di Israele durante la traversata del deserto, afferma con chiarezza che la semplice partecipazione esterna a dati e eventi sacri, anche prodigiosi e salvifici, non assicura nulla a nessuno. Quanti uscirono dalla schiavitù egiziana, non entrarono poi nella terra promessa. Il loro peregrinare finì in un nulla di fatto.
È loro mancata la vera fede. Che significa?
Dio salva l’uomo, ma lo fa, cercando di stabilire un rapporto vero con lui.

Di per sé, Dio non abbisogna dell’uomo. Dio non arde consumando il roveto che avvolge con le sue fiamme. L’umano terrestre non gli serve per colmare chi sa quale suo vuoto.
Se Dio si apre all’uomo lo fa, solo per aprirgli il proprio mondo: la sua vita e la sua intimità.
Ma vuole che l’uomo Lo accolga, che anch’egli apra a Lui la propria intimità e la propria vita.
Certo Dio è pienezza di vita. A Dio non preme la propria soddisfatta e tronfia pienezza metafisica. Quanta accademia, quanti dibattiti su tutto questo! Anche un certo ‘discettare’, può diventare idolo, schema, compiacimento, desiderio di mettere le mani su Dio. Creare una rete argomentativa per catturarlo. Questo atteggiamento si manifesta anche nell’apparente banale discorrere: ‘secondo me dio dovrebbe, non doveva… Quanta supponenza. Si è più onniscienti di Dio stesso.

Certo Dio è l’Io sono; Lui è il fuoco che arde senza aver bisogno del roveto. Dio non ‘si nutre’ dell’uomo. Non se ne serve. È autosufficiente: è, in se stesso, pienezza di vita sempre nuova.

Ma lui si fa attento al grido dell’uomo, al suo gemito. Non si chiude, beato, nel proprio olimpo.
Si china verso l’uomo. Ascolta il gemito dell’uomo; avverte la sua situazione critica. Vuole venirgli incontro.

Nello stesso tempo, – e questo è ulteriore sorpresa – Dio vuole essere chiamato con il nome dell’uomo. L’IO SONO vuole essere IL DIO DI, e IL DIO CON: vuole essere chiamato con il nome dell’uomo al quale si rapporta e si lega. Il Dio di Abramo… il Dio di Francesco, il Dio tuo.

Dio si piega verso l’uomo, perché l’uomo si innalzi verso di lui.
Nello stesso tempo, Dio vuole che l’uomo porti frutto. Più che per sé, per dare piena soddisfazione all’uomo. Alla fin fine non gli interessa neppure le spine del rovo. Non resta bloccato dai peccati dell’uomo. Gli basta che l’uomo si immerga nel suo fuoco di amore. Là dentro anche il peccato sparisce, come assorbito dentro il fuoco divino. Dio desidera che l’uomo non stia ripiegato sul proprio peccato, sul proprio passato devastato. Gli chiede semplicemente di uscire da sé e di tuffarsi in lui.
L’uomo lasciato a se stesso, lascia dietro e dentro di sé solo rovine.

Dio, dunque, si attende che l’uomo porti frutto. Ora questo ‘portare frutto’ dice più di una cosa.

1. Indica che la persona umana ha raggiunto l’unitarietà in sé e con sé. Il portare frutto viene dall’impegnarsi di tutta la persona. È un processo unitario che parte dalle radici alla cima dell’albero, del suo essere. Il frutto esprime e accresce la persona. Mentre porta frutto, nello stesso momento si dilata nel proprio essere, provando un senso di pienezza e armonia. E di gioia intima.

In un carcere italiano, alcuni volontari hanno aperto un laboratorio dove i detenuti fabbricano violini. Essi vi si impegnano totalmente, trovando una sentita contentezza e una nuova amicizia.

2. Il portare frutto richiede tempo e pazienza. È evento di fecondità; la fecondità dice attesa, accompagnamento. Non ti assesti su una poltrona. Segui il processo di crescita.
Il frutto non è un risultato istantaneo; non è neppure un appagamento che viene dall’esterno di sé, da fuori. Non è stimolazione, ma pienezza che lievita in tutta la persona e dal di dentro.

Quanti anni, e quanti cambiamenti di caratelli di tipo di legni diversi ci vogliono per fare l’aceto balsamico, anche per ottenere anche una sola goccia da mettere sul gelato, per farlo ancora più buono, per dargli ancor più sapore. Ci vuole il giusto ambiente, il giusto legno, il tempo necessario.

Dio desidera la fecondità dell’uomo, la sua maturazione; cerca i suoi frutti. Aspetta che l’uomo gli dica: mi hai dato due, cinque ‘realtà’ a mia disposizione; te ne riporta quattro, dieci. A Dio non interessa il moltiplicarsi dei beni, ma la realizzazione soddisfatta dell’uomo. Che sia felice di essere se stesso nell’accoglimento di Dio.

3. La Parola biblica fa capire che il rapporto con Dio, la mistica autentica non è mai avulsa dal vissuto dell’uomo, dalla sua concretezza corporale e storica.
Chi sta in Dio, si fa attento all’uomo, perché Dio per primo si pone in ascolto del grido dell’uomo. Un genitore vero percepisce immediatamente la voce, il movimento, il pianto del figlio.
Chi ascolta la Parola di Dio, avverte anche il grido dell’uomo, percepisce il gemito dell’indigente e del ferito. Scende verso di lui.
La saggezza dei primi monaci del deserto diceva:
‘Se sei al settimo cielo e ti intrattieni con Dio, e senti che il povero bussa alla tua porta per chiederti il pane, scendi, dagli quello che ti chiede, poi risali al settimo cielo a continuare a stare con Dio, che ti si era presentato nel volto del povero. Se non lo riconosci nel povero, la tua preghiera è falsa.
Chi prega Dio, Lo riconosce presente in colui chi chiede aiuto o un favore.
L’incontro con Dio lo prepara all’incontro con l’uomo. Il dono, che Dio fa di sé all’uomo e che questi accoglie, lo porta a fare, a sua volta, dono di sé alle persone che la vita gli mette vicino.

La vita umana vale dunque se porta frutto, e se questo frutto terreno prepara il frutto eterno che non marcisce mai. Trovi solo quello che doni.

4. In tale prospettiva non si è in una azienda che si prefigge obiettivi a medio termine, a lungo termine… Lo stare in e con Dio, è sempre in ogni momento evento di pienezza. Perché Lui è la pienezza. Allora ogni attimo è pieno e porta frutto.
Esci dalla mormorazione contro Dio; non lo accusi. Ci stai con piena fiducia.
L’evento di fecondità suprema del Cristo è stato il suo morire sulla Croce.
Il Cristo è il chicco di grano: se muore, non resta solo, morendo di aridità, ma porta molto frutto: aprendo ad ogni uomo l’accesso a Dio. Oggi sarai con me in Paradio.
È l’oggi di ogni giorno e per ogni uomo. Perché Dio non è al di là e al di fuori; è accanto a te; è dentro di te. Come un lievito, che feconda tutta la tua persona e la tua vita.
Non è vana, né invano la vita. La tua.

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2019 in Omelie

 

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Il cuore gioisce…

Il cuore gioisce nei fiori                  rosmarino

esplosi sul mandorlo

inebriato di colori

e di profumi nel vento

primaverile che passeggia

sul prato e negli spazi

dell’anima, esulta

nella luce che esalta

i colori e i riflessi

sul rosmarino della siepe

 

impossibile non unirsi

al gaudio della nuova

stagione, anche il malato

respira a pieni polmoni

la boccata d’aria buona

che sale da sotto il davanzale

della stanza dei giorni

 

un’aria di festa investe

qui alito e ogni poro

di vita: è poco e per poco,

ma resta nel cuore il profumo

di questo momento di grazia

                             Di Grazia.

(don Giorgio)

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2019 in Generico, Poesie

 

Omelia di don Giorgio sul Vangelo di Luca 9,28b-36

II domenica di Quaresima – anno C

Trasfigurazione – Duomo di Monreale – XIII sec.

Omelia sul Vangelo di Luca 9,28b-36
“E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto”

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I. Due colli, due monti si guardano a vicenda e si rimandano l’uno all’altro.

Cristo, sul monte Tabor, mentre è nel pieno della Gloria, ha davanti a sé il monte del Golgota, il luogo del cranio. Anche allora sarà innalzato, ma sulla croce.
Dentro la luce che lo avvolge e lo rende splendente, Cristo si intrattiene con Elia e Mosé, apparsi accanto a lui.
Cristo parla con loro del suo prossimo esodo; della sua uscita da questo mondo; del suo dovere attraversare il deserto, il deserto della solitudine più totale ed estrema.
Cristo perviene alla consapevolezza del suo ingresso dentro la tenebra della morte.
Sa che entrerà nella morte, nel buio più tetro; fino a divenire anche lui un cadavere, rivestito del rigore della morte. Rigido come lo è solo un cadavere.

Ma vi entra dentro sapendo, volendo quel passo. Vi entra però portando con sé la luce della Trasfigurazione; quella che sta vivendo in questo momento;
vi entra facendo risuonare dentro di sé la voce del Padre, che squarciando i cieli, gli ha detto: Tu sei il figlio mio amato.
Proprio per questo però sarà più atroce l’esodo; più dura la partenza; ma la vivrà fidandosi del Padre: lui non lo lascerà per sempre dentro la tenebra. Non lascerai che il tuo giusto veda la corruzione.

Questo, anche se deve comunque entrare nella tenebrosa solitudine; ma lo fa per amore, fidando e confidando nel Padre.
Questo suo atteggiamento produce almeno due effetti:
mentre gli altri uomini entrano nella morte perché costretti, lui vi entra liberamente, per un suo atto di amore, fin da quando è entrato in questo mondo.
Per questo si muove liberamente dentro il regno dei morti. È il solo libero dentro il carcere della morte.

Questo atteggiamento suscita la sorpresa e la debolezza della morte stessa.
Il fatto che Cristo viva la morte per amore, si conficca dentro la morte come un cuneo che impedisce al male di stritolarlo. Cristo è un cuneo che entrando nella morte, divarica il male, aprendosi un passaggio interno, dentro quel buio tenebroso.

Questo permette e avvia un nuovo esodo. Cristo esce dalla morte, ribalta la fredda pietra che lo occludeva; si sottrae alla violenza della putrefazione.

È come se sentisse ancora la voce del Padre che gli dice: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato.
Come se esplodesse ancora la luce dello Spirito, che lo porta fuori, all’aperto.

Cristo si divincola dai lacci che lo trattengono, evade.
Ma in tal modo segna davvero dentro il mondo un sentiero luminoso

Il turibolo di fuoco, che passa in mezzo agli animali divisi da Abramo,
è adesso lo Spirito che lo investe e lo libera dal sonno, dal torpore della morte in cui è caduto.

II. Cosa ci dice tutto ciò?

  1. Intanto che non dobbiamo temere la croce, che non dobbiamo sentirla come un nemico, perché è stata lei la debolezza che ha vinto la morte.
    Ma la croce è anche la forza che ha vinto il potere del male, che teneva schiavi gli uomini attraverso il timore della morte.
    Chi teme la morte, sta ripiegato su di sé. Pensa alla propria conservazione, alla propria sopravvivenza. Ma in questo modo finisce per impostare una vita egoista, incentrata solo su di se: in quel volere furibondo e forsennato che tutto si rapporti a lui. La paura porta all’accumulo; porta a fare incetta, rifornimento, di tutto.
    Si pensa solo al ventre: riempirlo, comunque; saziarlo in ogni modo, in modo nevrotico e compulsivo. Schiavi e adoratori del ventre.Dice una scrittrice polacca: Si tratta di un ostinato ritorno della coscienza a certe immagini, su una loro ricerca compulsiva. Una variante della Sindrome del Mondo Cattivo, ultimamente conosciuta e descritta come u a particolare infezione trasmessa dai media. Si tratta in fin dei conti di un disturbo molto borghese. Il paziente passa molte ore davanti alla televisione cercando con il telecomando solta to i canali dove vengono trasmesse le notizie più terribili: guerre, epidemie e catastrofi. Poi affascinato da quel che vede, non riesce a distogliere lo sguardo.[1]Anche la strage, qualsiasi strage – l’uccisione delle persone per strada o nelle chiese e nelle moschee, lo sfruttamento esasperato della terra e delle sue acque – son sempre forme con cui ci si vuole impossessare di tutto e di tutti; sono espressioni del bisogno di affermare se stessi, di ridurre ogni cosa sotto di sé; di dominare ogni realtà.Chi si è aperto a Dio e a Lui fa riferimento, sa che tutto viene da Lui e tutto va verso di Lui. Tutti e tutto sono chiamati a vivere un esodo di qui a Lui, avendo però amato la generosa madre terra e gli uomini, suoi fratelli. Sinceramente. Con una umiltà riconoscente e grata. Con un amore fattivo verso ogni creatura.Le capanne, le tende erette dagli Ebrei nel deserto, erano già presagio di liberazione; presagio di stare per arrivare alla terra promessa. Si cammina sapendo di dovere emigrare. Liberi da ogni smania di possesso, felici di fare di sé e della propria vita un dono, gratuito, senza nulla attendersi in cambio. Per lasciare puro e luminoso il nostro gesto. Per non imbrattarlo delle nostre mani possessive.
  1. Non ci resta che sapere e sentire, con tutto di noi, che Cristo ci ha preceduto sul sentiero che dalla terra ci porta al cielo, che dalla morte ci porta alla vita. Non si può fare i grandi; darsi delle arie; non si può tenere un atteggiamento da sbruffoni.
    Solo sappiamo che Cristo ci tiene con sé; sappiamo di stare nelle mani di Dio; e che nessuno ci potrà strappare dalle sue mani.
    Sapendo che è meglio cadere nelle mani di Dio che nelle mani degli uomini.
    Desiderando che Dio Padre dica a ciascuno di noi: tu sei mio figlio, io ti amo.
  1. Per arrivare a questo ci è chiesto di fare ciò che il Padre suggerisce: Ascoltatelo.
    La parola di Cristo, il suo atteggiarsi, divengono il nostro stile di vita.
    Cristo ci dice: io ho vinto il mondo, il maligno.
    Si, il mondo è posto nel maligno; ma il mondo non dura; perché passa, ma soprattutto perché Cristo l’ha vinto.
  1. Allora sorge su di noi e dentro di noi come una nuova alba: la prima luce che accenna e annuncia il meriggio. Sappiamo, come ci ricorda san Paolo, che anche il nostro misero corpo sarà reso conforme al corpo glorioso del Cristo. Questo ci procura una pace interiore. Qualche santo ha sperimentato anche la gioia davanti alla morte, per la contentezza di potere incontrare il Signore cercato e amato per tutta la vita.

Forse noi non siamo a questo livello. Possiamo però dire:
Padre nelle tue mani affido la mia vita, consegno me stesso.

  1. Il mistico martire mussulmano Hallāj «si rifugiò sulle cime dei monti; là sulle cime dei monti, per sei mesi, adorò Dio»; diceva: «Ho adorato il mio Signore sulle cime dei monti… Ringrazio Dio che mi ha salvato/ E mi ha costruito sulle alture una residenza»[2], e lo diceva dentro la certa prospettiva del suo martirio, che l’avrebbe unito per sempre a Dio, quel Dio al quale sempre si rapportava, «ripetendo estatico: ‘Dio, Dio’. Gli domandavano: ‘che cosa vuoi comprare?’. Io voglio Dio solo»; perché a Dio anelava, bramoso di unirsi con Lui:

Una brezza venuta dalla sua soglia m’ha trattenuto davanti alla Sua porta,
Sospingendomi verso la Sua unione per sempre,
Il mio cuore è al riparo dal suo Abbandono e dal Suo occultamento,
Mi è riuscito così dolce quel che ho udito nell’ombra del suo rimprovero,
Ed ecco, quel che più conta, mi hanno abbeverato con la Sua bevanda[3]

Questo può essere vero per tutti noi.
Diventando già ora, in noi e tra noi, persone trasfigurate, in attesa della trasfigurazione finale.

[1] Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Milano 2019,p. 19.

[2] L. Massignon, La suprema guerra santa dell’Islam, (a c. di D. Canciani), Città Aperta, Tronia (EN) 2003, 64,69,74.

[3] Ibid. 63-64.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2019 in Omelie

 

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Adorazione eucaristica

Mercoledì 13 marzo 2019

dopo la Messa delle 21.15 (indicativamente alle 21.45)

ci sarà l’Adorazione Eucaristica

in chiesa a Giogoli.

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2019 in Celebrazioni, Generico

 

Omelia di don Giorgio sul Vangelo di Luca 4,1-13

I domenica di Quaresima – anno C

Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo»

Le tentazioni di Gesù nel deserto (mosaico, XIII secolo, Basilica di San Marco, Venezia)

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Siamo destinati alla lotta, dalla nascita in avanti. Vivere, è comunque un aprirsi uno spazio per procedere, per avanzare, per essere se stessi.

Lo stesso vale per i popoli, come la storia ci ricorda e come gli avvenimenti attuali sempre ci richiamano. Lotta tra i popoli, lotta e scontro tra le civiltà e le fedi.

Siamo collocati come sempre su uno stretto crinale di montagna, posti tra opposti abissi. La situazione ci fa paura. Siamo in un equilibrio instabile, da recuperare ogni volta. Ogni volta dobbiamo scegliere.

Questo richiede fatica, molta fatica.
Così stancante, che a volte si preferirebbe fare a meno della libertà. Dover ogni volta decidere, affatica. Meglio vendere la libertà, piuttosto che dover ogni volta operare una scelta. È molto facile cadere in questo inghippo.

Eppure, quello che ci impaura, ci dice anche la tremenda, certo, ma grandiosa libertà. Questa libertà è il fattore decisivo delle sconfinate possibilità umane.
La tradizione biblica ci dice che Dio ci dà la sua stessa libertà, sconfinata. Possiamo auto-regolarci; auto-disporre da noi, di noi. Il limite che Dio pone all’uomo è il suo stesso mondo sconfinato. Il limite di Dio diviene illimitato.

Ma questo dono, rischioso e bello nello stesso tempo, va accolto in un balzo che ci porta oltre noi stessi. Ci viene chiesto di fare come un triplice salto mortale fuori e oltre noi stessi. Di fatto ci viene chiesto di balzare fuori di noi, di uscire dalla nostra misurata mortalità umana, di uscire dal subire l’abbaglio di false promesse, di false pretese.

Occorre attraversare un fossato, saltare oltre l’abisso, per entrare in un’altra dimensione.

Questo è quello che Cristo Gesù ci ha lasciato e insegnato. L’insegnamento di Cristo è sempre il suo vissuto. Cristo ci tramanda quello che Lui vive in prima persona.

Ci fa capire che la vita stessa è una prova continua. È come la presenza continua della forza di gravità, che ci tira, che ci trattiene. Ma è quella che siamo chiamati a superare ogni volta per stare eretti, per camminare. Il bambino sa la fatica di stare in piedi, di stare in equilibrio. Come la persona che ha subito un incidente.
Di fatto ogni passo può superare quella forza che ci permette proprio quel passo. Quello che trattiene, è sempre un’occasione per procedere oltre.

Il vangelo di Luca, che ci narra le tentazioni di Cristo, ci dice tutto questo in modo molto chiaro.
La tentazione di Cristo sembra che duri lungo tutti i quaranta giorni che egli passa nel deserto. Nel deserto, nel vuoto e nella solitudine estrema si verifica lo scontro tra la nostra libertà e quella forza diabolica e suggestiva che ce la impedisce. Una specie di faccia a faccia col male, ma anche col nostro destino.

Nello stesso tempo, Luca ci fa capire che le tentazioni non si risolvono in momenti, ma si riassumono tutte in tre forme, in tre generi di tentazione. Si tratta di uscire ogni volta dall’idolatria, dalla molteplicità fascinosa degli idoli, che stregano e che schiavizzano.

La prima tentazione fa leva sulla fame. Si tratta dell’esperienza del vuoto, della mancanza che si cerca di colmare. Si sperimenta la forza della spinta e lo stimolo a colmare immediatamente il bisogno, a tamponare il senso di vuoto. Si sperimenta una strana dipendenza: nella energia sessuale, nella brama del cibo, nella smania affettiva. In questa immediata soddisfazione, si sperimenta una inattesa schiavitù. Il desiderio è diventato il nostro padrone. Alla fin fine si entra come in balìa di questa forza scatenante e scatenata. La scelta diventa dipendenza, perdita della vera libertà.

La seconda tentazione è la smania del potere. Si vuole comandare per essere adorati. Ci fosse anche una sola persona che ci adora, questo ci appaga. Ma si scopre che pretendere l’adorazione – mi devi adorare, e stare in adorazione, ti adoro – diviene anche cosi una forma di dipendenza. Si diviene schiavi del proprio io. Cosa che ci impedisce di avere poi rapporti veri con le persone. È tutto intorbidito. Si è dentro un polverone che ci soffoca e non ci fa vedere. Si è dentro una rete. La rete che affascina, ci schiavizza. Come la rete gettata sui gladiatori: più ti dibatti, più ti inviluppi, ti avviluppi, fino a schiantare. Fino a essere senza fiato. E alla fine venire trafitti. Come un toro nella corrida.

La terza tentazione è quella di volersi come dio, anzi di farsi dio, mettendosi anche contro il Dio vivo e vero. Pur di possedere la divinità, sono pronto a fare il patto col diavolo. Come ha fatto il Faust, il super Faust. Questo vale a livello personale, ma anche a livello di epoche umane. Si pensi al Rinascimento, all’Illuminismo, al potere della scienza tecnica. Ci si sente dio.

La tentazione che Cristo vive, non termina qui. Si rinnova in modo forte e violento nell’ora della Passione. A iniziare dall’orto degli olivi. Fino a quando, dall’alto della croce, in cui è stato inchiodato, sente l’estrema provocazione: se sei Dio, scendi dalla croce.

Ma Cristo sa che non siamo di questo mondo, né siamo per questo mondo. La patria vera ci sta di fronte, oltre questo cerchio di tempo e di terra.
Cristo non chiama gli angeli a difenderlo. Non chiama neppure il Padre. Fa una cosa sola: si consegna al Padre, fa la sua volontà. Sa che lui, qui sulla terra e nella storia, è solo di passaggio, fino al passaggio ultimo e definitivo: quello della morte. Dove si è costretti a uscire da sé.

Ma questa uscita la possiamo già vivere ora, nel tempo e nelle possibilità che ci sono date. Ci è chiesto di sentirci e di vivere come stranieri in questa vita.

Cristo ritorna al Padre, e si affida alle sue Mani.
Così, anche noi, la consegna di sé al Padre, la possiamo vivere già oggi.

Per fare questo salto, per andare al di là di noi e consegnarsi a Dio, ci è chiesto un triplice passaggio.

Ci vuole un vero atto di fede: credo in Te, Signore.
L’atto di fede coinvolge il nostro intimo. Si crede nella profondità del cuore. È dentro il cuore che si vivono le battaglie più dure e le scelte più decisive. Mio Dio, ti adoro.
L’atto di fede, inoltre, ci avvolge, abbraccia tutta la nostra esistenza, anche quella pubblica, sulla piazza e sul lavoro, dove ci è chiesta l’attestazione della nostra fede.

Se evitiamo di esprimere e testimoniare la nostra fede, si diventa come il profeta Giona. Lui rifiuta la richiesta di Dio. Si dirige anzi nella direzione opposta di quella che Dio gli chiede. Entra nella nave, per attraversare il mare; si mette a dormire per dimenticare. Ma questa sua voluta dimenticanza, scatena la tempesta, mette in pericolo il viaggio e la vita dei marinai e dei passeggeri. Deve uscire da sé. Viene gettato nell’acqua. E qui viene ingoiato dalla balena. Sperimenta che l’uso spregiudicato e ribelle della libertà, lo imprigiona. Una volta capito questo, viene espulso e gettato sulla spiaggia. Nella realtà della vita, in mezzo agli uomini, per ricordare loro la presenza reale di Dio e che siamo tutti in viaggio verso Dio.

A questo punto rinasce la fede.
Adesso, anche le labbra dicono la fede. La proclamano. Le nostre labbra finiscono per cantare, cantano. Esplodono in un canto di riconoscimento e di gioia: solo Tu sei Dio. Solo tu sei tutto. E lo dici davanti a Dio e davanti agli uomini. Dal profondo del cuore e da tutto te stesso.

La tua vita ha acquistato un senso e un destino. Finalmente vivi la vera vita e le vere relazioni. Tu non morirai, ma anche le persone che ami, non moriranno. È già tutto in Dio, con Dio.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2019 in Omelie

 

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