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Omelia di don Giorgio sul Vangelo di Luca 4,1-13

10 Mar

I domenica di Quaresima – anno C

Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo»

Le tentazioni di Gesù nel deserto (mosaico, XIII secolo, Basilica di San Marco, Venezia)

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Siamo destinati alla lotta, dalla nascita in avanti. Vivere, è comunque un aprirsi uno spazio per procedere, per avanzare, per essere se stessi.

Lo stesso vale per i popoli, come la storia ci ricorda e come gli avvenimenti attuali sempre ci richiamano. Lotta tra i popoli, lotta e scontro tra le civiltà e le fedi.

Siamo collocati come sempre su uno stretto crinale di montagna, posti tra opposti abissi. La situazione ci fa paura. Siamo in un equilibrio instabile, da recuperare ogni volta. Ogni volta dobbiamo scegliere.

Questo richiede fatica, molta fatica.
Così stancante, che a volte si preferirebbe fare a meno della libertà. Dover ogni volta decidere, affatica. Meglio vendere la libertà, piuttosto che dover ogni volta operare una scelta. È molto facile cadere in questo inghippo.

Eppure, quello che ci impaura, ci dice anche la tremenda, certo, ma grandiosa libertà. Questa libertà è il fattore decisivo delle sconfinate possibilità umane.
La tradizione biblica ci dice che Dio ci dà la sua stessa libertà, sconfinata. Possiamo auto-regolarci; auto-disporre da noi, di noi. Il limite che Dio pone all’uomo è il suo stesso mondo sconfinato. Il limite di Dio diviene illimitato.

Ma questo dono, rischioso e bello nello stesso tempo, va accolto in un balzo che ci porta oltre noi stessi. Ci viene chiesto di fare come un triplice salto mortale fuori e oltre noi stessi. Di fatto ci viene chiesto di balzare fuori di noi, di uscire dalla nostra misurata mortalità umana, di uscire dal subire l’abbaglio di false promesse, di false pretese.

Occorre attraversare un fossato, saltare oltre l’abisso, per entrare in un’altra dimensione.

Questo è quello che Cristo Gesù ci ha lasciato e insegnato. L’insegnamento di Cristo è sempre il suo vissuto. Cristo ci tramanda quello che Lui vive in prima persona.

Ci fa capire che la vita stessa è una prova continua. È come la presenza continua della forza di gravità, che ci tira, che ci trattiene. Ma è quella che siamo chiamati a superare ogni volta per stare eretti, per camminare. Il bambino sa la fatica di stare in piedi, di stare in equilibrio. Come la persona che ha subito un incidente.
Di fatto ogni passo può superare quella forza che ci permette proprio quel passo. Quello che trattiene, è sempre un’occasione per procedere oltre.

Il vangelo di Luca, che ci narra le tentazioni di Cristo, ci dice tutto questo in modo molto chiaro.
La tentazione di Cristo sembra che duri lungo tutti i quaranta giorni che egli passa nel deserto. Nel deserto, nel vuoto e nella solitudine estrema si verifica lo scontro tra la nostra libertà e quella forza diabolica e suggestiva che ce la impedisce. Una specie di faccia a faccia col male, ma anche col nostro destino.

Nello stesso tempo, Luca ci fa capire che le tentazioni non si risolvono in momenti, ma si riassumono tutte in tre forme, in tre generi di tentazione. Si tratta di uscire ogni volta dall’idolatria, dalla molteplicità fascinosa degli idoli, che stregano e che schiavizzano.

La prima tentazione fa leva sulla fame. Si tratta dell’esperienza del vuoto, della mancanza che si cerca di colmare. Si sperimenta la forza della spinta e lo stimolo a colmare immediatamente il bisogno, a tamponare il senso di vuoto. Si sperimenta una strana dipendenza: nella energia sessuale, nella brama del cibo, nella smania affettiva. In questa immediata soddisfazione, si sperimenta una inattesa schiavitù. Il desiderio è diventato il nostro padrone. Alla fin fine si entra come in balìa di questa forza scatenante e scatenata. La scelta diventa dipendenza, perdita della vera libertà.

La seconda tentazione è la smania del potere. Si vuole comandare per essere adorati. Ci fosse anche una sola persona che ci adora, questo ci appaga. Ma si scopre che pretendere l’adorazione – mi devi adorare, e stare in adorazione, ti adoro – diviene anche cosi una forma di dipendenza. Si diviene schiavi del proprio io. Cosa che ci impedisce di avere poi rapporti veri con le persone. È tutto intorbidito. Si è dentro un polverone che ci soffoca e non ci fa vedere. Si è dentro una rete. La rete che affascina, ci schiavizza. Come la rete gettata sui gladiatori: più ti dibatti, più ti inviluppi, ti avviluppi, fino a schiantare. Fino a essere senza fiato. E alla fine venire trafitti. Come un toro nella corrida.

La terza tentazione è quella di volersi come dio, anzi di farsi dio, mettendosi anche contro il Dio vivo e vero. Pur di possedere la divinità, sono pronto a fare il patto col diavolo. Come ha fatto il Faust, il super Faust. Questo vale a livello personale, ma anche a livello di epoche umane. Si pensi al Rinascimento, all’Illuminismo, al potere della scienza tecnica. Ci si sente dio.

La tentazione che Cristo vive, non termina qui. Si rinnova in modo forte e violento nell’ora della Passione. A iniziare dall’orto degli olivi. Fino a quando, dall’alto della croce, in cui è stato inchiodato, sente l’estrema provocazione: se sei Dio, scendi dalla croce.

Ma Cristo sa che non siamo di questo mondo, né siamo per questo mondo. La patria vera ci sta di fronte, oltre questo cerchio di tempo e di terra.
Cristo non chiama gli angeli a difenderlo. Non chiama neppure il Padre. Fa una cosa sola: si consegna al Padre, fa la sua volontà. Sa che lui, qui sulla terra e nella storia, è solo di passaggio, fino al passaggio ultimo e definitivo: quello della morte. Dove si è costretti a uscire da sé.

Ma questa uscita la possiamo già vivere ora, nel tempo e nelle possibilità che ci sono date. Ci è chiesto di sentirci e di vivere come stranieri in questa vita.

Cristo ritorna al Padre, e si affida alle sue Mani.
Così, anche noi, la consegna di sé al Padre, la possiamo vivere già oggi.

Per fare questo salto, per andare al di là di noi e consegnarsi a Dio, ci è chiesto un triplice passaggio.

Ci vuole un vero atto di fede: credo in Te, Signore.
L’atto di fede coinvolge il nostro intimo. Si crede nella profondità del cuore. È dentro il cuore che si vivono le battaglie più dure e le scelte più decisive. Mio Dio, ti adoro.
L’atto di fede, inoltre, ci avvolge, abbraccia tutta la nostra esistenza, anche quella pubblica, sulla piazza e sul lavoro, dove ci è chiesta l’attestazione della nostra fede.

Se evitiamo di esprimere e testimoniare la nostra fede, si diventa come il profeta Giona. Lui rifiuta la richiesta di Dio. Si dirige anzi nella direzione opposta di quella che Dio gli chiede. Entra nella nave, per attraversare il mare; si mette a dormire per dimenticare. Ma questa sua voluta dimenticanza, scatena la tempesta, mette in pericolo il viaggio e la vita dei marinai e dei passeggeri. Deve uscire da sé. Viene gettato nell’acqua. E qui viene ingoiato dalla balena. Sperimenta che l’uso spregiudicato e ribelle della libertà, lo imprigiona. Una volta capito questo, viene espulso e gettato sulla spiaggia. Nella realtà della vita, in mezzo agli uomini, per ricordare loro la presenza reale di Dio e che siamo tutti in viaggio verso Dio.

A questo punto rinasce la fede.
Adesso, anche le labbra dicono la fede. La proclamano. Le nostre labbra finiscono per cantare, cantano. Esplodono in un canto di riconoscimento e di gioia: solo Tu sei Dio. Solo tu sei tutto. E lo dici davanti a Dio e davanti agli uomini. Dal profondo del cuore e da tutto te stesso.

La tua vita ha acquistato un senso e un destino. Finalmente vivi la vera vita e le vere relazioni. Tu non morirai, ma anche le persone che ami, non moriranno. È già tutto in Dio, con Dio.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2019 in Omelie

 

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