RSS

Omelia di don Giorgio -III domenica di Quaresima – anno C

24 Mar

III domenica di Quaresima – anno C

Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai.” Lc 13,9

Scarica il testo in formato pdf (130 KB)

 

I.

a. La cronaca tiene sempre banco; oggi come al tempo di Cristo.
Condanne a morte, ergastoli. Disgrazie e morti: caduta di una torre; caduta di un ponte; nave alla deriva; aereo schiantato; bus sequestrato: 51 ragazzi salvi per miracolo.

Davanti a questi eventi, sempre sconvolgenti, si vuole subito trovare un colpevole che ha causato tutto questo o almeno sospettare la colpevolezza in chi subisce certe aggressioni: “Se gli è successo, vuol dire che se lo meritava” … O ci si limita a sentenziare: quando è destino, è destino.

Ma questo groviglio di dati e di domande rende più misterioso il vivere umano. In cosa consiste la vita dell’uomo? Da chi dipendono gli eventi?
L’insieme di quei fatti accentuano la sensazione provata dall’uomo: egli si sente in balia, sospeso; non ha sicurezza; non ha appigli certi.

Tale sentire è accentuato nel mondo moderno.  L’alto livello raggiunto dalla tecnica, in tutti i suoi settori, fa sognare una sicurezza quasi assoluta…
Però poi resta sempre un rischio: interviene l’errore umano; ma anche l’errore tecnico, non totalmente preventivato nonostante la massima sofisticazione della strumentazione…

Quindi si è costretti ad ammettere: nulla mi garantisce in assoluto.

b. D’altra parte l’uomo sperimenta diverse forme di incertezza (le tempeste improvvise, le trombe d’aria) e anche di schiavitù prodotte dall’uomo, quelle più tradizionali: guerre di conquista, violenze, sottomissioni, soffocamento dei diritti più elementari.

Inoltre l’uomo ‘moderno’ conosce le infinite dipendenze di ogni tipo. Il fenomeno della ‘dipendenza’ – dal vino e dalle droghe –  è attualmente la schiavitù più diffusa. La ‘facile’ e immediata soddisfazione, crea la pesante e deludente dipendenza, mentale e fisica.

c. In questo paesaggio, la vita sembra vana come vano e inutile sembra ogni sforzo per uscire da questa situazione.
La nostra vita è come il fico della parabola evangelica: non porta frutto. È una esistenza arida, sterile; è piena di tutto… e, dunque, è vuota. Impegnata, in un forsennato girare a vuoto. Le persone possono apparire come tanti criceti: fanno girare incessantemente la ruota della società, ma ne restano prigionieri. Non ne escono. Vivono un indaffararsi che non morde il reale. Si sta come sugheri sballottati dalle onde degli eventi. Inconsistenti.

d. Ci si può rivolgere Dio?
Ma ‘dio’, da una parte, è una realtà presa a pretesto per giustificare certe oppressioni di uomini su altri uomini e anche per avviare guerre di ‘liberazione’. Il sinistro motto: dio con noi! Gott mit uns.
Altre volte ‘dio’ è divenuto un argomento accademico, dibattito di vuota retorica.
O, comunque, il ricorso a Dio pare insensato. Irrazionale, fuori luogo e tempo.
Tanto non se ne viene a capo di nulla.
Ormai l’uomo può ben prescindere da Dio; può farne a meno…; quello che può chiedere a Dio, lo può ottenere da solo.

D’altra ben si conosce la possibilità di una religiosità falsa; quella nella quale Dio è cercato per piegarlo alla nostra misura e al nostro desiderio. Convinti che il dato religioso, l’esperienza rituale diano garanzie di riuscita e di sicurezza. Dio può diventare un robot a nostra disposizione, da manovrare a nostro servizio, in funzione di noi.

II.

Ma forse occorre guardare tutto diversamente.
San Paolo, ricordando le vicende del popolo di Israele durante la traversata del deserto, afferma con chiarezza che la semplice partecipazione esterna a dati e eventi sacri, anche prodigiosi e salvifici, non assicura nulla a nessuno. Quanti uscirono dalla schiavitù egiziana, non entrarono poi nella terra promessa. Il loro peregrinare finì in un nulla di fatto.
È loro mancata la vera fede. Che significa?
Dio salva l’uomo, ma lo fa, cercando di stabilire un rapporto vero con lui.

Di per sé, Dio non abbisogna dell’uomo. Dio non arde consumando il roveto che avvolge con le sue fiamme. L’umano terrestre non gli serve per colmare chi sa quale suo vuoto.
Se Dio si apre all’uomo lo fa, solo per aprirgli il proprio mondo: la sua vita e la sua intimità.
Ma vuole che l’uomo Lo accolga, che anch’egli apra a Lui la propria intimità e la propria vita.
Certo Dio è pienezza di vita. A Dio non preme la propria soddisfatta e tronfia pienezza metafisica. Quanta accademia, quanti dibattiti su tutto questo! Anche un certo ‘discettare’, può diventare idolo, schema, compiacimento, desiderio di mettere le mani su Dio. Creare una rete argomentativa per catturarlo. Questo atteggiamento si manifesta anche nell’apparente banale discorrere: ‘secondo me dio dovrebbe, non doveva… Quanta supponenza. Si è più onniscienti di Dio stesso.

Certo Dio è l’Io sono; Lui è il fuoco che arde senza aver bisogno del roveto. Dio non ‘si nutre’ dell’uomo. Non se ne serve. È autosufficiente: è, in se stesso, pienezza di vita sempre nuova.

Ma lui si fa attento al grido dell’uomo, al suo gemito. Non si chiude, beato, nel proprio olimpo.
Si china verso l’uomo. Ascolta il gemito dell’uomo; avverte la sua situazione critica. Vuole venirgli incontro.

Nello stesso tempo, – e questo è ulteriore sorpresa – Dio vuole essere chiamato con il nome dell’uomo. L’IO SONO vuole essere IL DIO DI, e IL DIO CON: vuole essere chiamato con il nome dell’uomo al quale si rapporta e si lega. Il Dio di Abramo… il Dio di Francesco, il Dio tuo.

Dio si piega verso l’uomo, perché l’uomo si innalzi verso di lui.
Nello stesso tempo, Dio vuole che l’uomo porti frutto. Più che per sé, per dare piena soddisfazione all’uomo. Alla fin fine non gli interessa neppure le spine del rovo. Non resta bloccato dai peccati dell’uomo. Gli basta che l’uomo si immerga nel suo fuoco di amore. Là dentro anche il peccato sparisce, come assorbito dentro il fuoco divino. Dio desidera che l’uomo non stia ripiegato sul proprio peccato, sul proprio passato devastato. Gli chiede semplicemente di uscire da sé e di tuffarsi in lui.
L’uomo lasciato a se stesso, lascia dietro e dentro di sé solo rovine.

Dio, dunque, si attende che l’uomo porti frutto. Ora questo ‘portare frutto’ dice più di una cosa.

1. Indica che la persona umana ha raggiunto l’unitarietà in sé e con sé. Il portare frutto viene dall’impegnarsi di tutta la persona. È un processo unitario che parte dalle radici alla cima dell’albero, del suo essere. Il frutto esprime e accresce la persona. Mentre porta frutto, nello stesso momento si dilata nel proprio essere, provando un senso di pienezza e armonia. E di gioia intima.

In un carcere italiano, alcuni volontari hanno aperto un laboratorio dove i detenuti fabbricano violini. Essi vi si impegnano totalmente, trovando una sentita contentezza e una nuova amicizia.

2. Il portare frutto richiede tempo e pazienza. È evento di fecondità; la fecondità dice attesa, accompagnamento. Non ti assesti su una poltrona. Segui il processo di crescita.
Il frutto non è un risultato istantaneo; non è neppure un appagamento che viene dall’esterno di sé, da fuori. Non è stimolazione, ma pienezza che lievita in tutta la persona e dal di dentro.

Quanti anni, e quanti cambiamenti di caratelli di tipo di legni diversi ci vogliono per fare l’aceto balsamico, anche per ottenere anche una sola goccia da mettere sul gelato, per farlo ancora più buono, per dargli ancor più sapore. Ci vuole il giusto ambiente, il giusto legno, il tempo necessario.

Dio desidera la fecondità dell’uomo, la sua maturazione; cerca i suoi frutti. Aspetta che l’uomo gli dica: mi hai dato due, cinque ‘realtà’ a mia disposizione; te ne riporta quattro, dieci. A Dio non interessa il moltiplicarsi dei beni, ma la realizzazione soddisfatta dell’uomo. Che sia felice di essere se stesso nell’accoglimento di Dio.

3. La Parola biblica fa capire che il rapporto con Dio, la mistica autentica non è mai avulsa dal vissuto dell’uomo, dalla sua concretezza corporale e storica.
Chi sta in Dio, si fa attento all’uomo, perché Dio per primo si pone in ascolto del grido dell’uomo. Un genitore vero percepisce immediatamente la voce, il movimento, il pianto del figlio.
Chi ascolta la Parola di Dio, avverte anche il grido dell’uomo, percepisce il gemito dell’indigente e del ferito. Scende verso di lui.
La saggezza dei primi monaci del deserto diceva:
‘Se sei al settimo cielo e ti intrattieni con Dio, e senti che il povero bussa alla tua porta per chiederti il pane, scendi, dagli quello che ti chiede, poi risali al settimo cielo a continuare a stare con Dio, che ti si era presentato nel volto del povero. Se non lo riconosci nel povero, la tua preghiera è falsa.
Chi prega Dio, Lo riconosce presente in colui chi chiede aiuto o un favore.
L’incontro con Dio lo prepara all’incontro con l’uomo. Il dono, che Dio fa di sé all’uomo e che questi accoglie, lo porta a fare, a sua volta, dono di sé alle persone che la vita gli mette vicino.

La vita umana vale dunque se porta frutto, e se questo frutto terreno prepara il frutto eterno che non marcisce mai. Trovi solo quello che doni.

4. In tale prospettiva non si è in una azienda che si prefigge obiettivi a medio termine, a lungo termine… Lo stare in e con Dio, è sempre in ogni momento evento di pienezza. Perché Lui è la pienezza. Allora ogni attimo è pieno e porta frutto.
Esci dalla mormorazione contro Dio; non lo accusi. Ci stai con piena fiducia.
L’evento di fecondità suprema del Cristo è stato il suo morire sulla Croce.
Il Cristo è il chicco di grano: se muore, non resta solo, morendo di aridità, ma porta molto frutto: aprendo ad ogni uomo l’accesso a Dio. Oggi sarai con me in Paradio.
È l’oggi di ogni giorno e per ogni uomo. Perché Dio non è al di là e al di fuori; è accanto a te; è dentro di te. Come un lievito, che feconda tutta la tua persona e la tua vita.
Non è vana, né invano la vita. La tua.

 

 

 

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 24 marzo 2019 in Omelie

 

Tag: , ,

I commenti sono chiusi.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: