RSS

Omelia di don Giorgio -IV domenica di Quaresima – anno C

31 Mar

IV domenica di Quaresima – anno C

Rembrandt Ritorno del figlio (particolare) Museo Ermitage, S. Pietroburgo (il particolare forse più importante di questo quadro, sono le mani del Padre misericordioso; se le si osservano attentamente possiamo notare che non sono uguali, ma sono una maschile ed una femminile) 

 

“Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.”
Lc 15,20


Scarica il testo in formato pdf (210 KB)

‘Chi è in Cristo è una creatura nuova’.

Questa frase di san Paolo presuppone la presenza, la realtà di qualcosa di vecchio,
non nel senso di una anzianità maturata, ma nel senso di qualcosa di decrepito. Di un vecchiume.
Un vecchiume del cuore, dello spirito. Anche un giovane può patire di vecchiume.

Come accade al giovane della parabola: staccato dal padre, perde anche se stesso. Marcisce.
Con i beni presi dal padre, è fuggito lontano da casa. Soprattutto si è allontanato da sé.
Smarrito, sfinito, finito.

Chi vive così viene sommerso da un vecchiume che ha molteplici forme.

Si dà il chiuso ripiegamento su di sé.
Con la conseguente amara solitudine che si tinge di disperazione.
Il triste isolamento, che rende scontrosi, verso tutto e tutti.
Mai un raggio di luce; solo acre critica.

Domina il senso della disfatta della propria vita, della propria persona. Ormai è tutto finito.
Tutto è crollato. Non attendi più nulla.
Schiacciato dal peso del passato; il tempo trascorso ti stringe a tanaglia, ti soffoca.
Vedere la fine vicina, col triste rammarico di dovere lasciare andare via ogni cosa a cui ci si era legati.

Senso d’impotenza: non essere più capaci di nulla.
Entrare nella pastoia delle fantasie morbose di qualunque genere. Esserne avviluppati.
Senza più speranza, per te, per gli altri, per il mondo.
Tutto è decrepito, scalcinato.

Si è divisi da sé; dis-tratti, portati via anche da sé; essere dis-soluti.  Dissolti, smarriti.
Oppressi dal rimorso, dal ricordo di errori commessi, che pesano come un macigno.
Il cuore cova odi, rabbie, invidie devastanti. Ferocia….
Dove porta tutto questo?

2.

Qui interviene un fatto inatteso.
La cosa più sorprendente è che la tradizione della Chiesa, da molto presto, ha visto nella figura del figlio minore, che lascia il Padre e la sua casa per andare a vivere in una regione lontana a pascolare i porci, ha visto in lui la presenza del Cristo, il Figlio di Dio che lascia Padre e casa per farsi vicino all’uomo smarrito. Fa questo per sua libera volontà.

Lui ha scelto di fare suo il cammino dissestato e disperato dell’uomo.
Ha preso su di sé il suo tragico destino, per viverlo fino in fondo.
Con tutto il peso della negatività.

Su questo fatto, il testo di Paolo è audace, quasi eretico, inaccettabile.
Colui che non ha conosciuto peccato, Dio lo ha trattato da peccato per noi.
Lui assorbe in sé il peccato nella sua totalità. Diviene il reietto, l’escluso. Il capro espiatorio.
È il capro-agnello che porta su di sé il peccato del mondo, tutto il peccato. Tutto il marcio dell’umanità. Per eliminarlo.

Ha voluto essere lui la pietra nera che libera dal veleno del serpente.

Lui è la pietra nera che salva dal veleno del morso del serpente.
La pietra viene appoggiata sull’incisione nel luogo del morso; viene appoggiata sulla ferita,
e rimane attaccata finché non abbia assorbito tutto il veleno.

Così accade che l’uomo smarrito e ferito, trova accanto sé, Lui, proprio Lui.
Nel fondo più fondo trova quel volto dolorante, ma amante. È il suo salvatore.
Può tornare a vivere.

Accade per ogni uomo quello che ha vissuto l’apostolo Pietro: dopo il rinnegamento di Cristo incontra proprio lo sguardo di Cristo; incrocia gli occhi del Cristo che lo guarda. Lo guarda soltanto. Non serve alcuna parola.
Pietro può solo esplodere in un pianto ininterrotto. Avverte la propria follia.

E in quel pianto, in quelle lacrime trova il bagno che lo lava, trova il battesimo che lo rigenera.
Ritorna al Padre. Può solo fare questo. Ma è tutto.
Il figlio di Dio ha aperto la via del ritorno al Padre, perché Lui è il Figlio prediletto.
Allora è possibile riconciliarsi in Lui col Padre.
Ritrovi lui, ma anche te stesso. Mentre dici: ‘Padre’, ti sai suo figlio. Atteso, accolto, abbracciato.
Al Padre non servono le parole. Fa gesti. Ti fa rivivere, ti riveste, ti riveste della verità più profonda di te. Risorgi. Ti apri alla festa del cuore, della vita. È un’altra musica.

Ma il vecchiume aggredisce anche chi non è mai andato via di casa. Ma lì dentro intristisce, di formalità, di osservanza scrupolosa, ma legale. Lì dentro, in quel modo di vivere, il cuore non c’è.
Accade che chi sta dentro casa, di fatto è a una distanza abissale dal Padre. Sta nella sua casa, ma il suo cuore è lontano. Disapprova il Padre e accusa il fratello.
Che le cose stiano così, emerge dal fatto che non vuole entrare dove il figlio tornato, è entrato; dove il Padre gli ha fatto spazio e festa.

Lui arriva a essere il figlio che obbliga il Padre a uscire verso il suo rifiuto: a raggiungerlo nella sua caparbia e scontrosa resistenza.
Ha sempre obbedito ai comandi del Padre. Ma non ha mai amato. Il suo cuore è glaciale e risentito.
Nell’osservanza della legge ha mirato solo alla propria figura. Al compiacersi di se stesso.
Di fatto non si è mai staccato dal proprio ego. Ha strumentalizzato anche il Padre.
Non ama. Il segno evidente è il rifiuto di fare proprio l’atteggiamento che il Padre ha assunto verso il figlio ritornato.

Il figlio maggiore è rimasto schiavo di sé. Accusa. Non sa fare festa. È morso dalla rabbia.

 

Ognuno di noi è interpellato.
L’uomo moderno è chiamato a capire che la perdita del rapporto con Dio,
porta alla perdita di sé, porta alla perdita dei rapporti veri con gli altri.
Chi perde Dio, perde l’uomo. Chi elimina Dio, elimina l’uomo.
Chi trova Dio, trova il Cuore di Padre. Si lascia abbracciare.
‘Padre ho peccato’
Smette anche di fare le bizze, di fare il risentito.
Guardi con gli occhi del Padre, ami col cuore del Padre.

Rinasce uno slancio di amore verso Dio; ma nella stessa spinta, trovi uno slancio verso ogni persona, verso ogni realtà creata. Se Dio ti abbraccia, anche tu abbracci tuo fratello.

La nostra società moderna ha preteso la libertà assoluta; ha preteso di disporre di tutto il reale…, sentito come realtà propria da usare a proprio piacere. Per esercitare il dominio su tutto.

Mi ha sempre colpito la targhetta, o la scritta all’ingresso delle case, o di ambienti:
‘Proprietà privata’. Essa denota la pretesa di possesso per tuo uso esclusivo.

E pensare che quella medesima scritta dice anche l’esito ultimo:
di ogni cosa, su cui hai scritto ‘proprietà privata’, propria di questa verrai privato.
Hai scritto lì anche la tua condanna ultima. ‘Toglietegli anche quello che ha!’

Dobbiamo ritornare consapevoli: tutto, proprio tutto, a iniziare dalla mia vita,
tutto il reale è dono. Da accogliere con gratitudine. Da non bloccarlo. Ma da lasciare che il dono resti dono. Che passi da me a te. Quello che è mio è tuo.

Per cui ringrazi Dio, con immensa gratitudine. Ma passi ad altri i doni ricevuti.
Soprattutto quello di essere figlio amato e perdonato. Continuamente.
Per cui ti comporti verso ogni altro come ha fatto e fa il Padre con te.

Prendi le cose migliori che hai, le condividi per una festa comune. Per la gioia di ritrovare il senso della vita e il gusto dei rapporti veri con gli altri.

Chi rientra in sé, rientra a casa; ritrova il rapporto fondante.
Ritrova fratelli e amici, con i quali condividere vita e cose.

-Possiamo pensare che i due fratelli, più il Cristo che si mette in cammino tra loro e con loro, siano le tre grandi religioni che si rifanno al padre Abramo: ebraismo, cristianesimo, musulmanesimo.
La fede che risale ad Abramo padre nella fede, il sentirsi figli di Abramo, è diventato pretesto di possessività e di esclusione. Follia suprema. Occorre che i credenti si ritrovino con il Padre nella casa Comune per adorare e amare.
Sta qui il senso, l’indicazione delle ultime due visite di Papa Francesco negli Emirati Arabi e in Marocco. Ricordando l’incontro di san Francesco di Assisi con il Sultano a Damietta.   Fare in modo che ebrei, cristiani e mussulmani si viva da fratelli: nella stessa casa, per stare con l’unico Padre.

– Possiamo pensare anche alla rivalità che sorge tra uomo e donna, tra maschio e femmina. Una assurda rivalità. Perché solo insieme, solo con-cordi si perviene alla pienezza. E quindi alla Festa. L’inimicizia tra uomo e donna è solo dia-bolica, è effetto di colui che è il divisore per eccellenza: il diavolo, il satana.
Ma Cristo è venuto anche per portare pace tra uomo e donna; per farli entrare insieme nella Casa del Padre. E qui sentire la musica dello Spirito Santo, che è festa, che è gioia.
Riconciliati con Dio. Riconciliati con se stessi. Riconciliati tra uomo e donna. Riconciliati tra credenti diversi.
Siamo divenuti creature nuove.

Nel fondo più fondo del disfacimento, incontri il fondo di te.
Rientrando in te, rientri a casa.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 31 marzo 2019 in Omelie

 

Tag: , ,

I commenti sono chiusi.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: