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Archivio mensile:marzo 2019

Omelia di Don Giorgio sul vangelo Luca 6,39-45

fico

Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.

 

 

 

 

Parliamo. Parliamo sempre. Oggi, poi, con le nuove tecniche, parliamo
di continuo, Siamo pieni di parole. Siamo invasi dalle parole; immersi
e sommersi. Non se ne può più fare a meno. Ieri doveva essere la
giornata in cui si metteva da parte il cellulare. Non ci è riuscito
pressoché nessuno. Non se ne può più fare a meno. È una nuova
dipendenza.

Occorre chiedersi: perché si parla? E ancora: cosa è il parlare?
Occorre chiedersi: cos’è la parola?
A volte il nostro parlare è chiacchiera. Si parla giusto per parlare.
Per passare il tempo; per ammazzare il tempo.
Per imbarazzo. Il vuoto ci mette a disagio. Per paura del vuoto il
nostro diventa un parlare a vuoto per superare il vuoto. Parli per
dimenticare; per sopprimere il vuoto.

A volte si parla per sfogarsi; per liberarsi da qualcosa. È un parlare
di sé; è un parlare con se stessi.
Sto con altre persone. Ma di fatto parlo tra me e me; parlo di me a
me. L’altro è solo un pretesto.
Non instauro un vero dialogo.
Parlo per sentire l’eco delle mie parole. Parlo come un ventriloquo.
Parlo da me, parlo a me; e mi rispondo da solo.

Questo è un parlare narcisistico.
Non c’è né dialogo; ma non c’è neppure ricerca. Si gira a vuoto. Le
parole non hanno presa.
E se insisti, bruci tutto…

Di nuovo: ci chiediamo che cosa è la parola?

La vera parola dovrebbe nascere dalla percezione profonda delle cose,
delle realtà, delle persone.
Questo richiede tempo; silenzio. Richiede contemplazione.
Non interessa la velocità del dire e del rispondere. La parola si deve
come fermare su quello che nomini.
La parola dovrebbe emanare da sé il sapore della realtà nominata.
Quando dici pane: si dovrebbe sentire il sapore del pane.
Inconfondibile. Quando dici: caffè, si dovrebbe sentire l’aroma…

Il silenzio a volte ci mette a disagio. Imbarazza. Come quando si
prende l’ascensore con persone sconosciute.
Eppure a poco a poco si capisce che la parola vera emerge dal
silenzio. La parola è una parola stagionata; come il vin santo; come
il formaggio; come l’aceto balsamico.
Ogni parola dovrebbe nascere dall’aver percepito quello che si nomina.

Le parole sono come il bucato. Si lavano i vestiti; poi si stendono
all’aria, al sole. Poi si raccolgono. E senti che i panni profumano di
sole, di aria. Ci troviamo a dire: Senti come profuma. Sa di pulito.
Messi dentro casa, i panni profumano ancora. Ed è bello indossare gli
abiti puliti. Fa stare bene.

Così sono le parole vere. Quelle che nascono dal cuore, dal cuore che
ha fatto silenzio. Che ha visto le parole sorgere come all’alba. A
poco a poco la luce illumina la sabbia, il filo d’erba, i fiori. La
luce fa emergere l’identità delle cose. Le scova. Le circonda con il
suo chiarore. In certo senso le nomina. Mette nome, uno ad uno.

Le parole devono avere il profumo delle cose nominate.

E si parla per conoscere la realtà di sé stessi e delle cose. Si parla
per cercare la verità delle varie realtà che ci circondano, ma anche
per arrivare alla verità nel rapporto con le persone.

La parola diviene dialogo. Attraverso la parola come un ponte. Parto
da me per arrivare a te.

Poi parliamo per arrivare alla verità profonda delle nostre persone;
del nostro stare insieme. Della ragione ultima della vita. Di quello
che ci  spetta e ci aspetta.

La cosa superficiale non ha senso; non appaga. Occupa. Le parole false
e vane, creano solo  frastuono. Disturbano. Sono un gran polverone…
Nel molto parlare è quasi inevitabile l’errore.
La parola autentica rivela chi siamo. Rivela di cosa siamo fatti; di
cosa abbiamo riempito la vita, le nostre persone.
Rivelano se giriamo sempre attorno a noi stessi.
O se sappiamo godere delle cose che vediamo e che amiamo.

Rivela se sappiamo parlare da cuore a cuore.
La parola si semina nel cuore; si radica nel cuore.
Basta pensare ad alcuni termini nostri. Per esempio: accordare,
concordare, ricordare.

C’è sempre il cuore di mezzo. Il cuore è il nostro campo dove si
semina e si fa crescere.
E qui nasce anche la preghiera.
Quel parlare intimo con Dio.
Ti ritiri nella stanza, nella tua camera.
Nella stanza del tuo cuore.
Ascolti la sua Parola. A volte basta una sola parola, detta e proferita.
La accoglie; la porti dentro di te. La fai maturare.
Il cuore gioisce. Si apre alla gioia.

Non hai fretta. Sai che il frutto vero abbisogna di tempo, del suo tempo.
Non interessa la velocità frenetica: rischi sempre di essere
superficiale e alla fine vuoto.
Allora ascolti e guardi. Rigiri la parola dentro di te.
Cerchi di vedere il rapporto tra la parola e la cosa nominata. Fino a
quando la parola diviene chiara.

La parola diventa immagine, volto.
Per stampare le foto, un tempo si portava la pellicola in una stanza
buia, la si metteva in un liquido. A poco a poco appariva il soggetto
della foto. Poi si metteva la foto su un filo per farla asciugare. Per
portare in piena luce il soggetto.

Così dovrebbe essere con le nostre parole.
Quando stiamo con noi stessi. Quando stiamo con la persona che ci è
intima. Quando siamo davanti a Dio.
Parole chiare, nitide. Parole che hanno e danno sapore. Parole che
indicano e ci portano alla pienezza della verità.

In molto nostro parlare c’è molto giudicare. Anche qui; accade che
giudichiamo sempre, ma non noi stessi, ma gli altri, l’altro.
Hai sempre da ridire su tutti e a tutti.
Scarichi sempre sull’altro la colpa delle cose. Siamo anche giudici impietosi.

Quando mio figlio sbaglia, dico a mia moglie o a mio marito: hai visto
cosa ha fatto tuo figlio. Quando il figlio sbaglia è sempre colpa
dell’altro.
Se rompo un piatto io: dico: mi è scivolato.
Ma se lo rompi te, ti dico: quando fai le cose, devi tenere la testa lì.
È sempre colpa dell’altro.

Basta ricordare la scena in cui gli ebrei portano davanti a Cristo la
donna adultera. La voglia che li muove  è solo quella di scagliare le
pietre sulla donna, presa in flagrante.
Le persone fanno cerchio attorno alla donna. È tutto un vociare; un
gridare. Lapidiamola.
Ma Cristo riporta tutti a se stessi. Chiede che prima di tirare la
pietra, ognuno guardi dentro di sé.
L’effetto è: tutti se ne vanno. Cristo ha messo a nudo il cuore delle persone.

Spesso giudichi per nascondere il tuo errore. Alzi la voce contro
l’altro per ammutolire la tua coscienza che ti rimprovera di ben
altro. Anche di peggio dell’altro che condanni.
Se giudichi di un peccato, significa che lo conosci. Ma allora il
peccato è dentro di te.
Chiarisci prima il tuo cuore. Non essere né affrettato né presuntuoso.
Abbi il coraggio di prenderti di petto; di guardare fino in fondo dentro di te.

Ma anche qui: lasciati guardare e giudicare da Dio.
Non serve nascondere, non serve nascondersi.
Così la nostra vita diventa una vita falsa, che falsa tutto; falsa i
gesti, le parole, gli sguardi.
Non serve rimandare, rimandare all’infinito.

Accetti il giudizio di Dio, di Cristo su di te,
Cristo, mentre giudica, ti fa nuovo il cuore.
Diventi un altro; sei libero da te stesso.
Poi accade una sorpresa: a questo punto non condanni più.
Il tuo cuore ha sperimentato la Misericordia di Dio.
Adesso, questa misericordia, la rivolgi a tutti. I santi dicono: hai
compassione anche per satana, per il diavolo…
Non si tratta di essere ingenui, ma veri.
Vedi l’altro nell’errore: non lo condanni, cerchi di comprenderlo e aiutarlo.

Il tuo cuore diventa un cuore di Luce. Sei pieno della verità. Ma la verità ama.
Non sei più cieco. Allora ti affianchi all’altro per prenderne cura,
in modo sincero.
Così porti frutti, frutti buoni.
Il tuo cuore sa cos’è l’amore. Sa Dio. Il tuo cuore adesso è pieno di Dio.
La vita acquista senso, sapore e gioia.
Il suo frutto più grande è l’amore. E l’amore vince su tutto. E
l’amore resta per sempre. Come Dio.

 
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Pubblicato da su 3 marzo 2019 in Omelie