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Archivio mensile:luglio 2019

Omelia di don Giorgio – XVII domenica, anno C

Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” Lc 11, 13

Icona del Padre Nostro – Russia, inizio del XIX sec.

1.

La vita ci mette davanti a tante difficoltà, a situazioni pesanti da portare e da risolvere.
Situazioni dalle quali si vuole uscire.
Quando siamo nel bisogno, oggi cerchiamo subito una soluzione tecnica.
Anche nelle grandi calamità, si ricorre subito al soccorso in maniera tempestiva e risolutiva.
Non viene istintivo pregare.
Forse si arriva a pensare alla preghiera, quando siamo nella ristrettezza più totale, davanti a una barriera invalicabile.

Nello stesso tempo anche il rapporto con Dio è problematico.
Per alcuni Dio non esiste. O comunque è superfluo.
Per altri non ha senso ricorrere a lui.
È più importante darsi da fare. Rimboccare le maniche,

Ma la vita ci pone davanti anche a molte nostre conflittualità, contraddizioni, senso di impotenza.
In e con noi stessi, e con gli altri.
È facile oggi che ci si trovi a vivere diverse dipendenze: droghe di ogni genere. Anche il telefonino finisce per creare dipendenza. Le scommesse varie, come per le corse ai cavalli…
Dipendenze che ci fanno sentire schiavi. Siamo come prigionieri. Coazione a ripetere.
Si crede, forse all’inizio, di potere tenere ogni cosa sotto controllo. Poi all’improvviso tutto crolla.
Non riesci più a gestire nulla. Più ci si agita, più si viene avviluppati.

2.

Se confrontiamo tutto ciò con Cristo, col suo operare e parlare, troviamo più di una sorpresa.

Intanto stupisce la naturalezza con la quale Cristo parla di Dio e parla con Dio.
Cristo non si atteggia. Si rapporta a Dio, semplicemente. Per lui Dio è reale. È come di casa. Ne parla in tutta schiettezza e semplicità. Stupisce il tono. Non è quello di un esaltato. È come se fosse la cosa più semplice, la più naturale di questo mondo.

Eppure così facendo compie un gesto sovversivo, all’interno della storia secolare del suo popolo.

Il popolo di Israele doveva più volte al giorno ripetere Scemà Israel, Ascolta Israele, il Signore è uno solo. Con tutto quello che segue. Ha molto forte il senso della trascendenza di Dio. La sua gloria, la sua altezza. Che porta quasi a tenersi a distanza. Il popolo dice a Mosè: Sali tu sul monte, noi restiamo qui ai piedi della montagna.

Gli ebrei del suo tempo, captano che con Cristo accade qualcosa di nuovo, che cambia il rapporto con Dio, con l’Altissimo. Sant’Ireneo ha detto: venendo nel mondo Cristo ha portato con sè tutta la novità.
Per questo i suoi uditori avanzano la richiesta: dicci come dobbiamo rapportarci a Dio, come dobbiamo pregare.

Cristo risponde. E lo fa in modo sorprendente.
Dice subito il nome, l’appellativo con il quale ci possiamo rivolgere a Dio.

Padre. Abbà. Una intimità inaspettata. Una tenerezza inattesa.
È sconvolgente.
Quello che abita nelle altezze, che si comunicava nel fuoco e nel tuono, che è definito mistero tremendo, di fatto è un Padre, che si rivolge a noi in modo mite, benevolo.
Un Dio che possiamo chiamare padre, perché lo è.

Questo è il primo dato sconvolgente.
Poter chiamare Dio come Padre, significa ammettere che tra lui e noi ci sia una strana relazione di parentela. Che c’è in noi qualcosa di divino, che ha a che fare con Dio.
Quello che san Paolo diceva: avere tesori immensi in vasi di creta. Siamo diversi da Dio.
Eppure ci è dato di averlo in noi, con noi.

Anche solo prenderne coscienza è sconvolgente. Si tratta di realizzare in noi tale consapevolezza.

Si diviene familiari di Dio, senza che quella familiarità degeneri in un familiarismo superficiale.

Mi ritorna spesso in mente una affermazione di sant’Ignazio di Antiochia (105/110 circa), che vive e viene martirizzato alla fine del primo secolo dopo Cristo. Diceva: in noi, nelle nostre vene, scorre il sangue di Dio. La coscienza di sé è la coscienza di Dio in noi,
Il babbo di Origene (III sec), dopo il battesimo del figlio, ha baciato il suo petto, dicendo: ora sei tempio di Dio.
La fede veniva vissuta a livello costitutivo. Non restava un vago sentimento. Nasceva una percezione nuova di sé.
Legata al battesimo, che ci rende partecipi del Figlio, del suo vissuto. Per cui si diviene una nuova creatura, una nuova persona.

Nell’indicarlo come Padre, Cristo non abbassa Dio, non lo sminuisce.
A lui spetta l’onore, la gloria. Non si può non chiedergli che si faccia la sua volontà; che si compia il disegno che lui ha per ciascuno e per tutti. Che si possa realizzare il suo sogno, il suo disegno, il suo regno, in cielo e in terra.
Perché se lui è PADRE, non può che volere il nostro bene. Volere il suo volere è un atto di fiducia totale. Lui per noi vuole solo il bene.
Il bene materiale e il bene spirituale; il bene personale ma anche il bene delle giuste relazioni tra gli uomini.

Queste cose vanno riconosciute e richieste.
Perché le relazioni umane sono conflittuali.
Perché c’è un male che ci aggredisce.
Dal quale occorre difendersi, affidandosi al Padre.

Cristo ha vinto il male. In modo radicale.
Ha tolto di mezzo ciò che ci teneva legati a diverse forme di schiavitù.

Cristo ci ha trasferiti fuori del regno del male e ci porta dentro il regno di Dio, dentro la sua casa.
Non ci dà una assicurazione meccanica.
Ci chiede ogni volta di essere attenti, vigilanti.
Non consegnarci al male, ma alle Mani di Dio.

È quello che ha fatto Cristo nell’atto del suo morire:
Padre nelle tue mani consegno la mia vita.

Non senza prima aver chiesto il perdono per quelli che lo stanno eliminando, che gli danno la morte.

Anche la morte, in Cristo e con Cristo, è un abbandono nelle Mani del Padre.
Con confidenza.

Ma questi momenti non distolgono Dio dai bisogni quotidiani.

Occorre anche il pane, il cibo quotidiano, appunto. Il pane giornaliero, ma anche il pane disceso dal cielo, il pane eucaristico, vero cibo.

Dio non disprezza il feriale.
Chiede solo di restare orientati a lui. Perché così la vita diviene più saporosa, vivibile.

E a Dio puoi chiedere doni materiali, concreti.

Ma Cristo vuole che il cuore dell’uomo sia saggio e gioioso.

Allora invita a chiedere lo Spirito Santo. Che è dono per eccellenza, quello che viene a noi con i doni che possiede e che ci può dare.

Forse oggi, neppure noi credenti abbiamo la vera fiducia, la certezza di ottenere quello che si chiede.

Dobbiamo ritornare a quella confidenza che avevano i santi.
Con umiltà.

Il nostro Dio ha squisite attenzioni.
San Francesco chiede, prima di morire, di poter assaggiare un dolce fatto con le mandorle che una signora di Roma gli preparava. E Dio lo accontenta.
Santa Teresa di Gesù bambino chiede che il giorno della sua consacrazione ci sia un po’ di neve. E Dio l’accontenta.
Dio, se è padre, è padre di tenerezza.

Arriva per tutti il momento della morte.
Allora ciò che dobbiamo chiedere a Dio è che nulla e nessuno ci stacchi da lui.
È quanto ha capito la fede schietta del popolo,
quando chiede a MARIA di essere con noi nell’ora della morte.
Che il trapasso sia un passaggio dolce,
da qui a Lui. Nelle tue mani.

Se amiamo e ci amiamo sinceramente,
allora Dio ci ascolta.
Se non altro a cercare prima di tutto lui,
perché il resto ce lo porta e ce lo dona Dio stesso.

L’insistenza della richiesta non guasta.
Anzi, essa rivela che ci teniamo a quanto chiediamo.

Ma che, alla fin fine, tutto avvenga secondo la sua volontà.
Perché nella sua volontà sta la nostra pace.
In tua voluntade è nostra pace.
Ci resta difficile riconoscerlo in certi momenti.
Ma ci fidiamo di Lui, perche la vita non termina qui sulla terra.

Risorgendo dai morti, Cristo ci apre il passaggio alla vita che non muore,
e all’amore che non si esaurisce.

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Pubblicato da su 28 luglio 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XVI domenica, anno C

Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». (Lc 10, 41-42)

Ci chiediamo subito:
Serve qualcosa il darsi da fare,
in qualsiasi direzione e ambiente?

C’è grande frenesia nella società moderna. Vuoi o non vuoi anche oggi siamo pedine di una gestione di potere economico formidabile, che crea poveri in abbondanza,
sfruttati e schiavizzati, ben al di là della facciata sorridente…

Si può richiamare come esempio l’organizzazione efficiente di AMAZON. Funziona tutto alla perfezione e in un tempo veloce se confrontato alle poste italiane. Organizzazione perfetta. Ma occorre chiedersi: Fino a che punto i vari operai, i vari operatori non sono schiavi di questo rendimento efficiente.

In certi ambienti, in India ad es., conta solo l’efficienza. Molte ditte hanno trasferito in India le loro fabbriche. In india non c’è la domenica, il giorno festivo, per cui si lavora tutti i giorni.
Certi operai italiani vengono assunti e mandati a lavorare là per almeno qualche anno con un buon stipendio. Ma finiscono per entrare dentro un ingranaggio che schiaccia la loro vita. Vien dato loro oltre lo stipendio e un buon appartamento, che è solo un dormitorio. vengono presi al mattino e portati sul posto del lavoro e riportati alla sera a casa con un servizio previsto per questo. Tutto è predisposto perché non manchi loro nulla. Basta che rendano. La cosa avvilente è che manca il tempo per autentiche relazioni umane, anche tra moglie e marito.

Questi casi sono emblematici della condizione attuale della nostra esistenza.

Ci si chiede, Vale la pena?

Chiesa alpina – Passo Durone (TN)

Adesso siamo nel tempo delle ferie.
Al di là di tutto, ci si accorge che
Il tempo delle ferie, della vacanze risponde ad una esigenza umana impellente.
Avere del tempo libero. Godere delle bellezze anche naturali; ritrovare il contatto con la natura.
Respirare aria buona. Avere il gusto delle azioni. Ritrovare la gioia dello stare insieme.

Di qui si capisce che si vuole andare in profondità. Non ci si vuole solo agitare,
ma anche contemplare.
Guardare con occhi diversi il mondo, noi stessi, gli altri.
C’è una dimensione altra, oltre la frenesia della nostra esistenza.

 

Il vangelo odierno ci mostra due atteggiamenti, rappresentati da due sorelle che ospitano il Cristo.

Marta, l’efficiente che sempre ha da fare e si dà da fare.
Maria, che sta ai piedi del Cristo a guardarlo, ad ascoltarlo quando parla.

Spesso le due sorelle sono state presentate come modello della vita attiva, Marta;
e come modello della vita contemplativa, Maria.
Si è pensato a due vie.
La via dell’azione.
La via della preghiera, del silenzio.

Ma forse più che ‘rivalità’ si tratta di integrazione.

Si può infatti intuire il messaggio che il Signore vuole comunicare:
senza la vita di silenzio, di raccoglimento
la vita attiva è solo agitazione.
Dopo un po’ si perde il senso e il gusto
di quello che si sta facendo.
Si è proprio divisi, dilaniati.

Si pensi alla condizione di diverse donne; fanno la scelta di un lavoro fuori casa,
per tante motivazioni.
Ma poi si ritrovano a dover gestire la casa, il ménage della vita familiare.
Quindi hanno sempre un doppio lavoro e spesso sono sottopagate in rapporto agli stipendi previsti per gli uomini impegnati negli stessi lavori.

Ma occorse fermarsi a riflettere.

Occorre a tutti i costi saper fare silenzio. Raccogliersi.
Ascoltarsi e anche ascoltare.

Cristo emerge come colui che conosce il cuore dell’uomo.
Conosce Dio. E vuole che le persone entrino in questa dimensione.

Le fa scendere alla radice di se stessi.

E fa anche percepire la nostra destinazione.

Quale?
Quella di raggiungere la statura perfetta, la piena maturità,
come dice san Paolo.

Si tratta di arrivare all’armonia con sé stessi, con la natura, con le persone, con Dio.
Fare emergere la verità,
aprendosi a tutte le possibilità positive che la vita offre.

Calare nel silenzio è come fare decantare la provetta che contiene liquidi diversi.
Aspettare che, dopo l’agitazione, ogni cosa trovi il proprio specifico e trovi la propria collocazione.

 

Questo richiede tempo e coraggio.

Tempo di riflessione e di preghiera.
Se Cristo, che era ‘dio’, trovava il tempo per la preghiera,
lui che forse non ne aveva bisogno….
Ma lui trova il tempo per contemplare e ascoltare il Padre.

Anche noi dobbiamo trovare tempo e spazio per il silenzio vero, per la preghiera.
Quel mettersi davanti al mistero.

Occorre tempo, pazienza, lotta.
Si può credere che il fatto di provare fatica, divenga il segno, se si vuole al negativo,
della richiesta giusta. La resistenza che provi, indica la giustezza del tempo del silenzio e della preghiera.

C’è dunque anche lotta, fatica.
Non deve sorprendere. Ci sono passaggi stretti e dolorosi.
Sono inevitabili. Ma sono fecondi di vita.

Ci sono sofferenze che non sono inutili, che anzi sono passaggi necessari.
La sofferenza per la verità, per la pienezza della vita
Non cade nel vuoto.
Entra nel progetto di Dio.
Paolo dice, in maniera coraggiosa,
che sostiene la fatica per portare a compimento l’opera del Cristo.

Cristo direbbe: le doglie sono un passaggio obbligato per mettere al mondo il figlio.

Le parole del Cristo a Marta hanno un senso profondo.

Occorre che Marta metta al primo posto
l’ascolto, la capacità di sondare il mistero della vita.
Occorre abbracciare il Cristo, che ha parole di vita eterna. Che è la vita eterna.
Occorre scoprire che cosa è davvero importante, decisivo.
Quel qualcosa che nessuno ci potrà togliere.

Cristo, in altro contesto dice:
cercate prima di tutto il Regno di Dio,
cercate Dio e tutto ciò che lui è e abbraccia.

Il resto vi sarà dato in aggiunta.
Trovare e stringere il tesoro.

Giunti a questo livello
L’azione acquista senso e sapore.

Si sperimenta una fatica sana.
Non si è divisi. Si è raccolti, uniti.

Si esce dall’ossessione della prestazione.

A questa realtà si può arrivare sempre.

Dio pone sempre un possibile inizio di vita nuova
In qualunque periodo della propria vita.

Abramo e Sara possono avere un figlio in età avanzata.

Si può sempre nascere e rinascere,
come dice il Cristo al vecchio Nicodemo.

Cristo ci offre la possibilità di rinascere, di essere nuovi.
Ci chiede di fidarsi di lui. Di trovare tempo per lui.
Si può riprendere e rileggere le sue parole e le sue azioni.
Ci si accorge che la sua Parola è un po’ come il sale:
il sale dà sapore al cibo; dà sapore anche quando non ce l’aspettiamo,
un po’ di sale da sapore anche al popone.

Accolto il Cristo, tutto acquista un sapore nuovo.

 

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Pubblicato da su 21 luglio 2019 in Omelie

 

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Pubblicato da su 19 luglio 2019 in Altre attività

 

Omelia di don Giorgio – XV domenica, anno C

Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Col 15,1)

1.

È un mondo bello il nostro. Lo era. La bellezza dei cieli, delle foreste, dei mari.
Oggi, in questo mondo meccanizzato e strutturato, siamo nostalgici di poterci immergere in un mondo incontaminato, dove la smania possessiva e corrosiva dell’uomo non è ancora giunta.
Immergersi nei fondali marini dove tutto è ancora intatto.

Poter approdare su isole e isolotti ancora non manomessi, dove la fauna è intatta, dove convivono animali dalle specie le più diverse.
Scoprire gli abissi marini e i loro abitanti, ammirare le specie infinite di pietre preziose (la tormalina); la sola piccola isola d’Elba ne possiede sterminate.
Vedere come l’uomo di tempo fa conviveva con tutto questo ben di Dio.

Se tutto è così bello e armonico, se suscita in noi infinita nostalgia
come non pensare a una qualche mano, alta e altra, che ha disseminato tante bellezze,
una mente che le ha pensate, una fantasia che le ha escogitate e le ha lanciate negli spazi dell’universo e sulla terra.

se ammiriamo le capacità dell’uomo di conoscere leggi e mondi lontani e diversi
dal nostro, se stiamo qui e evocare, a distanza di 50 anni, l’approdo sulla luna,
se esistono persone geniali,
non può darsi l’esistenza di un genio superiore, assoluto, che tutto ha escogitato
per pura bellezza e per il puro godimento della bellezza?
da custodire accompagnando il suo ritmo…

2.

Forse sì esiste un Genio assoluto, che ponendo le cose
voleva essere sorpreso, scoperto, riconosciuto, non per dominare, ma perché vuole farsi
accompagnare dall’uomo a custodire e far fiorire il giardino universale che lui ha creato.

E ha voluto lasciare trapelare qualcosa di sé non solo a partire dall’universo
ma anche da una persona che gli era intima,
che mettesse piede sulla terra, per lasciare l’impronta di sé
nel campo della storia e nel cuore dell’uomo.

se si fanno mostre delle opere di qualche scultore e pittore…
se si fanno installazioni,
se si aprono musei per fare ammirare il genio e le sue opere…

perché non vedere nell’universo una continua installazione di Dio.
Se facciamo la coda per entrare in alcuni musei, se passeggiamo nei musei con ammirazione, di stanza in stanza,
perché non passeggiare nel panorama di tutto l’esistente
ammirando il succedersi delle varie realtà e anche chi le ha pensate e poste.

3.

Se avendo evocato questi dati, ci mettiamo davanti a testi come quello del primo capitolo della lettera ai Colossesi, che spazia in ogni dove, ci si chiede: cosa ha visto san Paolo o chi per lui?

All’inizio della fede cristiana non c’è una intuizione
ma una visione ad ampio spettro.

Per misurare il campo visivo si viene messi davanti a un universo ristretto tenendo gli occhi aperti e attenti. Poi di tanto in tanto vengono accese minute luci da percepire e segnalare se viste. Le varie luci determinano un grande orizzonte visivo, esteso in ogni direzione.

Qualcosa del genere deve essere accaduto a Paolo. Si sono accesi davanti a lui diversi punti luce, che segnano l’ampiezza e la profondità dell’universo ma anche della storia umana. Estensione e profondità. A tutto campo.

In poche righe vien detto e esposto che tutto, tutto è in relazione con il Cristo, un personaggio della storia venuto da fuori della storia e portatosi fuori della storia ufficiale ma non sperso e disperso.
A dire e dare le coordinate dell’universo ma anche a fornire la segnaletica del cammino dell’uomo.

Non c’è nulla che non contenga in sé il fremito di quella presenza. La pietra presa in mano, l’ostrica, gli animali … il vento, la brezza …
Tutto è stato fatto per mezzo di lui e in vista di lui.
Non a caso i vangeli apocrifi narrano che il bambino Gesù plasmava degli uccelli con la creta e poi li faceva volare … nel loro ingenuo candore coglievano il mistero.

Lui segna inizio e destino ultimo della storia e dell’umanità.

Così operando a fare capire che Dio non vuole inibire l’uomo, vuole che gioisca di tutto l’esistente. E si fidi che Dio vuole il meglio per l’uomo e vuole condurlo al meglio. Nulla e nessuno è fuori della trama di un Dio che vuole solo amare e donare.

Il dramma, che diviene tragedia, si verifica quando l’uomo vuole solo il rimanere centrato su di sé,
Per affermarsi, o possedere. Dominare, imprigionare.
Questo atteggiamento ingordo, che si impossessa di tutto ciò che vede e tocca,
questo rovina il tutto, mondo e convivenza umana.

La parabola del ‘buon samaritano’, raccontata da Cristo, è spietata:
c’è anche un mondo religioso che non serve Dio, ma si serve di dio per affermare e imporre se stesso. Con la scusa del servizio divino, non vede il divino nell’uomo ferito sulla strada.
Passa oltre, non si ferma. Ha fretta per Dio, ma intanto non lo vede nel pover’uomo.

È questo atteggiamento, falsamente religioso, che rovina ogni cosa: universo, cuore dell’uomo e relazioni. Imbratta tutto.

4.

Ci poniamo un altro interrogativo.
Cosa cambia per lo scienziato che esista Dio …
La presenza di Dio viene percepita come un intralcio, un intromettersi nei suoi affari.
Lo teme proprio quando dovrebbe essere felice perché sa che non cerca nel vuoto e a caso,
ma si muove in un universo che ha un suo ordine e una sua armonia …
Dio stesso gioisce della ricerca dell’uomo, quando mira a scoprire e non a investire e possedere,.. Di fatto l’universo cosmico e l’universo umano sono pieni di Dio.
Dio si è posto nel materiale corporeo, in un corpo.

Cristo è icona nella quale appare il volto di Dio e il suo progetto.
Cristo è anche icona del vincitore della morte.
La resurrezione dai morti del Cristo dice che Dio vuol salvare tutto e tutti.

Il buon samaritano che si ferma, cura e si prende cura
è il Cristo, immagine di Dio e figura di come Dio si rapporta all’uomo.
Non va per la sua strada, perde tempo per l’uomo.

Vuol salvare anche il corpo dell’uomo. vuole condurlo oltre la morte.
Si pone come il primogenito dai morti.

Il corpo, la materia non sono un negativo.
Il rapporto col corpo va ripensato, in modo radicale. Il corpo non viene abbandonato, ma ripreso e portato nell’ambiente divino. Il corpo. È tutto da ripensare.
Da quando, con e in Cristo, Dio si porta in un corpo sulla terra, sul terreno dell’uomo.

Dio, che si porta in un corpo, è per il corpo.

«I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi», ma Dio distruggerà questo e quelli.
Il corpo non è per l’impudicizia, bensì per il Signore, e il Signore è per il corpo; (1Co 6,13).

Cristo non si presenta come un asceta. Non usa tattiche e tecniche.

Vive l’umano, fino in fondo. Fino al divino. E ha fatto dell’Umanità il suo corpo.
l’ha pensata come chiesa, come comunione di persone.

Ha cura e premura per l’uomo aggredito.
Si ferma, per medicare il ferito. Usa olio e vino. Lo fascia con le bende.
Lo fascia col suo amore. Lo porta in una casa, lo affida al proprietario.

Questo è il Cristo e noi siamo il suo corpo. Lui ha tutto sanato, purificato.

Ogni atteggiamento avido, possessivo rovina l’uomo e il suo mondo.

Quando vedi una genziana, e subito la strappi per averla,
subito il fiore perde il suo splendore.

Chi dice ‘mio’ dice un falso e rovina tutto.

Assumere un atteggiamento contemplativo, che guarda in profondità il reale.

La pienezza è il Cristo, tutte le cose sono liberate in lui.

Per cui ci è chiesto di non fuggire ma portare tutto alla verità di sé.

Ci è chiesto di percepirci corpo di Cristo, avere una vera e sana coscienza di noi.
Entrare nella danza della vita.
La danza: quanta fatica, ma anche quanta bellezza. Danza artistica, dove tutto il corpo si consegna alla musica e alla figura. Quello che dura pochi minuti ha dietro di sé una infinità di ore di esercizi.
Allora questi non sono una perdita di tempo. Sono finalizzati. Quindi utili e salvi.
Per convergere in quei minuti dove ti giochi tutto. Per provare l’ebbrezza del momento di gloria.
Anche questo è ebbrezza.
Segno e sogno dell’armonia con sé ma anche con tutto il mondo.
Sapendo che l’apparente effimero è destinato per l’oltre la morte.

Il Cristo risuscitato questo ci dice e questo prepara per tutti noi.

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Pubblicato da su 15 luglio 2019 in Omelie

 

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Tanti i pioppi a fiancheggiare

Tanti i pioppi a fiancheggiare
la strada e i nascosti fossati
d’acqua tra poca acqua e asciutto;

pioppi van gogh

Viale dei pioppi in autunno
Dipinto di Vincent van Gogh

tu madre li sapesti, salita a fare
foglia per i conigli ti accolse
silente il fosso per lungo
tempo, tardi si accorsero di te
per soccorrerti fino all’ospedale
che ti irrigidì a gobba la schiena
ignorando il tavolato sotto
il pagliericcio; divenisti più
breve
ma non perdesti il sorriso,
neppure nelle tue ore più schiantate
– miracolo il tuo sorridere
risorgere dall’amara lacrima,
sorpresa che ancor oggi stupisce
il ricordo. Camminavi signora
guardando alle vetrine il vestito
che tu ti cucivi ad attutire
l’impatto dell’abito che ti
scendeva dalla schiena ai fianchi,
poi procedevi via col tuo passo
a smaltire stanchezza e prendere
qualche boccata d’aria avanti
il rincasare nel tuo feriale.
Madre, madre che canticchiavi
e felice sorridevi ai canti nostri
-non ce ne erano tanti – mamma
son tanto felice, mamma… quel
semplice magico nome
ti illuminava occhi e labbra
al sorriso trionfante e fiero
che noi sapevamo nascere
da tanto martirio e affaticate
mani, il tuo stare china
a offese gratuite e lavoro esigente.
Madre, fuggimmo a volte
la pressione, non era rivolta,
sola esigenza d’aria a provare
le nostre ali al volo; ci chiamavi
dalla finestra, ci attendevi la sera
nel tuo sonno leggero: sei tornato
e riprendevi il tuo poco sonno.

(don Giorgio)

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2019 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – XIV domenica, anno C

Vincent van Gogh, L’Angelus, 1880 (copia da Millet) – disegno a matita, gessetto e acquarello – Museo Kröller-Müller, Otterlo

“Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”
Lc 10,20

Siamo affamati di successo. Vogliamo stabilire il primato, in più ambiti,
dai più eccelsi, a quelli di poco conto. Quante lastre di ghiaccio si rompe con la fronte….
Anche il cane partecipa a questa gara….quanti fiocchi scioglie in un minuto-

Eppure accade una cosa strana:
il successo è effimero e non sempre chi raggiunge di primeggiare nel proprio tempo,
è una persona realizzata, pacificata nel profondo di sé.
E spesso passato il breve momento esaltante, si viene dimenticati,
si sparisce nel fluttuante mare della storia.
Si finisce nel dimenticatoio.
Quante persone di successo, si son tolte la vita. Un tarlo oscuro rode senso e gusto di vivere.

Van Gogh, mi sembra, durante la sua vita ha venduto appena un quadro.
Era il fratello che gli comprava i quadri. Oggi Van Gogh è uno dei pittori più riconosciuti, uno dei più grandi.

Anche dentro l’ambito religioso, in ambito cristiano ecclesiale è sempre presente la smania di primeggiare. Il trionfalismo abita il cuore di molti ecclesiastici, di molti cristiani.
I vari riconoscimenti, i vari premi, i vari titoli onorifici. ‘Han già ricevuto la loro ricompensa’.

Ma stare sull’onda non è abitare l’oceano. L’onda emerge per un po’, poi si è risucchiati dal vortice stesso dell’onda, o si viene deposti sulla riva tra i tanti scarti rigettati dal mare.

2.

Il fatto è che
la vita vera è più della vita, di questa vita che si vive.
Ma è in questa vita che si decide della più vita.

Ci si chiede, ci si deve chiedere: Si vive mai in pienezza?
Per viverla fino in fondo si deve entrare in un altro orizzonte, quello definitivo.

Per arrivare a questo, per arrivare a vivere questa più vita,
si richiede un passaggio, una prova. Un attraversamento.
In ogni esistenza si è chiamati a decidersi.

Ma si incontra sempre ostacoli.
Chi si decide per questa più vita trova sempre blocchi di resistenza,
che si oppongono a tale passaggio.
Si vorrebbe evitare questi ostacoli.
Ma evitandoli ci si espone a gravi rischi. Devastanti.
Più che fuggire gli ostacoli, ci è chiesto di attraversarli.

C’è una novella, non so se brasiliana, molto interessante.
Ad ogni persona viene data una croce con il palo longitudinale molto lungo.
Per cui camminando la croce batte sempre per terra creando contraccolpi sulla spalla, e quindi
si cammina impacciati e anche doloranti.

Per evitare tale fastidio, uno dei viandanti ha una bella trovata, sega un pezzo del palo e lo abbandona, cosi la croce non batte per terra e si può procedere spediti e più leggeri.
Egli dice a se stesso: adesso sì che si cammina bene.

E cammina deciso e più a suo agio.
Proseguendo il cammino arriva su uno strapiombo, su un crepaccio da saltare.
Dalla pietra, dove si trova, deve andare al di là, sull’altra sponda.

Vede che gli altri passeggeri poggiano la trave lunga della croce tra le due sponde
Ci camminano sopra, vanno oltre, recuperano la croce e proseguono.
Anche a lui basterebbe mettere tutta la trave longitudinale e usarla come ponte.
La trave consegnata ha la misura giusta per fare da ponte.
Ma quella che quell’uomo si ritrova in mano, ora è inservibile, privata proprio del pezzo tagliato,
così non può procedere oltre. e raggiungere la meta.

La novella dice: si ha la croce da portare. Il pezzo tagliato non era superfluo. Occorreva conservarlo, perché rappresentava la misura giusta per scavalcare le difficoltà.
Così accade nella nostra vita.
La croce del Cristo, il Cristo stesso è la misura giusta del vivere nostro.
Abbracciarla, come ha fatto Cristo, tenerla stretta, questo ci salva.

Ci si stacca dall’effimero successo ottenuto e si entra in un’altra dimensione.

È per questo che Paolo si vanta della croce del Cristo.

Di una croce che lascia il segno, che lascia le stigmate nella carne,
segno che si è diventati uno col Cristo.

Questa decisione genera la pienezza della vita. Ci dona l’intimità col Cristo,
perdente nella storia transeunte, ma vittorioso nella storia che perdura.

Lui per primo ha portato la croce, ha scavalcato l’abisso della morte e del nulla.
Si è portato con tutto se stesso nella vita divina, infinita, carica di gioia.

Cristo è realista. Sa della presenza della morte e del male.
Lui si pone come chi sa e può liberare gli uomini dal male.

Lui dà anche agli apostoli, ai discepoli il potere di perdonare e cacciare i demoni.

Gli apostoli ne fanno esperienza, Cristo stesso ne dà la conferma: Satana cade dal cielo come una folgore.

Però Cristo dice: la cacciata del demonio, anche ‘spettacolare’ non è la cosa più importante.

Conta maggiormente che i nostri nomi siano scritti nel cielo.

Dio scrive il nome di chi ama sulla propria mano.

Il Padre è più forte del male. Nessuno può strappare dalla sua mano quelli che si sono affidati a Lui.
Conta di essere amati, amati da Dio, sentire e sapere che siamo nelle sue mani.
Allora si abbraccia la croce, si abbraccia il Crocifisso.
Stando con lui si attraversa la croce.
Questo diviene talmente forte, che si è segnati dal Cristo.
Le stigmate sono ferite di amore. Allora ci si lascia amare.

È una realtà diversa dalla logica del mondo. Non si cerca il riconoscimento della folla,
non si cerca neppure lo schema legale della religione.

Anche in ambito religioso non conta l’esteriorità, neppure la circoncisione.

Conta il cuore, quello che il cuore vive. Si sta Cuore a cuore con Cristo.

Si diviene una cosa nuova, e si abbandona il vecchio del vuoto ritualismo, il vecchio della corruzione legalistica, il seguire la legge per la legge, o, meglio si mira all’osservanza della legge per essere osservati dagli altri.
Sempre questa prostituzione di noi stessi: piacere agli uomini, avere la loro approvazione,
Mentre va cercata l’approvazione di Dio, sentirsi dire da Lui: tu sei mio figlio.

Si diviene figli, si può gioire, non per il successo ma per l’amore che è stato riversato nei nostri cuori. Si sta nella storia con gli occhi protesi verso la Gerusalemme celeste.

Chi vive così, vive una nuova socialità, vive nell’amore.

Non ci e chiesto di andare nel deserto, negli eremi.
Ci è chiesto di vivere la vita feriale ‘collaudata’ dalla vita del Cristo.

 

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Pubblicato da su 11 luglio 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio -XIII domenica tempo ordinario C

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SEGUIMI: il papa incontra i giovani nella GMG

 

Il fatto religioso sembra proprio ‘fatto’ per aumentare e esasperare i contrasti e i livelli di questi contrasti tra vari gruppi di credenti, che si muovono in continua competizione e in contrasto fra di loro.

Si pensi a ciò che accade in ambiente cattolico. Un tempo c’era rivalità tra gli ordini religiosi (francescani, domenicani, carmelitani, gesuiti, oratoriani);oggi i vari movimenti ecclesiali. Ogni movimento religioso assolutizza la propria esperienza davanti alla grande chiesa e davanti agli altri movimenti. Si pensi: Opus Dei, comunione e liberazione, legionari di Cristo, focolarini, i neocatecumenali….

La convinzione di rapportarsi in linea diretta con l’Assoluto, rende più netti i giudizi, perché se l’assoluto è tale, esso richiede agli umani una dedizione assoluta.Se l’assoluto è tale esso si presenta e si propone come unico, esclusivo esigendo obbedienza assoluta. O con me o contro di me. Per cui il singolo ‘movimento’ il singolo gruppo si presenta ‘come dio’: o con noi o niente. Non troverai salvezza. È in questo orizzonte che viene interpretato Cristo al suo tempo, all’ interno del giudaismo, alla luce della fede ebraica.

Accade ad esempio che Cristo venga rifiutato da parte di certi gruppi religiosi per ragioni religiose esasperate. Che lui si diriga decisamente a Gerusalemme, la città santa, viene percepito da parte dei Samaritani, come rifiuto della propria realtà, della propria convinzione religiosa. Avvertono nella decisione del Cristo una specie di rifiuto nei loro confronti. Pensano: se il Cristo ci evita, se lui ci rifiuta, allora noi ci rifiutiamo di accogliere lui. Davanti a questo rifiuto deciso, due discepoli del Cristo, Giacomo e Giovanni reagiscono violentemente, come da veri fondamentalisti: se questi abitanti escludono la presenza del Cristo e si rifiutano di accoglierlo, allora sono persone da eliminare, da ridurre al nulla. E lo si può ottenere facendo scendere il fuoco dal cielo per eliminarli, come un tempo su Sodoma e Gomorra, le città del vizio, le città della corruzione, le città del rifiuto del divino, di Dio che ad esse si rapporta invitandole a mutare vita.

Un po’ come nella parabola del grano vero e della zizzania, che è il falso grano che si arrampica attorno a quello vero per soffocarlo. È la voglia immediata del fondamentalista, che confonde la fede con il trionfo storico, è quella di andare a tagliare subito ogni erbaccia… ma si corre il rischio di eliminare anche il buon seme.Anche qui e così avanza la richiesta di una pulizia etnica. Eliminare chiunque intralci il proprio disegno. Solo noi dobbiamo restare e vivere. E Cristo esce da questi giochi estremisti, in cui vige solo la smania di imporre se stessi eliminando ogni concorrente, provando la gioia perversa di vedere l’eliminazione in diretta del nemico, di chi si oppone.

Indimenticabile per me una scena conturbante avvenuta e filmata per lunghi minuti in America Latina. Un gruppo di persone scatenate rovescia una tanica di benzina su un uomo e gli danno fuoco; per provare il gusto sadico di vedere un uomo danzare come ridendo e contorcersi tra le fiamme. Un macabro divertimento, perverso.

Ritorniamo a riflettere sul Cristo. Occorre comunque riconoscere che il Cristo è un sovversivo, un radicale. Ma lo è,  non per il piacere dell’opposizione e dell’eliminazione di chi gli si oppone e gli fa resistenza; ma lo è per amore della verità della scelta.

 

  1. A Cristo non importa una dimora stabile; diversamente dagli animali, dalla volpe, non ha neppure una pietra sua dove appoggiare il capo. Lui che si addormenta sulla barca in piena tempesta. Ogni posto è valido per riposarsi. Non ci si può attaccare a nulla. Il possesso rischia di inchiodare la vita, di ucciderla. Al riguardo girano molti antichi racconti che riportano vari episodi riferiti anche al Cristo. Nel suo vagare, Gesù cammina senza portare niente per sé se non una ciotola per bere e un pettine per riavviare i capelli. Ma incontra un uomo che raccoglie l’acqua mettendo a conca le sue mani. Allora può gettare via la ciotola. Poi un’altra volta incontra un uomo che si riavvia i capelli con le dita delle proprie mani; allora si può gettare via anche il pettine.

 

Il vero riposo è il sapere che sei dentro il volere di Dio. In tua voluntade è nostra pace. La casa del Cristo è la volontà del Padre. Se sei in Dio, lui ti vede e ti custodisce.

 

  1. Quando si è raggiunti dalla chiamata di Dio, questa prevale su tutto il resto, anche su tutte le consuetudini e usanze familiari, anche quelle che sembrano le più sacre. Ma Cristo crede che non serve, che non determinante l’attardarsi su quegli impegni sociali. Né serve perdere tempo per salutare quelli di casa, né per seppellire i propri morti. Ci sono altri che lo fanno; morti coi morti. Perche se si tratta di una chiamata, e se è chiamata di Dio Al chiamato è chiesto solo un seguire deciso e immediato.Il vero problema è l’essere e il restare persone chiamate.

 

E’ stato facile lungo la storia del cristianesimo  scadere da quel livello e diventare borghesi, dentro una massa di borghesi. Per questi, ciò che conta è trasformare tutto in possesso per avere il massimo del dominio e della agiatezza di vita. Il borghese è l’uomo del compromesso, che tenta di non perdere sui due fronti, il divino e l’umano.Tenta una conciliazione, che alla fine diviene strumentalizzazione. Si piega la volontà di Dio al proprio volere.

Francesco di Assisi non vien capito nel suo gesto di spogliarsi di tutto, di mettersi nudo..I genitori, il padre lo interpreta come un gesto di non gratitudine. Ma Francesco non può fare diversamente. Naturalmente il santo di Assisi non racchiude in sé tutte le forme della santità. Si può essere santi come san Tommaso Moro. Sposato due volte. Vive in una certa agiatezza, in un certo lusso, per il fatto di essere primo Cancelliere alla corte del Re.Ma lui sa che il primo posto spetta a Dio. Quindi ogni giorno trova il tempo per una preghiera prolungata; trova il tempo per approfondire la Parola di Dio, leggendola anche in greco. A Tommaso preme sostenere tutto ciò che è ricerca del vero, del bello. Amico di Erasmo, studioso di codici, amico dei pittori Holbein. Ma lui si sente totalmente libero da tutto quello che possiede: prima di tutto c’è l’attenzione al povero, al bisognoso; poi pensa alla propria famiglia. Infine accetta il martirio, accetta di venire decapitato. E lo fa con humour segno dell’essere certo di sentirsi abbracciato da Dio. Sento che Dio mi tiene sulle ginocchia come fa un padre col figlio. È così che scrive a Margaret la sua figlia maggiore.

 

Il chiamato è segnato da Cristo. Entra in un altro orizzonte. Percepisce e vive la libertà per Dio e con Dio. Comprende più cose. Capisce che occorre non cercare il potere, ma il servizio. non il possesso spasmodico, ma il mettere in dono tempo e cose, se stessi. non il sopprimere, ma il saper attendere. non l’arrivismo, ma il compiere il servizio feriale che ci è chiesto. non distruggere il nemico, ma pazientare e pregare per lui.

Se la mia sicurezza personale, la sicurezza dei miei beni e della mia vita mi impedisce di accogliere qualcuno in casa o anche solo di fermarmi davanti al bisognoso, vuol dire che nella mia vita non la fede ha il primato, ma l’affermazione di me e dei miei possessi e progetti. Non posso farli saltare, non me la sento.

 

 

  1. Da questi accenni si comprende che ciò che conta è l’essere chiamati. Chi avanza e si presenta da solo non è un chiamato. Rischia di contorcere tutta la vita.Di passare una vita in contorsioni continue. Si rischia una vita spaccata.Chi decide per conto proprio, segue le proprie mire, non il Cristo. Gli interessa il proprio progetto. Quindi nessuna ‘regola’ di convivenza può fermare la sequela, il seguire Cristo che ti chiama. In questo, Cristo è più esigente, in confronto alla chiamata del profeta nell’ antico testamento. Al quale è concesso di fare un pranzo a casa propria.

 

  1. Chi fa esperienza del Cristo diviene libero. Ma l’uomo borghese, la persona bigotta finisce per strumentalizzare tale libertà per i propri comodi. Siccome sono libero, allora posso tutto. Nulla mi può toccare e intaccare. Ma la libertà, Dio la dà per aprirsi all’ amore, alla vita donata. La libertà non può essere una motivazione addotta per giustificare il proprio capriccio, per soddisfare la propria volontà di potenza, di dominare. La libertà è data per servire. Se servi sei libero. Si entra nella pace, nella gioia profonda.

Questo lo possiamo vivere in tutti gli ambiti dove ci troviamo, in casa e fuori casa. Cristo ci chiede di essere suoi servi e amici Vivendo quello che lui ha vissuto.

Quello che lui ha richiesto.

Se abbracciate la verità, sarete liberi, liberi davvero.

E nessuno può togliervi questa libertà

E nessuno può privarti della sua Gioia.

Questo è seguire Cristo.

 

Omelia di don Giorgio XIII dopo Pasqua anno C     acrobat

 

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2019 in Generico, Omelie