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Omelia di don Giorgio – XVII domenica, anno C

28 Lug

Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” Lc 11, 13

Icona del Padre Nostro – Russia, inizio del XIX sec.

1.

La vita ci mette davanti a tante difficoltà, a situazioni pesanti da portare e da risolvere.
Situazioni dalle quali si vuole uscire.
Quando siamo nel bisogno, oggi cerchiamo subito una soluzione tecnica.
Anche nelle grandi calamità, si ricorre subito al soccorso in maniera tempestiva e risolutiva.
Non viene istintivo pregare.
Forse si arriva a pensare alla preghiera, quando siamo nella ristrettezza più totale, davanti a una barriera invalicabile.

Nello stesso tempo anche il rapporto con Dio è problematico.
Per alcuni Dio non esiste. O comunque è superfluo.
Per altri non ha senso ricorrere a lui.
È più importante darsi da fare. Rimboccare le maniche,

Ma la vita ci pone davanti anche a molte nostre conflittualità, contraddizioni, senso di impotenza.
In e con noi stessi, e con gli altri.
È facile oggi che ci si trovi a vivere diverse dipendenze: droghe di ogni genere. Anche il telefonino finisce per creare dipendenza. Le scommesse varie, come per le corse ai cavalli…
Dipendenze che ci fanno sentire schiavi. Siamo come prigionieri. Coazione a ripetere.
Si crede, forse all’inizio, di potere tenere ogni cosa sotto controllo. Poi all’improvviso tutto crolla.
Non riesci più a gestire nulla. Più ci si agita, più si viene avviluppati.

2.

Se confrontiamo tutto ciò con Cristo, col suo operare e parlare, troviamo più di una sorpresa.

Intanto stupisce la naturalezza con la quale Cristo parla di Dio e parla con Dio.
Cristo non si atteggia. Si rapporta a Dio, semplicemente. Per lui Dio è reale. È come di casa. Ne parla in tutta schiettezza e semplicità. Stupisce il tono. Non è quello di un esaltato. È come se fosse la cosa più semplice, la più naturale di questo mondo.

Eppure così facendo compie un gesto sovversivo, all’interno della storia secolare del suo popolo.

Il popolo di Israele doveva più volte al giorno ripetere Scemà Israel, Ascolta Israele, il Signore è uno solo. Con tutto quello che segue. Ha molto forte il senso della trascendenza di Dio. La sua gloria, la sua altezza. Che porta quasi a tenersi a distanza. Il popolo dice a Mosè: Sali tu sul monte, noi restiamo qui ai piedi della montagna.

Gli ebrei del suo tempo, captano che con Cristo accade qualcosa di nuovo, che cambia il rapporto con Dio, con l’Altissimo. Sant’Ireneo ha detto: venendo nel mondo Cristo ha portato con sè tutta la novità.
Per questo i suoi uditori avanzano la richiesta: dicci come dobbiamo rapportarci a Dio, come dobbiamo pregare.

Cristo risponde. E lo fa in modo sorprendente.
Dice subito il nome, l’appellativo con il quale ci possiamo rivolgere a Dio.

Padre. Abbà. Una intimità inaspettata. Una tenerezza inattesa.
È sconvolgente.
Quello che abita nelle altezze, che si comunicava nel fuoco e nel tuono, che è definito mistero tremendo, di fatto è un Padre, che si rivolge a noi in modo mite, benevolo.
Un Dio che possiamo chiamare padre, perché lo è.

Questo è il primo dato sconvolgente.
Poter chiamare Dio come Padre, significa ammettere che tra lui e noi ci sia una strana relazione di parentela. Che c’è in noi qualcosa di divino, che ha a che fare con Dio.
Quello che san Paolo diceva: avere tesori immensi in vasi di creta. Siamo diversi da Dio.
Eppure ci è dato di averlo in noi, con noi.

Anche solo prenderne coscienza è sconvolgente. Si tratta di realizzare in noi tale consapevolezza.

Si diviene familiari di Dio, senza che quella familiarità degeneri in un familiarismo superficiale.

Mi ritorna spesso in mente una affermazione di sant’Ignazio di Antiochia (105/110 circa), che vive e viene martirizzato alla fine del primo secolo dopo Cristo. Diceva: in noi, nelle nostre vene, scorre il sangue di Dio. La coscienza di sé è la coscienza di Dio in noi,
Il babbo di Origene (III sec), dopo il battesimo del figlio, ha baciato il suo petto, dicendo: ora sei tempio di Dio.
La fede veniva vissuta a livello costitutivo. Non restava un vago sentimento. Nasceva una percezione nuova di sé.
Legata al battesimo, che ci rende partecipi del Figlio, del suo vissuto. Per cui si diviene una nuova creatura, una nuova persona.

Nell’indicarlo come Padre, Cristo non abbassa Dio, non lo sminuisce.
A lui spetta l’onore, la gloria. Non si può non chiedergli che si faccia la sua volontà; che si compia il disegno che lui ha per ciascuno e per tutti. Che si possa realizzare il suo sogno, il suo disegno, il suo regno, in cielo e in terra.
Perché se lui è PADRE, non può che volere il nostro bene. Volere il suo volere è un atto di fiducia totale. Lui per noi vuole solo il bene.
Il bene materiale e il bene spirituale; il bene personale ma anche il bene delle giuste relazioni tra gli uomini.

Queste cose vanno riconosciute e richieste.
Perché le relazioni umane sono conflittuali.
Perché c’è un male che ci aggredisce.
Dal quale occorre difendersi, affidandosi al Padre.

Cristo ha vinto il male. In modo radicale.
Ha tolto di mezzo ciò che ci teneva legati a diverse forme di schiavitù.

Cristo ci ha trasferiti fuori del regno del male e ci porta dentro il regno di Dio, dentro la sua casa.
Non ci dà una assicurazione meccanica.
Ci chiede ogni volta di essere attenti, vigilanti.
Non consegnarci al male, ma alle Mani di Dio.

È quello che ha fatto Cristo nell’atto del suo morire:
Padre nelle tue mani consegno la mia vita.

Non senza prima aver chiesto il perdono per quelli che lo stanno eliminando, che gli danno la morte.

Anche la morte, in Cristo e con Cristo, è un abbandono nelle Mani del Padre.
Con confidenza.

Ma questi momenti non distolgono Dio dai bisogni quotidiani.

Occorre anche il pane, il cibo quotidiano, appunto. Il pane giornaliero, ma anche il pane disceso dal cielo, il pane eucaristico, vero cibo.

Dio non disprezza il feriale.
Chiede solo di restare orientati a lui. Perché così la vita diviene più saporosa, vivibile.

E a Dio puoi chiedere doni materiali, concreti.

Ma Cristo vuole che il cuore dell’uomo sia saggio e gioioso.

Allora invita a chiedere lo Spirito Santo. Che è dono per eccellenza, quello che viene a noi con i doni che possiede e che ci può dare.

Forse oggi, neppure noi credenti abbiamo la vera fiducia, la certezza di ottenere quello che si chiede.

Dobbiamo ritornare a quella confidenza che avevano i santi.
Con umiltà.

Il nostro Dio ha squisite attenzioni.
San Francesco chiede, prima di morire, di poter assaggiare un dolce fatto con le mandorle che una signora di Roma gli preparava. E Dio lo accontenta.
Santa Teresa di Gesù bambino chiede che il giorno della sua consacrazione ci sia un po’ di neve. E Dio l’accontenta.
Dio, se è padre, è padre di tenerezza.

Arriva per tutti il momento della morte.
Allora ciò che dobbiamo chiedere a Dio è che nulla e nessuno ci stacchi da lui.
È quanto ha capito la fede schietta del popolo,
quando chiede a MARIA di essere con noi nell’ora della morte.
Che il trapasso sia un passaggio dolce,
da qui a Lui. Nelle tue mani.

Se amiamo e ci amiamo sinceramente,
allora Dio ci ascolta.
Se non altro a cercare prima di tutto lui,
perché il resto ce lo porta e ce lo dona Dio stesso.

L’insistenza della richiesta non guasta.
Anzi, essa rivela che ci teniamo a quanto chiediamo.

Ma che, alla fin fine, tutto avvenga secondo la sua volontà.
Perché nella sua volontà sta la nostra pace.
In tua voluntade è nostra pace.
Ci resta difficile riconoscerlo in certi momenti.
Ma ci fidiamo di Lui, perche la vita non termina qui sulla terra.

Risorgendo dai morti, Cristo ci apre il passaggio alla vita che non muore,
e all’amore che non si esaurisce.

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Pubblicato da su 28 luglio 2019 in Omelie

 

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