RSS

Omelia di don Giorgio – XXX domenica, anno C

29 Ott

“Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Lc 18, 14

Il pubblicano e il fariseo – mosaico, V-VI sec. Basilica di Sant’Apollinare nuovo – Ravenna

 

La rivalità è il mordente di molta vita sociale, relazionale.
Rimane innato dentro l’uomo l’istinto a prevalere sull’altro.
La competizione. Finché questa rimane dentro un gioco sano, come potrebbe esserlo le varie forme di sport, permette un bell’ incontro e affronto.

Ma quando la competizione si intristisce dentro il cuore dell’uomo, si finisce per volere comunque umiliare l’altro. Non ti basta vincerlo, vuoi fargli mangiare la polvere. Rendergli amara la sconfitta.
Cosa che inevitabilmente conduce l’umiliato alla voglia di vendicarsi, per riaffermare se stessi contro l’altro. E questo in una successione a catena senza fine.

1.

Ma in ambiente religioso ha senso la rivalità?
Essere rivali davanti a Dio?
No, naturalmente, tanto che in ambito cristiano si è coniato la parola emulazione. Prendere stimolo dagli altri per essere se stessi, e amare Dio per se stesso.
Certo questo è anche santità; realtà che significa ‘essere separati, distaccati’. Ma questo appartiene di suo a Dio, spetta a Dio solo. Perche solo lui è veramente santo. Tu solo sei santo. Questo è non certo dell’uomo. Per lui, essere staccato indica l’appartenenza. In questo caso dice l’appartenenza a Dio.

Ma accade che l’uomo, il così detto religioso, sfrutti Dio a proprio vantaggio. Che lo utilizzi per esagerare la propria grandezza.
Una tale persona fa spazio alla santità, ma se ne appropria e la piega ad una esecuzione formale di certi comandi, trasforma la morale in moralismo; l’etica in legalismo. Può pesare quanto vale, può misurare la sua elevatezza.
Mentre la prima è adesione amante a Dio, la seconda è attestazione di sé, forzata in ambito religioso. Lontano dalla fede schietta.
Non più un abitare in e con Dio, ma un serrarsi in se stessi. Intristendo.

Infatti un tale uomo alla fin fine dimentica Dio.
Dio diviene l’occhio, lo specchio dove questa persona vede se stessa ingigantita,
in rapporto agli altri. Dio come specchio di sé.

Il segno evidente di questo è che neppure più prega Dio, ma emette un giudizio arrogante e sprezzante portato contro gli altri. Come accade nella parabola del Cristo. Essa ci mostra il fariseo totalmente avanzato nel tempio mentre si gongola della sua posizione e della sua correttezza formale legale. Lui è a posto, in regola. È un osservante le regole. E dall’alto della sua posizione può condannare tutti gli altri e disprezzare il pubblicano, il povero uomo, il peccatore pubblico, il disgraziato.

Il pubblicano poteva essere anche ricco, ma aveva un cuore povero capace di avvertire la propria miseria.

Questi entra nel tempio, si affaccia in chiesa, ma si ferma in fondo. Si tiene a distanza. Come indegno. Come misero uomo.
Ma non senza rivolgersi a Dio, dalla schiettezza del suo cuore. Dal centro più vero e profondo di sé.
Sa che ci si può vantare davanti agli uomini ma non davanti a Dio. davanti a Dio si è nudi, scoperti.
Si avverte peccatore e debitore. È sincero. Non deve fingere. Non deve atteggiarsi.
Si mette totalmente a nudo davanti a Dio.

Proprio questo attira Dio, che lo guarda, e lo abbraccia. Lo tiene con sé. Il povero uomo si tiene lontano, ma Dio lo porta vicino a sé. Lo innalza.

Non così per il fariseo.
Nell’atto stesso in cui disdegna l’altro, non dà più spazio a Dio, perché il religioso pubblicano è pieno di sé, non fa posto a nessun altro, né uomo né Dio.
La solita logica del Magnificat di Maria. Dio abbassa i superbi e innalza gli umili.

2.

Ma è vero che Dio ascolta sempre il grido del povero, che si fa attento alla richiesta del povero?

La storia ci mostra scenari diversi.
Spesso i più poveri sono trascurati dagli uomini, ma a volte sembra che vengano dimenticati anche da Dio. Umiliati e offesi.
Si pensi agli armeni, ai curdi, ai musulmani ruhynga, ai cristiani in Babilonia, in Turchia, alle varie popolazioni dell’Amazzonia..

Resta fermo per tutti e per sempre: il Figlio di Dio, lui stesso è stato abbandonato dal Padre.
È l’ultimo grido del Cristo morente, a dirlo.
Certo non finisce qui, c’è poi la resurrezione dai morti.
Ma questa non toglie il dramma precedente. La sconcertante agonia di un figlio di Dio, nell’orto e sulla croce.

Ma il destino del Cristo si rinnova nel destino del discepolo.
Paolo lo sa per esperienza personale, come lui stesso ricorda in un passo precedente della stessa lettera a Timoteo:

11 le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra.
Quali persecuzioni non ho sofferto!
Eppure da tutte mi ha liberato il Signore.
12 Anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati.
13 I malvagi invece e gl’impostori faranno sempre maggiori progressi nel male,
ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. (2Tim 3,11-13).

Inoltre sperimenta anche l’essere abbandonato prima da persone diverse poi da tutti. Tutti se ne sono andati. Proprio nel momento più critico, quello del processo che ha dovuto sostenere.
Tutti i suoi amici, discepoli anche i più vicini, tutti spariti.
Come per il Cristo. I più intimi conoscono solo la fuga. La corsa precipitosa a salvare se stessi.

Non se ne tenga conto, dice l’Apostolo, come Cristo che invoca il perdono per tutti.

16 Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono.
Che non sia loro imputato a colpa!

Ma insieme a questo Paolo vive un’altra esperienza. Quella del nulla che inghiotte.
La sensazione di avere corso e vissuto invano.
Di essere ingoiato dalla bocca del leone. Stritolato dal nulla.
Se ricorda tutto questo, se si sofferma sulla propria drammatica esperienza,
se la ricorda davanti alla prospettiva della morte, significa che quella è stata una esperienza spaventosa.
Presenza e voce demoniaca che vuole atterrire. Bloccare. Irrigidire dal terrore.

La stessa voce che si insinua in Teresa di Gesù Bambino. La tua vita a che ti ha servito?

Dall’abisso di questa tenebra Paolo non smette di fidarsi e confidare.
Fa un balzo fuori, un abbandono e un colpo di reni, di fede.
Uno stacco liberatorio.
Sa della presenza vicina del Signore, che lo salva e non rende vano la sua fatica di farlo conoscere agli altri, a tutti i popoli.

17 Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza, affinché per mio mezzo la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà per il suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (2Tim 4,5-18)

È alla luce di questa certezza che, riguardando indietro, può dirsi di avere combattuta la giusta battaglia.
Soprattutto che non ha perso la fede, la confidenza in Dio.
Sa che Dio gli prepara la corona della vittoria, l’abbraccio stretto di Dio che lo porta e lo tiene con sé.
E questo non è solo per lui ma per tutti.

3.

Questo è quanto è richiesto a noi e si prospetta per noi.

Papa Francesco ha detto questa mattina che ognuno di noi si porta dentro il fariseo e il pubblicano;
per cui siamo chiamati a fare nostro l’atteggiamento del pubblicano che sta piegato a terra e sa del proprio male e del proprio bisogno di salvezza.

Si tratta di avere un cuore semplice, umile. Non essere arroganti, vinti dalla supponenza.
Non devi fare il confronto con le persone peggiori – che tu giudichi, con quale diritto, e poi in tono sprezzante. Guardando dall’alto in basso.
Il confronto vero lo devi fare con Dio, con Cristo.
Come stai alla sua presenza? Cos’è il tuo amore di fronte al suo?

Se Dio stesso si è umiliato, se Cristo ha deposto perfino la sua divinità, come puoi tu
ritenerti dio e anche più di Dio?

Una vita di comunità vive di umile e gioiosa accoglienza.

Sapendo, ricorda il papa, che i poveri sono i portinai del cielo. Sono loro che aprono le porte del paradiso.

Papa Francesco ha ancora detto: ci sono molti cattolici, che non sono cristiani, ma neppure uomini.
Anni fa avevo detto: spero che Cristo non sia ‘cristiano’
Sarebbe un guaio da nulla. E chi smette di essere cristiano, smarrisce anche la propria umanità.

C’è un bellissimo episodio narrato della vita dell’àbba Poimen.
Era una convinzione: quando uno durante la preghiera sbadiglia attesta che i vari diavoli tengono legata la persona con fili diversi, che di volta in volta tirano e agitano.

Un giorno domandano all’àbba Poimen:
“se un tuo confratello, accanto a te, durante il tempo della preghiera, si addormentasse, tu cosa gli faresti?”
Rispose: “prenderei il suo capo, e adagio adagio lo appoggerei sulle mie ginocchia.”

Nei monasteri di san Francesco era proibito durante la notte alzarsi e andare a mangiare in cucina.
Una notte uno dei fratelli scese in cucina, con lo sconcerto degli altri.
Allora Francesco cominciò a dire: ho fame, ho fame. E scese in cucina.

La genialità amorevole dei santi.

Perché non farla diventare nostra?!

Speriamo che al momento della morte possiamo dire le stesse parole di Paolo.

6 Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede.
8 Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, lui, il giusto giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione.

Nota

Oggi la critica tende a non attribuire a Paolo le lettere a Timoteo.
Al nostro fine ci basta ritenere la vicenda qui espressa
come significativa per la vita di un apostolo, di un credente.

Ho dentro di me un pensiero: sembra ai più, che una volta convertito
e scritto le lettere ai Corinti, Paolo non si sia mai cambiato fino alla morte.
Non saprei.

Se uno non conoscesse i passaggi intermedi, come farebbe ad attribuire
il primo Picasso (blu 1901 e rosa 1905) all’ultimo Picasso (da Guernica 1937 in poi);
il primo Segantini all’ultimo Segantini (l’angelo della vita, vanità, l’amore alla fonte).
Lo stesso accade per diversi compositori; come se verso il finire della vita si aprissero ulteriori orizzonti: visioni, musiche…

Scarica il testo in formato pdf (288 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Omelie

 

Tag: , , , , ,

I commenti sono chiusi.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: