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Omelia di don Giorgio – XXXII domenica, anno C

10 Nov

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». Lc 20, 34-38

Marc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente,
Nizza – Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall

1.

Il racconto del martirio di sette fratelli che l’affrontano con coraggio e forza ci obbliga a porci qualche domanda.
C’è un motivo valido per vivere? Si vive per cosa?
I vari scopi che ci prefiggiamo, non sono un inganno? non sono espedienti per nascondere o rimandare ad altro tempo la domanda estrema?
C’è qualcosa per cui vale la pena vivere?
Il domandarselo è quasi obbligato, quando si sa che anche per noi si dà un processo di invecchiamento, di entropia. Di consunzione. Si profila necessariamente la morte.

La domanda allora può essere posta così: per cosa, per chi sono disposto a morire?
C’è qualcosa, c’è qualcuno che vale la mia vita?

È una domanda da porsi seriamente. Il motivo è semplice.
Ciò per cui sono disposto a morire, è ciò per cui posso vivere.
Chi merita la mia morte, merita la mia vita.

Chi è posto davanti alla morte, si trova davanti o al nulla, al finire di ogni cosa.
O vede oltre il morire. Gli si apre uno squarcio: vede oltre e altro.
Vede per cosa, per chi sta dando la vita.

2.

Qualcuno può dire: do la mia vita per chi amo. Può sembrare cosa scontata..
Ma occorre chiedersi: vale la pena? Serve davvero a chi amo, il dono della mia vita?

E dando la vita alla persona che amo, questa può continuare a vivere? Vive per sempre?
Se no, il mio gesto eroico e generoso potrebbe allora rivelarsi limitato, forse anche illusorio, oltre che impotente e senza senso.

Resta che di fatto, nell’esperienza dell’amore, il desiderio che ci prende è quello di poter dire alla persona amata: vivi! Vivi per sempre! Dura oltre il tempo, entra nell’eterno.
Anche per il solo motivo che se non ci sei mi manchi. Mi manchi tanto.

Ma se io non posso allungare in nessun modo la mia vita, tanto meno posso dare vita ad altri.

Eppure, un’esperienza vera di amore prova il desiderio che questo duri.
Non a caso escono parole sorprendenti, del tipo: ti amerò per sempre.
Come se l’eterno ci appartenesse, e ne potessimo disporre.
Resta tuttavia vero che l’amore, di per sé, veicola il desiderio dell’eterno.
Il positivo non può finire. La gioia non può terminare.

3.

Dopo queste domande, facciamo un salto dentro la Parola biblica. Soffermandoci sul richiamo del roveto ardente da parte di Cristo.

Il vecchio testamento riporta l’esperienza del roveto ardente, vissuta da Mosè: il prodigio del roveto che non brucia pur essendo circondato dalle fiamme.
È anche il momento in cui, provocato da Mosè, Dio svela il suo nome,
che molti di noi ricordano come JHWH, come IO SONO COLUI CHE SONO.
Dando appiglio alla lettura di chi interpreta tale episodio come un evento di grande metafisica.

Oggi meglio sappiamo che non è così. Che l’IO SONO’ può ben voler dire ‘io sono colui che sarò’, che permango nel tempo, che supero il tempo. Che resto fedele, stabile.

Nello stesso tempo riteniamo fondante e decisivo tale episodio.
Ma in realtà non è così.

Due sono le cose strane.

La prima: tale episodio non gioca un ruolo effettivo all’interno del primo testamento. Rimane fermo nel suo evento.

La seconda cosa: anche nel Nuovo Testamento non è mai citato eccetto nel vangelo di Luca.
Il riferimento a quell’episodio è fatto da Cristo, quando è chiamato a rispondere a una domanda che gli è stata posta riguardante la realtà delle nozze.

La domanda è posta dai Sadducei che immaginano la vita futura come una fotocopia della situazione attuale.

Pongono la domanda che è possibile formulare solo in un contesto particolare, quello della legge del levirato.

Se una donna rimaneva vedova, il fratello del defunto o il parente più stretto la doveva prendere in sposa, per assicurarne la discendenza.
Ora, si dà il caso di una donna che ha avuto come sposo sette fratelli morti uno dopo l’altro. La questione è dunque: di chi sarà moglie quella donna?

Nel rispondere, Cristo – come fa sempre – allarga l’orizzonte, la prospettiva dalla quale veniva formulata la domanda,

Intanto Cristo precisa che sono i figli di questo ‘tempo storico’, di questo ‘eone’ che prendono moglie e marito.
Non è così per quanti sono degni della resurrezione, ‘quella dai morti’, precisa il testo lucano.
Tale precisazione vuol dire che si ha almeno una doppia resurrezione.
Una coincide con il ritorno alla vita di prima sulla terra. In questo caso si tratterebbe di una semplice vivificazione. Non altro. Un recupero della condizione precedente.

Invece la seconda, ‘quella dai morti’, rimanda a un tempo e a una condizione fuori del tempo storico, fuori da questo mondo. Una condizione in cui la morte non ha più potere.
Chi giunge a questa situazione, non muore più. Non per virtù propria, ma per l’intervento di DIO.
Quanti sono degni di questa resurrezione entrano nello spazio di Dio; per cui non muoiono più.

Che le cose stiano così, Cristo lo afferma richiamando proprio l’evento del roveto; è su tale evento che basa quello che sta per dire.
Dal di dentro del fuoco Dio si presenta non solo come l’IO SONO ma anche come IL DIO DI ABRAMO, DIO DI ISACCO E DIO DI GIACOBBE,
Dio si vuol chiamare con il nome dell’uomo. vuole portare l’uomo talmente vicino a sé, talmente intimo a sé, che gli comunica la sua stessa vita, tanto che lo custodisce al proprio interno come parte di sé. Dio vuol essere definito dall’uomo, dal suo nome, concedendogli di essere davvero partecipe di lui.

Cos’è tutto questo se non espressione delle Nozze tra Dio e l’Umanità!
Allora il roveto assume l’aspetto di una parabola nuziale vivente.
Il fuoco è Dio; il roveto è l’Umanità, il popolo di Israele. Il roveto non è nulla, in rapporto alla quercia, ai cedri del Libano che possono evocare la maestosità divina. Il roveto non indica Dio, rappresenta l’umano, pieno di rovi; segnato cioè dai peccati (così diceva l’ebreo Filone l’alessandrino ripreso dal cristiano Origene).

Dio non consuma il roveto, perché non se ne serve per ardere. Dio è autosufficiente. Vive in pienezza da solo. Non ha bisogno dell’Umanità.
Eppure la ama, pur con tutti i difetti. L’abbraccia, la avvolge col fuoco del suo amore. La tiene con sé, dentro la propria vita.
Dio sposa l’umanità. Questo dice il roveto.

Dice anche che nell’amore l’uomo cerca la pienezza e la durata, la gioia eterna, l’ardere scoppiettante dell’amore, il calore dell’abbraccio.
Queste caratteristiche però appartengono in proprio a Dio.

Resta vera una cosa: l’amore autentico è brama di eternità.
In qualche modo ci si lega, ci si sposa, ci si incammina nell’amore,
per incamminarsi verso l’eternità.
Se ami, vorresti poter dire alla persona amata Vivi per sempre. E sentirselo anche dire.
Ma questo esula dal potere dell’uomo, per quanto lo desideri, può ben poco da sé.

È il momento in chi ama, gli sposi in particolare, giungono a comprendere che il loro desiderio viene soddisfatto solo se si aprono a Dio.
Ci si sposa per aiutarsi a entrare nella vita di Dio, amore e gioia assoluti.

Noi due abbiamo trovato ciò che si cercava: la pienezza.
Una volta raggiuntala, si entra in una nuova dimensione, per cui non serve più sposarsi in questa prospettiva, già realizzata.
Si entra in un nuovo legame. Un legame di amore puro. Non un legame di possesso.
Resta ciò che abbiamo realizzato tra noi. Ma ora questo amore si apre all’immensità e alla libertà dell’amore di Dio. tanto che cambia il tipo di legame tra le persone. Ci si relaziona con tutti, ci si comunica con tutti, in un amore diffuso.

Allora ne viene una conseguenza.
È giusto il desiderio di un amore eterno.
Ma questo va radicato in Dio e a Dio orientato.

Ciò cambia il rapporto tra gli stessi sposi.

1. Essi si amano desiderando l’uno per l’altra il massimo possibile. Questo appartiene a Dio. nessuno di noi è ‘dio’. pensarlo è puro delirio di onnipotenza.
Allora ci sposiamo nel Signore, ci doniamo il Signore, camminiamo verso di lui.
L’abbraccio non cattura; l’abbraccio si fa apertura all’infinito.

2. Ti amo con i tuoi rovi, i tuoi limiti, i tuoi tradimenti, i tuoi ritardi, le tue assenze, le tue fughe.
Ti abbraccio con lo stesso fuoco di amore di Dio.
L’amore non è cieco. Anzi vede. Vede pure il tuo limite anche colpevole. Per questo ti ama. Non perché lo meriti. Ma solo perché ti amo, trovando nell’amore la ragione di amarti.
So che tu non sei pienezza. Ma ogni altro uomo e donna non sono pienezza.
La molteplicità degli amori, delle esperienze non fanno l’infinito.
L’infinito non è una somma numerica, non è un addizione.
La pienezza è tale in sé; ha potere e forma di radice.
Solo radicati in essa si trova ciò che si cerca.

A volte la ricerca spasmodica mette in evidenza le tue carenze. Cerchi fuori e da fuori quello che dovresti chiarire e risolvere dentro di te. Anche tu hai i tuoi rovi, i tuoi aspetti spigolosi.
Agitarsi è confondersi e confondere.
Occorre fare decantare le situazioni dentro di sé, per raggiungere la chiarezza. Poi dopo decidi.

Non trasformi il desiderio in smania possessiva.

Anzi, adesso arrivi a comprendere che puoi anche dare la vita per chi ami.
Perché sei già nell’eterno. L’amore vi porta, vi conduce. Adesso posso anche morire.

Si diventa davvero l’uno per l’altro sacramento d’eterno.
Chi vi arriva, sa la gioia diffusa che si sperimenta.
Si capisce che la gioia non è il solletico,
che il sorriso vero non è il riso suscitato dalla barzelletta raccontata.
Ma perché – direbbe sant’Agostino riferendo l’esperienza vissuta nel 387 a Ostia Tiberina con sua madre Monica guardando insieme fuori della finestra – , grado grado siamo saliti e per un attimo abbiamo toccato l’infinito.
Là dove speriamo di arrivare, per un incontro senza tramonto.

 

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Agostino racconta di sua madre.

10.23. Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita – e tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c’eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione.
 Conversavamo dunque assai dolcemente noi due soli, e dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti ragionavamo fra noi, alla presenza della verità – vale a dire alla tua presenza. L’argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell’uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all’altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa.

– 24. E il nostro ragionamento ci portava a questa conclusione: che la gioia dei sensi e del corpo, per quanto vivida sia in tutto lo splendore della luce visibile, di fronte alla festa di quella vita non solo non reggesse il confronto, ma non paresse neppur degna d’esser menzionata. Allora in un impeto più appassionato ci sollevammo verso l’Essere stesso attraversando di grado in grado tutto il mondo dei corpi e il cielo stesso con le luci del sole e della luna e delle stelle sopra la terra. E ascendevamo ancora entro noi stessi ragionando e discorrendo e ammirando le tue opere, e arrivammo così alle nostre menti e passammo oltre, per raggiungere infine quel paese della ricchezza inesauribile dove in eterno tu pascoli Israele sui prati della verità. Là è vita la sapienza per cui sono fatte tutte le cose, quelle di ora, del passato e del futuro – la sapienza che pure non si fa, ma è: così come era e così sarà sempre. Anzi l’essere stato e l’essere venturo non sono in lei, ma solo l’essere, dato che è eterna: infatti essere stato ed essere venturo non sono eterni. Mentre così parliamo, assetati di lei, eccola… in un lampo del cuore, un barbaglio di lei. E già era tempo di sospirare e abbandonare lì le primizie dello spirito e far ritorno allo strepito della nostra bocca, dove la parola comincia e finisce. E cosa c’è di simile alla tua Parola, al Signore nostro, che perdura in se stessa senza diventare vecchia e rinnova ogni cosa?
– 25. “Se calasse il silenzio, in un uomo, sopra le insurrezioni della carne, silenzio sulle fantasticherie della terra e dell’acqua e dell’aria, silenzio dei sogni e delle rivelazioni della fantasia, di ogni linguaggio e di ogni segno, silenzio assoluto di ogni cosa che si produce per svanire” – così ragionavamo – “perché ad ascoltarle, tutte queste cose dicono: ‘Non ci siamo fatte da sole, ma ci ha fatte chi permane in eterno’; se detto questo dunque drizzassero le orecchie verso il loro autore, e facessero silenzio, e lui stesso parlasse non più per bocca loro, ma per sé: e noi udissimo la sua parola senza l’aiuto di lingue di carne o di voci d’angelo o di tuono o d’enigma e di similitudine, no, ma lui stesso, lui che amiamo in tutte queste cose potessimo udire, senza di loro, come or ora con un pensiero proteso e furtivo noi abbiamo sfiorato la sapienza eterna immobile sopra ogni cosa: se questo contatto perdurasse e la vista fosse sgombrata di tutte le altre visioni di genere inferiore e questa sola rapisse e assorbisse e sprofondasse nell’intima beatitudine il suo spettatore, e tale fosse la vita eterna quale è stato quell’attimo di intelligenza per cui stavamo sospirando: non sarebbe finalmente questa la ventura racchiusa in quell’invito, entra nella gioia del tuo signore? E quando? Forse quando tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati ?”
AGOSTINO, Confessioni, 9, 10, 23-25

 

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Pubblicato da su 10 novembre 2019 in Omelie

 

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