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Omelia di don Giorgio – Festa di Cristo Re – anno C

26 Nov

« Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Lc 23, 42-43

1.
Chi sono oggi i capi delle nazioni?
Ci sono rappresentanti validi del potere politico?

Il paesaggio è disarmante, deludente.
Capi corrotti, incriminati, accusati.
Dittatori avidi di possesso e potere perseguito anche se questo impoverisce le loro popolazioni, che alla fine si ribellano, riempiendo piazze e strade.

E ci sono dei dominatori, che aspirano al comando sul mondo intero.
Poteri di gruppo, di cordata. Poteri della finanza, dell’economia. Le multinazionali.

Non sono molto lontane nel tempo Nagasaki e Hiroshima, le due città bombardate e distrutte: segno evidente del potere distruttivo.
Potere che non smette la corsa agli armamenti, le spese per le ricerche per mettere a punto armi più sofisticate. Spese ingenti sottratte ad altre necessità impellenti.

In questo panorama parlare di Cristo re, sembra fuori posto,
anacronistico e inappropriato.

2.
Ma forse può darsi un’altra via di accesso da prendere, per capire cosa si voleva dire
In profondità e verità con tale appellativo riferito a Cristo.

Del resto lui stesso ha rifiutato di identificarsi con un potere politico guerrafondaio che cerca il potere a tutti i costi.
Rinuncia a armi e a eserciti.
È un re senza armi. Preferisce la verità e la libertà, che poi vanno di pari passo.

Ci sono due vie possibili per entrare dentro tale realtà.

a.
Ad un certo punto Cristo si presenta come il pastore ideale.
A noi ormai risuona nella memoria l’espressione ‘il bel pastore’, che ha una accezione un po’ estetizzante, riduttrice, o che comunque si presta all’equivoco.

Nell’antico testamento il pastore era Dio, ma lo era anche il re di una nazione.
Era abituale chiamare ‘pastore’ il re, come negli scritti del greco Omero
Ma il re ha in sé anche la figura dello Sposo. Il Re è anche lo Sposo per eccellenza.

Segno di questo è che il Cantico dei cantici è attribuito a Salomone, che è Re sposo e pastore. La sua figura unisce in sé le tre figure principali di una società.

Ora però occorre constatare che le varie figure storiche succedutesi dei re sono state tutte deludenti, viziate da qualche deficienza, da qualche errore anche grave.
Basti pensare a David, il re per eccellenza.

Quando allora Cristo si presenta come pastore, intende qualificarsi come re-pastore ideale. Quel ‘bel pastore’ va capito come il pastore ideale, appunto.
Quindi come figura emergente sulle altre.

In cosa consiste questa emergenza?

Almeno in due dimensioni.

a.
si dà una grande intimità tra lui e le pecore, le persone che raccoglie attorno a sé.
Cristo stabilisce con loro un rapporto di intimità.
Intimità rapportabile a quella nuziale, come lascia intendere la presenza del verbo ‘conoscere’. Le mie pecore conoscono me e io conosco loro.

Ciò attesta la presenza di un amore, ma di un amore vero perché Cristo è disposto a dare la vita per quelli che ama.

Perché può dare la vita? Perché può offrirla?
Perché può disporne.
E qui emerge un altro dato unico.
Il potere sulla vita appartiene a Dio; se Cristo può questo esercitare tale potere, significa che è intimo a Dio, che in qualche modo è ‘divino’ anche lui, anzi che è Dio anche lui, perché così ha disposto Dio, il Padre suo.

Ne viene che questo Dio, così indicato,
mostra il suo potere onnipotente proprio nel fare dono della propria vita.

Dice Gesù: Io posso darla e riprenderla quando voglio la vita.
Il Padre mi ama perché dono la vita.

Distruggete il tempio del mio corpo, e io lo risorgerò.

Quindi di che potere regale dispone il Cristo?
Quello di dare la vita per chi lui ama.

Quindi suo è un amore sacrificale.

Il potere morire, il poter offrire la vita è la vera forza, la vera dimostrazione di forza.

Forza che viene da lontano.

Quando Dio creato, ha deciso di ‘ridurre’ il proprio spazio, per ‘dare e fare spazio’ alla realtà creata.
La tiene dentro la propria sfera di influenza,
ma le dà autentica autonomia.
Rischiando consapevolmente di poter essere non corrisposto, anzi rifiutato nel suo amore da chi lui ama.

È una onnipotenza debole, la sua.
Ma per essere così debole, ci vuole tutta l’onnipotenza divina.
Si tratta di reggere al rifiuto, all’opposizione,
di reggere continuando ad amare,
anche se questo può costare sangue, anche se lo obbliga a ‘sputare sangue’.
Ma per questo è Dio, perché può questo.
Potere assoluto, che appartiene solo all’amore assoluto, all’amore vero.

2.

Non a caso, quando Cristo è chiamato a dare una descrizione del suo destino, ricorre all’immagine del seme, che, gettato dentro la terra, deve spappolarsi per portare frutto.
Cristo si identifica con quel seme che deve accettare la morte.

E lo fa in un momento di angoscia, quando pre-sente, sente in anticipo che lo aspetta un destino di morte, e di morte violenta.
Non finisce la vita consumandosi negli anni,
ma la finisce perché gliela vogliono togliere.

Non è così semplice entrare nel grembo oscuro della terra, della morte, della morte provocata.

Entrare in quell’oscuro spazio di morte, vuol dire scatenare là dentro un mondo di forze contrastanti. Qualcosa che assomiglia ai dolori delle doglie.
Chi vive gli affanni, le angosce, gli spasimi delle doglie?
Forse la terra, forse la morte.
Forse Cristo stesso.
Forse anche quella morte accettata nel seno del Padre,
doglie che si trasformano in doglie di vita.

Doglie del seme che, spasimando, si rovescia in se stesso, per uscire dal seno della terra non solo, non da isolato ma con altrettanti semi come lui che si è decomposto.

Prigioniero dell’oscuro grembo della morte, avverte che la morte non ha potere su di lui. Per quanto faccia, la morte non può trattenere chi è morto per amore e non perché costretto e controvoglia.
Chi è colui che cammina libero tra i morti?

24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte;
poiché non era possibile che la morte lo possedesse.
25 Dice infatti Davide a suo riguardo: Vedevo
il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli.
26 Perciò si rallegra il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia:
io, benché essere mortale, riposerò nella speranza,
27 perché non abbandonerai l’anima mia negl’inferi
né permetterai che il tuo fedele veda la corruzione.
28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

(At 2,24-28)

Quando Cristo muore, solo, avvolto dalla tenebra e dall’urlo degli astanti,
attira tutti a sé, cominciando dal ladrone che gli chiede di ricordarsi di lui.
E il morente gli prospetta il paradiso,
che prima è suo, per poterne disporre. Il paradiso è il suo regno.
Tutti potranno guardare l’Innalzato crocifisso, che attira a sé,
e potranno trovare in questo sguardo la salvezza.

Mistero stragrande. Fondo.

Ma dice con chiarezza, chi è il Cristo, e dice come regna.
Regna dal legno.
Quando è debole allora è forte!!!

Paolo l’ha ben capito, quando riprende l’esempio del seme:

42 Così anche la risurrezione dei morti:
si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità;
43 si semina nello squallore, si risorge nello splendore;
si semina nell’infermità, si risorge nella potenza;
44 si semina un corpo naturale, risorge un corpo spirituale.
45 Sta scritto: il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito vivificante.
46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma il naturale, poi lo spirituale.
47 Il primo uomo tratto dalla terra è di polvere, ma il secondo uomo viene dal cielo.
48 Qual è l’uomo di polvere, così sono quelli di polvere, ma qual è il celeste, così saranno i celesti.
49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di polvere, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.
50 Vi dico, o fratelli, che la carne e il sangue, non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile eredita l’incorruttibilità.
51 Ecco, vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati:
52 in un istante, in un batter d’occhio, all’ultima tromba; suonerà infatti la tromba, i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.
53 Questo corpo corruttibile deve rivestire l’incorruttibilità e questo corpo mortale rivestire l’immortalità.
54 Quando questo corpo corruttibile sarà rivestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si realizzerà la parola che sta scritta: La morte è stata ingoiata nella vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la potenza del peccato è la legge.
57 Ma siano rese grazie a Dio che ci concede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

(1Cor 15,42-57)

Quindi il potere del Cristo è il potere dell’amore crocifisso. Regna perché ama. Attesta il suo amore dentro la debolezza, dentro la morte. Perché le sostiene con un amore più grande di quelle.

Diventa come la forza di gravità della terra.
Non è una ‘grande potenza’, è una forza segreta ma decisiva.
Attira al centro e fa da collante.
Permette la coesistenza di più realtà.

Quello che è per la terra, si rinnova per il mondo intero.
C’è un centro, che è anche un punto finale che attira tutto e tutti sé.

Una volta entrati nella sua orbita,
il movimento sarà dolce e leggero.
Sarà solo un amore donato accolto vissuto.

Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943)

Chi ama regna.
Ma chi ama sa che occorre ‘reggere’, patire dei momenti duri.
Non far patire gli altri.
Preferire portare per primi il carico.

Il pastore vero non vive per lo stipendio, per la paga.
Se vede il pericolo non fugge.
Se cercate me, lasciate liberi loro, i miei amici.

Il cristiano è chiamato a vivere questo regno in ogni situazione.
Non importa quale sia, perché si può sempre amare, anche dentro un lager,

Non dare spazio all’odio,
vedere dentro “il nemico” vedere ancora l’uomo da amare.
Come diceva e viveva Etty Hillesum

 

E come ricorda Edith Steinschreiber, in arte Edith Bruck, la quale dice stupita:

Io mi sono laureata all’Università del Male con lode, ho imparato il Bene, dallo sterco ho estratto l’oro. Mi colpisce doppiamente quando oggi da una signora di Padova, all’uscita dalla chiesa, sento dire a un giornalista “che affoghino pure tutti gli emigranti”. E da un uomo di Lodi sento chiamare i bambini che non hanno accesso alla mensa comune “zecche di cani”.

 

 

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OMELIA PER I RAGAZZI DEL CATECHISMO

1.
Un giorno, quando Gesù entra nel tempio, come in questa chiesa,
le persone gli dicono:
Signore guarda, hai visto che pietre magnifiche e splendenti…
Hai visti quanti oggetti di oro sono custoditi.
Come sono cesellati bene. Che meraviglia.
Ammira.

Ma Gesù ha gli occhi da un’altra parte.
Sta come assorto e assente.
Pensa ad altro.

Si scuote all’improvviso e dice:
è che di queste pietre, di questi doni portati qui,
di tutto questo che ammirate e vi vantate,
non resterà più nulla.
Appena forse qualche traccia,
qualche pietra su pietra.

2.
I giorni prima, sempre dentro il tempio, ammirato da tutti,
Gesù aveva detto:
distruggete questo tempio, e io in tre giorno la faccio risorgere.

Eh! Tu! Chi credi di essere…. Tu sei pazzo…
Gli dissero.

Ma Gesù parlava del suo corpo.
Il suo corpo Gesù lo sente bello, fatto bene, come un tempio ben strutturato.
E sente che dentro di sé, c’è una grande forza,
un grande potere, che lui Chiama Spirito, Spirito Santo.

LO Faranno fuori, lo metteranno dentro una tomba,
chiusa da una grande pietra.
Ma Cristo, CON LA SUA POTENZA, CON IL SUO SPIRITO, la ribalterà.
Così porterà fuori, all’aperto, il suo corpo.
Lo porterà nel più alto dei cieli.
Lo porterà nella casa di suo Padre. Lì rimane vivo per sempre.

 

3.
Adesso, mentre guarda le pietre, pensa agli uomini,
ad ognuno di noi. Ci pensa, ci pensa tutti.

Lui guarda lontano, molto lontano, vede anche noi,
anche noi siamo sue pietre.

Lui ha un grande progetto per noi e con noi. Ha un grande sogno.
Vuole costruire un mondo di persone, una grande casa fatta dalle persone.
Come è il suo mondo.
Gesù non vive solo. Sta con il Padre, che lo ama,
e lo Spirito santo, la sua forza, che è gioia, aria.

Gesù ci vuole come pietre diverse e vive,
ma tutte nella sua casa, ma tutte come sua casa.

Nessuno è uguale a un altro,
perché siamo tutti amati e chiamati da Dio,
ognuno preso in se stesso,
ma lui ci tiene insieme e ci chiama a edificare la stessa casa.

Se stiamo qui insieme, è per questo.
Per dare una mano a Gesù, a costruire il suo grande sogno.
E per essere veri e utili noi tutti, ciascuno e tutti insieme.

Siamo qui per costruire la grande casa di DIO.
Si fa anche fatica. Ma vale la pena.

Siamo come in una orchestra. Molti gli strumenti usati,
ma la musica è la stessa, e il direttore è uno solo.
E tutti guardano e seguono lui.

Se si fa tanta fatica per praticare lo sport, per praticare un’arte.
Quante prove, quanti esercizi.  Non ci si deve meravigliare della fatica.

Ma si deve essere felici di essere una pietra, di portare un mattone
Per la casa definitiva. Per noi e per tutti.

Felici di appartenere all’orchestra di Dio,
di eseguire la musica che il signore Gesù dirige,
di fare tutto con la gioia che viene dallo Spirito Santo.

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Pubblicato da su 26 novembre 2019 in Omelie

 

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