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Archivio mensile:dicembre 2019

Se tu sei Dio

Invocazione attesa nostalgia sorpresa stupore
Rammarico disperazione consolazione
Fuga ritorno abbraccio festa gioia
Chiamata, inutile resistenza,
Eccomi, martirio d’amore

Giorgio Mazzanti

Se tu sei Dio

Inni e Poesie

Ed. Effata

E’ da oggi disponibile in chiesa a Giogoli!
Prezzo di copertina 12 €

 
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Pubblicato da su 30 dicembre 2019 in Poesie

 

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Omelia di don Giorgio – Sacra Famiglia – anno A

«E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo.
E siate riconoscenti!» Col
3, 15

El Greco, Sacra Famiglia (1565)
Hospital de Tavera, Toledo

È sempre un po’ sorprendente questa festa. Ha in sé elementi paradossali.

Inoltre celebrare la famiglia, quando è quella attraversata da una crisi profonda, sa tanto di anacronismo.

Vediamo le persone e le relazioni tra loro.

1.

Il Figlio è anche ‘dio’, il creatore di ogni realtà. Il ‘signore’ cui tutto deve obbedire.
Eppure si mette ‘sottomesso’ ai due ‘sposi non sposati’ umani.
Ritrovato nel tempio si lascia ricondurre a casa, accettando di farsi obbediente.

Maria, donna di paese, già promessa sposa a Giuseppe, si trova impegnata nella relazione col Figlio che le nasce in grembo, senza intervento di uomo maschio-marito.
Impegnata, nel senso di creatura umana destinata alle Nozze supreme, come vergine casta, con il Cristo, unico supremo sposo escatologico.

Giuseppe, è lo sposo destinato a Maria. Ma il figlio che Maria mette al mondo non è suo figlio. Lo sa, è solo chiamato a crescerlo e custodirlo come fa un padre col figlio.
Anche perché la vera paternità matura e si compie nella relazione, nella capacità di introdurre il figlio nella società e nella vita adulta.

La relazione delle tre persone è assolutamente asimmetrica in tutti i versanti.

Dio è anche figlio; la madre è figlia e sposa del Figlio; la Donna è destinata sposa a Giuseppe ma genera senza il suo apporto maschile.

Tutti e tre sono raggiunti in forme diverse dallo Spirito di Dio, di cui accettano ispirazione e azione.
Maria concepisce per opera dello Spirito; lo Spirito giunge ‘prima’ in Maria per predisporre lo spazio per il Verbo ‘condotto’ dallo Spirito per nascere da Donna, e farsi Figlio dell’uomo dall’essere Figlio di DIO.
Lo Spirito, agendo in Maria, si lascia intuire come il grembo divino in cui il Padre ha generato il Figlio. Tra grembo intratrinitario e grembo di donna, c’è un suggestivo richiamo, una intesa profonda. Fecondi ambedue i grembi.

Ciò sta a dire che l’inizio della vita appartiene al Dio senza principio. Dio vive ‘in principio’, occupa il principio. È il principio stesso.
L’inizio temporale accenna, nella sua miracolosa scintilla di vita, all’inizio non principiato.

Così, se Dio crea l’uomo modellando della creta non toccata né dalla pioggia né dalla mano dell’uomo – creta arida e non lavorata da nessun aratro umano, ciò dice che l’uomo ha inizio di vita non da una coppia umana, ma direttamente da Dio, dalla sue due Mani, come dice la suggestione di sant’Ireneo, dalle mani del Verbo e dello Spirito.

Auguste Rodin, La Cattedrale (1908), Musée Rodin, Parigi

Rilke e Rodin e Camille Claudel erano affascinati da queste due mani. Mani creatrici.

Se le cose stanno così, se Dio ha creato l’uomo con della terra ‘vergine’,
perché Dio non poteva immettere un nuovo inizio prendendo carne da una donna vergine.

Così aveva ragionato e presentato le cose sempre sant’Ireneo.

La grandezza di Giuseppe è stata quella di portarsi, di lasciarsi portare a queste altezze dallo stesso Spirito di Dio, che lo raggiunge attraverso angeli a questo mandati. Già subito nel riconoscere il mistero del Figlio ‘da’ e ‘in’ Maria.
È una realtà che non gli appartiene.
Questo sa e questo fa la giustizia di fede di Giuseppe.

 

 

 

Adesso ci fermiamo qui e
METTIAMO IN EVIDENZA ALCUNI PUNTI

1. Il Figlio, Maria e Giuseppe si sono resi disponibili a Dio. A modo loro hanno detto Eccomi, sono pronto a fare la tua volontà.
C’è quindi un primo abbandonare il proprio ‘ego’, anche la propria progettualità davanti al progetto di Dio. Hanno creduto e hanno dato fiducia a Dio, che vuole sicuramente non solo il bene ma il meglio per le persone che ama.

2. Come si esprime questa fede in Dio?
Il famoso episodio di Gesù dodicenne che rimane al Tempio a discutere coi dottori è più significativo di quanto non sembri. Gesù dice: non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? È l’affermazione della propria indipendenza, come farebbe un giovane, con l’irruenza e la spinta dell’ideale giovanile.

Eppure torna a casa e vive sottomesso.
Ora ‘le cose del Padre mio’ sono proprio le cose feriali e l’apprendimento della ‘sottomissione’.
Deve imparare l’umano e l’obbedienza come sottomissione ai suoi genitori.
Deve apprendere anche lui che il feriale vissuto bene e in pienezza è divino. Il FERIALE è DIVINO, è lo spazio in cui Dio agisce e si manifesta. Anche queste sono le cose del Padre suo.

Così Maria e Giuseppe e Gesù vivono una sottomissione vicendevole.
Educare il figlio, farlo crescere, è già sottomissione al Figlio. Educare è anche adattarsi a chi deve essere educato. Obbedire al destino che si porta dentro. Saper cogliere ciò a cui il figlio è chiamato, destinato. Ciò richiede una grande abnegazione.
Non proietti sul figlio i tuoi desideri, le tue nostalgie. Accogli il mistero della sua presenza e la fai lievitare nella sua giusta misura e nella totalità del suo essere.

Questa sottomissione al figlio, è anche sottomissione vicendevole tra Giuseppe e Maria; stanno sottomessi tra loro per essere ‘sottomessi’, per mettersi al servizio del Figlio.
In ciò non fanno che obbedire a Dio, che per questo li ha scelti e chiamati.

Ma anche il Figlio, stando sottomesso e obbedendo, di fatto obbedisce al Padre che lo vuole obbediente nell’umano, lo vuole Figlio dell’Uomo obbediente. L’obbedienza amorosa che vive come figlio divino, adesso la deve vivere come obbedienza silenziosa ai suoi genitori.
Ma anche alla misura dell’umano. Accettare l’umano; crescervi dentro, certo in statura e età, ma anche in sapienza. In quella capacità di vedere e leggere il cuore dell’uomo e delle relazioni umane.
Cristo vive l’apprendistato dell’umanità.
Sta facendo incetta dell’umano, che sarà poi il nucleo delle sue parabole. Le parabole sono il vissuto umano letto col cuore di Uomo sapiente e di Figlio di Dio.
Matura la propria missione maturando l’umano in sé, e l’umano che lo circonda, come ambiente e come comunità umana.

Quello che poi la lettera paolina agli Efesini dirà, non farà che mettere in luce questo nucleo umano familiare: state sottomessi gli uni agli altri nell’agape, nell’amore.
La sottomissione
è una caratteristica cristiana; è qualcosa di richiesto ad ogni cristiano, come recita Ef 5,21: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo».
Pietro suggerisce che questo è il giusto atteggiamento dei servi verso i padroni (1 Pt 2,18) dei giovani verso gli anziani (1 Pt 5,5).

Il cuore del cristianesimo è tutto qui: ami se ti doni; ti doni se stai sottomesso; non se ti esalti e ti monti la testa, ma se servi sottomesso per amore. Sottomesso fino ai piedi e anche sotto i piedi.
Quando devi lavare i piedi; quando devi accettare i calci del cavallo del traditore, di Giuda; quando devi accettare che ti montino sopra e ti facciano fuori appendendoti alla Croce.
Una lunga storia di sottomissione, che non è altro che obbedienza protratta a Dio, fino alla morte e alla morte di Croce.
Questa sottomissione dolorosa prepara la sottomissione gloriosa.

Contempliamo Gesù, per poco abbassato al di sotto degli angeli, coronato di gloria e onore attraverso la passione della morte, affinché per la bontà di Dio gustasse la morte per ogni uomo (Eb 2,9). Adesso sta sottomesso alla morte; ma infine sarà la morte a essere messa sotto i piedi.
E tutti e tutto potranno essere sottomessi, consegnati al Padre, in un amore liberato che si fa gioia della dedizione degli uni agli altri.

La sottomissione è la realtà chiave nella prospettiva paolina espressa in 1Cor 15,26-28:

«L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha sottoposto ai suoi piedi. Ma quando dice: “ogni cosa è sottoposta”, è chiaro che si eccettua Colui che ha sottomesso a lui ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, farà atto di sottomissione a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutte le cose e in tutti gli uomini»

C’è e c’è stata anche una sottomissione negativa, la pretesa che cose e persone stiano sottomesse a te, al tuo arbitrio capriccioso. Ma la vera sottomissione è vissuta nell’amore.
La sottomissione è dedizione amorosa.

Ciò che la muove e la sorregge è la certezza che Dio è amore.
Che mi ama molto di più di quanto io possa amare me stesso.

Da questo nucleo misterico derivano alcune indicazioni per la nostra vita di coppia e di famiglia.

La scelta dei partner è scelta mossa e spinta da una loro attrazione vicendevole.
Chi ha occhi per vedere, vi vede l’azione di Dio. Dio non ti telefona, non ti manda un ‘messaggino’; ti chiama attraverso le ‘mozioni’ e le ‘emozioni’ che provi. Chiedendo di saper distinguere le emozioni profonde da quelle epidermiche.

Il riso suscitato da una barzelletta non è la felicità;
il riso causato dal solletico non è la gioia.
La gioia vera ha radice profonda e dunque duratura; e riguarda non una parte di te, ma tutto il tuo essere. Il sorriso non è movimento delle labbra, ma movimento di tutto il tuo corpo. Chi ha gioia sorride con tutto di sé.
Quando il bambino piccolo è lavato e profumato, ride con i piedi, con le mani, con tutto il suo corpo.

Allora attraverso la scelta dell’altro scegli Dio.
Dio non è una pozzanghera. È mare, è oceano.
Dio ti spalanca tutto il suo mondo.
Tuffarti in questo mistero pare di perdersi, di smarrirsi, ma in realtà entri nell’infinito e le acque di Dio ti sorreggono. Devi anche nuotare, ma lui ti sorregge e ti porta.

Quando i due amandosi si aprono a Dio, ‘fanno contatto’: tutte le luci si accendono e i ‘motori’ funzionano. L’umano non viene sacrificato, ma esaltato.

Forse alle coppie cristiane manche questa consapevolezza misterica.
Per cui ne viene una vita di coppia e di famiglia soffocata e soffocante.

La preoccupazione morale/moralistica ha ucciso la festa.

L’igiene non è la bellezza. L’igiene diviene paranoia, ossessiva.

La bellezza è sprigionamento del proprio essere sotto il calore e la luce dell’amore vero.
L’amore chiama alla bellezza.

La bellezza di Maria sta tutta nell’aver risposto a Dio che la fa sempre più bella.

La sottomissione non è schiavismo, spadroneggiamento.
Ma desiderio e gioia di fare contento l’altro. La sua gioia diviene il riflesso, il motivo della mia gioia. Mia gioia è la tua gioia; è fare e dare piacere a te.
Quando questo è vicendevole nasce la Festa. Esultano insieme lo spirito e la carne.
Il vero piacere è la festa dei corpi donati e accolti.
Il rapporto sessuale. Ma anche la carezza sommessa, dolce. Anche il riavvia
re i capelli: è un gesto infinito, di una tenerezza inimmaginabile.

Anche la stanchezza è momento di festa se viene accolta.

Jacopo Tintoretto – Visitazione (1588)
Scuola Grande di San Rocco, Venezia

Nel dipinto della visita di Maria a Elisabetta di Tintoretto, le due donne come stanche, come sfinite cadono l’una nella braccia dell’altra.
Suprema tenerezza. Anche il sorreggersi a vicenda è divino.

Tutto questo vale nel rapporto delicato e difficile coi e dei figli.

Che la Sacra Famiglia ci aiuti a maturare il nostro essere coppia e famiglia.
Anche famiglia allargata.

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Pubblicato da su 30 dicembre 2019 in Omelie, Sposi

 

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Omelia di don Giorgio – Avvento IV domenica A

« Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio-con-noi» Is 7, 14

Siamo abituati, anche per certi film, a collegare il divino con le cose spettacolari,
altisonanti.
Ma con l’arrivo del Cristo viene confermato che Dio agisce nel feriale.

Dio agisce nella storia. Entra nella trama dei giorni feriali.
E lo fa attraverso la vita di alcune persone che lui sceglie.

Il cuore della motivazione della scelta sta in Dio;
è sicuro che non ci sia qualcosa nel cuore umano che attira quello divino?

1.

Maria è donna di paese. Non abita reggia o palazzo, ma un villaggio.
Dove vige la concretezza della vita.
L’accensione del fuoco, la custodia dell’olio,
il procurarsi acqua e vestiti.

Donna normale, è già impegnata per Giuseppe. La solita trama di tutti.

Ma lei ha un cuore sano.
Ha una fede semplice. Appresa con il latte, con l’aria respirata,
con le storie di donne di Israele. Le sue eroine.
Il canto del Magnificat la dice lunga.

Che le hanno lasciato dentro il fuoco dell’amore e la prudenza della donna saggia.
Anche davanti agli angeli.
Che poi dopo tutto sia come Dio vuole.

Come gli occhi della serva alla mano della padrona,
così i miei stanno rivolti al Signore (cfr. Sal. 123,2).

Ecco l’ancella del Signore.

Questo Maria ha imparato. Ma questo l’ha saputo dire,
in tutta schiettezza e con la totalità del suo cuore.
Ma anche con la totalità della sua carne.

Questo ha sconvolto Dio Padre. Questo ha attirato lo Spirito, questo ha mosso il Figlio.

Io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre…

Maria ha aperto, senza richiudere, senza sguardo indietro.

Chi pone mano all’aratro e si volta indietro non è adatto per il Regno di Dio.

Ha seguitato a tenere gli occhi su di Lui,
e ha seguitato a dire ora come allora: fate tutto quello che vi dirà.

Fatevi servi, servitori. Ancella. In totale fiducia.
Dite come me e con me:

Ecco l’ancella del Signore,
che di me avvenga quello che vuoi tu.
Quello che aggrada a te, aggrada anche a me. Per partito preso.
Il partito dell’amore che si fida e si affida.

2.

Giuseppe è ancor più ‘anonimo’, silenzioso. Sta molto in disparte.

Eppure è un uomo di fede. Si fida di Dio, e ha una idea bella e alta di DIO.

Mi ha colpito la interpretazione data da san Basilio sull’intenzione di Giuseppe di chiudere la relazione con Maria, di allontanarla dalla propria vita.

Siamo soliti pensare che Giuseppe ritenga Maria una donna poco affidabile;
se è rimasta incinta e prima di andare a convivere, significa che è una donna da rimandare a casa sua.

Per Basilio invece le cose stanno diversamente: Giuseppe ha intuito che quello che sta accadendo a Maria è qualcosa di non normale; c’è la presenza dell’intervento di Dio.
Allora lui non vuole appropriarsi di ciò che non è suo, soprattutto se è azione di Dio.
Lascia libero campo all’agire di Dio.

Questo significa che Giuseppe fosse uomo giusto:
è giusto chi ha fede e lascia agire Dio secondo i suoi programmi.

Quando capisce questo, comprende anche che vien chiesto a lui di stare accanto a Maria
Fa parte del volere di Dio; allora Giuseppe accetta. Segue. E accompagna.
Vivendo un grande rispetto il compito che ha verso Maria e verso quel Figlio che nasce.
Un Figlio Emanuele; un figlio che è la presenza di Dio, che sta con noi, che si fa vicino
al destino degli uomini.

Poi Giuseppe sparisce. Probabilmente è morto prima che Cristo iniziasse la sua avventura pubblica.
La tradizione vuole che sia stato Gesù stesso a accompagnare Giuseppe alla morte.

Cosa fa allora Giuseppe?

Cristo e Maria, Cristo sposo e la Chiesa sposa Affresco, 1218 circa – Coro del Monastero di Santa Maria di Monteluce, Perugia

Avverte che Maria è la Vergine desponsata a Dio; la donna che si consegna totalmente a Dio.
Avverte che in certo senso anche tra Cristo e Maria si dà come un mistero di Nozze. si dà una intimità e una missione unica e totalizzante.

Allora, se si può, possiamo dire: Giuseppe sposa Maria, sposando le sue nozze con Dio, la sua missione col Figlio, figlio che è lo Sposo unico, escatologico. Lo Sposo verso il quale tutti dobbiamo andare incontro.

Si può dire, tra Maria e Giuseppe prende forma e vita il SACRAMENTO.
Nel segno del sacramento nuziale ci si apre alle nozze con Dio.
Anche la vita a due è destinato a un amore ancora più alto e più grande.

ALLORA possiamo ritenere per noi almeno tre indicazioni.

  1. Ci viene chiesta una fede. Come quella di Maria e come quella di Giuseppe.
    Un fidarsi semplice, feriale. Accorgersi della presenza di Dio anche nelle cose quotidiane.
  2. vivere il sacramento aperti a Dio.
    Il nostro amore è orientato a Dio, all’infinito. Se ci si chiude, o si chiude l’altro nel nostro abbraccio lo si soffoca, lo si stritola. Ogni amore di possesso è falso.
    L’abbraccio fra noi abbraccia Dio stesso.
    Se ne avessimo consapevolezza sarebbe diversa la vita di coppia, di casa, di famiglia, di comunità.
    Un amore aperto alla fede in Dio, senza pentimenti.
  3. vivendo il feriale già pieno di Dio.
    Il miracolo più vero è la trasfigurazione del feriale. Ogni feriale è banale; ogni feriale è ripetitivo, monotono; è anche deludente.
    Ma se lo si apre a Dio; se si porta Dio nel feriale, allora avviene la trasfigurazione.
    Si possono cambiare tanti rapporti; ma senza trasfigurazione del feriale, si ricade nella stessa squallida monotonia. Ci si soffoca. Manca l’aria.
    Fare tutto aperti a Dio; anche il gesto più semplice, la carezza, è atto di Dio. attraverso la mia mano passa la Mano di Dio; nel mio cuore batte il Cuore di Dio. Sul serio.
    Questo apre l’infinito e all’infinito.

Si tratta di arrivare a quella fede che scommette solo sull’Amore di Dio, come ha fatto Maria.
Una fede semplice che si mette a disposizione di Dio.
Sapendo che Dio mi ama molto di più di quanto io possa amare me stesso.

 

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Pubblicato da su 28 dicembre 2019 in Omelie, Sposi

 

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Omelia di don Giorgio – S. Stefano primo martire

S. Stefano, particolare del Mosaico della Cattedrale di S. Sofia a Kiev

« Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» At 7,55-56

La festa di santo Stefano appena dopo il Natale, ci dice che
la verità viene osteggiata, l’amore provato.
Ciò che vale chiede la testimonianza del testimone,
con la parola
ma anche con la vita.
Solo il dono di sé rivela la verità dell’amore.
Solo il dono di sé rivela di avere incontrato il Tutto, la pienezza della vita.
Se vali il tutto di me, tu sei il Tutto.
Se vali la mia vita, tu sei la vita suprema.

Se perdi sai di acquisire la pienezza.
Se parti sai di essere invitato in dimore eterne.

Per questo il martire che muore per amore
ha un volto radioso, un volto illuminato.
Per questo un soffuso sorriso abita il martire.
Un senso di festa lo custodisce.
Vede i cieli aperti. Vede il volto dell’Amato che lo attende.

Si capisce che è la prova suprema.
Ci si difende, si mettono le mani in avanti.
Ma ci raggiunge anche una segreta nostalgia.
La voglia di provare e vedere quello che sperimenta il martire.

Papa Francesco ci ricorda che ci sono martiri cristiani più numerosi oggi
che nei primi tempi del cristianesimo.

Non so a che punto siamo noi, cristiani di questo occidente moderno.
Forse temiamo la prova suprema. Siamo impreparati, la nostra fede
è mediocre, povera, auto compiacente. Incentrata su di noi e sul giudizio sugli altri.

Forse il Signore ci chiede il martirio del feriale.
Saperlo vivere con un cuore grande, generoso.
Capace di amare, di mettersi a servizio. Di non giudicare ma
sorreggere, consolare e esortare.
Essere strumenti e momenti di pace, di gioia.

È un martirio quotidiano, prolungato.
Ma ha la sua gioia interna, la sua soavità.
È il martirio della vita comune, a volte pesante, faticosa.
Ma se amiamo anche lo stare insieme è bello.
L’amore vissuto testimonia l’Amore più grande che ci è stato donato e
che ci chiama a sé.

Proviamo a entrare in questo martirio di Amore.
Ci sarà pace e gioia, in noi, tra noi.

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Pubblicato da su 28 dicembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – S. Natale 2019

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» Gv 1,14

Marc Chagall, Natività, 1941

Prendiamo per buono il messaggio che ci giunge con il Natale: Dio, il Figlio di Dio si è fatto Uomo.
Facendosi uomo, ha preso un corpo di carne come il nostro, che si sviluppa crescendo.
Ciò sta a dire che ha preso anche il destino dell’esistenza umana, il percorso che va dalla nascita alla morte.

Tale evento ci dice, intanto, come Dio pensava l’Uomo, come lo immaginava.
Lo voleva realtà positiva, totalmente positiva, che non agisce male, né fa del male. Come Cristo.
Una persona veritiera, che dice la verità senza guardare in faccia a nessuno.
Chi di voi mi può accusare di peccato? di una azione malvagia?
Anche Pilato, in tribunale, è costretto a dire: io non trovo in lui nulla di male.
San Pietro dirà: è passato operando il bene.

Che ha fatto? Ha amato. Semplicemente.
Non per nulla, anche prima di uscire da questo mondo, ha ripetuto più volte:
vi ho chiamati amici, vi ho svelato il mio cuore.
Amatevi come io vi ho amato.
Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri.

Io vi ho dato l’esempio. Mi sono abbassato verso di voi.
Vi ho lavato i piedi.
Io, il Signore, il più grande fra di voi, mi sono fatto piccolo per servirvi.
Anche voi fatevi servi gli uni degli altri. Non spadroneggiate.
Non sentitevi superiori, ma servitori.

Nel frattempo Cristo ha mostrato che esiste anche il male. Ci direbbe: Certo, lo so.
È proprio la mia presenza che lo ha scovato, lo ha tirato fuori, allo scoperto.
Io sono la luce. La luce stana le tenebre. Le tenebre sono tante.
Le tenebre della menzogna, della falsità, della finzione, dell’ostilità, dell’odio, della voglia omicida di chi vuole eliminare anche chi solo con la sua presenza gli ricorda il proprio male.

E questo da quando sono nato.
La menzogna e la voglia omicida del re Erode.
Per uccidere me, ha fatto strage dei bambini sotto i due anni, sperando di fare fuori il Cristo nato. Per far fuori uno, ha fatto una strage di molti.
Al male non importa la vita degli altri. Ai gestori delle guerre e dei poteri.

Man mano che Cristo procede nel suo vissuto, mentre espone sempre di più il suo amore,
si espone lui stesso all’attacco di chi lo vuole eliminare.
All’inizio stesso del suo insegnamento a Nazaret lo vogliono gettare dalla rupe.
Lo spingono fin sul ciglio, ma lui evade e si allontana.

Poi alla fine, grazie al tradimento di Giuda lo arrestano e lo crocifiggono.

In tal modo il Dio fatto Uomo – ecco l’Uomo – attesta che l’esistenza umana è drammatica.
Che essa procede in una lotta continua tra verità e menzogna, tra vita e morte. Senza tregua.

Ma lui, il Figlio di Dio e il Figlio dell’Uomo, ha accettato di morire,
per dire con chiarezza che non spetta alla morte l’ultima parola sull’uomo.
Che la morte non ottiene la vittoria definitiva. Che l’odio viene distrutto.

Anche per questo Cristo è nato. Appena nato è avvolto in fasce, in bende.
Bende simili a quelle usate per avvolgere il corpo di un defunto.
Il bambino nato giace in fasce come giace nel sepolcro una salma.
La grotta della nascita, è anche la grotta della tomba.
C’è uno strano rapporto tra quella nascita e quella morte.

Per dire una cosa: né le bende strette, né la pietra sigillata possono trattenere la Vita.
Cristo che è uscito dal grembo di Maria,
esce dal grembo della terra,
esce dalle viscere della pietra. Esce dalle doglie della morte.
Riprende il corpo, che aveva preso da Maria, e lo porta con sé presso Dio suo Padre.

Allora ci vengono dette più cose insieme.

La vita dell’uomo non finisce su questa terra, non resta rinchiusa in questo mondo,
non è prigioniera di questo tempo.
L’uomo è fatto per molto di più che per se stesso.
È fatto per volare alto e entrare dentro la vita divina.

Icaro voleva volare, raggiungere il sole. È il sogno dell’uomo, da secoli, da millenni.
Mentre Icaro si avvicina sempre più al sole, la cera, che teneva unite le penne delle ali fabbricate,
si è sciolta e l’uomo è precipitato.

L’aereo moderno ci dice: il sogno dell’uomo e anche il suo dramma.
L’uomo è fatto per andare oltre il cielo stesso, oltre i pianeti.
È fatto per entrare nei cieli dei cieli.
Nonostante tutto non lo può da solo. Non può arrivare fino in fondo.

Nell’alto più alto, ci si entra con le due ali dell’amore:
l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Ali che Dio ci ha donato.
Possiamo volare alti vivendo il corpo con le ali dello Spirito. Amando, volando alto.
Il gabbiano non è fatto per razzolare come una gallina.

Se si ama, la vita umana e i rapporti umani si trasfigurano.
Chi non ama, chi finge di amare diventa gelido, è gelido, e rende tutto gelato. Rigido.
Il cuore e il mondo divengono una ghiacciaia che non conosce la luce della festa.

Questo intanto ci dice il Natale. Ama, ama sempre.
Non stare incurvato su di te. Non stare ripiegato su te.

Cerca l’esito ultimo buono. Non basta il successo qui in terra. Cerca il trionfo ultimo.
La vita risorta. L’amicizia trovata e custodita.

Qualsiasi tipo di dipendenza rende schiavi: il gioco, l’evasione sessuale, la varie macchine, le scommesse, l’ultimo ritrovato della tecnica, l’ebbrezze estreme della velocità, dei tuffi rischiosi, dei percorsi su nevai e su fiumi con cascate successive…..
Si rischia di entrare in un giro infernale che non sazia.
Sono sabbie mobili che ti risucchiano, che stritolano.

Abbraccia il Cristo. Prendi il Bambino sulle braccia. Accarezzalo, fallo ridere.
Guarda i suoi occhi. Bacialo.

È disarmante.
È anche terribile sentirsi rifiutati da un bambino. Ti sgomenta se non ti fa un sorriso.
Perché non mi sorride? Chi sono? Cosa sono diventato, se un bambino ha paura di me?

Ma quello che accade con un bambino, accade con tutti.
Con le persone che ami in un modo più intimo.
E con le altre persone con le quali ti trovi a vivere.

La sfida più o meno nascosta, la competizione sotterranea o manifesta rovina i rapporti.
Personali, familiari, internazionali.
Questo bisogno di umiliare l’altro, anche di sopprimerlo.
Sembra davvero che la guerra sia l’unico sport universale.
Ed è così dispendiosa, così negativa, così portatrice di fame e morti, morti a non finire.
Che senso ha? Che senso hanno l’odio, il disprezzo?

Pace in terra dice il Cristo. Pace nei cuori degli uomini.
È possibile la pace. Basta fare il passo decisivo…

Ritrovare la pace, ritrovando Dio, il Cristo, pregando.
Dobbiamo ritagliare spazi di silenzio e di ascolto, dove trovare la connessione con Dio.

Non è certo lui che impedisce l’umano.
Lui che ha creato l’uomo. Lui, che si è fatto Uomo, ne vuole la pienezza realizzata.

Si è fatto Uomo grazie a una Donna, Maria, Donna semplice. Ma col cuore sano. Integro. Capace di fidarsi, di donarsi, di amare. Senza strafare, amando nel feriale, nel quotidiano,
nelle cose di sempre, quelle cose abituali che, per chi sa vedere, sono infinite, immense.
Il feriale, vissuto col cuore giusto, è divino.

Questo prepara una vita piena e vi conduce.
Il presentimento, un anticipo se ne può avere già ora.
Qui in terra. Nei rapporti personali. Dove non prevale il mio io, ma l’Amore,
il nostro volere amare. Mettersi in dono e perdono.
Sapendo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
Il donare con gioia, fa l’allegrezza del cuore e dei rapporti.
Vedendo di nuovo la luce della stella, i magi gioirono grandemente.

Questo si può ripetere anche per noi.
Che il CRISTO ci faccia dono della pace, dell’amore e dell’allegrezza.
E che queste risplendano sui nostri volti e tra i nostri rapporti.

Buon Natale.

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Pubblicato da su 26 dicembre 2019 in Omelie

 

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Natale

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Pubblicato da su 25 dicembre 2019 in Poesie

 

S. Natale 2019 – orari celebrazioni

Gerrit van Honthorst, Adorazione del Bambino (1619-1620 circa; Firenze, Galleria degli Uffizi)

Veglia e S. Messa della Notte (martedì 24 dic.): 22.30

S. Messe del Giorno (mercoledì 25 dic.): 11.00 e 17.00

Inoltre:

giovedì 26 dic – S. Stefano:    S. Messa: 11.00
mercoledì 1° gen   2020        S. Messe: 11.00 e 17.00
lunedì 6 gen 2020– Epifania   S. Messe: 11.00 e 17.00

 

 
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Pubblicato da su 23 dicembre 2019 in Celebrazioni

 

Lettera di Natale di don Giorgio

Lettera di Natale per adulti genitori e ragazzi

Entrando in chiesa nella Pieve e vedere molte stelle, alte attorno all’altare,

vederle splendere, fa un grande effetto, ti apre il cuore.

Vola alta la SPERANZA. Ogni bambino ha desideri, OGNI BAMBINO E’ DESIDERIO.

Un filo esile lega quelle stelle. Per non perdere il contatto con la terra,

ma anche per non far morire i SOGNI. Farli crescere, che vadano come aquiloni, come uccelli,

che vadano al sole, nel cielo e nel più alto dei cieli.

 

È di lì che è sceso IL SOLE per nascere in una stalla illuminata da una stella.

È entrato BAMBINO, deciso a vivere IL DESTINO DI UOMO.

Non per rimanere chiuso nel recinto degli uomini, nei loro labirinti fatti di proposte vane, di corto respiro. Cristo è uscito dal labirinto. Ha lasciato un filo da seguire e inseguire.

Perché l’uomo è fatto di terra ma per il cielo. Cammina ma il suo destino è il volo.

 

Il cielo è fatto di luce e di verità, di calore e di amore, dell’aria buona della pace.

Pace che Cristo vorrebbe portare in terra. PACE IN TERRA.

Basta che gli uomini afferrino quel filo, lo seguano, come orientamento e come forza segreta.

Ancora oggi Cristo si presenta come VIA VERITA’ E VITA.

Non capisce perché gli uomini ne hanno paura.

Vorrebbe che i grandi, gli adulti, che I GENITORI si facciano vicini ai loro figli.

Capaci di educare SAPENDO INDICARE E ORIENTARE.

Senza fuggire, senza avere fretta per tante cose non tutte e non sempre così essenziali.

Ritrovare il SILENZIO, la PREGHIERA, perché no! Che male fa annaffiare il proprio cuore, la propria anima. Si mettono dentro e fuori i vasi a seconda del tempo.

Anche l’uomo ha bisogno di sole e acqua. Mettersi esposti a Cristo, alla sua parola

Abbracciarlo. Seguirlo.

Si riempiono di regali i figli… per colmare quali vuoti? Di chi? I propri vuoti?

Perché non donare il Cristo… non è una camicia di forza. Non è un sedativo.

È fuoco. È amore. È esplosione di vita. È fonte di gioia vera.

Non è efficace, ma è fecondo. Ha la lentezza e la forza del seme.

L’adulto dovrebbe saperlo. Anche in questo accompagnare i figli.

Non per una infantile nostalgia, ma per la verità del proprio essere, della propria vita.

I genitori sono chiamati a dare la mano ai figli. Anche pregando.

Anche accompagnandoli – senza andarsene via quasi fuggendo di soppiatto – alla PAROLA, alla Messa. Almeno qualche giorno festivo.

Non è tempo perso. Superata la prima resistenza, poi si trova la pace.
Il cuore torna leggero.

E vola alto come le stelle dei figli. E senza saperlo si vive quello che san Paolo, scrivendo agli abitanti di Filippi, chiede a coloro che seguono e abbracciano CRISTO:

siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata,
qui voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la parola di vita (Fil 2,14-16).

Perché è grande la nostra speranza:

Noi però siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo anche, come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo (Fil 3,20-21).

Buon Natale. Che sia vero. Non ‘babbo natale’ ma IL GIORNO DEL CRISTO.

PACE E GIOIA.

don Giorgio

 

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Pubblicato da su 22 dicembre 2019 in Catechismo, Omelie

 

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Pubblicato da su 21 dicembre 2019 in Poesie

 
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Il cuore pieno di poesie

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Pubblicato da su 17 dicembre 2019 in Poesie