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Omelia di don Giorgio – Avvento 1° domenica – Anno A

02 Dic

Omelia di don Giorgio I domenica di Avvento – anno A
« Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. »
Mt 24, 44

 

Cristo nasce sempre… in noi, tra noi e nell’universo

Entrare nel così detto tempo dell’Avvento che la Chiesa ci propone nella sua Liturgia, non si evita la sensazione di una finzione, quella di dover pensare questo tempo come preparazione al Natale, come se questo dovesse ancora avvenire.

Non a caso la recente riforma liturgica nella prima domenica di Avvento ci fa pensare alla fine del mondo. Dandoci una sensazione straniante.

Di fatto il Natale c’è già stato.
E a cose compiute si è capito che col Cristo iniziava una nuova epoca, una nuova stagione di storia per l’umanità e per l’universo intero. Non per nulla si è cominciato a contare gli anni dalla sua nascita.

Cristo aveva suscitato una grande speranza, era stato percepito come apportatore di una buona notizia, ev-angelo appunto. Cristo aveva fatto sognare.

È stato così? Lo è ancora per l’umanità di oggi? All’inizio certamente sì, come si vede dalla stupefacente diffusione del cristianesimo avvenuta nei primi secoli dell’era cristiana, nonostante i contrasti e le persecuzioni.

Lasciamo da parte analisi storiche e sociologiche.
Proviamo andare subito all’essenziale, chiedendoci cosa è davvero il Natale a cui ci è chiesto di prepararci.

1.
Ci è stato detto più di una volta che se Cristo non nasce nel nostro cuore, dentro di noi,
il Natale è perfettamente inutile. Cristo è nato invano. Se Cristo non nasce dentro di te, nasce invano in una grotta.

Ciò significa che siamo chiamati a accogliere il Cristo per raggiungere la piena maturità e la giusta, perfetta statura. Anche umana. La salvezza che Cristo porta è umanità piena, compiuta. La santità coinvolge l’umano e nell’umano si mostra. Se Cristo si è fatto Uomo, l’uomo trova la propria misura in Cristo, con Cristo.

Ci ricorda san Paolo: “Lui noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ognuno in ogni saggezza, per rendere ciascun uomo perfetto in Cristo” (Col 1,28)

La lettura di oggi ci dice con chiarezza che dobbiamo rivestire Cristo. Il nostro abito è lui.
È essere con lui e in lui.
Una pura adesione esterna, una pura esecuzione formale di norme, non dice nulla, è inconsistente; ci è chiesto di im-medesimarci a Cristo.
Non son più io che vivo, ma lui in me. Per me vivere è Cristo.

A questo punto si può dire con verità: il vero Natale per noi è l’Eucaristia.
Siamo chiamati a divenire colui che riceviamo: Cristo.
Fare spazio a lui. Prendete mangiate, prendete bevete, questo sono io.
Cristo è il lievito che cambia la mia persona, la mia vita.

2.

Ne consegue che il Cristo che accolgo io, è lo stesso che accogli tu, che accoglie mio fratello.
Allora Cristo chiede di prendere corpo nelle nostre relazioni. Noi siamo, insieme, il Corpo di Cristo. Cristo nasce in me, in noi, tra noi. Il natale è questo nuovo noi.
La comunione eucaristica, infatti, implica e suscita la comunione fraterna.
Cristo chiede di prendere forma tra noi.

Come e cosa non dovremmo essere! Come e cosa non dovrebbero essere i rapporti fra noi.

  1. Per donarci l’eucaristia Cristo ha preso il pane e il vino. Ciò sta a dire: la fatica dell’uomo, la sua genialità inventiva, la sua cultura – cultura dei campi e attività, cultura dei vari saperi e delle incessanti scoperte in tutti i campi di ricerca.
    Cristo assume e cambia la vita con la terra e sulla terra, invitandoci e chiedendoci di capire e vivere la logica del bene condiviso.
    L’eucarestia spezzata dice anche questo.

Diversamente Cristo è un pretesto e una copertura.

Nello stesso tempo Cristo desidera che il suo corpo si estenda a tutto l’universo. Non soffoca, esalta. Anche il cosmo è destinato a entrare nella sua orbita.

4.

Bisogna anche osservare che Cristo non viene mai solo.

Viene con Maria dalla quale ha preso la carne per il suo corpo di carne.
Quel corpo che egli offre nell’eucaristia: prendete e mangiate questo è il mio corpo.
– Ma viene anche con il Padre e lo Spirito santo.

Ci è stato detto, da sant’Ireneo in poi, che quando dici CRISTO, l’Unto,
dici anche il PADRE che unge e anche LO SPIRITO l’olio di allegrezza col quale Cristo vie unto.

Cristo è venuto, ma sempre viene.
È di casa, ma bussa e suona ogni volta per entrare.
Bussa e se qualcuno apre, lui e il Padre entrano e si mettono a tavola con lui.

Ci è intimo, ma è molto più alto di noi. È trascendente. Per questo si abbassa a noi, alla nostra immanenza perché anche questa viva di lui.

Davvero Dio è come l’aria.
L’aria ci contiene, ma anche noi la conteniamo nei nostri polmoni. Un passaggio continuo, un transitare da fuori a dentro e viceversa.
Io sono la porta, perché le persone che io amo e mi seguono, entrino e escano. Liberamente.

La cosa più semplice ora è ridirci e ascoltare la Parola biblica.

Dobbiamo impegnarci

13 fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo,
14 affinché non siamo più dei bambini sballottati e portati qua e là da ogni soffiar di dottrine, succubi dell’impostura di uomini esperti nel trarre nell’errore.
15 Vivendo invece la verità nell’amore, cresciamo sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo,
16 dal quale tutto il corpo, reso compatto ed unito da tutte le articolazioni che alimentano ciascun membro secondo la propria funzione, riceve incremento, edificandosi nell’amore.

(Ef 4,13-16)

Giacomo ci ammonisce con forza:

2 Tutti quanti infatti manchiamo in tante cose e se qualcuno non manca nel parlare è un uomo perfetto, in grado di dominare tutto se stesso.
3 Se riusciamo a mettere il freno in bocca ai cavalli e ci obbediscono, noi li guidiamo interamente.
4 Ecco che anche le navi, pur essendo così grandi e spinte da venti impetuosi, sono guidate da un timone minuscolo, a pieno arbitrio del nocchiero.
5 Così anche la lingua è un membro minuscolo, ma può vantare imprese straordinarie.
Quanto piccolo è il fuoco e quanto grande è la foresta che esso incendia!
6 E il fuoco è la lingua! Questo mondo di malizia, la lingua, è posta tra le nostre membra: essa che contamina tutta la nostra persona, brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno.
7 Gli animali terrestri, i volatili, i serpenti, gli animali marini, sono stati e vengono domati dall’uomo.
8 Ma nessun uomo può domare la lingua: essa è un male che non dà tregua, è piena di veleno mortale
9 Con essa noi lodiamo Dio, Signore e Padre, e, sempre con essa, malediciamo gli uomini, che sono stati fatti a somiglianza di Dio.
10 Dalla medesima bocca viene fuori benedizione e maledizione. No, fratelli miei, le cose non devono andare così.
(Gc 3,2-10)

Giovanni ci ricorda un dato fondamentale:

12 Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore in noi è perfetto.
13 Da questo conosciamo che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: che egli ci ha dato del suo Spirito.
14 E noi abbiamo visto e attestiamo che il Padre ha inviato il Figlio come salvatore del mondo.
15 Chi confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio in lui rimane ed egli in Dio.
16 E noi abbiamo conosciuto e abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
17 In questo l’amore che è in noi è perfetto: noi abbiamo piena sicurezza per il giorno del giudizio, poiché com’egli è, siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non vi è timore;
18 anzi il perfetto amore scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
19 Noi dobbiamo amare, perché lui per primo ci ha amati.
20 Se uno dice: «Io amo Dio» e poi odia il proprio fratello, è mentitore: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
21 E noi abbiamo da lui questo comandamento: chi ama Dio ami anche il proprio fratello.

(1Gv 4,12-1).

Ci è chiesto di amare il nemico, quanto più il fratello.

Santa Teresa di Lisieux – 1873 – 1897

Santa Teresa di Gesù bambino trattava con gentilezza e premura una suora scostante e antipatica; questa ha finito per pensare di essere la preferita di Teresa.

Il giudizio acre, -il non sorriso, -le critiche continue, -il diffondere notizie non sempre vere e anche se vere, negative – lo sparlare – il non accogliere
Son tutte forme di morte che non hanno nulla a che fare col Natale.

Cristo ci ha amati quando ancora eravamo peccatori.

Non puoi aspettare che uno sia santo, sia perfetto per amarlo.
Oltre tutto è risibile e ridicolo.

Se vedi il limite, ama ancora di più.

Imparare poi a contemplare Cristo in ogni persona.
Pensare che Cristo è nato e morto anche per chiunque mi sta innanzi.
Altrimenti Cristo è nato invano.

Contemplare Cristo in ogni cosa, in ogni realtà.
Come ci suggerisce anche papa Francesco nella Laudato sì.

  1. L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature».
    234.San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo «si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano». Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così «sente che Dio è per lui tutte le cose». Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve depositarsi nel Signore: «Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fiorite e odorose. Come quelle montagne è l’Amato per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me».

Alla nota 159 papa Francesco richiama:
Un maestro spirituale, Ali Al-Khawwas, a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità. Diceva: «Non bisogna dunque biasimare per partito preso la gente che cerca l’estasi nella musica e nella poesia. C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto…».(Eva De Vitray-Meyerovitch [ed.], Anthologie du soufisme, Paris 1978, 200; trad. it.: I mistici dell’Islam, Parma 1991, 199).

C’è molto da imparare e vivere, proviamoci.
Che questo tempo sia pieno e fecondo.
Passa veloce la vita, non perdiamola.
Viviamo intensamente il mistero divino e il mistero umano.

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Pubblicato da su 2 dicembre 2019 in Omelie

 

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