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Omelia di don Giorgio – II domenica – anno A

20 Gen

«In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» Gv 1, 29

Quando si legge il vangelo o certi testi biblici si prova un senso di lontananza e di estraneità. Sembrano tutte cose evanescenti, senza presa sull’oggi, cose di altri tempi, che nulla hanno a che fare con la nostra contemporaneità.
Persino il modo di argomentare è straniante; i riferimenti del discorso suonano lontani per chi ha in testa canzoni imparate a memoria, per chi ha in cuore scene di film o documenti vari…
Discorsi arzigogolati, un arrampicarsi sugli specchi.

Eppure quando si spegne ogni cosa o si guarda meglio il nostro oggi, si vedono affiorare spiazzi di vita a modo loro non così lontani poi da allora.
Fiumane di persone attente alla voce di un capo religioso che le porta dalla sua parte e alle sue scelte. Capi politici che giocano sulla pelle degli altri.
Profughi, morti per strada o per mare, case abbattute, tende accampate, eserciti in lotta… disastri di ogni tipo, immoralità e soprusi a non finire, nel mondo, negli ambienti religiosi.
Quanta sofferenza e quanti mali. Ce ne si può uscire o si deve soccombere?
Chi può portare fuori da queste situazioni…
Quanti inganni, adescamenti, promesse e illusioni…
Si cerca, con fatica una via di uscita. Un corridoio. C’è tanta resistenza e ottusità.

1. Di fatto c’è sempre stata la ricerca e il tentativo di scaricare il male. È stato più semplice e immediato scaricarlo su qualcuno, individuarlo e indicarlo come capro espiatorio. Ogni epoca lo trova o lo inventa.
Si trova modo così di scaricare il furore della folla inferocita: il capro che cammina in mezzo a un corridoio di persone che viene colpito in tutte le parti del corpo anche sui testicoli, per provocargli dolore e umiliazione. Lo stesso vale per la strega di turno. O per la minoranza etnica.
Esploso, il furore si acquieta e si ritorna alla vita di sempre fino al prossimo parossismo che ricrea la stessa dinamica.

2. Questa modalità violenta dice comunque che l’uomo cerca di disfarsi del male. Il male è realtà ostile, violenta, tenebrosa. Non è questione di singoli momenti. Ma dell’insieme del male.
Come valanga di neve che scendendo a valle aumenta sempre di più travolgendo tutto quello che incontra. Il male come un concentrato di male. Liberarsene.
Potere disinnescare la bomba.
O assorbire tutto il veleno immesso in corpo.
A volte, dopo il morso della vipera, bisogna incidere la carne e succhiare e sputare il veleno.

Nella storia umana così conflittuale si avverte l’urgenza di uscir via dall’oppressione del male che si manifesta in tante sue forme.

3. Come si è presentato il Cristo? O cosa hanno intuito di lui?
La frase del vangelo di Giovanni è chiara e molto significativa.
Ecco colui che porta il peccato del mondo.
Non si usa il termine al plurale ‘i peccati’, ma al singolare, ‘il peccato’.
Cristo ha a che fare con la totalità del male.
È venuto per questo.
Si addossa il male; ed è il primo significato del verbo ‘porta’. Ma mentre porta su di sé il male, lo porta via, lo asporta. Non solo se lo carica sopra di sé, ma lo disintegra, lo distrugge.

Come?
Non basta un’azione sporadica, né basta una semplice azione umana.
Infatti è lo Spirito divino che scende su di lui, e vi permane in maniera stabile.

In altri personaggi storici lo Spirito è sceso per un certo periodo e per una certa azione. Si pensi al giudice Sansone: era una forza sovraumana per combattere contro i nemici di allora, contro i Filistei.
Sa aprire le fauci del leone con le mani; fa cadere le colonne del palazzo dove è tenuto prigioniero. Muore sotto le macerie, ma con lui anche molti filistèi.

Cristo è il Salvatore, ma non con una azione strepitosa, non con ostentazione di potenza. anzi.
Intanto lui stesso si offre come vittima. Accetta di essere eliminato, portato fuori della Città santa e della storia ufficiale. Muore segregato, scaricato; accetta su di sé la scarica della violenza sadica dell’uomo: i ceffoni, lo schiaffo sul viso, la flagellazione, gli sputi, la derisione, gli insulti, la corona di spine, il ludibrio della croce, la trafittura del costato.
È come se venisse piantato sotto terra, cacciato sempre più sotto.
Come la palina, il ferro messo sotto terra per fare scaricare i cortocircuiti della corrente elettrica o i fulmini.
Tutto questo, lui, lo ha fatto nel silenzio più assoluto.

Ma non si è limitato a questo. E forse per questo è diventato il bersaglio da colpire.
Ha cercato di immettere nella storia umana forze che diano una spinta inversa alla pulsione che lo ha eliminato.
Ha cambiato senso alla morte. La morte inferta, diviene in lui morte offerta.
Come lo ha fatto? Vivendo lui per primo le beatitudini che ha immesso nel mondo, che indicano atteggiamenti da assumere e che vanno contro gli impulsi più immediati dell’uomo. Ha immesso un impossibile umano, un orizzonte irraggiungibile, come luogo di nostalgia. Essere umili, miti, misericordiosi, poveri, insultati, puri, operatori di pace, amanti della giustizia, capaci di amare i nemici. Chi arriva a vivere così suscita la reazione ostile. È per questo e in questo che Cristo diviene capro.

Raggiunti dalle Beatitudini, infatti, o le si accolgono o si fa di tutto per eliminarle insieme con chi le vive, le annuncia e le attesta.
L’eliminazione del Cristo continua nella persecuzione contro i cristiani, chiamati anch’essi a portare e portare via il peccato del mondo, dell’Umanità.

Chi glielo fa fare? Chi, cosa glielo ha fatto fare?

Cristo ha fatto dono della sua vita. La sua vita non gli è stata strappata, lui l’ha donata. Cristo muore per amore.
Quale amore?
Lui non si limita al soccorso, al pronto intervento. Non si ferma a disinfettare le ferite né a eliminare la causa di malattia e di morte.
Orienta a nuova vita. Quale?
C’è un passaggio del vangelo che sembra oscuro, non facile da accogliere.
Ma collegato ad altri passi, si percepisce che Cristo viene per condurre l’Umanità alla Nozze con Dio.
La spia di questo intento è la frase del Battista: «dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me».
Essa richiama la vicenda di Rut, la donna vedova. Booz vorrebbe sposarla, per darle una discendenza, ma sa che c’è un uomo che viene prima di lui nella decisione di sposarla, perché è parente più stretto della vedova. Questo tale ha una specie di prelazione. Deve essere interpellato sulla sua intenzione. Solo se questi rinuncia, se si scioglie un sandalo e lo passa a lui, allora Booz può sposare Rut. E infine la sposa.

Qui il Battista riconosce la ‘precedenza’ del Cristo. Cristo nasce nel tempo dopo il Battista, ma è prima di lui, perché è creatore dell’Umanità, perché è lo Sposo Messia annunciato e quindi solo lui può riscattarla, salvarla e condurla a nozze con sé. Il battista fa un passo indietro.
Qui avviene lo scambio: Cristo si presenta come il Messia Sposo atteso; il Battista si limita, e ne è felice, a fare l’amico dello Sposo, colui che accompagna gli sposi alla stanza nuziale.

Il destino ultimo dell’uomo è la sua destinazione alle Nozze, ad acquisire una dimensione e una vita divina. Destino che coincide con l’intenzione dell’atto creatore di Dio. Dio vuole che l’umanità partecipi di lui, viva dentro la sua vita divina.

Non per nulla i primi cristiani venivano chiamati santi perché uniti, congiunti al Santo, al Santo dei Santi. Non per meriti propri ma per puro amore suo.

Come si evince dalla vicenda del Cristo.
Lui non si limita a fare alleanza, è lui stesso alleanza, lo è come persona. Unendo a sé l’Umanità, per ciò stesso la unisce a Dio nello Spirito Santo.
Il santo dei santi, il nuovo tempio, dove avviene l’incontro tra la Gloria di Dio e l’uomo, è Cristo stesso su cui sta stabilmente lo Spirito Santo.

Per noi emergono almeno due cose da prendere in considerazione.
Prendere coscienza della chiamata alla vita con Dio, a entrare in intima familiarità con Lui, non solo come un figlio col Padre, ma come Sposa con Sposo. È troppo poco essere figli. Dio vuole una intimità più grande, quasi alla pari, se fosse possibile. È quello che i mistici hanno intuito e vissuto. Tra amante e amato, sai distinguere, quando siamo uno con l’altro!?

Sapere, inoltre, che tale destinazione richiede fedeltà e testimonianza, implica che si porti su di sé anche il peccato del mondo. Non sorprendersi se si viene messi da parte, o umiliati o peggio ancora perseguitati.
Si pensi qui fra noi in Italia, a don Puglisi; ma anche a tanti cristiani perseguitati.
La cifra emersa di cristiani perseguitati oggi nel mondo è quella di 260 milioni.
Una certa ostilità è segno di stare seguendo il Signore, di stare con lui. Perseguitati, ma non confusi, non abbattuti. Ma pieni di gioia per soffrire qualcosa per amore di chi ci ha amato.

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Pubblicato da su 20 gennaio 2020 in Omelie

 

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