RSS

Archivi categoria: Omelie

Omelie di don Giorgio

Omelia di don Giorgio – Ascensione del Signore – Anno A

È bello rivedersi… dopo tanto tempo
La distanza ha acuito il desiderio di stare di nuovo insieme…
Sperimentiamo che unirsi al Signore Gesù crea un legame di amicizia tra noi…
Ringraziamo il Signore.

Io sono sempre più… senza energia ma sono contento di essere, ancora una volta con voi….

Pregate il SIGNORE perché stia sempre nelle sue mani.

Don Giorgio

 

«Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» Mt 28,20

Prima di lasciare questa terra e di salutare i suoi, Gesù assicura che starà con loro, e con noi
Fino alla fine del mondo.
Non è che dopo sparisca. Ci dice che non abbandona la nostra storia umana.

Lui si sottrae con la sua presenza fisica, concreta;
non per questo sparisce.

1.

Adesso la sua presenza passa da fuori a dentro; dall’esterno all’interno.
Vive in noi, se gli apriamo il cuore.
Se lo preghiamo.
Il regno di Dio è dentro il cuore dell’uomo.

2
E si fa presente non nel vago, ma in modi e forme precise.
Ci sono rimasti i vangeli, che parlano di lui.
In qualche modo il testo scritto è ancora il suo corpo tra noi.
È la modalità nella quale ancora oggi ci raggiunge, ci parla.
Leggere i vangeli è un modo di incontrare il Signore. Di stare con lui.

3.

Poi ci ha lasciato la sua EUCARISTIA.
È una presenza reale.
Non ci lascia un’immagine, come alla Veronica.
Ma ci dona tutto se stesso.
E si offre alla contemplazione.
Possiamo stare davanti a lui e adorarlo.

4.

Ha anche detto: dove due o tre si uniscono nel mio nome
Io sono in mezzo a loro.
Se stiamo così uniti, la sua presenza si fa sentire.
Se la ragione del nostro stare insieme è lui,
allora la nostra amicizia diventa profonda.

Ognuno di noi è sacramento di Cristo per l’altro.
Ma siamo sacramento di lui anche come comunità sua.
Ogni volta, come nell’Eucaristia celebrata, possiamo dire, come i discepoli di Emmaus:
non ci ardeva il nostro cuore, mentre camminava e stava con noi!?

II.

Ma conoscere Cristo non ha mai fine.
Lui ha inaugurato e aperto mondi infiniti.
È quanto ci dice il testo della lettera agli Efesini.

La fede cristiana non si fonda su qualche idea brillante, ma su dei fatti, degli eventi.
Non si fonda sul pensiero, ma su una Persona, che ha vissuto e parlato nel tempo e su questa terra.
Ma ha anche ‘sfondato’ questo tempo storico, questa geografia.

Questo è il fatto semplice ma strabiliante del Cristo.
Quello che i primi cristiani leggevano nella Croce.
La croce in sé, con i suoi pali, indica tutte le direzioni dell’universo: alto basso, dietro e avanti, destra e sinistra. Nell’incrocio dei pali sta il centro, occupato da Cristo, che è il cuore dell’universo.
Misterioso ma è così che si presenta l’evento del CRISTO.
Lui irradia in tutte le dimensioni.
Essendo morto e risorto dai morti Cristo agisce anche dentro la morte per superarla e condurre tutti gli uomini nel suo Regno di luce.
Così ché nulla e nessuno ci potrà separare da Lui.

Questo richiede una fede grande e semplice nello stesso tempo.

Intanto possiamo immergerci in questo mistero che ci è stato comunicato.
Guardarlo, percepirlo.
Sentirlo come l’orizzonte della nostra vita.

Che Dio ci conceda di percepire la grandezza di questo mistero,
e ce ne dia una conoscenza e una esperienza sempre più grande.

Che MARIA ci guidi e ci custodisca.

Scarica il testo in formato pdf (450 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 24 maggio 2020 in Omelie

 

Tag:

Omelia di don Giorgio – VI domenica dopo Pasqua – Anno A

Alcuni pensieri sparsi.

Ci si può porre una domanda: in cosa si distingue un cristiano dagli altri?

Perché, stando a san Pietro, il tipo di vita del cristiano dovrebbe suscitare domande tra le gente con la quale si trova a vivere?
Il che sta a dire che se non faccio sorgere domande, significa che ormai mi sono conformato al modo di vivere di tutti. Significa che non sono né un interrogativo né una spina al fianco di nessuno.

1.

Il cristiano è abitato da una speranza: esiste un mondo dopo la morte, quello aperto e attestato dalla resurrezione dai morti del Cristo.
E questo mondo rappresenta la nostra destinazione ultima e definitiva.
Per cui il pianeta terra è solo un luogo di passaggio.
Occorre starci fino in fondo ma avendo all’orizzonte la prospettiva finale.
È come apprendere una attitudine a vivere e agire in un certo modo che è quello che ci introduce al mondo futuro.
Un apprendistato.

Pertanto il mondo storico spaziale dove ci troviamo a vivere non è l’ultima realtà.
Non è chiuso in sé; non è l’assoluto, non è la realtà suprema.

È una realtà da amare e custodire, ma appunto nella verità del suo essere realtà transitoria.
Tieni tutto in ordine, ma con la prospettiva di lasciarlo per andare altrove,
dove ci introduce proprio il modo in cui viviamo in questo tempo, in questo mondo.

Si è chiamati a usare tutti i talenti, sapendo di incamminarsi verso Dio, verso il suo Regno.

2.

Non è cosa facile.
Per questo Cristo assicura l’invio dello Spirito santo, lo Spirito della verità. Lo Spirito stesso è verità.
Ma è anche la forza della testimonianza.
Spirito che è dentro di noi.

3.

Come Cristo è dentro di noi.
O, meglio siamo noi dentro il Cristo, che è dentro il Padre.

Si dà una comunione molteplice e profonda.
Dio, in sé, è comunione di vita

E lui vuole estendere questa comunione in noi e tra noi.

Ci è chiesto di percepire questa realtà come la realtà ultima e stabile, ed è a questa che siamo
chiamati a partecipare.
E già lo possiamo ora. Nella dimensione più profonda di noi; nella nostra interiorità.
Tutto si gioca all’interno di noi, nell’uomo interiore. Luogo della presenza di Dio.

Sapendo di non essere lasciati soli.
Cristo non ci lascia orfani. Lui torna e si pone accanto a noi.
E lui ci fa sentire la presenza del Padre.
Presenza viva che ci dà vita, vita vera. Che è poi vita d’amore, nell’amore.

Ci è chiesto di affidarci totalmente.

Jean-François Millet – L’Angelus (1858-59) – Museo d’Orsay, Parigi

Scarica il testo in formato pdf (585 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 18 maggio 2020 in Omelie

 

Omelia di don Giorgio – V domenica dopo Pasqua – Anno A

Due riflessioni

1.

Le tensioni tra le persone e i gruppi di persone ci sono sempre. È inevitabile.
Anche all’interno della vita di Chiesa.
Ci furono anche nei primi giorni della sua conformazione.

La prima tensione si verifica tra i cristiani di lingua greca e quelli di lingua ebraica. Questi ultimi nell’assistenza alle vedove trascurano quelle dei greci. Un favoritismo che non viene accettato.
Sorge così una protesta che provoca la presa di posizione dei Dodici Apostoli.
Questi propongono la creazione di un piccolo gruppo di servizio costituito da sette persone.
Nasce così il diaconato.

Quello che è notevole è che la crisi è stata occasione di creazione di una nuova figura di servizio.
Questo sta a dire che dovremmo approfittare delle crisi e dei contrasti per divenire creativi di soluzione adeguate al presente. Non farsi schiacciare ma reagire in modo costruttivo.

Non restare prigionieri di lamentele e critiche aspre, ma divenire capaci di trasformare le tensioni e i contrasti in occasione di interventi positivi.

Beato Angelico, Santo Stefano ordinato diacono da san Pietro
e Santo Stefano distribuisce le elemosine ai poveri (1447 – 1449), affresco

2.

“Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via.”  Gv 14, 2-4

Nel parlare con i suoi amici durante la cena ultima, colpisce che Gesù Cristo si muova liberamente tra questo mondo e l’altro, quello del Padre.
Per questo assicura che nella casa del Padre ci sono molte dimore, molti posti. Lui, uscendo da questa terra va a preparare un posto per gli apostoli,
Lui, che adesso se ne va, tornerà a prenderli per portarli dove è lui.

Quindi per Cristo c’è uno spazio oltre il nostro.
Quindi tempo e spazio non finiscono qui ma si aprono ad altro spazio e vita, quello di Dio Padre.

In tal modo siamo invitati ad innalzare lo sguardo oltre l’immediato.
Aprirci alla sicurezza che Cristo ci ama tutti in modo singolare e per tutti ha preparato un posto presso il mondo del Padre.
La morte allora diventa il momento nel quale Cristo ci viene a prendere per riportarci al Padre.
Questo richiede una fede schietta, radicale. Va chiesta al Signore.
Signore, io credo, ma sorreggi la mia fede.
Ed entrare a poco a poco in tale prospettiva.

 

Scarica il testo in formato pdf (596 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 13 maggio 2020 in Omelie

 

La profezia di Santa Marta

Chiesa chiusa per restauro.

Iniziò al buio già fatto nel silenzio spettrale della piazza san Pietro abituata al rumoreggiare delle folle che sovrastava le raggiere di acqua delle fontane. Solitario e dall’andatura traballante papa Francesco attraversa il selciato bagnato da una pioggia regolare mentre i gialli lampioni trasformano in raggi dorati le gocce che scendono.
Poi il papa sale la gradinata, silente eco della via crucis, e si pone tra la piazza e la sontuosa basilica. Sulla soglia. Lasciando spazio al Crocifisso e alla Madre sua e del popolo.
Poi l’inerme pane bianco fatto Presenza del Mistero. Un dio infinito costretto alla misura di un ostensorio, un dio Verbo fatto silenzio. Esposto. Nel silenzio della notte umana sta innalzato. Tutti lo guarderanno. Questo il segno, il suo segno.

Papa Francesco non occupa la scena. Non ingombra. Si mette in disparte. In silenzio.
Una benedizione universale col silenzio eucaristico.

Dentro la chiesa e fuori risuonano ancora le stesse voci: se il Redentore, se il risolutore dei destini umani, se lui è questo, perché Lui, il Cristo non interviene….perché il papa, il suo diretto rappresentante non interviene… non è lui il papa….
Dubbio e pretesa. Provocazione e accusa. Non è lui…

Voci del potere, del Tempio e del Palazzo. Non fa differenza. Divenuti amici.
Assetati di primeggiare, dominare; avidi di denaro e potere. Cercato e ostentato in modo subdolo… venite a informarci perché possiamo andare anche noi ad adorare. Davanti a Erode neppure una parola del Cristo; Pilato lo deve provocare: non parli?

Anche i più semplici credenti sono accorati, titubanti, raggiunti da un senso di delusione,,,
sconvolti e frastornati, frustrati.

Stolti e tardi di cuore. Non doveva, non deve accadere tutti ciò… ogni volta, anche ora.
Fa parte del gioco. Del gioco supremo.

Cristo sapeva.
chi esercita il potere, domina, spadroneggia. Fra voi non sia così. Il più grande si faccia servitore.
Se il chicco non cade a terra, sotto terra, se non muore non porta frutto.

 

La profezia di santa Marta

Papa Francesco si è messo in questa sequela, in questa logica evangelica.
La scelta di santa Marta si rivela profetica.
La Chiesa esce da una situazione barocca, trionfale per assumere il volto di una casa feriale. Che Cristo amava. Era il suo stile preferenziale: oggi vengo a casa tua. Zaccheo.
Si determina uno spartiacque. Da una Chiesa agghindata a una Chiesa di casa.

Papa Francesco segna questo passaggio. Nelle sue scelte, anche nel suo linguaggio.
Non senza scatenare reazioni odiose e violente.
Dentro e fuori la Chiesa. Più dentro che fuori.
Il traditore non è un estraneo; l’accusatore, pieno di livore, viene sempre dalla cerchia degli intimi.
Cristo è stato accusato di essere indemoniato, di agire in nome di Belzebul il capo dei demoni.

I suoi gli dicevano:
Perché non fai cadere su chi non ti accoglie il fuoco come su Sodma e Gomorra?
Perché non impedisci il miracolo a chi non è dei nostri…
Facci sedere, nel tuo regno, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra
”.

La fretta zelota, l’avidità del potere, l’arrivismo, il fondamentalismo, l’atto di esclusione, scomunica ed estromissione …
No! Dici no, ti rifiuti. Ti sottrai al compito, uccidi le attese, allora fatti da parte.
Allora toglietelo di mezzo. Che venga crocifisso. Crocifiggilo. Crocifiggetelo.

Cristo si muove nella logica del seme che muore. Svuotamento. Spogliazione.
Francesco lo segue.

Chiesa chiusa per restauro.

Occorre chiudere le chiese. La chiesa. Appendere un grande cartello:

chiuso per restauro.

Non demolire, ma rimettere in ordine. In vera sicurezza.

È un grande tempo di svolta quello che ci è dato.
Il papa no, non ha nessuna intenzione di distruggere la Chiesa.
La vuole più vera, più bella. Vuole che sia quello per cui Cristo l’ha pensata. Una chiesa serva non dominatrice. Solo Lui è il sole; lei resta luna. Luce riflessa. È già tanto.
Una chiesa madre non matrigna
Peccatrice, non falsa né corrotta;
capace di fermarsi sul ferito che giace a terra o nei corridoi, nelle corsie;
Cristo l’ha pensata come casa per i feriti raccolti per strada.
Come chi si accompagna con chi è in strada per necessità e ricerca.
I magi, i pastori, il funzionario sul carro, il corteo funebre, gli assetati…

La Chiesa, Cristo l’ha pensata e vista in Maria. La Donna forte.
L’ha raccolto in grembo da piccolo e da grande,
l’ha posto sulla mangiatoia; deposto dalla croce, l’ha posto nella tomba, grotta e grembo.
Seme abbandonato. Nel segreto prepara la sua fuoriuscita di resurrezione. Sperare contro ogni speranza. La vita può esplodere da dentro un cadavere, da sotto una pietra tombale.

Se il seme muore produce molto frutto. Un grano diventa spiga.
Un grappolo tagliato e pigiato diviene vino, ebbrezza e gioia.
Questo il mio sangue di vita, per molti, per voi, per tutti.

La Chiesa ha una grande occasione.
Ritornare ad essere se stessa. Non la prostituta che si agghinda per sedurre.
Non ha bisogno né di vittime né di proseliti.
Ritornare a essere la massaia, la donna di casa che impasta la società col lievito di Cristo nel tepore dello Spirito Santo.
«È simile il regno dei cieli a un po’ di lievito che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta la massa sia fermentata» (Mt 13,33).

Non preme il numero dei clienti, la loro quantità. Ma la verità.
L’amore del Cristo non è generico. Egli ama il gregge, perché conosce e ama le pecore una ad una.
Ogni persona ha in mano la pietruzza con inciso il nome che solo Dio conosce e chi lo porta.
«Al vittorioso farò mangiare la manna nascosta e gli darò un sassolino bianco, sul quale c’è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non chi lo riceve» (Apoc 2,17).

Come si verifica per Cristo. «I suoi occhi sono come fiamma ardente; sul capo numerosi diademi e porta scritto un nome che nessuno, all’infuori di lui, comprende. Il mantello che indossa è intriso di sangue; il suo nome è: il Verbo di Dio.» (Apoc 19, 12-13).
«È simile il regno dei cieli a un po’di lievito che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta la massa sia fermentata». (Mat 13:33 IEP)

La Chiesa non impone, propone, si propone. Non per vendere o svendere se stessa. Ma perché vedendo lei, gli uomini vedano e glorifichino Lui.
Perché le persone dicano alla Chiesa quello che la gente del villaggio  ha detto alla donna di Samaria.
42 Alla donna dicevano: «Non crediamo più per il tuo discorso. Noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che è veramente lui il salvatore del mondo» (Gv 4,42).

La Chiesa ne gioisce interiormente. Lei, la Sposa di Cristo, diviene la Madre di una moltitudine di figli, che fiera presenta a lui, per il suo stesso identico mistero. Come ha intuito san Paolo.
« Oh, se voleste sopportare un po’di stoltezza da parte mia! Ma sì, sopportatemi!
Io sento per voi una specie di gelosia divina, avendovi fidanzato a uno sposo, per presentarvi qual vergine pura a Cristo
. » (2Co 11,1-2)

Don Giorgio

Scarica il testo in formato pdf (269 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 28 aprile 2020 in Omelie

 

Omelia di don Giorgio – domenica della Divina Misericordia

venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».” Gv, 20, 19

Non è più tempo di accademia

Il cuore del vissuto cristiano fu una cena di casa, fatta in casa.
A Cristo piacevano i pasti. Era il suo stile.
Pasti aperti, non di buona società; potevano partecipare anche gli esclusi, quelli tenuti a distanza.

Ma quella notte era diverso. Aveva un desiderio struggente di intimità, di casa.
Non è che i suoi amici fossero stinchi di santi. Anche loro avevano i piedi sporchi. Non ci facevano neanche caso.
Soprattutto non se l’aspettavano che Cristo con le sue mani lavasse loro i  piedi. Scandaloso. Commovente seguire e sentire le mani del Maestro e Signore, sui piedi!

Poi quelle stesse mani presero un grosso pane, lo spezzò ne fece delle parti, una per ogni commensale.
Prendete mangiate.
Sarà perché aveva lavato i loro piedi;  poi passò loro anche la sua coppa, dove beveva. Adesso mette del vino, il suo, di suo, se stesso.

Mani calice e vino: prendete bevete è il mio sangue.

 

Cristo passa se stesso, il suo essere e destino.
Il corpo donato non  viene dal museo delle cere.

È un corpo vivo, denso, pieno del suo destino. Un corpo che nasce
muore e risorge. In quel corpo c’è tutta la sua vita. Il suo essere
uomo di Nazareth, il suo essere nato, destinato alla morte e alla vita
oltre la morte.

C’è il suo inizio prima del tempo, al principio del tempo, ma anche
alla fine del tempo, oltre il tempo.
Uno spazio enorme concentrato in poco spazio e tempo, l’eucaristia in

casa, con quelli di casa, con quanti vengono a casa, per quanti
saranno invitati. Per tutti.

L’eucaristia è vita. Il sui ricordo deve rimanere vita.
Celebrare l’eucaristia non è visitare un museo, fare un giro
turistico. Maneggiare un reperto archeologico.

La vita stessa di casa è eucaristia. Nella sua estensione e dinamica.
Il pasto, certo. Il sedersi attorno a un tavolo per mangiare insieme.
Colazione e cena.

Ma anche l’amore dei corpi. Di uomo e donna. Prendi il dono, in dono.
È la nostra carne una.

Ma anche l’allattare. Ma anche la dedizione ai figli… Non è un continuo ‘prendete mangiate bevete’?

Pablo Picasso, Maternidad, 1905

È azione sacra l’azione della vita.

Va fatta in memoria. Cristo non è un nostalgico sentimentale.
È presenza nella forza dello Spirito. Sarò sempre con voi. ‘Fate questo nella mia memoria.  ‘Nello’ complemento di luogo ma anche di mezzo. La mia memoria è lo Spirito santo. Lui è la memoria.
Fattiva non psicologica o sentimentale.
Fate questo.

L’azione di vita è l’atto rimembrante. Questo richiede momenti di raccoglimento. Accanto all’angolo di cottura c’è l’angolo di preghiera. Una icona, un Crocifisso, Maria, Bibbia, candela…cuscini, tappeto.

 

La benedizione

 

Da chi ha preso il Cristo il gesto del lavare i piedi? Da lei, dalla
donna, dal suo genio, dall’amore di donna.

Di donne. Rompono il vaso, lavano e profumano i piedi, li asciugano con i propri capelli. Col profumo catturano il profumo di Cristo. Il buon odore, da avere con sé. da diffondere, in tutta la casa e fuori casa. Intimità non è intimismo, asfissiante. La porta di casa è socchiusa, né chiusa ermeticamente né spalancata perdutamente.

I piedi. Non la serva li bacia e li abbraccia, ma l’innamorata. Come farà la Maddalena coi piedi del Maestro Risorto dai Morti.
È linguaggio di amore, amore sponsale.

Cristo prende dal genio femminile. Anche lui lava i piedi, perché la
sposa, la chiesa appaia senza macchia  pura. Bella, splendente come il
Cristo trasfigurato. Ha dato se stesso per questo.

Anche voi fate lo stesso.

Si può vivere in casa senza lavarsi i piedi? Senza concedersi il
perdono? Quante volte? Sette? No, settanta volte sette, sempre. Ogni
sera; ci svuotiamo le tasche. Tiriamo fuori i sassolini, i sassi.

Ti perdono con la benedizione di Dio. Tra genitori e figli.
Ma prima gli sposi tra loro.
Un attimo prima di coricarsi: non tramonti il sole sulla vostra ira, rabbia.
Tu solo signore mi metti, ci metti in pace.
Ci corichiamo e subito ci addormentiamo sotto e dentro la Tua benedizione.

Cristo ha sganciato la Sua cena dalla data ufficiale della Pasqua
ebraica. Sarebbe rimasta confinata a solo una volta all’anno.
Ha fatto suo il rituale delle feste, che prende e amplifica il rituale feriale.
Cristo è così: con uno spostamento impercettibile cambia tutto, crea
un universo.

Nella sua cena ci sono la festa annuale, la festa settimanale, il pasto feriale.
Questa è l’eucaristia del Cristo, e della sua Chiesa sposa.

Questa  l’eucaristia di ogni famiglia.
Non una cerimonia avulsa dalla vita. Ma la vita fatta eucaristia.
Non demandata al rito ma collegata con la memoria fattiva liturgica,
collegata col vissuto del Cristo, col vissuto di casa di ogni giorno
di ogni famiglia.

Tra ‘santuario’ e ‘casa’ il rapporto è stretto. È inevitabile.
Certo: lex orandi lex credendi, ma perché fede e preghiera vengono
dalla vita del Cristo e sono regola e norma, contenuto di vita. Come
tale è legge di vita. Fa vivere, va riprodotta. È vita, è La Vita.
Allora e ora e alla fine.

Cena dell’Agnello, lo Sposo definitivo. Cena di Nozze dell’Agnello.
Sono giunte, arrivano sempre. A cominciare di qui, da casa nostra.
Casa come tutte, ricca e povera, con le sue ombre e luci. Ma Cristo ci
dice: oggi vengo a casa tua, a casa vostra.

Sii, vieni. Sii nostro Ospite. Resta con noi.

Si fermò con loro,  prese il pane lo spezzò.
Resta con noi. Spezza il pane della fatica, dacci il vino della festa,
il vino dell’ebbrezza. Perché la nostra gioia sia piena.

Come ho fatto io, fate anche voi. Per molti, per tutti.
Splenda la vostra luce, la luce del Padre vostro.

Padre nostro … Venga il tuo Regno, son giunte le Nozze.
Beati gli invitati al banchetto nuziale.

 

 

 

 

 

 

Scarica il testo in formato pdf (623 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 19 aprile 2020 in Omelie

 

Tag: , , ,

Giovedì Santo: cena fatta in casa, in intimità, tra amici

Giotto – Ultima Cena – Cappella degli Scrovegni (Padova

Cena fatta in casa, in intimità, tra amici.
‘vi ho chiamato amici’…dice GESU’
L’amico è chi dà la vita per l’amico
Il gesto del lavare i piedi ne è il segno evidente
Non vi ho nascosto nulla. Ho parlato apertamente
Rimanete nel mio amore. Amatevi gli uni gli altri

È una vera liturgia domestica, liturgia di casa a casa.
Lo stare a casa ci fa riscoprire questa dimensione.
Lontani dalla liturgia ‘rituale’ ci resta la liturgia del reale
Del feriale, del quotidiano, dei rapporti di casa
Tra fatica e gioia, dolore e festa, scoraggiamento e ripartenze

Ripensiamo insieme

La vita di casa in casa
È dono e servizio.
Mensa e intimità.
Debolezza e conforto.
Sbagli e perdono.
Siamo nudi: deboli e splendidi
Peccatori ma capaci di amore
Intimità e attenzione al vicino…
Non temi di mettere a nudo le tue debolezze
Perché vieni capito accolto…

Il servizio più grande  è il perdono
Il dono più grande è amore senza fine e senza secondi fini.
Come è bello e piacevole che i fratelli stiano insieme

Il carcere/casa/appartamento diviene spazio di amore
Rotte le catene emerge il vero amore
Un momento insieme a tavola prima o dopo cena
Preghiamo prima di cena o dopo… una preghiera
di ringraziamento e benedizione.
Benedizione del cibo e degli uni degli altri.

Don Giorgio

Scarica il testo innformato pdf (530 KB)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 9 aprile 2020 in Omelie