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PRANZO a GIOGOLI – 26 gennaio

Pranzo di raccolta fondi per la Parrocchia di Giogoli:

domenica 26 gennaio, alle ore 13:00 circa (dopo la S. Messa)
nei locali della parrocchia


Ai fornelli il nostro bravissimo cuoco Enrico.

Offerta libera, consigliata (non meno) di 15 €.

Prenotazioni:

– presso la parrocchia (lista in fondo alla chiesa)

– oppure telefonando a:
393 053 5001 (Massimo)
348 708 3449 (Enrico)

Intervenite numerosi e invitate!!!!!

 
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Pubblicato da su 15 gennaio 2020 in Altre attività

 

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Omelia di don Giorgio – Battesimo di Gesù – anno A

« Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». » Mt 3, 16-17

1.

A. Ciò che più sorprende del Cristo non è tanto il suo Battesimo al Giordano, ma il tempo che lo precede.
Prima di allora cosa ha fatto Cristo durante i suoi trenta anni (Lc 3,23)?
Si sa poco e nulla.
Se poi si crede che lui sia il Figlio di Dio che ha lasciato il cielo per venire sulla terra per salvare gli uomini, che abbia questa finalità, non è ancor più sorprendente questo lungo tempo passato in modo inattivo e senza fatti rilevanti?
Un’esistenza piatta. Senza picchi rilevanti.

Gli apocrifi hanno tentato di colmare le lacune, ma i vangeli autentici, ufficiali non si sono preoccupati più di tanto. Significa che bisogna guardare altrove o in altro modo.

Per la nostra mentalità occidentale attuale, poi, i trenta anni di Cristo sono solo tempo perso. Un’occasione mancata.

I sacerdoti della Chiesa romana sono consacrati molto prima; poco oltre i venti anni possono essere già consacrati. In certi casi si è chiesta la dispensa per anticipare l’ordinazione.

Cristo appare come uno che ha ansia di compiere la missione, eppure si è lasciato sfuggire tutto quel tempo; a conti fatti, la maggior parte della sua esistenza storica terrena è trascorsa nel silenzio.

B. Uno dei più grandi maestri spirituali dell’India moderna è RAMANA MAHARSHI (1879-1950). Questi a 17 anni ha una esperienza di morte che lo porta alla coscienza profonda del Sé, della propria identità con l’Assoluto (Brahman).
Dopo tale evento le cose del mondo non hanno più senso per lui. Si ritira nella sacra montagna di Arunchala. Solo dopo anni di silenzio assoluto, non interrotto neppure dalla visita di sua madre, risponde alle domande di alcuni discepoli che si sono portati a vivere con lui.
Non ha scritto nulla; restano gli appunti presi dai suoi discepoli per memorizzare le risposte date dal loro maestro. Ma questo era il livello massimo dell’esperienza mistica indiana.

Cristo non era venuto per raggiungere tale consapevolezza, ma per compiere una missione ricevuta dal Padre, come lui stesso afferma più volte; una missione a dir poco ‘ambiziosa’: salvare il popolo di Israele, mirando a raggiungere anche gli uomini al di fuori della sua nazione.

Eppure affonda in un silenzio assordante.

C.
C’è un solo episodio quello narrato dal vangelo di Luca. Gesù dodicenne si ferma al Tempio di Gerusalemme a discutere con gli anziani, con i sacerdoti. A Maria, che lo raggiunge dopo averlo cercato, dice la propria indipendenza e la propria missione di dedicarsi alle cose del Padre suo.
Quindi sa del compito, ma accetta di tornare a casa sottomesso.

È un tempo in cui vive e impara il feriale umano, quello dei giorni, delle stagioni; quello del lavoro e dei rapporti umani. L’apprendere un mestiere, un partecipare alla vita religiosa.
Era solito frequentare la Sinagoga di Nazareth con i suoi compaesani. Ha appreso a memoria le preghiere ebraiche, a cantare i salmi. Come qualsiasi ebreo fervente.

Alla sua epoca si diventava Rabbi, maestro, verso i 30 anni. Forse Cristo capisce che deve aspettare per mettersi in cammino in modo autonomo e avere discepoli.

Nel frattempo, oltre a osservare la vita umana dal di dentro, ha approfondito la storia passata del suo popolo. Tanto è vero che al momento del Battesimo non va dagli Esseni – che pure deve avere conosciuto – né da altri movimenti battesimali, ma va dal Battista e al fiume Giordano. Individua la giusta linea storica che non vuole spezzare e che lo porta a Giovanni il Battezzatore.

Forse questo è uno dei motivi per cui va a farsi battezzare.
Personalmente sa di non avere bisogno di questo gesto di conversione e di purificazione.
Il Battista lo riconosce e lo afferma esplicitamente.
Ma Cristo fa appello a una giustizia superiore. A una BONTÀ DIVINA che guida le cose umane, che vede l’urgenza e l’esigenza che il Cristo viva quel gesto.

È il gesto di uno che si mostra peccatore tra i peccatori, ma che viene riconosce dal Padre come Figlio Amato. Amato perché lui, innocente, si accosta al mondo dei peccatori per condividerne la condizione e portarne il pesante carico dell’infedeltà proprio verso quel Dio Padre.

Alle convinte parole del Cristo il Battista si adegua e lo battezza. Una mano con l’acqua sulla testa del Cristo, e l’altra tesa verso l’alto, verso il cielo.

Ed ecco che il cielo si apre ed emerge apertamente la verità profonda del Cristo.
Lui stesso vede lo Spirito scendere su di lui. Lo Spirito lo riconosce per quello che è, anche se si è fatto uomo, anche se si mescola coi peccatori. Non per nulla viene su di lui.
La conferma della situazione viene dalla voce del Padre che lo riconosce ufficialmente come Figlio, e mostra di compiacersi in lui, in corrispondenza alla scelta dello Spirito.
È un figlio che gli è caro, perché è il suo unico Figlio che ha deciso di venire in mezzo al suo popolo, un popolo di peccatori, di dura cervice costituito di molti disgraziati e infelici, verso i quali prova compassione.
Compassione che lo muove a intraprendere la propria missione,
non prima di trascorrere ancora un lungo periodo di silenzio, 40 giorni nel deserto, prima di mettersi definitivamente allo scoperto tra la sua gente.

Ciò sta a dire che il lungo silenzio del Cristo e i successivi 40 giorni che vivrà nel deserto rappresentano uno sprofondare di Cristo nel profondo di sé fino all’abisso del cuore del Padre. Come se dovesse come uomo raggiungere quella coscienza divina che ha di essere Figlio di Dio. egli porta la sua stessa umanità dentro la dinamica divina. Percependo che tra generazione e missione affidata c’è uno stretto legame. La coscienza che Cristo ha di sé è il sapersi generato dal Padre e inviato dal Padre. Non c’è divaricazione tra generazione e missione. Cristo anche come Uomo agirà sempre come Figlio.
Il divino non lo distacca dall’umano, e l’umano non gli impedisce di entrare in una comunione sempre più intima col Padre. Il suo agire è ancora relazione col Padre di cui compie la volontà. E in tutti e due i movimenti è sempre presente e operante lo Spirito Santo.
È per questa sua volontà che siamo salvati, dirà poi la lettera agli Ebrei. La salvezza viene da quell’abisso di coscienza, che è insieme, ripetiamolo, coscienza di sé e coscienza, consapevolezza della missione. Mentre agisce Cristo conferma e aumenta la consapevolezza di sé. e questo agire unito e unitario diviene opera di salvezza offerta all’Umanità.


2.

Che ne viene?

Il modo di agire di Dio non corrisponde ai nostri criteri. Stabilire in cosa consista la vera salvezza e come la si operi e la si raggiunga, questo spetta solo a Dio.

Ma quello che avviene al Giordano lascia presagire qualcosa della modalità salvifica del Cristo.

a.
Intanto Cristo entra e scende nel Giordano, cala dentro l’acqua.
È evidente che è un gesto simbolico: nella stessa acqua precipita il peccato e si viene lavati, rimessi puliti.

Il fiume ricorda due realtà ad esso connesse: richiama la sorgente e la presenza del pericolo, del male.
Il coccodrillo o l’ippopotamo abitano il fiume Nilo. Le acque nascondono le insidie, le minacce. Può sempre accadere un’aggressione che ti inabissa, ti divora e ti distrugge.

È anche vero che l’acqua, come avviene per il Nilo, assicura la fecondità della terra. Tra fecondità e sorgente c’è un rapporto molto stretto. Non per nulla in certi paesi le donne che si sposano si lavano con acqua di sorgente al fine di assicurare l’apertura della matrice della vita, della fecondità.
Entrare nel fiume è entrare nella sorgente, è stabilire un contatto con l’inizio del fiume, della vita.

Cristo entra nel Giordano per risalire il fiume fino alla sua scaturigine: e tu Giordano perché torni indietro? Canta il salmo.

Cristo risale la corrente per riprendere la storia cosmica umana da capo. Si porta nell’acqua per stabilire un nuovo avvio. Coinvolge il vecchio corso in un nuovo corso.

Ma la sorgente viene da molto addietro. Da cavità abissali. Da due abissi opposti.

Cristo si porterà nell’abisso abitato dalla presenza di Dio, la vera origine, sapendo che qui verrà aggredito dalla presenza del MALIGNO, lui che fa prigionieri gli uomini attraverso la stessa acqua deviata e trasformata in gorgo e in pantano limaccioso.

Cristo può ri-deviare il corso della corrente, solo legando il Maligno, solo uccidendo il mostro. Solo così riporta il libero scorrere dell’acqua. Fiumi di acqua viva sgorgheranno da lui. E da chi crede in lui.

A tal fine dovrà entrare nell’abisso attraverso la morte.
Questo evento è il suo vero battesimo.
Sprofondare nell’abisso infernale, legare ‘il forte’ satana, liberare le persone che questi tiene prigioniere e riportarle alla luce, e di qui ricondurle alla relazione col Padre.
Lasciandosi guidare e portare dallo Spirito Santo che fa dire Abbà, Padre. Spirito di amore che trasforma la morte in un dono di amore e di vita.
In un amore che blocca il male e fa sgorgare il bene. Irrigidisce la tenebra e fa brillare la luce.
La stessa acqua che uccide, adesso è acqua che salva, che purifica e porta in salvo.
L’acqua del diluvio sommerge il negativo e regge l’arca di Noè.

Questa vicenda è il nodo centrale essenziale dell’opera di salvezza.
Non importa la sua durata ma la profondità dell’intervento.
Tanto da essere decisivo per sempre.
Cristo fa uno scambio di binari: sposta la storia dell’Umanità sul binario del progetto di Dio.

Per questo in certo senso Cristo non fa alleanza. È ALLEANZA IN SE STESSO. Non pone una azione esterna a sé; compie un atto di vita personale. Così vivendo si pone lui stesso come alleanza, come mediazione; si può dire come ‘istmo’ tra il continente di Dio e quello dell’uomo.

All’uomo, se vuole pervenire alla verità profonda di sé e alla sua piena realizzazione, è chiesto di rivivere lo stesso evento. Non basta una presa di coscienza; questa va trasformata e espresso in un evento, in un rito. Si tratta di con-morire e con-risorgere con Cristo. Fare proprio il ritmo esistenziale di CRISTO.

Per sentirsi chiamati: figlio mio amato.

Risalendo dunque all’Origine prima di sé.
Recuperando, se si vuole, l’esperienza di Ramana Maharshi: arrivare alla coscienza di sé, che per Cristo e per noi coincide con la coscienza di percepirsi come figli di Dio. Che oltre la generazione hanno ricevuto dal Padre una missione, che è anche opera di salvezza degli uomini.
Senza questo calare nella profondità il nostro agire è attivismo ma non azione, non ha effetto salvifico. Non opera bene né apporta del bene.

Santa Teresa di Gesù Bambino non è mai uscita dal monastero. Ma è sta proclamata patrona delle Missioni. Per un motivo: quando le è stato chiesto che membro voleva essere nel Corpo di Cristo, lei ha risposto: il cuore. Portarsi al centro e di qui arrivare a tutti.

Questo ha voluto dire per lei e lo dice anche per noi: prima di tutto e avanti a tutto giungere ad accettare di mettersi alla sequela di Cristo, non stando seduti sui banchi di scuola ma mimando il vissuto di Cristo. Lasciare scivolare e portare da sé ogni forma di male. Morire al proprio ego, ripiegato su di sé e alzare cuore e occhi e dire dal profondo di sé e con tutto di sé, Padre accoglimi come tuo figlio.

Ciò significa riconoscere e accogliere il Cristo. Abbracciarlo e seguirlo nelle sue scelte e nei suoi movimenti.
E come lui è risalito dal fiume e quindi dall’abisso di morte per giungere all’Abisso del cuore del Padre, anche a noi è chiesto e dato di risorgere dalla morte, prendere il corpo di resurrezione e di figliolanza del Cristo.
Voi siete morti con Cristo e risorti con Cristo.
Alla radice del nostro essere e agire sta questa consapevolezza, che deve essere sempre più percepita e seguita come unico contenuto del vivere e come unico criterio delle nostre scelte.
Che poi vuol dire: vivere il Battesimo, morire al male e risorgere alla luce, all’Amore vero, allo Spirito Santo donatoci in Cristo dal Padre. Padre mio, Padre nostro. Due invocazioni consuonanti.

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Pubblicato da su 13 gennaio 2020 in Omelie

 

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Commento di don Giorgio al Vangelo – II sabato dopo Natale – anno A

 «La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità.
Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare.
» Lc 5, 15-16

Cristo guarisce il lebbroso – mosaico – Duomo di Monreale


Lc 5, 12-16

Che tipo di reazione suscita il Cristo nelle persone?

Anche quando compie i miracoli lo fa senza prosopopea; Cristo non schiaccia, non piega nessuno all’adorazione. Di nuovo: tra sé e la sua azione, tra sé e la persona incontrata, Cristo lascia sempre uno spazio da attraversare in piena libertà.

Questo spazio in-frapposto per alcuni è muro, diaframma; per altri è invito, è occasione di uno sguardo più addentro. Per questo c’è chi passa accanto e non si avvede di nulla; c’è chi rimane alla superficie delle cose, all’aspetto eclatante senza scendere nel profondo di sé; e c’è chi si lascia toccare il cuore e intravede uno squarcio, una luce, una via di uscita.
E allora diventa invocazione, sguardo.

A chi accade così? Spesso a chi non ha più nulla da perdere. A chi ha esaurito possibilità e forze. Allora grida e si aggrappa a quel barlume appena intravisto.

Così accade al lebbroso. L’escluso per eccellenza. L’intoccabile.
Doveva suonare la campanella per allontanare le persone. Doveva stare a distanza. È ripugnante e fonte di contagio mortale.

Dalle voci udite ha intuito che quel Cristo che passa può fare qualcosa per lui.
Con una parola? Sì. In forma istantanea? Sì. Il lebbroso lo avverte, anche se oscuramente, e diviene solo un grido, dall’abisso disperato del suo essere: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».

Cristo rompe malattia e barriere di esclusione: lo tocca e lo guarisce. Subito. Ma non si compiace del miracolo, non ci sta sopra; non aspetta l’applauso, l’osanna. Non agisce per questo. Si porta immediatamente nella solitudine della preghiera. Nel suo segreto rapporto col Padre.

Col suo modo di fare e parlare Gesù va a toccare un tasto segreto del cuore dell’uomo.
Lo rianima alla giusta reazione e richiesta: una fede disperata totale. Che fa breccia dentro il cuore stesso di Cristo.

a. Ognuno di noi è un lebbroso, più di quanto non lo si voglia ammettere. Se sei un vaso e hai un foro… sei inutile… ti è chiesto di recuperare l’integrità del tuo essere. Se non ti metti nudo davanti al Signore, lui non può nulla. Stare nell’atteggiamento del pubblicano, non per un sentire malsano, ma per un sentirti alla presenza di Dio. Che giudica, ascolta e salva ogni volta. Poi grida:
salvami Signore.

b. Accade anche che ognuno di noi incontra un lebbroso. La conversione di Francesco è iniziata di lì. Se non eviti, se non fuggi, due cose accadono: vai al di là del ripugnante, della reazione immediata di ripulsa, di passare via; e vedi in ogni lebbroso il Cristo da abbracciare.

Lebbroso è il malato nella carne e nello spirito. La persona evitata, questa ti è chiesto di abbracciare.
Solo dopo il cuore si fa leggero.
Chi sta col malato o l’anziano deve stare attento a farne l’abitudine.
Mantenere desta la consapevolezza della presenza di Cristo Gesù.

c. E quando Dio fa grazia e ti fa grazia, non stare a compiacerti.
Ritirati nel silenzio della preghiera. E qui ringrazia, gioisci, supplica, chiedi.
E ancora dì: grazie Signore! Di tutto!

 

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2020 in Omelie

 

Commento di don Giorgio al Vangelo – II venerdì dopo Natale – anno A

 «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» Lc 4, 21

Il brano di Luca [bisognerebbe leggere l’intera pericope 4,1-30]  ci presenta Gesù che si avvia alla missione. Avendo superate le prove iniziatiche (per Luca sono le prime tentazioni, il diavolo ritornerà a tempo opportuno: Giuda e le persone ai piedi della croce e sulla croce che gli dicono: se sei Figlio di Dio salva te stesso e noi…) e avendo avuto la consacrazione ufficiale, l’investitura dall’Alto ritorna a Nazareth.

Torna dove era cresciuto. Viene quasi istintivo.

E Cristo parte con entusiasmo e convinzione. E sembra che nello scorrere il rotolo del profeta Isaia, intenzionalmente va a cercare i passi che caratterizzano la sua missione, in base alla consapevolezza raggiunta. Quei passi dicono l’oggi del suo presentarsi; la modalità nella quale si presenta.

La sua missione è contenuta in questa profezia.

Fin qui tutto bene. C’è anche un facile immediato entusiasmo. Dura poco.
E inizia qui una dura diatriba molto polemica.
Infatti il brano continua osservando che gli ascoltatori si
chiedevano: «Ma costui non è il figlio di Giuseppe?». E l’episodio finisce raccontando:

28 Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall’ira 
29 e, alzatisi, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situata la loro città per farlo precipitare giù.

Ciò che scatena le reazioni contrarie è  il suo presentarsi come il compimento della profezia.
È l’accadere l’oggi del compimento profetico che viene osteggiato e rifiutato.

Non possono credere né accettare che sia lui, uno allevato e educato a Nazareth, a essere ricolmo dello Spirito del Signore, consacrato con l’unzione tanto da avere i caratteri propri del Messia.

Quelli che si erano seduti per ascoltarlo, adesso si alzano in piedi per eliminarlo. L’intenzione è di gettarlo dalla rupe.

Fin dall’inizio Gesù avverte che la sua missione non sarà facile né semplice. C’è già l’ombra della croce, il presagio della tragedia.

Anche se ancora non è questo il suo tempo. Arriverà. Adesso intanto ‘passando in mezzo a loro, se ne andò (4,30)

A. Succede spesso: attendi una cosa o una persona, desiderata con tutto lo spasimo del proprio essere; quando ti è davanti, non ci credi, ti difendi. Perché prima nell’attesa sognavi; adesso hai la concretezza della situazione e della persona.

B. Adesso devi prendere posizione. Devi giocarti la tua vita e la tua persona. Hai paura che tale incontro ti tarpi le ali, che ti soffochi, che ti impedisca di vivere. È molto facile sbattere la porta, prendere quello che pensi che ti spetti, e poi andartene, lontano. A smarrirti altrove.

Allora, con molta umiltà, decidi di amare la situazione. Aiuti.

Collabori. Accogli.

 

 

 

  1. Può anche essere che si viva una situazione analoga a quella

del Cristo, mantenendo le dovute proporzioni. Senza esagerare.

 

Accade che vieni rifiutato come persona e come compito, per la missione che rappresenti.

 

Il chiamato sa che questo fa parte del compito. È inutile sognare diversamente. Accetti di non essere accettato e messo da parte.

Dibattersi furiosamente o fare spazio a forme di vendette serve a poco, se non finire di distruggere anche se stessi.

 

Non avere paura di navigare contro vento. Essere pazienti e misericordiosi.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2020 in Omelie

 

S’attarda ancora un pò

S'attarda ancora un pò

don Giorgio

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2020 in Poesie

 
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INFINE RESTANO

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Pubblicato da su 11 gennaio 2020 in Poesie

 

Adorazione eucaristica mercoledì 8/1/20

Mercoledì 8 gennaio 2020

dopo la S. Messa delle 21,15
(indicativamente alle 21,45) ci sarà

    l’ Adorazione Eucaristica  

in chiesa a Giogoli

 
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Pubblicato da su 7 gennaio 2020 in Celebrazioni

 

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