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Omelia di don Giorgio – V domenica dopo Pasqua

Vangelo della V domenica dopo Pasqua -anno C

“Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri Gv 6,68

Via Crucis-Marzabotto

Marzabotto -La via Crucis

 

Il cuore dell’uomo è attraversato da sogni: sogno d’amore trovato, di pace realizzata,
bisogno di festa, ricerca della gioia perfetta. Piena.
Ci sono parentesi di festa: teatro, musica, danze, grandi scenografie.
Tutto attiva un desiderio di vita piena, felice.
Spettacoli di luci, fuochi di artificio che illuminano la notte e danno gioia per del tempo.
Poi questi momenti si perdono nella notte;
e gli uomini ricominciano a farsi guerra.
Ognuno vuole tutto per sé, ognuno vuole emergere,
poi possedere, infine dominare.
Si costruiscono recinti e barriere di proprietà privata.
Questo è mio. Non devi varcare il confine.
Così si scatena l’odio, in tutte le sue forme,
con tutte le sue conseguenze devastanti.
È facile scatenare istinti aggressivi.
È facile vedere e creare nemici, bersagli da colpire.
Ciò che conta e interessa è eliminare tutto quello che fa ombra e ingombra, che ostacola.
In questo desiderio di affermare se stessi, incentrato su di sé,
nella smania di possedere,
si bloccano i rapporti veri tra le persone.
Chi vuol dominare, dirigere e controllare, alla fin fine irrigidisce i rapporti, li raggela, impedisce vita e amore.
Da qui spuntano lacrime e dolori. Lutto, affanno, lamenti.
Guardando la vita intorno,
guardando i rapporti personali,
guardando anche noi stessi:
ci si avvede contraddittori, divisi, rivali, in continua concorrenza,
con il bisogno di essere riconosciuti, amati, capiti.
Si prova il desiderio struggente di essere diversi.
La voglia di cambiare le cose.
Uscir via da situazioni che schiacciano.
Sarà possibile?
Cristo stesso è come bloccato dalla presenza di Giuda.
La sua presenza di inganno, di tradimento, impedisce l’effusione del cuore.
Impedisce l’intimità, impedisce di parlare a cuore aperto.
Solo quando Giuda esce dal cenacolo, Cristo può parlare apertamente.
L’uscita del traditore, dà come la stura al fiume del cuore di Cristo.
Nasce una intimità incredibile, che sa di eterno.

Ci si chiede: sarà sempre così? Non cambierà mai nulla?
Possibile che non ci sia una via di uscita?
A volte si è dei rassegnati. Si dice: Tanto, ormai, è sempre così.
Ci si ripete nel dire: quel che è stato è stato. Non posso far sì che non sia stato.
Non si può rimediare nulla.
Certo le cose umane stanno così,
eppure…

Ci vien detto che qualcuno fa cose nuove, totalmente nuove.
Che la condizione trista e dolorante sparirà.
La terra e il mare di prima non ci saranno più.
Il mare, come residenza abissale del male,
come abitazione e tana del mostro che inghiotte ogni cosa,
questo mare qui sparirà.
Anche la terra del sudore, della fatica, la terra del pianto,
la terra che copre i morti, la terra bagnata dal sangue degli uccisi.
Anche questa, nel suo aspetto negativo, la terra come matrigna,
sparirà.

Ciò che ha sconvolto le prime persone che hanno accolto il Cristo,
è il fatto che lui può far sì che la morte non ci sia stata.
lui ha scavalcato la morte, l’ha eliminata,
l’ha trasformata in passaggio di vita.
Come è viva la sua morte!
Con la morte ha vinto la morte.
Cristo l’ha vinta. L’ha trasformata in atto di amore. In atto di vita vera.
Da quel momento lui può far nuove tutte le cose, può far nuovi i cuori degli uomini,
far nuovi i loro rapporti.
Aveva già detto, una notte, al vecchio Nicodemo che si può rinascere.
Che si può ricominciare dall’inizio.
Si può dare un nuovo inizio anche dentro la nostra storia già avanzata.
Il lupo di Assisi, persona irascibile e intrattabile, è divenuto con Francesco pecorella di Dio.
Come è possibile?

1.

Fidarsi della parola. Affidarsi alla Parola.
Dare fiducia alla parola.
Parola che adesso coincide col il Verbo incarnato. Coincide con la persona, la vita, l’esistenza del
Cristo. La parola ha volto e storia, quelli di Cristo.
Si tratta di accogliere la parola, accogliendo lui.

2.

Già questo atto di fiducia è atto e passaggio di morte.
Morire a se stessi, per dare spazio a lui, che ci fa rivivere.
Ci taglie dal ripiegamento da se stessi.
Ma ci è chiesto di amare. E di lasciarsi amare.
Anche questo atto di amore presuppone un atto di morte.
Non vuoi più che tutto giri attorno a te stesso.
Non stai con gli altri per imporre te stesso.
Non stai con gli altri per essere il primo: riverito, servito.
Sembra che non si possa fare nulla senza dite,
si deve prima sentire il tuo parere, tutto deve avere la tua autorizzazione.
La tua valutazione. Il tuo ok.

Ma Cristo ci chiede una sola cosa: amarci fra di noi.
Il segno vero della fede in Cristo è l’amore fraterno.
Non c’è altro vestito, non c’è altra uniforme.
Il vero abito da indossare è l’amore fraterno.
Non essere il giuda della situazione,
ma essere il discepolo sincero, schietto.
Senza raggiri, senza sottintesi.
Che vi amiate gli uni e gli altri.
Sarete veri discepoli, solo se avrete amore gli uni per gli altri.
L’amore è vicenda. Amore dato, amore accolto, amore ricambiato.
Senza questo ‘giro’, l’amore non esiste.
Dio è Dio perché vive questa vicenda di amore:
dentro di sé, e fuori di sé.
Dio è amore tra le tre persone trinitarie: amore perfetto, pieno.
Ma Dio è anche amore verso il cosmo, verso la terra, e verso l’uomo.
Per amore Cristo è morto.
È uscito a sé per farsi dono a noi.

3.

Questo che Cristo propone e ci richiede, questo che ci dona,
suona sempre un po’ strano, estraneo dentro il mondo umano mondano.
Accogliendo Cristo,
sembra di essere come scentrati in rapporto alla vita sociale mondana.
Tra il criterio del mondo e la regola del Cristo, non c’è concordia.
Sono due regole diverse, sono due atteggiamenti all’opposto.
Per cui è inevitabile che ci sia lo scontro, la tribolazione.
Si prova il senso, ma si vive anche la realtà di essere messi al margine.
Ma anche di essere rifiutati e osteggiati.
La presenza dell’amore vero, vissuto, impedisce la cattiva coscienza.

Che reagisce perseguitando, uccidendo.
È inevitabile attraversare molte tribolazioni,
per stare con Dio, per entrare nel suo Regno di amore.
Ma la persecuzione è occasione di un amore ancora più grande.

4.

Perché? Perché Dio ci chiama alle Nozze eterne con lui.
Nella casa del Padre ci molte dimore.
Dio ha pensato a una città nuova, immensa.
Ha pensato la Gerusalemme.
Non la città di pietra; ma la città di cuori che amano.
L’ha pensata come sposa.
Le nozze compiute sono l’amore realizzato:
amore dato, accolto, ridonato.
Dio è movimento, danza di amore.
Circum/in/cessione, perì/choresis.
Rimarrà solo il cielo di Dio.
La novità di Dio.
Siccome Dio è infinito, sarà sempre nuovo.
Passeremo di novità in novità.

Ma già ora è possibile vivere questo,
in misura ridotta, ma reale.
Se abbiamo fede, se ci amiamo davvero,
allora si sperimenta già la gioia di stare insieme,
con Dio e tra di noi.

Ci è chiesto di credere, di seguire il Cristo.
Di accogliere e vivere la sua Parola.
La sua richiesta di amore, di amare.

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Pubblicato da su 20 maggio 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio sul Vangelo di Luca 9,28b-36

II domenica di Quaresima – anno C

Trasfigurazione – Duomo di Monreale – XIII sec.

Omelia sul Vangelo di Luca 9,28b-36
“E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto”

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I. Due colli, due monti si guardano a vicenda e si rimandano l’uno all’altro.

Cristo, sul monte Tabor, mentre è nel pieno della Gloria, ha davanti a sé il monte del Golgota, il luogo del cranio. Anche allora sarà innalzato, ma sulla croce.
Dentro la luce che lo avvolge e lo rende splendente, Cristo si intrattiene con Elia e Mosé, apparsi accanto a lui.
Cristo parla con loro del suo prossimo esodo; della sua uscita da questo mondo; del suo dovere attraversare il deserto, il deserto della solitudine più totale ed estrema.
Cristo perviene alla consapevolezza del suo ingresso dentro la tenebra della morte.
Sa che entrerà nella morte, nel buio più tetro; fino a divenire anche lui un cadavere, rivestito del rigore della morte. Rigido come lo è solo un cadavere.

Ma vi entra dentro sapendo, volendo quel passo. Vi entra però portando con sé la luce della Trasfigurazione; quella che sta vivendo in questo momento;
vi entra facendo risuonare dentro di sé la voce del Padre, che squarciando i cieli, gli ha detto: Tu sei il figlio mio amato.
Proprio per questo però sarà più atroce l’esodo; più dura la partenza; ma la vivrà fidandosi del Padre: lui non lo lascerà per sempre dentro la tenebra. Non lascerai che il tuo giusto veda la corruzione.

Questo, anche se deve comunque entrare nella tenebrosa solitudine; ma lo fa per amore, fidando e confidando nel Padre.
Questo suo atteggiamento produce almeno due effetti:
mentre gli altri uomini entrano nella morte perché costretti, lui vi entra liberamente, per un suo atto di amore, fin da quando è entrato in questo mondo.
Per questo si muove liberamente dentro il regno dei morti. È il solo libero dentro il carcere della morte.

Questo atteggiamento suscita la sorpresa e la debolezza della morte stessa.
Il fatto che Cristo viva la morte per amore, si conficca dentro la morte come un cuneo che impedisce al male di stritolarlo. Cristo è un cuneo che entrando nella morte, divarica il male, aprendosi un passaggio interno, dentro quel buio tenebroso.

Questo permette e avvia un nuovo esodo. Cristo esce dalla morte, ribalta la fredda pietra che lo occludeva; si sottrae alla violenza della putrefazione.

È come se sentisse ancora la voce del Padre che gli dice: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato.
Come se esplodesse ancora la luce dello Spirito, che lo porta fuori, all’aperto.

Cristo si divincola dai lacci che lo trattengono, evade.
Ma in tal modo segna davvero dentro il mondo un sentiero luminoso

Il turibolo di fuoco, che passa in mezzo agli animali divisi da Abramo,
è adesso lo Spirito che lo investe e lo libera dal sonno, dal torpore della morte in cui è caduto.

II. Cosa ci dice tutto ciò?

  1. Intanto che non dobbiamo temere la croce, che non dobbiamo sentirla come un nemico, perché è stata lei la debolezza che ha vinto la morte.
    Ma la croce è anche la forza che ha vinto il potere del male, che teneva schiavi gli uomini attraverso il timore della morte.
    Chi teme la morte, sta ripiegato su di sé. Pensa alla propria conservazione, alla propria sopravvivenza. Ma in questo modo finisce per impostare una vita egoista, incentrata solo su di se: in quel volere furibondo e forsennato che tutto si rapporti a lui. La paura porta all’accumulo; porta a fare incetta, rifornimento, di tutto.
    Si pensa solo al ventre: riempirlo, comunque; saziarlo in ogni modo, in modo nevrotico e compulsivo. Schiavi e adoratori del ventre.Dice una scrittrice polacca: Si tratta di un ostinato ritorno della coscienza a certe immagini, su una loro ricerca compulsiva. Una variante della Sindrome del Mondo Cattivo, ultimamente conosciuta e descritta come u a particolare infezione trasmessa dai media. Si tratta in fin dei conti di un disturbo molto borghese. Il paziente passa molte ore davanti alla televisione cercando con il telecomando solta to i canali dove vengono trasmesse le notizie più terribili: guerre, epidemie e catastrofi. Poi affascinato da quel che vede, non riesce a distogliere lo sguardo.[1]Anche la strage, qualsiasi strage – l’uccisione delle persone per strada o nelle chiese e nelle moschee, lo sfruttamento esasperato della terra e delle sue acque – son sempre forme con cui ci si vuole impossessare di tutto e di tutti; sono espressioni del bisogno di affermare se stessi, di ridurre ogni cosa sotto di sé; di dominare ogni realtà.Chi si è aperto a Dio e a Lui fa riferimento, sa che tutto viene da Lui e tutto va verso di Lui. Tutti e tutto sono chiamati a vivere un esodo di qui a Lui, avendo però amato la generosa madre terra e gli uomini, suoi fratelli. Sinceramente. Con una umiltà riconoscente e grata. Con un amore fattivo verso ogni creatura.Le capanne, le tende erette dagli Ebrei nel deserto, erano già presagio di liberazione; presagio di stare per arrivare alla terra promessa. Si cammina sapendo di dovere emigrare. Liberi da ogni smania di possesso, felici di fare di sé e della propria vita un dono, gratuito, senza nulla attendersi in cambio. Per lasciare puro e luminoso il nostro gesto. Per non imbrattarlo delle nostre mani possessive.
  1. Non ci resta che sapere e sentire, con tutto di noi, che Cristo ci ha preceduto sul sentiero che dalla terra ci porta al cielo, che dalla morte ci porta alla vita. Non si può fare i grandi; darsi delle arie; non si può tenere un atteggiamento da sbruffoni.
    Solo sappiamo che Cristo ci tiene con sé; sappiamo di stare nelle mani di Dio; e che nessuno ci potrà strappare dalle sue mani.
    Sapendo che è meglio cadere nelle mani di Dio che nelle mani degli uomini.
    Desiderando che Dio Padre dica a ciascuno di noi: tu sei mio figlio, io ti amo.
  1. Per arrivare a questo ci è chiesto di fare ciò che il Padre suggerisce: Ascoltatelo.
    La parola di Cristo, il suo atteggiarsi, divengono il nostro stile di vita.
    Cristo ci dice: io ho vinto il mondo, il maligno.
    Si, il mondo è posto nel maligno; ma il mondo non dura; perché passa, ma soprattutto perché Cristo l’ha vinto.
  1. Allora sorge su di noi e dentro di noi come una nuova alba: la prima luce che accenna e annuncia il meriggio. Sappiamo, come ci ricorda san Paolo, che anche il nostro misero corpo sarà reso conforme al corpo glorioso del Cristo. Questo ci procura una pace interiore. Qualche santo ha sperimentato anche la gioia davanti alla morte, per la contentezza di potere incontrare il Signore cercato e amato per tutta la vita.

Forse noi non siamo a questo livello. Possiamo però dire:
Padre nelle tue mani affido la mia vita, consegno me stesso.

  1. Il mistico martire mussulmano Hallāj «si rifugiò sulle cime dei monti; là sulle cime dei monti, per sei mesi, adorò Dio»; diceva: «Ho adorato il mio Signore sulle cime dei monti… Ringrazio Dio che mi ha salvato/ E mi ha costruito sulle alture una residenza»[2], e lo diceva dentro la certa prospettiva del suo martirio, che l’avrebbe unito per sempre a Dio, quel Dio al quale sempre si rapportava, «ripetendo estatico: ‘Dio, Dio’. Gli domandavano: ‘che cosa vuoi comprare?’. Io voglio Dio solo»; perché a Dio anelava, bramoso di unirsi con Lui:

Una brezza venuta dalla sua soglia m’ha trattenuto davanti alla Sua porta,
Sospingendomi verso la Sua unione per sempre,
Il mio cuore è al riparo dal suo Abbandono e dal Suo occultamento,
Mi è riuscito così dolce quel che ho udito nell’ombra del suo rimprovero,
Ed ecco, quel che più conta, mi hanno abbeverato con la Sua bevanda[3]

Questo può essere vero per tutti noi.
Diventando già ora, in noi e tra noi, persone trasfigurate, in attesa della trasfigurazione finale.

[1] Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Milano 2019,p. 19.

[2] L. Massignon, La suprema guerra santa dell’Islam, (a c. di D. Canciani), Città Aperta, Tronia (EN) 2003, 64,69,74.

[3] Ibid. 63-64.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio del mercoledì delle ceneri

Grotta di S. Antonio Abate – Egitto

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

Nel cammino spirituale, non siamo mai degli arrivati.

La saggezza dei padri del deserto, come ad esempio santo Antonio abate, suggeriva: comincia ogni giorno da capo; comincia ogni giorno come se fosse il primo del tuo cammino ascetico spirituale; del cammino nella virtù.

Paolo dice di sé di non avere ancora raggiunto la perfezione; fa solo una cosa: dimentico del passato, corre verso la meta per cercare di afferrare Cristo, dal quale è stato afferrato.
Paolo cammina in novità di vita, quella che Dio gli dischiude.

Il processo della crescita dell’uomo interiore, dell’uomo spirituale, è infinito. Come infinito è Dio, verso il quale ci si incammina, verso il quale camminiamo.

Ci si chiede: in che modo fare questo cammino?
Attraverso dei passi successivi.

Prima di tutto prendere coscienza che siamo niente. Non abbiamo vera consistenza. Siamo onde sul mare del tempo. Siamo come l’erba, che oggi è e domani è già secca, avvizzita. Quando moriamo, neanche il posto dove eravamo, ci riconosce. La vita è un batter d’occhio. Siamo un piccolo grumo di polvere.

Percepito questo niente che siamo, riconoscere che questo nostro niente è tutto per Dio. A questo nostro niente, Dio vuol dare tutto, vuole fare dono totale di sé.

Allora capiamo che dobbiamo fare il vuoto dentro di noi. Non per una mancanza di desiderio. Anzi. Per fare posto a un desiderio supremo: quello di fare spazio a Dio. Che venga in noi. Che ci abiti totalmente.

Questo significa: consegnarsi a Dio Senza resistenza. Senza porre ostacoli.
Il Signore dice a Saulo: ti è duro recalcitrare. Non serve resistere. Occorre consegnarsi in modo totale a Dio.
Gesù Cristo ha detto a Pietro: Simone, quando eri giovane, andavi dove volevi. Ma quando sarai anziano, stenderai le mani a un Altro che ti condurrà dove lui vuole. Fa di me quello che piace a te.

Ci è chiesto di vivere una morte. Una morte che ci fa accedere alla Vita, quella che dura per sempre. Quella che ci porta all’incontro con Lui. Adesso nell’Eucarestia. Poi nella pasqua annuale. Poi nella Pasqua eterna.

Essere come alberi protesi a Dio, con tutto Noi stessi; con tutti i rami delle nostre facoltà.
Diventare, come san Francesco, non uno che prega, ma uno diventato preghiera.
Fatto preghiera.

 

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio sul Vangelo di Luca 6,27-38

Crocifisso_GiogoliIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.

Davanti alle parole di Cristo, così nette e chiare, la prima reazione è quella della ribellione, del rifiuto.

Non è giusto. Perché dovrei sopportare una ingiustizia così evidente. Posso arrivare a non fare del male al mio nemico. Ma cedere; anzi amarlo è proprio assurdo. Di questo passo dove si va a finire?! In questo modo autorizzo l’altro A seguitare nella sua prepotenza, nella sua violenza. È troppo radicale quanto Cristo propone. È fuori di ogni buon senso, è fuori di ogni sano criterio di convivenza. Sarebbe già molto vivere in uno stato di non belligeranza.

Ma cosa sta dietro e dentro la richiesta del Cristo? Anche perché, quando a lui è capitata l’occasione di vivere quanto ha richiesto, lui non l’ha fatto. Quando il servo del sommo sacerdote lo ha colpito in viso, Cristo non ha mostrato l’altra guancia. Anzi; ha reagito dicendo le sue ragioni: Se ho parlato male, dimostramelo, altrimenti perché mi colpisci? I primi pagani hanno avuto buon gioco a evidenziare questo aspetto contraddittorio. Il filosofo Celso ha accusato Cristo di incoerenza. Un vero maestro deve vivere per primo, quanto insegna. Quindi non può essere accettato come Maestro: non fa quello che chiede agli altri.

A cosa vuole condurre Cristo? Cosa vuol mettere in evidenza? Cosa porta allo scoperto? Evidente che Cristo non vuole la pura passività. Davanti al gesto violento e ingiusto, Cristo vuol portare allo scoperto la verità dell’atteggiamento dell’uomo. Lui potrebbe chiedere l’intervento di legioni di angeli; ma non lo fa… Sa che deve e vuole vivere una obbedienza al Padre, fino in fondo. Accetta la passione; accetta di incamminarsi verso la sua morte… Poi dall’alto della Croce, dice apertamente al Padre: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Lui sa che dietro gli uomini, c’è una potenza oscura, ostile, che agisce. Sa che dietro loro c’è il Diavolo che è menzognero e omicida fin dall’inizio. Sa che per vincere il Male, deve andare fino in fondo dentro la morte. Perché solo così può portare allo scoperto il male; ma anche può mostrare il proprio amore, la propria obbedienza: accettando di morire, di lasciarsi afferrare, ghermire dal male. Per mostrare che lui può andare dentro e oltre la morte.

Perché ama.

Accettando la morte, è già oltre la morte. Non teme di perdersi. Si consegna al Padre. Nelle tue mani, Padre, consegno il mio spirito; nelle tue mani affido la mia vita, affido il mio destino. Il mio esito, il mio futuro. Quando Cristo chiede di amare il nemico, di fare il bene a chi ti fa il male, vuol che venga allo scoperto la mia verità ultima: vuol vedere se io sono morto a me stesso, al mio ego orgoglioso. Solo chi perde la propria vita, la ritrova. Se sono già andato oltre e dopo la morte, il nemico non può raggiungermi; radicalmente: non può farmi del male. Son chiamato e vincere il male, facendo del bene. Se amo in questo modo, mostro di non considerare nulla il mio io, la reputazione, il successo. Non mi interessa più niente di me…In certo senso non avanzo più neppure i miei diritti. Entro in un’altra dimensione; in un’altra logica. È la dimensione del Risorto.

Sono libero da me stesso.

Anzi: prego che anche quelli che mi uccidono, vengano anch’essi in paradiso. Così ha pregato santo Stefano, il primo martire, e dopo di lui, tanti altri martiri. Il martirio è il vero luogo mistico: il martire è ormai in Dio. E posso perdonare; non perché mi sento bravo, superiore; ma perché mi sento amato, custodito da Dio stesso. Per cui il perdono offerto è anche una nuova creazione. Il ‘per-dono’. È un dono moltiplicato. Faccio nuovo il cuore dell’altro. Di qui si capiscono tante cose. Papa Giovanni XXIII scrive nel suo testamento: non ho da perdonare nessuno, perché non mi sono sentito offeso da nessuno. Lui è andato al di là.

È come l’insistenza sull’umiltà da parte dei santi. Possiamo richiamare san Benedetto.  Possiamo richiamare san Filippo Neri: spernere se sperni, disprezza di essere disprezzato. Fregatene se gli altri se ne fregano di te. Sei libero da te stesso; e dalle tue cose. Mostri di non essere attaccato né a te né ai tuoi beni.

Ti interessa il Bene; il Sommo bene; e sai che Dio Padre ti vuol bene. Ti tiene nelle sue mani. È quanto dice san Francesco di Assisi sulla perfetta beatitudine. Ivi è perfetta letizia, frate Leone.

Quindi sei diventato una creatura nuova. Hai abbandonato il vecchio Adamo. Fai spazio all’uomo nuovo; a quell’uomo abitato e guidato dallo Spirito santo, che è più forte di ogni spirito maligno e malevolo. Se Dio è con me, chi mi può fare del male? Dio è il mio custode e il mio protettore. Lui mi custodisce. Ho messo e rimesso tutto di me nelle sue mani. Lui sa e vede. Lui mi tiene con sé. Si può arrivare a sovrabbondare di gioia In tutto ciò che patisco per Cristo Gesù, perché sono già in Cristo Gesù. Che mi fa dono del suo Spirito.

E con lo Spirito giunge anche la gioia. Perché la gioia è uno dei doni più grandi che ci fa lo Spirito Santo.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2019 in Omelie

 

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