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Omelia di don Giorgio – V domenica di Quaresima – anno A

La resurrezione di Lazzaro

Caravaggio – Particolare della Resurrezione di Lazzaro – 1609 – Messina, Museo Regionale

Lazzaro vieni fuori

Le sorelle di Lazzaro, l’amico morto di Cristo, gli dicono appena incontrato:
se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto.
Gesù, vedendo piangere anche Maria, crolla anche lui. Scoppia in pianto.
La vista della tomba, l’avvertimento che la salma ormai, passati tre giorni, manda cattivo odore, generano in Cristo un forte turbamento.
Non finge, non si atteggia.
È un uomo distrutto.
Come Dio?
È un Dio distrutto.
Così vana l’amicizia? Così impotente anche l’amore?

Non sapeva, Lui, la morte con tutto quello che essa scatena?
La morte, non è stata la prima minaccia al peccato?

Forse no. La morte ci sarebbe stata comunque. Un passaggio. Un transito,
di qui al mondo di DIO. Rapimento estatico, Bacio. Bacio di Dio all’uomo.
così sarebbe accaduto a Mosè. Elia rapito e trasportato da un carro di fuoco.

Dio aveva minacciato: morirete di morte. Se tu uomo ti rinserri in te,
non fai che richiudere l’essere dentro la morte.
Non farlo. Acquisti scienza; questa non finisce mai; ma perdi la vita.
Non recidere la radice che ti lega a me. Se la recidi ti perdi. Ti frantumi.
In una specie di contro-natura, dove ci si sbrana. Famelici e impotenti.
Come animali della foresta. O dei ghiacciai.

È questa morte qui, che neppure Dio immaginava…
E che Lui voleva evitare….
Mistero oscuro senza fondo… decomporsi nel fetore. Irrisione ultima.

L’intuizione di sant’Ireneo ritorna con forza:
la morte attuale è uno sbarramento che Dio ha messo,
per evitare la disfatta.
La morte come cessazione dell’andare alla deriva.
Come porre una fine, per avviare una realtà nuova. Per permettere di ricominciare da capo…
La morte come misericordia.

Dio stesso costretto a lasciare libero l’uomo di scegliere il male e male, anche con le conseguenze negative che ne sarebbero derivate… come se all’uomo non fosse sufficiente l’avvertimento.
Come un bambino scontroso; come un giovane ribelle: dammi il mio, quello che mi spetta.
E finisce in una landa di solitudine. Finisce aggredito, rapinato, lasciato ferito per strada.

Guarda che ti fai male. Sta fermo. Posa. Smetti.
Caduta mortale. Croce rossa, pronto soccorso, intervento. Il primo.
di una serie, per rimetterti nella condizione precedente.
Obbligando genitori e vicini a soccorrere …giorno e notte.
Quando poteva essere evitato l’incidente…

II.

Qualcuno in silenzio, altri urlando di disperazione, battendo le mani ai vetri della stanza,
alle tempie, dice anche oggi a Cristo: se tu fossi stato qui…
Vieni, vedi la processione di bare…
Le persone che muoiono come mosche…

Sì, e le altre che muoiono sbranate… sangue, sangue, e polvere.
Le altre uccise da mani fratricide. Le nostre mani… pulite oggi tentano
di impedire la morte ai nostri vicini…

Cristo piange sconvolto. Vive l’attimo drammatico in se stesso.
Nella sua presenzialità assoluta.
Un turbamento tenace scuote tutto il suo essere. Lo turba molto.

Neppure lui regge. I suoi singhiozzi arrivano sulle nostre spiagge di dolore.
Sui nostri ospedali, sulle nostre bare, sui nostri cimiteri.

III.

Durante la sua esistenza Cristo compie solo tre resurrezioni. Riporta in vita una
bambina di dodici anni (talità kum), un giovane e un adulto, Lazzaro appunto.

Tanti altri saranno morti accanto e vicino a Cristo. Come gli uomini schiacciati
dalla torre di Siloe caduta (Lc 13,4). Non poteva intervenire a salvarli o risuscitarli?

+ Da una parte Dio deve lasciare libero corso alle scelte dell’uomo.
Fino alla distruzione. La libertà concessa o è reale o non esiste. Una volta data,
occorre contemplare tutte le possibili conseguenze, anche negative.

++ Dall’altra Cristo può intervenire, ma richiede l’apporto dell’uomo, la sua fiducia.
Il suo ravvedersi, il suo mettersi a seguire i passi di Dio.

Adesso, nel momento storico che vive in Palestina, può dare degli assaggi.
Far risorgere qualcuno, farlo ritornare in vita; ma non è ancora la soluzione della morte.

La soluzione radicale sta in un atto di fede e di amore mescolati insieme.
Chi crede è già passato dalla morte alla vita.
Chi ama è già passato dalla morte alla vita.

Chi crede, chi ama, si è già posto al di là della corruzione.

Miracolo reale l’atto di fede.
Miracolo reale l’amore autentico.

A qualche santo è stato dato di percepirlo e viverlo.
San Francesco canta la morte come sorella. Muore cantando.

Che dire?
Mistero fondo.

Resta che l’uomo, lasciato a se stesso, non evita la morte: né il darla ad altri né il viverla.
La morte come segno del limite; della chiusura dell’uomo in se stesso. Per quanto ti stringi,
stringe un andare alla deriva. Chi viene travolto dalle acque di un fiume
non si salva stringendosi le spalle.
Ma aggrappandosi a chi porta fuori dell’acqua.

Resta che all’uomo è chiesto come al Cristo di morire per amore;
lui morto per amore dell’amore nostro. Noi morire per amore dell’amor suo.

Ma questo lo può solo chi vive per l’amore. Vive dell’amore. Vive l’amore.

Abbiamo chiuso i confini, siamo stati confinati perfino dentro casa.
Abbiamo eretto barriere, e bare senza numero portano via persone divenute sconosciute.
Abbiamo favorito ostracismi e atteggiamenti di esclusione, adesso neppure un saluto,
neppure un fiore accompagna chi parte per sempre.
E pensare che si mandando al macero quantità industriali di fiori recisi.

 

Se il Signore fosse stato qui, non saremmo arrivati a questo livello di morte… Sussurra una voce sconfortata… Un’altra irritata e risentita.
La corsa a intervenire, così inattesa e solidale, non può nascondere
la grettezza usuale dei rapporti e degli egoismi umani.

Che solo una tragedia obblighi a condividere la dice lunga sul degrado di una civiltà
che si ritiene emancipata, postmoderna, post post… post umana.
Che il terremoto faccia riscoprire le relazioni umane… è deprimente…
A parte che, dopo anni, in diverse zone ci siano ancora le prime case
fatiscenti ormai con pezzi che cadono…
Non è impressionante che il medicinale, anche solo il disinfettante divenuto indispensabile
per la lotta contro il corona virus all’improvviso aumenti di prezzo in modo esponenziale …
l’emergere ogni volta di forme di sciacallaggio mette allo scoperto le zone marce
della convivenza sociale, accanto a luminosi esempi di pura gratuità, di donazione di sé.


Il dispiegamento dell’apparato tecnico e dell’avanzamento delle ricerche più sofisticate
non deve fare dimenticare gli egoismi di popoli, l’assenza del buon senso e delle regole
più elementari di convivenza sociale.

Non stia presso di te neppure una notte quello che spetta
all’operaio, al povero, all’indigente.

C’è sempre un Lazzaro fuori delle tavole imbandite e delle case riscaldate.
Il povero di strada, una categoria di persone, un popolo…
ai piedi dei ‘grandi’ che banchettano.


Quello che pure è incredibile
è che Dio annuncia la salvezza dentro la disperazione
Annuncia la vita dentro la morte.
Annuncia la signoria dell’amore dentro il regno di morte.

Per Dio non conta la morte,
ma il disastro che il timore della morte può suscitare nel cuore dell’uomo
spingendolo a compiere gesti insani, stolti e gretti.

La spinta a vivere, alla sopravvivenza usata come spinta alla sopraffazione;
all’accaparrare per me a discapito di te; a mettere da parte per me, ignorando l’altro.

la sconfitta per morte si chiama aridità, grettezza del cuore dell’uomo

mentre la morte potrebbe relativizzare ogni cosa e portare alla liberalità,
di fatto porta a chiusure di una grettezza esorbitante, che si vanta, che si fa sprezzante
e arrogante. Io intanto mangio e vivo; gli altri, le future generazioni… si arrangeranno,
come ho dovuto arrangiarmi io. se la vedranno loro.

il pronto intervento di soccorso, generato dall’urgenza del momento,
dovrebbe indicare lo stile di vita… difficile da assumere in proprio.

Gli aguzzini si divertivano a gettare un tozzo di pane nei vagoni e nei campi di morte
per vedere gli umani azzuffarsi come cani. Il figlio arriva a mordere anche il padre
pur di arraffare quel morso di vita restata.

Vieni fuori.
Esci dalla tomba del mondo vano e perituro.
Esci da ogni chiusura.
Ribalta la pietra. A che ti serve fare la guardia a realtà destinate a perire.
Non salverai neppure te stesso. Vana ogni barriera.
Esci dalla grettezza. Dal passare il giorno a tramare…assalti e impossessamenti.
Anche in tempi di tragedia non mancano sciacalli.

È possibile? Complicato, molto.
Lotta tremenda tra morte e vita, sempre.

Ma lo Spirito interviene.
Il Signore si fa presente.

Cristo vede una folla di persone con una donna
che accompagna il giovane figlio moro alla tomba.
Si commuove. Consegna il giovane alla madre.

Cristo continua a camminare sulle strade dei mondi-tempi
Vede folle di donne e fila di madri che camminano dietro bare sigillate,
silenzio, gemiti e pianti…
una rassegnazione disperata…
spersa in bare disperse anonime
senza lacrime sul legno e sui corpi,
negata ogni pietà…

Cristo ferma la storia, questa processione infinita di morti
Guarda la distesa delle valli di morte

Invoca lo Spirito
Che venga come all’inizio della creazione
Che tutte le ceneri diventino corpi viventi
Corpi risorti.

Questa la speranza ultima.

Signore donaci la forza di credere.
Il coraggio di sperare contro ogni speranza.

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Pubblicato da su 3 aprile 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Festa di Cristo Re – anno C

« Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Lc 23, 42-43

1.
Chi sono oggi i capi delle nazioni?
Ci sono rappresentanti validi del potere politico?

Il paesaggio è disarmante, deludente.
Capi corrotti, incriminati, accusati.
Dittatori avidi di possesso e potere perseguito anche se questo impoverisce le loro popolazioni, che alla fine si ribellano, riempiendo piazze e strade.

E ci sono dei dominatori, che aspirano al comando sul mondo intero.
Poteri di gruppo, di cordata. Poteri della finanza, dell’economia. Le multinazionali.

Non sono molto lontane nel tempo Nagasaki e Hiroshima, le due città bombardate e distrutte: segno evidente del potere distruttivo.
Potere che non smette la corsa agli armamenti, le spese per le ricerche per mettere a punto armi più sofisticate. Spese ingenti sottratte ad altre necessità impellenti.

In questo panorama parlare di Cristo re, sembra fuori posto,
anacronistico e inappropriato.

2.
Ma forse può darsi un’altra via di accesso da prendere, per capire cosa si voleva dire
In profondità e verità con tale appellativo riferito a Cristo.

Del resto lui stesso ha rifiutato di identificarsi con un potere politico guerrafondaio che cerca il potere a tutti i costi.
Rinuncia a armi e a eserciti.
È un re senza armi. Preferisce la verità e la libertà, che poi vanno di pari passo.

Ci sono due vie possibili per entrare dentro tale realtà.

a.
Ad un certo punto Cristo si presenta come il pastore ideale.
A noi ormai risuona nella memoria l’espressione ‘il bel pastore’, che ha una accezione un po’ estetizzante, riduttrice, o che comunque si presta all’equivoco.

Nell’antico testamento il pastore era Dio, ma lo era anche il re di una nazione.
Era abituale chiamare ‘pastore’ il re, come negli scritti del greco Omero
Ma il re ha in sé anche la figura dello Sposo. Il Re è anche lo Sposo per eccellenza.

Segno di questo è che il Cantico dei cantici è attribuito a Salomone, che è Re sposo e pastore. La sua figura unisce in sé le tre figure principali di una società.

Ora però occorre constatare che le varie figure storiche succedutesi dei re sono state tutte deludenti, viziate da qualche deficienza, da qualche errore anche grave.
Basti pensare a David, il re per eccellenza.

Quando allora Cristo si presenta come pastore, intende qualificarsi come re-pastore ideale. Quel ‘bel pastore’ va capito come il pastore ideale, appunto.
Quindi come figura emergente sulle altre.

In cosa consiste questa emergenza?

Almeno in due dimensioni.

a.
si dà una grande intimità tra lui e le pecore, le persone che raccoglie attorno a sé.
Cristo stabilisce con loro un rapporto di intimità.
Intimità rapportabile a quella nuziale, come lascia intendere la presenza del verbo ‘conoscere’. Le mie pecore conoscono me e io conosco loro.

Ciò attesta la presenza di un amore, ma di un amore vero perché Cristo è disposto a dare la vita per quelli che ama.

Perché può dare la vita? Perché può offrirla?
Perché può disporne.
E qui emerge un altro dato unico.
Il potere sulla vita appartiene a Dio; se Cristo può questo esercitare tale potere, significa che è intimo a Dio, che in qualche modo è ‘divino’ anche lui, anzi che è Dio anche lui, perché così ha disposto Dio, il Padre suo.

Ne viene che questo Dio, così indicato,
mostra il suo potere onnipotente proprio nel fare dono della propria vita.

Dice Gesù: Io posso darla e riprenderla quando voglio la vita.
Il Padre mi ama perché dono la vita.

Distruggete il tempio del mio corpo, e io lo risorgerò.

Quindi di che potere regale dispone il Cristo?
Quello di dare la vita per chi lui ama.

Quindi suo è un amore sacrificale.

Il potere morire, il poter offrire la vita è la vera forza, la vera dimostrazione di forza.

Forza che viene da lontano.

Quando Dio creato, ha deciso di ‘ridurre’ il proprio spazio, per ‘dare e fare spazio’ alla realtà creata.
La tiene dentro la propria sfera di influenza,
ma le dà autentica autonomia.
Rischiando consapevolmente di poter essere non corrisposto, anzi rifiutato nel suo amore da chi lui ama.

È una onnipotenza debole, la sua.
Ma per essere così debole, ci vuole tutta l’onnipotenza divina.
Si tratta di reggere al rifiuto, all’opposizione,
di reggere continuando ad amare,
anche se questo può costare sangue, anche se lo obbliga a ‘sputare sangue’.
Ma per questo è Dio, perché può questo.
Potere assoluto, che appartiene solo all’amore assoluto, all’amore vero.

2.

Non a caso, quando Cristo è chiamato a dare una descrizione del suo destino, ricorre all’immagine del seme, che, gettato dentro la terra, deve spappolarsi per portare frutto.
Cristo si identifica con quel seme che deve accettare la morte.

E lo fa in un momento di angoscia, quando pre-sente, sente in anticipo che lo aspetta un destino di morte, e di morte violenta.
Non finisce la vita consumandosi negli anni,
ma la finisce perché gliela vogliono togliere.

Non è così semplice entrare nel grembo oscuro della terra, della morte, della morte provocata.

Entrare in quell’oscuro spazio di morte, vuol dire scatenare là dentro un mondo di forze contrastanti. Qualcosa che assomiglia ai dolori delle doglie.
Chi vive gli affanni, le angosce, gli spasimi delle doglie?
Forse la terra, forse la morte.
Forse Cristo stesso.
Forse anche quella morte accettata nel seno del Padre,
doglie che si trasformano in doglie di vita.

Doglie del seme che, spasimando, si rovescia in se stesso, per uscire dal seno della terra non solo, non da isolato ma con altrettanti semi come lui che si è decomposto.

Prigioniero dell’oscuro grembo della morte, avverte che la morte non ha potere su di lui. Per quanto faccia, la morte non può trattenere chi è morto per amore e non perché costretto e controvoglia.
Chi è colui che cammina libero tra i morti?

24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte;
poiché non era possibile che la morte lo possedesse.
25 Dice infatti Davide a suo riguardo: Vedevo
il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli.
26 Perciò si rallegra il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia:
io, benché essere mortale, riposerò nella speranza,
27 perché non abbandonerai l’anima mia negl’inferi
né permetterai che il tuo fedele veda la corruzione.
28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

(At 2,24-28)

Quando Cristo muore, solo, avvolto dalla tenebra e dall’urlo degli astanti,
attira tutti a sé, cominciando dal ladrone che gli chiede di ricordarsi di lui.
E il morente gli prospetta il paradiso,
che prima è suo, per poterne disporre. Il paradiso è il suo regno.
Tutti potranno guardare l’Innalzato crocifisso, che attira a sé,
e potranno trovare in questo sguardo la salvezza.

Mistero stragrande. Fondo.

Ma dice con chiarezza, chi è il Cristo, e dice come regna.
Regna dal legno.
Quando è debole allora è forte!!!

Paolo l’ha ben capito, quando riprende l’esempio del seme:

42 Così anche la risurrezione dei morti:
si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità;
43 si semina nello squallore, si risorge nello splendore;
si semina nell’infermità, si risorge nella potenza;
44 si semina un corpo naturale, risorge un corpo spirituale.
45 Sta scritto: il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito vivificante.
46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma il naturale, poi lo spirituale.
47 Il primo uomo tratto dalla terra è di polvere, ma il secondo uomo viene dal cielo.
48 Qual è l’uomo di polvere, così sono quelli di polvere, ma qual è il celeste, così saranno i celesti.
49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di polvere, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.
50 Vi dico, o fratelli, che la carne e il sangue, non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile eredita l’incorruttibilità.
51 Ecco, vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati:
52 in un istante, in un batter d’occhio, all’ultima tromba; suonerà infatti la tromba, i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.
53 Questo corpo corruttibile deve rivestire l’incorruttibilità e questo corpo mortale rivestire l’immortalità.
54 Quando questo corpo corruttibile sarà rivestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si realizzerà la parola che sta scritta: La morte è stata ingoiata nella vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la potenza del peccato è la legge.
57 Ma siano rese grazie a Dio che ci concede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

(1Cor 15,42-57)

Quindi il potere del Cristo è il potere dell’amore crocifisso. Regna perché ama. Attesta il suo amore dentro la debolezza, dentro la morte. Perché le sostiene con un amore più grande di quelle.

Diventa come la forza di gravità della terra.
Non è una ‘grande potenza’, è una forza segreta ma decisiva.
Attira al centro e fa da collante.
Permette la coesistenza di più realtà.

Quello che è per la terra, si rinnova per il mondo intero.
C’è un centro, che è anche un punto finale che attira tutto e tutti sé.

Una volta entrati nella sua orbita,
il movimento sarà dolce e leggero.
Sarà solo un amore donato accolto vissuto.

Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943)

Chi ama regna.
Ma chi ama sa che occorre ‘reggere’, patire dei momenti duri.
Non far patire gli altri.
Preferire portare per primi il carico.

Il pastore vero non vive per lo stipendio, per la paga.
Se vede il pericolo non fugge.
Se cercate me, lasciate liberi loro, i miei amici.

Il cristiano è chiamato a vivere questo regno in ogni situazione.
Non importa quale sia, perché si può sempre amare, anche dentro un lager,

Non dare spazio all’odio,
vedere dentro “il nemico” vedere ancora l’uomo da amare.
Come diceva e viveva Etty Hillesum

 

E come ricorda Edith Steinschreiber, in arte Edith Bruck, la quale dice stupita:

Io mi sono laureata all’Università del Male con lode, ho imparato il Bene, dallo sterco ho estratto l’oro. Mi colpisce doppiamente quando oggi da una signora di Padova, all’uscita dalla chiesa, sento dire a un giornalista “che affoghino pure tutti gli emigranti”. E da un uomo di Lodi sento chiamare i bambini che non hanno accesso alla mensa comune “zecche di cani”.

 

 

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OMELIA PER I RAGAZZI DEL CATECHISMO

1.
Un giorno, quando Gesù entra nel tempio, come in questa chiesa,
le persone gli dicono:
Signore guarda, hai visto che pietre magnifiche e splendenti…
Hai visti quanti oggetti di oro sono custoditi.
Come sono cesellati bene. Che meraviglia.
Ammira.

Ma Gesù ha gli occhi da un’altra parte.
Sta come assorto e assente.
Pensa ad altro.

Si scuote all’improvviso e dice:
è che di queste pietre, di questi doni portati qui,
di tutto questo che ammirate e vi vantate,
non resterà più nulla.
Appena forse qualche traccia,
qualche pietra su pietra.

2.
I giorni prima, sempre dentro il tempio, ammirato da tutti,
Gesù aveva detto:
distruggete questo tempio, e io in tre giorno la faccio risorgere.

Eh! Tu! Chi credi di essere…. Tu sei pazzo…
Gli dissero.

Ma Gesù parlava del suo corpo.
Il suo corpo Gesù lo sente bello, fatto bene, come un tempio ben strutturato.
E sente che dentro di sé, c’è una grande forza,
un grande potere, che lui Chiama Spirito, Spirito Santo.

LO Faranno fuori, lo metteranno dentro una tomba,
chiusa da una grande pietra.
Ma Cristo, CON LA SUA POTENZA, CON IL SUO SPIRITO, la ribalterà.
Così porterà fuori, all’aperto, il suo corpo.
Lo porterà nel più alto dei cieli.
Lo porterà nella casa di suo Padre. Lì rimane vivo per sempre.

 

3.
Adesso, mentre guarda le pietre, pensa agli uomini,
ad ognuno di noi. Ci pensa, ci pensa tutti.

Lui guarda lontano, molto lontano, vede anche noi,
anche noi siamo sue pietre.

Lui ha un grande progetto per noi e con noi. Ha un grande sogno.
Vuole costruire un mondo di persone, una grande casa fatta dalle persone.
Come è il suo mondo.
Gesù non vive solo. Sta con il Padre, che lo ama,
e lo Spirito santo, la sua forza, che è gioia, aria.

Gesù ci vuole come pietre diverse e vive,
ma tutte nella sua casa, ma tutte come sua casa.

Nessuno è uguale a un altro,
perché siamo tutti amati e chiamati da Dio,
ognuno preso in se stesso,
ma lui ci tiene insieme e ci chiama a edificare la stessa casa.

Se stiamo qui insieme, è per questo.
Per dare una mano a Gesù, a costruire il suo grande sogno.
E per essere veri e utili noi tutti, ciascuno e tutti insieme.

Siamo qui per costruire la grande casa di DIO.
Si fa anche fatica. Ma vale la pena.

Siamo come in una orchestra. Molti gli strumenti usati,
ma la musica è la stessa, e il direttore è uno solo.
E tutti guardano e seguono lui.

Se si fa tanta fatica per praticare lo sport, per praticare un’arte.
Quante prove, quanti esercizi.  Non ci si deve meravigliare della fatica.

Ma si deve essere felici di essere una pietra, di portare un mattone
Per la casa definitiva. Per noi e per tutti.

Felici di appartenere all’orchestra di Dio,
di eseguire la musica che il signore Gesù dirige,
di fare tutto con la gioia che viene dallo Spirito Santo.

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Pubblicato da su 26 novembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXXII domenica, anno C

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». Lc 20, 34-38

Marc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente,
Nizza – Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall

1.

Il racconto del martirio di sette fratelli che l’affrontano con coraggio e forza ci obbliga a porci qualche domanda.
C’è un motivo valido per vivere? Si vive per cosa?
I vari scopi che ci prefiggiamo, non sono un inganno? non sono espedienti per nascondere o rimandare ad altro tempo la domanda estrema?
C’è qualcosa per cui vale la pena vivere?
Il domandarselo è quasi obbligato, quando si sa che anche per noi si dà un processo di invecchiamento, di entropia. Di consunzione. Si profila necessariamente la morte.

La domanda allora può essere posta così: per cosa, per chi sono disposto a morire?
C’è qualcosa, c’è qualcuno che vale la mia vita?

È una domanda da porsi seriamente. Il motivo è semplice.
Ciò per cui sono disposto a morire, è ciò per cui posso vivere.
Chi merita la mia morte, merita la mia vita.

Chi è posto davanti alla morte, si trova davanti o al nulla, al finire di ogni cosa.
O vede oltre il morire. Gli si apre uno squarcio: vede oltre e altro.
Vede per cosa, per chi sta dando la vita.

2.

Qualcuno può dire: do la mia vita per chi amo. Può sembrare cosa scontata..
Ma occorre chiedersi: vale la pena? Serve davvero a chi amo, il dono della mia vita?

E dando la vita alla persona che amo, questa può continuare a vivere? Vive per sempre?
Se no, il mio gesto eroico e generoso potrebbe allora rivelarsi limitato, forse anche illusorio, oltre che impotente e senza senso.

Resta che di fatto, nell’esperienza dell’amore, il desiderio che ci prende è quello di poter dire alla persona amata: vivi! Vivi per sempre! Dura oltre il tempo, entra nell’eterno.
Anche per il solo motivo che se non ci sei mi manchi. Mi manchi tanto.

Ma se io non posso allungare in nessun modo la mia vita, tanto meno posso dare vita ad altri.

Eppure, un’esperienza vera di amore prova il desiderio che questo duri.
Non a caso escono parole sorprendenti, del tipo: ti amerò per sempre.
Come se l’eterno ci appartenesse, e ne potessimo disporre.
Resta tuttavia vero che l’amore, di per sé, veicola il desiderio dell’eterno.
Il positivo non può finire. La gioia non può terminare.

3.

Dopo queste domande, facciamo un salto dentro la Parola biblica. Soffermandoci sul richiamo del roveto ardente da parte di Cristo.

Il vecchio testamento riporta l’esperienza del roveto ardente, vissuta da Mosè: il prodigio del roveto che non brucia pur essendo circondato dalle fiamme.
È anche il momento in cui, provocato da Mosè, Dio svela il suo nome,
che molti di noi ricordano come JHWH, come IO SONO COLUI CHE SONO.
Dando appiglio alla lettura di chi interpreta tale episodio come un evento di grande metafisica.

Oggi meglio sappiamo che non è così. Che l’IO SONO’ può ben voler dire ‘io sono colui che sarò’, che permango nel tempo, che supero il tempo. Che resto fedele, stabile.

Nello stesso tempo riteniamo fondante e decisivo tale episodio.
Ma in realtà non è così.

Due sono le cose strane.

La prima: tale episodio non gioca un ruolo effettivo all’interno del primo testamento. Rimane fermo nel suo evento.

La seconda cosa: anche nel Nuovo Testamento non è mai citato eccetto nel vangelo di Luca.
Il riferimento a quell’episodio è fatto da Cristo, quando è chiamato a rispondere a una domanda che gli è stata posta riguardante la realtà delle nozze.

La domanda è posta dai Sadducei che immaginano la vita futura come una fotocopia della situazione attuale.

Pongono la domanda che è possibile formulare solo in un contesto particolare, quello della legge del levirato.

Se una donna rimaneva vedova, il fratello del defunto o il parente più stretto la doveva prendere in sposa, per assicurarne la discendenza.
Ora, si dà il caso di una donna che ha avuto come sposo sette fratelli morti uno dopo l’altro. La questione è dunque: di chi sarà moglie quella donna?

Nel rispondere, Cristo – come fa sempre – allarga l’orizzonte, la prospettiva dalla quale veniva formulata la domanda,

Intanto Cristo precisa che sono i figli di questo ‘tempo storico’, di questo ‘eone’ che prendono moglie e marito.
Non è così per quanti sono degni della resurrezione, ‘quella dai morti’, precisa il testo lucano.
Tale precisazione vuol dire che si ha almeno una doppia resurrezione.
Una coincide con il ritorno alla vita di prima sulla terra. In questo caso si tratterebbe di una semplice vivificazione. Non altro. Un recupero della condizione precedente.

Invece la seconda, ‘quella dai morti’, rimanda a un tempo e a una condizione fuori del tempo storico, fuori da questo mondo. Una condizione in cui la morte non ha più potere.
Chi giunge a questa situazione, non muore più. Non per virtù propria, ma per l’intervento di DIO.
Quanti sono degni di questa resurrezione entrano nello spazio di Dio; per cui non muoiono più.

Che le cose stiano così, Cristo lo afferma richiamando proprio l’evento del roveto; è su tale evento che basa quello che sta per dire.
Dal di dentro del fuoco Dio si presenta non solo come l’IO SONO ma anche come IL DIO DI ABRAMO, DIO DI ISACCO E DIO DI GIACOBBE,
Dio si vuol chiamare con il nome dell’uomo. vuole portare l’uomo talmente vicino a sé, talmente intimo a sé, che gli comunica la sua stessa vita, tanto che lo custodisce al proprio interno come parte di sé. Dio vuol essere definito dall’uomo, dal suo nome, concedendogli di essere davvero partecipe di lui.

Cos’è tutto questo se non espressione delle Nozze tra Dio e l’Umanità!
Allora il roveto assume l’aspetto di una parabola nuziale vivente.
Il fuoco è Dio; il roveto è l’Umanità, il popolo di Israele. Il roveto non è nulla, in rapporto alla quercia, ai cedri del Libano che possono evocare la maestosità divina. Il roveto non indica Dio, rappresenta l’umano, pieno di rovi; segnato cioè dai peccati (così diceva l’ebreo Filone l’alessandrino ripreso dal cristiano Origene).

Dio non consuma il roveto, perché non se ne serve per ardere. Dio è autosufficiente. Vive in pienezza da solo. Non ha bisogno dell’Umanità.
Eppure la ama, pur con tutti i difetti. L’abbraccia, la avvolge col fuoco del suo amore. La tiene con sé, dentro la propria vita.
Dio sposa l’umanità. Questo dice il roveto.

Dice anche che nell’amore l’uomo cerca la pienezza e la durata, la gioia eterna, l’ardere scoppiettante dell’amore, il calore dell’abbraccio.
Queste caratteristiche però appartengono in proprio a Dio.

Resta vera una cosa: l’amore autentico è brama di eternità.
In qualche modo ci si lega, ci si sposa, ci si incammina nell’amore,
per incamminarsi verso l’eternità.
Se ami, vorresti poter dire alla persona amata Vivi per sempre. E sentirselo anche dire.
Ma questo esula dal potere dell’uomo, per quanto lo desideri, può ben poco da sé.

È il momento in chi ama, gli sposi in particolare, giungono a comprendere che il loro desiderio viene soddisfatto solo se si aprono a Dio.
Ci si sposa per aiutarsi a entrare nella vita di Dio, amore e gioia assoluti.

Noi due abbiamo trovato ciò che si cercava: la pienezza.
Una volta raggiuntala, si entra in una nuova dimensione, per cui non serve più sposarsi in questa prospettiva, già realizzata.
Si entra in un nuovo legame. Un legame di amore puro. Non un legame di possesso.
Resta ciò che abbiamo realizzato tra noi. Ma ora questo amore si apre all’immensità e alla libertà dell’amore di Dio. tanto che cambia il tipo di legame tra le persone. Ci si relaziona con tutti, ci si comunica con tutti, in un amore diffuso.

Allora ne viene una conseguenza.
È giusto il desiderio di un amore eterno.
Ma questo va radicato in Dio e a Dio orientato.

Ciò cambia il rapporto tra gli stessi sposi.

1. Essi si amano desiderando l’uno per l’altra il massimo possibile. Questo appartiene a Dio. nessuno di noi è ‘dio’. pensarlo è puro delirio di onnipotenza.
Allora ci sposiamo nel Signore, ci doniamo il Signore, camminiamo verso di lui.
L’abbraccio non cattura; l’abbraccio si fa apertura all’infinito.

2. Ti amo con i tuoi rovi, i tuoi limiti, i tuoi tradimenti, i tuoi ritardi, le tue assenze, le tue fughe.
Ti abbraccio con lo stesso fuoco di amore di Dio.
L’amore non è cieco. Anzi vede. Vede pure il tuo limite anche colpevole. Per questo ti ama. Non perché lo meriti. Ma solo perché ti amo, trovando nell’amore la ragione di amarti.
So che tu non sei pienezza. Ma ogni altro uomo e donna non sono pienezza.
La molteplicità degli amori, delle esperienze non fanno l’infinito.
L’infinito non è una somma numerica, non è un addizione.
La pienezza è tale in sé; ha potere e forma di radice.
Solo radicati in essa si trova ciò che si cerca.

A volte la ricerca spasmodica mette in evidenza le tue carenze. Cerchi fuori e da fuori quello che dovresti chiarire e risolvere dentro di te. Anche tu hai i tuoi rovi, i tuoi aspetti spigolosi.
Agitarsi è confondersi e confondere.
Occorre fare decantare le situazioni dentro di sé, per raggiungere la chiarezza. Poi dopo decidi.

Non trasformi il desiderio in smania possessiva.

Anzi, adesso arrivi a comprendere che puoi anche dare la vita per chi ami.
Perché sei già nell’eterno. L’amore vi porta, vi conduce. Adesso posso anche morire.

Si diventa davvero l’uno per l’altro sacramento d’eterno.
Chi vi arriva, sa la gioia diffusa che si sperimenta.
Si capisce che la gioia non è il solletico,
che il sorriso vero non è il riso suscitato dalla barzelletta raccontata.
Ma perché – direbbe sant’Agostino riferendo l’esperienza vissuta nel 387 a Ostia Tiberina con sua madre Monica guardando insieme fuori della finestra – , grado grado siamo saliti e per un attimo abbiamo toccato l’infinito.
Là dove speriamo di arrivare, per un incontro senza tramonto.

 

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Agostino racconta di sua madre.

10.23. Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita – e tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c’eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione.
 Conversavamo dunque assai dolcemente noi due soli, e dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti ragionavamo fra noi, alla presenza della verità – vale a dire alla tua presenza. L’argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell’uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all’altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa.

– 24. E il nostro ragionamento ci portava a questa conclusione: che la gioia dei sensi e del corpo, per quanto vivida sia in tutto lo splendore della luce visibile, di fronte alla festa di quella vita non solo non reggesse il confronto, ma non paresse neppur degna d’esser menzionata. Allora in un impeto più appassionato ci sollevammo verso l’Essere stesso attraversando di grado in grado tutto il mondo dei corpi e il cielo stesso con le luci del sole e della luna e delle stelle sopra la terra. E ascendevamo ancora entro noi stessi ragionando e discorrendo e ammirando le tue opere, e arrivammo così alle nostre menti e passammo oltre, per raggiungere infine quel paese della ricchezza inesauribile dove in eterno tu pascoli Israele sui prati della verità. Là è vita la sapienza per cui sono fatte tutte le cose, quelle di ora, del passato e del futuro – la sapienza che pure non si fa, ma è: così come era e così sarà sempre. Anzi l’essere stato e l’essere venturo non sono in lei, ma solo l’essere, dato che è eterna: infatti essere stato ed essere venturo non sono eterni. Mentre così parliamo, assetati di lei, eccola… in un lampo del cuore, un barbaglio di lei. E già era tempo di sospirare e abbandonare lì le primizie dello spirito e far ritorno allo strepito della nostra bocca, dove la parola comincia e finisce. E cosa c’è di simile alla tua Parola, al Signore nostro, che perdura in se stessa senza diventare vecchia e rinnova ogni cosa?
– 25. “Se calasse il silenzio, in un uomo, sopra le insurrezioni della carne, silenzio sulle fantasticherie della terra e dell’acqua e dell’aria, silenzio dei sogni e delle rivelazioni della fantasia, di ogni linguaggio e di ogni segno, silenzio assoluto di ogni cosa che si produce per svanire” – così ragionavamo – “perché ad ascoltarle, tutte queste cose dicono: ‘Non ci siamo fatte da sole, ma ci ha fatte chi permane in eterno’; se detto questo dunque drizzassero le orecchie verso il loro autore, e facessero silenzio, e lui stesso parlasse non più per bocca loro, ma per sé: e noi udissimo la sua parola senza l’aiuto di lingue di carne o di voci d’angelo o di tuono o d’enigma e di similitudine, no, ma lui stesso, lui che amiamo in tutte queste cose potessimo udire, senza di loro, come or ora con un pensiero proteso e furtivo noi abbiamo sfiorato la sapienza eterna immobile sopra ogni cosa: se questo contatto perdurasse e la vista fosse sgombrata di tutte le altre visioni di genere inferiore e questa sola rapisse e assorbisse e sprofondasse nell’intima beatitudine il suo spettatore, e tale fosse la vita eterna quale è stato quell’attimo di intelligenza per cui stavamo sospirando: non sarebbe finalmente questa la ventura racchiusa in quell’invito, entra nella gioia del tuo signore? E quando? Forse quando tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati ?”
AGOSTINO, Confessioni, 9, 10, 23-25

 

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Pubblicato da su 10 novembre 2019 in Omelie

 

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