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Omelia di don Giorgio – Avvento IV domenica A

« Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio-con-noi» Is 7, 14

Siamo abituati, anche per certi film, a collegare il divino con le cose spettacolari,
altisonanti.
Ma con l’arrivo del Cristo viene confermato che Dio agisce nel feriale.

Dio agisce nella storia. Entra nella trama dei giorni feriali.
E lo fa attraverso la vita di alcune persone che lui sceglie.

Il cuore della motivazione della scelta sta in Dio;
è sicuro che non ci sia qualcosa nel cuore umano che attira quello divino?

1.

Maria è donna di paese. Non abita reggia o palazzo, ma un villaggio.
Dove vige la concretezza della vita.
L’accensione del fuoco, la custodia dell’olio,
il procurarsi acqua e vestiti.

Donna normale, è già impegnata per Giuseppe. La solita trama di tutti.

Ma lei ha un cuore sano.
Ha una fede semplice. Appresa con il latte, con l’aria respirata,
con le storie di donne di Israele. Le sue eroine.
Il canto del Magnificat la dice lunga.

Che le hanno lasciato dentro il fuoco dell’amore e la prudenza della donna saggia.
Anche davanti agli angeli.
Che poi dopo tutto sia come Dio vuole.

Come gli occhi della serva alla mano della padrona,
così i miei stanno rivolti al Signore (cfr. Sal. 123,2).

Ecco l’ancella del Signore.

Questo Maria ha imparato. Ma questo l’ha saputo dire,
in tutta schiettezza e con la totalità del suo cuore.
Ma anche con la totalità della sua carne.

Questo ha sconvolto Dio Padre. Questo ha attirato lo Spirito, questo ha mosso il Figlio.

Io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre…

Maria ha aperto, senza richiudere, senza sguardo indietro.

Chi pone mano all’aratro e si volta indietro non è adatto per il Regno di Dio.

Ha seguitato a tenere gli occhi su di Lui,
e ha seguitato a dire ora come allora: fate tutto quello che vi dirà.

Fatevi servi, servitori. Ancella. In totale fiducia.
Dite come me e con me:

Ecco l’ancella del Signore,
che di me avvenga quello che vuoi tu.
Quello che aggrada a te, aggrada anche a me. Per partito preso.
Il partito dell’amore che si fida e si affida.

2.

Giuseppe è ancor più ‘anonimo’, silenzioso. Sta molto in disparte.

Eppure è un uomo di fede. Si fida di Dio, e ha una idea bella e alta di DIO.

Mi ha colpito la interpretazione data da san Basilio sull’intenzione di Giuseppe di chiudere la relazione con Maria, di allontanarla dalla propria vita.

Siamo soliti pensare che Giuseppe ritenga Maria una donna poco affidabile;
se è rimasta incinta e prima di andare a convivere, significa che è una donna da rimandare a casa sua.

Per Basilio invece le cose stanno diversamente: Giuseppe ha intuito che quello che sta accadendo a Maria è qualcosa di non normale; c’è la presenza dell’intervento di Dio.
Allora lui non vuole appropriarsi di ciò che non è suo, soprattutto se è azione di Dio.
Lascia libero campo all’agire di Dio.

Questo significa che Giuseppe fosse uomo giusto:
è giusto chi ha fede e lascia agire Dio secondo i suoi programmi.

Quando capisce questo, comprende anche che vien chiesto a lui di stare accanto a Maria
Fa parte del volere di Dio; allora Giuseppe accetta. Segue. E accompagna.
Vivendo un grande rispetto il compito che ha verso Maria e verso quel Figlio che nasce.
Un Figlio Emanuele; un figlio che è la presenza di Dio, che sta con noi, che si fa vicino
al destino degli uomini.

Poi Giuseppe sparisce. Probabilmente è morto prima che Cristo iniziasse la sua avventura pubblica.
La tradizione vuole che sia stato Gesù stesso a accompagnare Giuseppe alla morte.

Cosa fa allora Giuseppe?

Cristo e Maria, Cristo sposo e la Chiesa sposa Affresco, 1218 circa – Coro del Monastero di Santa Maria di Monteluce, Perugia

Avverte che Maria è la Vergine desponsata a Dio; la donna che si consegna totalmente a Dio.
Avverte che in certo senso anche tra Cristo e Maria si dà come un mistero di Nozze. si dà una intimità e una missione unica e totalizzante.

Allora, se si può, possiamo dire: Giuseppe sposa Maria, sposando le sue nozze con Dio, la sua missione col Figlio, figlio che è lo Sposo unico, escatologico. Lo Sposo verso il quale tutti dobbiamo andare incontro.

Si può dire, tra Maria e Giuseppe prende forma e vita il SACRAMENTO.
Nel segno del sacramento nuziale ci si apre alle nozze con Dio.
Anche la vita a due è destinato a un amore ancora più alto e più grande.

ALLORA possiamo ritenere per noi almeno tre indicazioni.

  1. Ci viene chiesta una fede. Come quella di Maria e come quella di Giuseppe.
    Un fidarsi semplice, feriale. Accorgersi della presenza di Dio anche nelle cose quotidiane.
  2. vivere il sacramento aperti a Dio.
    Il nostro amore è orientato a Dio, all’infinito. Se ci si chiude, o si chiude l’altro nel nostro abbraccio lo si soffoca, lo si stritola. Ogni amore di possesso è falso.
    L’abbraccio fra noi abbraccia Dio stesso.
    Se ne avessimo consapevolezza sarebbe diversa la vita di coppia, di casa, di famiglia, di comunità.
    Un amore aperto alla fede in Dio, senza pentimenti.
  3. vivendo il feriale già pieno di Dio.
    Il miracolo più vero è la trasfigurazione del feriale. Ogni feriale è banale; ogni feriale è ripetitivo, monotono; è anche deludente.
    Ma se lo si apre a Dio; se si porta Dio nel feriale, allora avviene la trasfigurazione.
    Si possono cambiare tanti rapporti; ma senza trasfigurazione del feriale, si ricade nella stessa squallida monotonia. Ci si soffoca. Manca l’aria.
    Fare tutto aperti a Dio; anche il gesto più semplice, la carezza, è atto di Dio. attraverso la mia mano passa la Mano di Dio; nel mio cuore batte il Cuore di Dio. Sul serio.
    Questo apre l’infinito e all’infinito.

Si tratta di arrivare a quella fede che scommette solo sull’Amore di Dio, come ha fatto Maria.
Una fede semplice che si mette a disposizione di Dio.
Sapendo che Dio mi ama molto di più di quanto io possa amare me stesso.

 

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Pubblicato da su 28 dicembre 2019 in Omelie, Sposi

 

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Lettera di Natale di don Giorgio

Lettera di Natale per adulti genitori e ragazzi

Entrando in chiesa nella Pieve e vedere molte stelle, alte attorno all’altare,

vederle splendere, fa un grande effetto, ti apre il cuore.

Vola alta la SPERANZA. Ogni bambino ha desideri, OGNI BAMBINO E’ DESIDERIO.

Un filo esile lega quelle stelle. Per non perdere il contatto con la terra,

ma anche per non far morire i SOGNI. Farli crescere, che vadano come aquiloni, come uccelli,

che vadano al sole, nel cielo e nel più alto dei cieli.

 

È di lì che è sceso IL SOLE per nascere in una stalla illuminata da una stella.

È entrato BAMBINO, deciso a vivere IL DESTINO DI UOMO.

Non per rimanere chiuso nel recinto degli uomini, nei loro labirinti fatti di proposte vane, di corto respiro. Cristo è uscito dal labirinto. Ha lasciato un filo da seguire e inseguire.

Perché l’uomo è fatto di terra ma per il cielo. Cammina ma il suo destino è il volo.

 

Il cielo è fatto di luce e di verità, di calore e di amore, dell’aria buona della pace.

Pace che Cristo vorrebbe portare in terra. PACE IN TERRA.

Basta che gli uomini afferrino quel filo, lo seguano, come orientamento e come forza segreta.

Ancora oggi Cristo si presenta come VIA VERITA’ E VITA.

Non capisce perché gli uomini ne hanno paura.

Vorrebbe che i grandi, gli adulti, che I GENITORI si facciano vicini ai loro figli.

Capaci di educare SAPENDO INDICARE E ORIENTARE.

Senza fuggire, senza avere fretta per tante cose non tutte e non sempre così essenziali.

Ritrovare il SILENZIO, la PREGHIERA, perché no! Che male fa annaffiare il proprio cuore, la propria anima. Si mettono dentro e fuori i vasi a seconda del tempo.

Anche l’uomo ha bisogno di sole e acqua. Mettersi esposti a Cristo, alla sua parola

Abbracciarlo. Seguirlo.

Si riempiono di regali i figli… per colmare quali vuoti? Di chi? I propri vuoti?

Perché non donare il Cristo… non è una camicia di forza. Non è un sedativo.

È fuoco. È amore. È esplosione di vita. È fonte di gioia vera.

Non è efficace, ma è fecondo. Ha la lentezza e la forza del seme.

L’adulto dovrebbe saperlo. Anche in questo accompagnare i figli.

Non per una infantile nostalgia, ma per la verità del proprio essere, della propria vita.

I genitori sono chiamati a dare la mano ai figli. Anche pregando.

Anche accompagnandoli – senza andarsene via quasi fuggendo di soppiatto – alla PAROLA, alla Messa. Almeno qualche giorno festivo.

Non è tempo perso. Superata la prima resistenza, poi si trova la pace.
Il cuore torna leggero.

E vola alto come le stelle dei figli. E senza saperlo si vive quello che san Paolo, scrivendo agli abitanti di Filippi, chiede a coloro che seguono e abbracciano CRISTO:

siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata,
qui voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la parola di vita (Fil 2,14-16).

Perché è grande la nostra speranza:

Noi però siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo anche, come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo (Fil 3,20-21).

Buon Natale. Che sia vero. Non ‘babbo natale’ ma IL GIORNO DEL CRISTO.

PACE E GIOIA.

don Giorgio

 

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Pubblicato da su 22 dicembre 2019 in Catechismo, Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Avvento III domenica A

Omelia di don Giorgio III domenica di Avvento – anno A

«E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te.» Mt 11, 9-10

I.
Siamo dentro la storia, dentro il fiume del tempo che scorre, che ci trasporta.
Ma è anche lo spazio dove noi procediamo per maturare le nostre persone,
far crescere le nostre potenzialità, dare realizzazione ai nostri desideri.
Mentre camminiamo, siamo chiamati a incidere e decidere anche il percorso della storia umana.
In certo senso siamo chiamati a lasciare un segno dentro questo fluire, a dargli un orientamento.
Per se stessi, per i vicini e per quelli che verranno dopo di noi.

Questa è la parte entusiasmante dell’esistenza umana ma è anche la sua parte drammatica.

Si pensi alla vicenda della scoperta della fusione dell’atomo, della energia atomica.
Ci sono date precise e ci sono uomini con nome e cognome (da Fermi e compagni, il fior fiore delle intelligenze di quel tempo, Einstein compreso, il fisico J. Robert Oppenheimer che fu il direttore del Laboratorio di Los Alamos, durante lo sviluppo e la progettazione della bomba atomica), che hanno legato il loro nome a questa scoperta. Scoperta che perdura.

Da una parte c’è la scoperta di una enorme energia, che potrebbe essere utilizzata al meglio.
Ma c’è anche chi, avendo intuito il potenziale, la sfrutta per la distruzione, per imporre il proprio potere. Potere e potenza distruttrice insieme.

In fondo oggi viviamo con la presenza di questa energia scoperta dall’uomo.
Aiuto e minaccia. Si pensi alle scelte della Corea del Nord.

Così è per ogni realtà storica umana.

Allora ci si chiede: che tipo di persona lascia un segno nella storia, e che tipo di segno?

Deesis – Mosaico bizantino nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli (Istambul) – 1261 circa.
Particolare raffigurante Giovanni Battista
(Ioannes Prodromos)

II.

Nella scena della storia passano tipi di persone diverse. Per individuarle ci serviamo delle parole del Cristo.

  1. Ci sono persone come ‘una canna sbattuta dal vento’. Persone banderuole, opportuniste.
    Persone che non hanno forza, consistenza. Nessuna fermezza. Nessuna costanza.
    Sono sbattute da ogni vento. Cedevoli e qualunquiste. Persone don Abbondio, senza coraggio.
  2. Ci sono persone con abiti di lusso. Che hanno fatto del lusso lo scopo e la condizione della loro vita.
    Agiatezza e ostentazione. Raffinatezze e cose preziose.
    Vita gaudente e spensierata. Profumo e pranzi.
    Lascia che gli altri fatichino e si ammazzino. Noi ce la spassiamo. I gaudenti.
  3. Ci sono persone sagge col dono della profezia. Scandagliano cuori e situazioni. Intuiscono gli andamenti della storia e i movimenti dell’economia. Scavano profondità d’anima e storia.
    Avvertono anche la dimensione del religioso.
    Ma lo vivono a intermittenza. E forse alcuni ne fanno una faccenda privata o una fonte di guadagno; altri lo confinano in una sorta di comportamento sociale codificato, in una formalità. In una parata.
    Dando spazio anche a una certa moralità, una certa condotta di vita.
    Anche la filosofia era un esercizio di pietà. Si pensi agli Stoici antichi, al romano Cicerone, al filosofo Kant. Anche le tante tavole moderne dei diritti. Molte cadute a vuoto, se ancora si fanno guerre e si sfruttano e si uccidono donne e bambini.
  4. C’è anche qualcuno che è più che un profeta. Questi avverte la presenza del divino. La presenza dell’elemento decisivo della vita sociale e della vita storica. Avverte l’arrivo di un personaggio decisivo. Giovanni il battista ne percepisce l’imminenza. Lo sa vicino, presente.
    Ma l’attende secondo uno schema che è quello ‘religioso’. Un religioso con un risultato sociale evidente, che cambi in modo radicale la convivenza umana.
    Non per nulla chiede dei segni per orientarsi, per identificare l’Atteso, il Messia, il Liberatore.

III.

In certo senso la sua attesa è corretta, e Cristo viene incontro a tale esigenza.

Ma sa che questo tipo di attesa non è tutto. Non tocca, non raggiunge il vero elemento risolutivo.

Per Cristo il miracolo, per quanto eclatante, non finisce in se stesso. Non è puro spettacolo, quasi atto magico o pirotecnico. Il miracolo è segno di altro.

Ciò che preme al Cristo non è la sola guarigione fisica; gli sta a cuore il cuore dell’uomo.
Che l’uomo trovi la verità che fa liberi e fa sorgere la gioia del cuore.

Chiarito questo, Cristo può lasciarsi andare a offrire uno spettacolo diverso, sorprendente. Può permettersi di stare con i beoni, con le prostitute, con persone sbandate dietro il piacere o dietro il potere, in qualsiasi forma esso si esprima.
Il vero miracolo è questo tipo di presenza e comportamento del Cristo.
Fuori delle strettoie moralistiche, fuori delle sbarre legali, fuori dei capovolgimenti rivoluzionari, che son sempre sanguinari.

Chi di questi umiliati e offesi della società incontra il Cristo, diventa una persona nuova, che trova ciò che in verità il suo cuore cercava. Si pensi anche solo alla donna di Samaria. La sua fatica quotidiana, la sua ricerca amorosa e la sua attenzione religiosa esplodono e si compiono incontrando Cristo.

Possiamo dire in tutta sincerità: CHI HA PERSO LA FACCIA, ACQUISTA IL VOLTO.

Sta qui forse la ragione vera del perché il più piccolo del Regno sia più grande del Battista.

Perché entra in un’altra dimensione. Che non tradisce le attese, ma le compie superandole.

Si verifica una vera svolta epocale, nella vita della persona e nella vita sociale.

Cristo compie il miracolo, ma lo sorpassa. Compie il religioso, ma lo supera.

Questo è il cuore nascosto della sua vicenda storica.
Cristo non muore neppure come profeta. Non viene ucciso in Gerusalemme, ma fuori delle sue mura. Viene mandato fuori della città santa, espulso. Come un reietto.
Tutto fuorché religioso profeta. Tutto fuorché il messia atteso.

Cosa ha di divino, di religioso un tipo così… che si comporta così, e muore così.
Un vero Don Chisciotte. Un vero Idiota, alla Dostoevskij.

Cristo delude ogni tipo di attesa: politica e religiosa, rivoluzionaria e moralistica.
Non per nulla il Grande inquisitore di turno, re sovrano e sommo sacerdote, lo estromette: vattene.

Non per nulla, sia il potere politico che quello religioso lo condannano.
Cristo è fuori della loro logica e delle loro prospettive di ‘progresso continuo’, potremmo dire.

Anche la sua nascita è così. Si muove in questo clima. È raggiunto dalla lunga ombra omicida di Erode il Grande e dei suoi continuatori.

IV

Ci è chiesto altro sguardo ma anche la liberazione da tante pastoie che occludono il cuore e soffocano la vita, quella autentica fatta di rapporti veri.

  • Chi cova odio e violenza in cuore, è un perduto. Deve stare attento a non ingannarsi.
    L’esplosione esterna non è a caso. Il vulcano erutta perché nelle sue viscere tutto ribolle.
    Se non si arriva al cuore pacificato, diviene tutto finto, falsato.
    L’aggressione, la rabbia verso gli altri rivela l’esplosione del nostro cuore non rappacificato.
    Non serve dire: me le hai tirate fuori tu, mi hai obbligato tu.
    Perché se in cuore non c’erano non venivano neppure fuori.
  • La preghiera vera ammorbidisce il cuore, fa ‘presentire’ il divino. L’incontro con Dio brucia la carne. Si rimane segnati, ustionati.
    Diversamente la preghiera è formula esterna, recitazione delle labbra quando il cuore è lontano.
    Anche la liturgia diviene cerimonia. Passerella, debito sociale del clan cui si appartiene, ostentazione e mostra di sé, pretesto di incontri.
  • Chi incontra e abbraccia il Cristo lo vede in ogni persona, anche e forse molto di più nell’ubriacone, nella prostituta, nel fariseo e nell’ipocrita… qui Cristo sta alle strette, geme,
    Ma chi ama non aspetta che l’altro sia santo per amarlo. Come ha fatto e fa Cristo con noi.
    Saremmo dei perduti, a meno che uno non si senta già giusto e santo, ma questi forse, anzi senza forse, questi sta mentendo. Considerarsi santi davanti al Santo dei Santi!!!! Un po’ problematico.
    L’altro è sempre quello che è incappato nei briganti e che ora giace ferito a terra, e che solo con la sua presenza chiede di fermarti e di soccorrerlo con quel che puoi.
    La scusa ‘legale’ e ‘religiosa’ per ignorarlo, è davvero inquietante: con la scusa di servire iddio – da te immaginato – non soccorri il DIO REALE PRESENTE NEL BISOGNOSO.

Per questo ci vien detto: NON LAMENTATEVI GLI UNI DEGLI ALTRI.
Lamentarsi è sterile, inutile. Non porta nulla. Son solo fiatate micidiali che bloccano.
È attendersi una situazione ideale, che non arriva mai.

È un trucco per nascondere se stessi e per trovare scuse per non impegnarsi.
Ma di fatto, chi si scusa si accusa. Mette in evidenza un io non pacificato, alle prese col proprio ego.
Un interno devastato da rabbie, pulsioni omicide, bisogno di affermazione a tutti i costi.

Chi ha accusato la donna di adulterio, si è scoperto più adultero della donna stessa e se n’è andato.
La lamentela ha un effetto boomerang. Tristezza e pianto. Deserto.

Chi si apre al Signore, rivive. Acquista sensi nuovi. Sei una persona nuova, rinata.
Di Saul dicevano: non è lui il persecutore dei cristiani?!
Saul diventa Paolo. Piccolo. Si è fatto piccolo davanti al suo Signore,
lascia da parte l’orgoglio, l’esaltazione di sé.
‘Esalta il Signore, anima mia. Da lui ogni mio bene.’

2.

Anche una comunità che si apre al SIGNORE rivive.

Ha occhi nuovi per vedere, e cuore per amare.

Il lamento diventa canto.
La situazione che ti contraria, che ti ostacola, che ti ferisce
Si trasforma in pace.
Ivi è perfetta letizia.
Non quando tutto va bene, anzi: quando tutto va male:
Allora si fa e c’è spazio per la perfetta letizia.
Rispondi al male con il bene, con l’amore.

Allora fiorisce la gioia.
Il volto rabbuiato e oscuro del Caino che è dentro di noi, diventa luminoso.
Il deserto dei rapporti faticosi e ostili diventa un giardino, che si ammanta di fiori.
C’è un profumo di rapporti buoni. Veri, senza finzioni, senza secondi nascosti fini.

3.
Occorre chiedere a Dio che questo accada, che ce lo conceda.
Siamo chiamati a questo. Irrobustite le mani fiacche.
Rendete salde le ginocchia vacillanti.
Non siate dei pugili suonati, traballanti, sul punto del Kappa-O,[1] di finire a terra, sul tappeto.
occorre ritrovare la festa, la danza dello stare insieme.
Mettere da parte l’avere sempre da ridire su tutti e su tutto.
Di volere sempre ragione,
Di scovare, come segugi, il lato debole o mancante dell’altro .

Passando davanti alla carogna di un cavallo morto
Gli apostoli dicono: signore guarda che schifo.
Gesù risponde: come sono bianchi i suoi denti.

Acquietarsi nel Signore. Andare a lui. Guardare lui, e guardare con lui e come lui.
Il distintivo dei cristiani è: guarda come si amano.

Come è bello e piacevole che i fratelli stiano insieme.

È questo il natale da attendere e vivere.

[1]  K.O. locuzione inglese Knock Out : picchiare (to knock) per mettere fuori (out) combattimento’  nel pugilato.

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Pubblicato da su 15 dicembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – FESTA DI MARIA IMMACOLATA

Omelia di don Giorgio – Festa di Maria Immacolata
Nata luminosa e libera. Si è fidata completamente di Dio, si è affidata a Lui.

Antonello da Messina – Annunciata (1475) – Palermo, Galleria Regionale della Sicilia

 

In un tempo di femminismo e di rivolgimento delle figure maschili e femminili,
la festa di oggi sembra anacronistica e anche assurda, fuori da ogni senso di realismo effettivo.
Maria oscilla tra una figura barocca e una figura evanescente, ingigantita o sbiadita.
Sembra non avere neppure ‘la pesantezza della carne’.
Già il Cristo ci appare più uomo. Si può dire di Maria che ci appare più donna?

La sua figura, la sua esistenza storica si riduce a ben poco. I testi canonici non dicono granché di lei. Alcuni sono totalmente silenziosi, altri sfuggenti.

Eppure la Chiesa ha emesso dogmi riguardanti Maria, dogmi che sembrano fondati su nulla o su argomentazioni fasulle, forzate o che comunque non hanno una vera cogenza, come dimostra la separazione tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa proprio in rapporto alle verità di Maria e agli onori che le si rendono, per non parlare delle ‘riserve’ da parte della chiesa protestante.

Eppure ci si dovrebbe chiedere: perché Maria ha occupato [imperversato, direbbe qualcuno] tanto spazio nell’immaginario delle persone di tutti i secoli e di tutti i continenti, fino al presente.
Ci sarà pure un motivo? Han perso tutti la testa?
Meglio perderla per Maria che per altri personaggi abbastanza truci e violenti…

Proviamo ad andare al di là del questionare, per capire di cosa si tratta.

 

Maria rappresenta il sogno di Dio.
Dio aveva pensato all’Umanità tutta con tutto quanto si è verificato in Maria.

Dio, l’ad/solutus, il totalmente libero, ha voluto rapportarsi a una creatura umana che Lui stesso mette in vita. La creatura umana, che è a una distanza abissale da Lui, Dio l’ha voluta distinta da sé ma vicino a sé.

Per fare questo, si è proposto alla persona umana, come ha fatto con Maria.
Non forza, non violenta come tante altre divinità.
Si pensi anche solo al ratto di Europa. E alla violenza di Giove.

Dio ha avvicinato Maria facendole la promessa di renderla partecipe della propria vita,
alla condizione che si fosse fidata totalmente di Lui. In piena libertà.
Ora, chi può fare un atto di fiducia se non chi ama, e che ama senza condizioni e restrizioni, che si apra totalmente all’Amante, che faccia dono della propria intimità, senza una falsa ritrosia:
senza timore di perdere la propria intimità. Se la si offre in dono all’Amore, è grande cosa, perché solo donata diventa vera intimità.

Tale fede-fiducia implica un consegnarsi totale a Dio. Lasci a lui la guida della tua vita.
Deciderà lui, l’illimitato come portarsi e porsi nel limite della creatura umana.
Non è l’uomo che decide, ma Dio. All’uomo è chiesto solo di fare spazio, di non porre limiti, né condizioni. Non è cosa facile, come si può pensare.
Fidarsi di Dio, è sempre un triplice salto mortale. Non è cosa da poco.
Ci vuole coraggio e spregiudicatezza. Forza e follia.

D’altra parte un amore o è totale o non esiste.
Chi ama non può che fare dono di sé.
Donarsi a intermittenza, donare parti di sé, o cose anche fatte da sé, non è ancora amore.

Sono due i verbi che Dio usa avvicinando la persona umana: Ascolta, e vieni.
Fai silenzio, fai tacere ogni rumore del tuo ego smoderato, Ascolta.
Il tuo ‘io’ esiste solo perché Lui ti ha detto per primo: tu!
Dicendoti tu, ti dà esistenza e consistenza. Non esisti prima. Accedi all’esistenza nel momento medesimo che ti dice: tu! Vivi!
È nell’ascolto di Lui che trovi la tua con/sistenza. Stai, se stai con Lui.

Per questo ti dice: ex-isti, esci. Ti chiede: vieni.

Esci da te. Volgi il tuo sguardo a me. Non voltarmi solo la schiena.
Mostrami il tuo volto, e guardami.

Voltati Sulamita, ché vogliamo vederti.

Vòltati, vòltati, Sulammìta, vòltati, vòltati: vogliamo vederti! Che cosa volete vedere nella Sulammìta durante una danza a duplice coro?  2 Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, o figlia di nobile!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, lavoro di mani d’artista
. (Cantico dei c. 7,1-2)

Lascia ogni cosa e casa.
Il tuo io, il tuo parentado, la tua dimora, i tuoi progetti, il tuo sogno.

Io ti amo infinitamente di più, di quanto tu ami te stesso. Ci credi?
Puoi fidarti. Vieni e consegnati a me, che mi sono consegnato a te.

Non vedi questa luce che fa luce su tutto, che fa vivere ogni cosa, col suo calore e la sua luminosità.
È la mia luce; sono io la Luce. Non sono gelosa di me; mi effondo fuori di me,
perché io che sono Il Tutto, voglio un tutto davanti a me, ti voglio tutto per me.

Se la creatura umana si apre a me, tutto diventa suo.
Me stesso e le creature che io ho posto in vita.
Tu appartieni a me, ma adesso anche io appartengo a te.
Mi sottometto a te, che ti sottometti a me.
Una creatura che vive questo, diviene luminosa, splendente.
Splendente dell’amore che io le ho dato. Della luce che io sono.

Mosè era ripieno della mia luce; non potevano fissarlo in faccia.

A chi amo e mi ama, io comunico il mio stesso Spirito, fuoco di amore e di allegrezza.
C’è qualcosa di femminile nello Spirito.
Esultò di Spirito santo.

Anche Maria può dire: il mio spirito esulta.

 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore
48 perché ha considerato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Perché grandi cose m’ha fatto il Potente, Santo è il suo nome,
(Lc 1,47-49)

Dio seguita a dire.
Lo Spirito è spazio, ambiente, grembo. Grembo che accoglie e feconda.
Che è felice, esulta. Passeggia e danza con me e mentre creo le cose.
Lui le raggiunge e le tocca col suo soffio, e tutto si mette a danzare.
I cieli dei cieli, le acque dei fiumi e dei mari, i fiori e le piante.
Quando il vento passa sui campi, è il suo Soffio che tutto attraversa e muove.
Tra lo Spirito e Maria c’è una complice intesa. Si capiscono tra loro.

o vergine d’Israele, di nuovo ti abbellirai… e uscirai fra la danza dei festanti (Ger 31,4)
Allora si rallegrerà la vergine nella danza (Ger 31,13)

Quando Maria va da Elisabetta, ci va con un passo di danza e con il cuore pieno di esultanza.
Neanche il deserto impedisce questo passo.

Non per nulla l’icona che rappresenta l’incontro di Maria e Elisabetta
mostra le due donne in passo di danza, i loro grembi danzano, roteano,
i loro due figli sussultano in grembo, gioiscono come gioiscono le due donne.

Elisabetta ha colto la ragione profonda di questa gioia intima che esplode.
Maria ha creduto all’adempimento della Parola di Dio.
La sua adesione non è adesione vaga né è un’ adesione di testa, di intelligenza;
non è convinzione raziocinante;
è adesione di Sposa a Sposo; è atto di abbandono della creatura al Creatore;
è la fiducia totale: quello che Dio promette si compirà comunque,
qualunque sia la modalità che Dio sceglie per portarlo a tal fine,
perché Maria non ha posto nessuna resistenza.

Ecco l’ancella del Signore; mio volere è il tuo disegno su di me;
voglio quello che tu vuoi per me e attraverso di me.

Non mi preoccupano più le difficoltà, ma neppure la mia misura limitata, perché tu sei Dio,
un Dio inimmaginabile, nuovo, sempre nuovo.
Come il suo Spirito, che viene da ogni dove e soffia per ogni dove e in ogni tempo che gli aggrada.

Per questo non resta che la consegna. La consegna di sé.
Con la spregiudicatezza di una donna; di una giovane donna;
di una donna con la totale propria integrità.

Dio stesso resta sorpreso, emozionato e compiaciuto
Di questa ragazza di paese, che in segreto e in disparte si è totalmente fidata di Lui.
Allora Dio, che sa e vede – e Lui ha la vista lunga – la vuole bella, totalmente bella fin dal suo sorgere, dal suo nascere. Le dà in anticipo quello che le avrebbe dato al termine della vita,
e che lei stessa, amando, avrebbe conseguito.

È un privilegio. Ma non stizzoso né ingiusto.
Quello che Dio fa in Maria, è quello che ha previsto per ogni persona umana.

Paolo o chi per lui, ha ben compreso.

Dio ci ha amati fin dalla creazione del mondo,
perché fossimo immacolati nell’amore.

Perché Cristo, il Verbo fatto carne, voleva per sé una Donna bella,
senza macchia, senza ruga o di alcunché di simile.
La voleva splendida di gloria, di quella Gloria che lui ha da sempre presso il Padre e con il Padre.

Solo l’amore è la Bellezza, solo l’amore trasfigura.
L’amore chiama a uscire dal buio, dalla notte.

La notte è del tradimento, del principe di questo mondo.
La notte è quella che abita il cuore di Giuda che lo accoglie.
La notte è tenebra, appartiene al principe delle tenebre.
È tenebra di morte.

Per questo, quando Cristo muore, si fece buio su tutta la terra.
Ma non durò molto. Perché il Principe di questo mondo non può nulla contro il Cristo.

Il buio oscurò per del tempo l’anima trafitta di Maria.
Ma lei sperò contro ogni speranza.
Non smise di confidare in lui. Lui avrebbe trovato una via di uscita.

Questo suo permanere nella fede, la fa ancora più bella e luminosa.

Per questo al momento della sua morte, poteva conseguire solo il suo ingresso nella gloria, nella Luce. Maria adesso è nella luce.

È un primo passo dell’Umanità verso Dio e in Dio.
Lei, una volta entrata, tiene la porta aperta per ogni uomo.

Diventa madre e punto di riferimento. Stella e luce che feconda.
Si interpone sempre tra il giudizio di Dio e la creatura umana.

Disposta a coprire sempre col suo manto ogni uomo.
È questo che la pietà popolare ha compreso.

Maria non fa ‘la bella statuina’, non fa la modella che ostenta se stessa.
Approfitta della posizione in cui è stata posta, per mettersi a disposizione degli uomini.
Per farsi madre e richiamo continuo all’alto, a Dio, alla bellezza vera.

Sapendo che questo piace al Cristo, perché è morto perché ogni uomo sia salvo, e salga là dove Maria è entrata.

A noi non resta che guardare Maria, imparando da lei l’atteggiamento giusto;
vivendo una lenta ma decisa trasformazione di noi stessi.
Passando dalla tenebra alla luce, divenendo persone luminose perché amano dimentiche di sé.
Non ripiegate su di sé, ma col volto rivolto a Dio e ponendo attenzione a chi ci sta accanto ed ha bisogno di essere aiutato, ma soprattutto amato.

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Pubblicato da su 11 dicembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Avvento 1° domenica – Anno A

Omelia di don Giorgio I domenica di Avvento – anno A
« Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. »
Mt 24, 44

 

Cristo nasce sempre… in noi, tra noi e nell’universo

Entrare nel così detto tempo dell’Avvento che la Chiesa ci propone nella sua Liturgia, non si evita la sensazione di una finzione, quella di dover pensare questo tempo come preparazione al Natale, come se questo dovesse ancora avvenire.

Non a caso la recente riforma liturgica nella prima domenica di Avvento ci fa pensare alla fine del mondo. Dandoci una sensazione straniante.

Di fatto il Natale c’è già stato.
E a cose compiute si è capito che col Cristo iniziava una nuova epoca, una nuova stagione di storia per l’umanità e per l’universo intero. Non per nulla si è cominciato a contare gli anni dalla sua nascita.

Cristo aveva suscitato una grande speranza, era stato percepito come apportatore di una buona notizia, ev-angelo appunto. Cristo aveva fatto sognare.

È stato così? Lo è ancora per l’umanità di oggi? All’inizio certamente sì, come si vede dalla stupefacente diffusione del cristianesimo avvenuta nei primi secoli dell’era cristiana, nonostante i contrasti e le persecuzioni.

Lasciamo da parte analisi storiche e sociologiche.
Proviamo andare subito all’essenziale, chiedendoci cosa è davvero il Natale a cui ci è chiesto di prepararci.

1.
Ci è stato detto più di una volta che se Cristo non nasce nel nostro cuore, dentro di noi,
il Natale è perfettamente inutile. Cristo è nato invano. Se Cristo non nasce dentro di te, nasce invano in una grotta.

Ciò significa che siamo chiamati a accogliere il Cristo per raggiungere la piena maturità e la giusta, perfetta statura. Anche umana. La salvezza che Cristo porta è umanità piena, compiuta. La santità coinvolge l’umano e nell’umano si mostra. Se Cristo si è fatto Uomo, l’uomo trova la propria misura in Cristo, con Cristo.

Ci ricorda san Paolo: “Lui noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ognuno in ogni saggezza, per rendere ciascun uomo perfetto in Cristo” (Col 1,28)

La lettura di oggi ci dice con chiarezza che dobbiamo rivestire Cristo. Il nostro abito è lui.
È essere con lui e in lui.
Una pura adesione esterna, una pura esecuzione formale di norme, non dice nulla, è inconsistente; ci è chiesto di im-medesimarci a Cristo.
Non son più io che vivo, ma lui in me. Per me vivere è Cristo.

A questo punto si può dire con verità: il vero Natale per noi è l’Eucaristia.
Siamo chiamati a divenire colui che riceviamo: Cristo.
Fare spazio a lui. Prendete mangiate, prendete bevete, questo sono io.
Cristo è il lievito che cambia la mia persona, la mia vita.

2.

Ne consegue che il Cristo che accolgo io, è lo stesso che accogli tu, che accoglie mio fratello.
Allora Cristo chiede di prendere corpo nelle nostre relazioni. Noi siamo, insieme, il Corpo di Cristo. Cristo nasce in me, in noi, tra noi. Il natale è questo nuovo noi.
La comunione eucaristica, infatti, implica e suscita la comunione fraterna.
Cristo chiede di prendere forma tra noi.

Come e cosa non dovremmo essere! Come e cosa non dovrebbero essere i rapporti fra noi.

  1. Per donarci l’eucaristia Cristo ha preso il pane e il vino. Ciò sta a dire: la fatica dell’uomo, la sua genialità inventiva, la sua cultura – cultura dei campi e attività, cultura dei vari saperi e delle incessanti scoperte in tutti i campi di ricerca.
    Cristo assume e cambia la vita con la terra e sulla terra, invitandoci e chiedendoci di capire e vivere la logica del bene condiviso.
    L’eucarestia spezzata dice anche questo.

Diversamente Cristo è un pretesto e una copertura.

Nello stesso tempo Cristo desidera che il suo corpo si estenda a tutto l’universo. Non soffoca, esalta. Anche il cosmo è destinato a entrare nella sua orbita.

4.

Bisogna anche osservare che Cristo non viene mai solo.

Viene con Maria dalla quale ha preso la carne per il suo corpo di carne.
Quel corpo che egli offre nell’eucaristia: prendete e mangiate questo è il mio corpo.
– Ma viene anche con il Padre e lo Spirito santo.

Ci è stato detto, da sant’Ireneo in poi, che quando dici CRISTO, l’Unto,
dici anche il PADRE che unge e anche LO SPIRITO l’olio di allegrezza col quale Cristo vie unto.

Cristo è venuto, ma sempre viene.
È di casa, ma bussa e suona ogni volta per entrare.
Bussa e se qualcuno apre, lui e il Padre entrano e si mettono a tavola con lui.

Ci è intimo, ma è molto più alto di noi. È trascendente. Per questo si abbassa a noi, alla nostra immanenza perché anche questa viva di lui.

Davvero Dio è come l’aria.
L’aria ci contiene, ma anche noi la conteniamo nei nostri polmoni. Un passaggio continuo, un transitare da fuori a dentro e viceversa.
Io sono la porta, perché le persone che io amo e mi seguono, entrino e escano. Liberamente.

La cosa più semplice ora è ridirci e ascoltare la Parola biblica.

Dobbiamo impegnarci

13 fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo,
14 affinché non siamo più dei bambini sballottati e portati qua e là da ogni soffiar di dottrine, succubi dell’impostura di uomini esperti nel trarre nell’errore.
15 Vivendo invece la verità nell’amore, cresciamo sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo,
16 dal quale tutto il corpo, reso compatto ed unito da tutte le articolazioni che alimentano ciascun membro secondo la propria funzione, riceve incremento, edificandosi nell’amore.

(Ef 4,13-16)

Giacomo ci ammonisce con forza:

2 Tutti quanti infatti manchiamo in tante cose e se qualcuno non manca nel parlare è un uomo perfetto, in grado di dominare tutto se stesso.
3 Se riusciamo a mettere il freno in bocca ai cavalli e ci obbediscono, noi li guidiamo interamente.
4 Ecco che anche le navi, pur essendo così grandi e spinte da venti impetuosi, sono guidate da un timone minuscolo, a pieno arbitrio del nocchiero.
5 Così anche la lingua è un membro minuscolo, ma può vantare imprese straordinarie.
Quanto piccolo è il fuoco e quanto grande è la foresta che esso incendia!
6 E il fuoco è la lingua! Questo mondo di malizia, la lingua, è posta tra le nostre membra: essa che contamina tutta la nostra persona, brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno.
7 Gli animali terrestri, i volatili, i serpenti, gli animali marini, sono stati e vengono domati dall’uomo.
8 Ma nessun uomo può domare la lingua: essa è un male che non dà tregua, è piena di veleno mortale
9 Con essa noi lodiamo Dio, Signore e Padre, e, sempre con essa, malediciamo gli uomini, che sono stati fatti a somiglianza di Dio.
10 Dalla medesima bocca viene fuori benedizione e maledizione. No, fratelli miei, le cose non devono andare così.
(Gc 3,2-10)

Giovanni ci ricorda un dato fondamentale:

12 Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore in noi è perfetto.
13 Da questo conosciamo che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: che egli ci ha dato del suo Spirito.
14 E noi abbiamo visto e attestiamo che il Padre ha inviato il Figlio come salvatore del mondo.
15 Chi confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio in lui rimane ed egli in Dio.
16 E noi abbiamo conosciuto e abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
17 In questo l’amore che è in noi è perfetto: noi abbiamo piena sicurezza per il giorno del giudizio, poiché com’egli è, siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non vi è timore;
18 anzi il perfetto amore scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
19 Noi dobbiamo amare, perché lui per primo ci ha amati.
20 Se uno dice: «Io amo Dio» e poi odia il proprio fratello, è mentitore: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
21 E noi abbiamo da lui questo comandamento: chi ama Dio ami anche il proprio fratello.

(1Gv 4,12-1).

Ci è chiesto di amare il nemico, quanto più il fratello.

Santa Teresa di Lisieux – 1873 – 1897

Santa Teresa di Gesù bambino trattava con gentilezza e premura una suora scostante e antipatica; questa ha finito per pensare di essere la preferita di Teresa.

Il giudizio acre, -il non sorriso, -le critiche continue, -il diffondere notizie non sempre vere e anche se vere, negative – lo sparlare – il non accogliere
Son tutte forme di morte che non hanno nulla a che fare col Natale.

Cristo ci ha amati quando ancora eravamo peccatori.

Non puoi aspettare che uno sia santo, sia perfetto per amarlo.
Oltre tutto è risibile e ridicolo.

Se vedi il limite, ama ancora di più.

Imparare poi a contemplare Cristo in ogni persona.
Pensare che Cristo è nato e morto anche per chiunque mi sta innanzi.
Altrimenti Cristo è nato invano.

Contemplare Cristo in ogni cosa, in ogni realtà.
Come ci suggerisce anche papa Francesco nella Laudato sì.

  1. L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature».
    234.San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo «si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano». Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così «sente che Dio è per lui tutte le cose». Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve depositarsi nel Signore: «Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fiorite e odorose. Come quelle montagne è l’Amato per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me».

Alla nota 159 papa Francesco richiama:
Un maestro spirituale, Ali Al-Khawwas, a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità. Diceva: «Non bisogna dunque biasimare per partito preso la gente che cerca l’estasi nella musica e nella poesia. C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto…».(Eva De Vitray-Meyerovitch [ed.], Anthologie du soufisme, Paris 1978, 200; trad. it.: I mistici dell’Islam, Parma 1991, 199).

C’è molto da imparare e vivere, proviamoci.
Che questo tempo sia pieno e fecondo.
Passa veloce la vita, non perdiamola.
Viviamo intensamente il mistero divino e il mistero umano.

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Pubblicato da su 2 dicembre 2019 in Omelie

 

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