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Omelia di don Giorgio – Giovedì I settimana – anno A

 «i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tremila fanti.In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono» 1 Sam 4, 10-11

La sconfitta degli Ebrei e la cattura dell’Arca da parte dei Filistei segna drammaticamente la storia, la vita degli Ebrei (1 Sam 4, 1-11).

Questi si sanno il popolo eletto; hanno visto i prodigi compiuti dal loro Dio. Un Dio potente che ha sconfitto di volta in volta i nemici, i vari popoli incontrati.
Dio si è manifestato superiore alle altre divinità. Quindi è un Dio onnipotente, si può contare su di lui e stare tranquilli.

A questo punto è stato facile e rischioso per gli Ebrei adagiarsi, dando per scontata la presenza e la difesa da parte di Dio. Oltre tutto avevano con sé l’Arca, il luogo e lo strumento della presenza di Dio che camminava con loro, che stava in mezzo a loro.

L’Arca, col suo relativo peso e la ridotta misura, era a portata di mano; delle mani. Era facile portarla e, infine, manovrarla.
Era altrettanto facile stabilire con Dio un rapporto magico: conti sul divino, ma dis-stacchi il cuore da Dio. Così sembra di stare col divino, ma il cuore è lontano. Il semplice contatto fisico col divino non è vita di fede.

La  certezza feticista venne abbattuta con una sconfitta umiliante.
Oltretutto i rappresentanti del sacerdozio sono fatti prigionieri e l’arca viene sottratta, sequestrata.

Una lezione terrificante.
Che ha tanto da insegnare anche a noi cristiani.
Abbiamo il tabernacolo. In una città ci sono molte chiese, per cui ci sono tantissimi tabernacoli.

Ma è facile farne l’abitudine, non farci più neppure caso, finendo per stabilire un rapporto come con un feticcio. Ti segni, fai anche la genuflessione, ma il tuo cuore è altrove. Sai che ‘dio’ dimora tra le tue case, che sta sotto il tuo stesso tetto.

Ma non dai più il bacio appassionato al Signore, al Dio della tua vita.

Anche nella Comunione: la presenza del Signore non permane più di tanto. Hai altro da fare, hai altre occupazioni più urgenti da sbrigare. Hai fretta di andartene.
Dio passa al secondo posto, anzi all’ultimo posto.

Poi ci si meraviglia che le cose non vadano per il verso giusto e che anzi ti si rovescino contro.

Dio non dà nessuna garanzia terrena economica. Vuole essere amato per stesso. Vuole che perdi tempo per lui, che passi tempo con lui.

Rimetti il ginocchio a terra; fissa di nuovo gli occhi su di lui; e il tuo cuore arda di nuovo per lui: Mio Dio, mio Tutto. Ti adoro dal profondo del cuore con tutto di me.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXVIII domenica, anno C

“Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.” Lc 17, 15-16

È di Pavel Florenskij, il pensatore sacerdote russo del secolo scorso, l’esempio seguente.

Egli si chiede: quando i primi esploratori arrivarono al Polo Nord, cosa videro?
Solo una grande distesa deserta di ghiaccio. Nient’altro. Ma sapevano che il nord era lì.
Nel grande vuoto, avevano la certezza di trovarsi in presenza del nord, nello suo spazio.

Di qui egli passa a considerare il sacramento dell’Eucaristia.

Nella celebrazione dell’eucaristia noi vediamo sull’altare del pane e un po’ di vino. Niente. Poca cosa. Cose abituali, di tutti i giorni.
Eppure, dopo la preghiera, che rievoca le parole dette e i gesti compiuti da Cristo durante l’ultima Cena, quel pane e quel vino sono la presenza del Cristo. Morto e risorto, consegnato all’uomo.

Sono solo poveri segni. Eppure essi sono il segreto punto di attrazione e di convergenza di tutta la storia, di tutti gli uomini, di tutte le realtà terrestri, cosmiche.
Perché l’eucaristia, presenza del Risorto dai morti, è il cuore dell’universo.
Essa attira segretamente, come il Polo Nord, ogni realtà.
Segreta forza di gravità che tutto attira verso di sé.

Questo dato sta a dire la sproporzione senza misura tra poveri segni
e la realtà da essi indicata e contenuta.

Elemento che vale per tutti i sacramenti, che vale per la realtà della fede.
Come pure per l’amore.

A cosa è legata infatti la fede? Come e dove si esprime?
E come si esprime l’amore vero?

L’amore a volte si mostra nel gesto, anche goffo, di portare dei fiori, o un dolce.
Legato a gesti minimi, banali anche, o così possono apparire a uno sguardo esterno.
O collegato anche a gesti folli, che rasentano il ridicolo.
Si pensi all’amore di don Chisciotte per Dulcinèa. Pura follia.
L’amore vero è sempre una follia,
diversamente sarebbe un atto ponderato, razionale.
Proprio delle persone imbalsamate.

Ma l’amore sfida il senso del ridicolo. Non gli preme più di tanto la figura che fa.

E stupisce che un grande amore diventi poi carezza leggera, bacio, soffio di parola,
sguardo, abbandono, silenzio.
Non vive di gesti eclatanti, ma semplici, come può essere il porgere le cose feriali.
Anche qui permane una sproporzione tra il sentimento interno e il gesto.

Ma l’amore vero non viene meno, è potente ma non roboante.
L’esagerazione, comunque si esprima, appare maggiormente ostentazione, quasi un tentativo per nascondere l’imbarazzo, nel minore dei casi,
ma altrimenti per celare il proprio vuoto, per abbagliare,
perché l’altro non veda la mia insipienza o il nulla che mi abita.

Diceva ancora Florenskij, l’amore è fiammella di candela che arde, non scoppio di grisù.

Di nuovo, questo è il mondo dei sacramenti. Perché è il modo di agire di Dio.

La lebbra è malattia spaventosa, degradante. Contagiosa. Avvertita come inguaribile.
Ora un profeta dice a Naaman il siro, un uomo, abitante la terra dei grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate pieni di acqua, che se vuol guarire, deve scendere nell’acqua del piccolo fiume Giordano
e addirittura di bagnarsi sette volte.
Follia. Un insulto per l’orgoglio dell’uomo grande generale di armi.
Ma è anche follia il rifiutarsi a quel gesto. Che ti costa bagnarti. Fallo e basta.
Naaman si decide e si trova guarito.

Ma si può davvero guarire l’inguaribile, per di più con un gesto insignificante e con un effetto istantaneo?

Un altro profeta, qualcuno più grande dei profeti, pretende guarire addirittura con la sola parola.
Fa uscire da sé la parola e guarisce all’istante dieci lebbrosi.

Che accade ai guariti?

Uno, Naaman, percepisce il segno dell’azione e della presenza di Dio. Perviene all’adorazione.
Il Dio che l’ha guarito, merita il dono totale di sé.

Altri, come i nove del racconto parabolico, neppure ringraziano. Chiusi in se stessi, non vedono altro che sé, il proprio vantaggio ottenuto.

Un altro dei dieci, guarito anche lui, non è religioso, anzi quasi opposto alla fede. Decide di ritornare sui suoi passi,
se non altro per ringraziare colui che l’ha guarito.
Sconvolgendo lo stesso Cristo, che non se l’aspettava.

La vicenda della fede è così.
Il lontano da Dio, gli si avvicina e lo accoglie.
Chi è vicino a Dio, si è come abituato al divino, lo dà per scontato. Gli passa accanto.

A tal punto che finisce per dimenticare di vivere in rapporto a Dio,
anche per evitare difficili e dolorosi passaggi, che la decisione di fede inevitabilmente comporta.

Il Cristo risorto è colui che ha vinto la morte e il male, ma non in modo trionfalistico.
Ha attraversato la croce e ha posto gesti semplici, umani. Umani perché divini. Per sé e per gli uomini che egli ama.

La presenza del Nord nel vuoto dello spazio!

È follia credere. Come è stata follia la croce di Cristo.
Follia di amore, follia di fede.

Si entra nella sofferenza, la si affronta, la si regge. Per amore, appunto.
E non solo per sé, ma anche per quelli che si amano, come fa Paolo.

Ora la fede non è adesione di testa, ma adesione di vita. Non è atto cerebrale, ma atto
di chi si mette sui passi del Cristo. Facendo propri i momenti esistenziali di Cristo.
Che nella fede, ci rassicura.

Se moriamo con lui, con lui anche vivremo.
Se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà.

Tutto qui? Sicuro che siamo assicurati?

Quante volto l’uomo credente viene meno alla fede,
quante volte arriva il momento in cui non ci pensi più e non ne vuoi più sapere di Cristo.

È decisivo questo atto?
Qui accade un fatto sorprendente.
Se la fede è adesione a Cristo, Cristo ci ama davvero.
Non ci lascia perdere tanto facilmente. Non ci abbandona.
Perché lui non può rinnegare se stesso.

E questo è di una consolazione insuperabile.
Che ci fa dire: Signore tienimi nelle tue mani.

Perché lui ci dice: nessuno mi potrà strappare dalle mani,
quelli che io amo.

Allora ogni volta, messe da parte scontrosità e umiliazione,
ti riconsegni alle sue mani.

Ritorni semplice. Fai gesti semplici.
Riconosci i tuoi errori, le tue fughe.
Ti inginocchi. Fai, lentamente, il segno della croce.
Inizi la giornata e la concludi con un gesto di preghiera.
Con uno sguardo. Un saluto.

Cosa cambia con questi gesti banali?
Tutto. Perché si volgono al tutto.
Si aprono al tutto.
Mio Dio e mio tutto.

Il futuro cardinale Newman[1], dichiarato santo proprio oggi 13 ottobre da papa Francesco, entra – ancora da anglicano – in una chiesa cattolica a Taormina.
Rimane sconvolto dal fatto che le donne, mentre il sacerdote alza nella benedizione l’ostia eucaristica, cantavano Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis, santo Dio, santo forte, santo immortale[2]; e cantavano in prostrazione adorante come percependo una Presenza, la Presenza.

Newman sa: «il tempo non è nulla, se non il seme dell’eternità».

Questa è la fede.
Che noi oggi siamo qui chiamati a vivere.
In semplicità e profondità.
In adorazione e in gratitudine.

[1] Jhon Henry Newman (1801-1890). Aveva come motto Cor ad cor loquitur.

Grande figura. Anglicano, convertitosi alla visione della chiesa cattolica, entra nell’Oratorio fondato da san Filippo Neri. Una volta entrato nella Chiesa cattolica ha dovuto ammettere di aver sofferto più in questa chiesa che altrove. Ha avuto il coraggio e la forza di restare dentro questo mistero di limite umano che comunque veicola Dio. Fu grande e decisivo il gesto di Leone XIII che lo ha fatto cardinale nel 1879.

Diceva: “Non sono portato a fare il santo, è brutto dirlo. I santi non sono letterati, non amano i classici, non scrivono romanzi… Mi basta lucidare le scarpe ai santi, se San Filippo in cielo avesse bisogno di lucido da scarpe”.

 

[2] È il famoso Trisaghion (v. Isaia 6,3 e Apocalisse 4,8) cantato da noi cattolici (liturgia del Venerdì santo), ma anche da altri (ortodossi maroniti..).

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Pubblicato da su 14 ottobre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXVII domenica, anno C

“In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».” Lc 17, 5-6

Pavel Aleksandrovič Florenskij
(Evlach, 9 gennaio 1882 – Leningrado, 8 dicembre 1937)
filosofo, matematico e presbitero russo

Pavel Florenskij era un sacerdote ortodosso, sposato, grande matematico, chiamato il Leonardo da Vinci del ventesimo secolo, imprigionato per la fede, morto martire l’8 dicembre 1937.
Scrive ai figli che per tutta la vita una cosa sola lo ha occupato: pensare al simbolo.
Lo definiva il reale più reale del reale, come aveva suggerito Ivanov, un suo amico.
Aveva la percezione che, quello che cade sotto gli occhi, quello che arriva ai sensi, è appena la punta dell’iceberg.
La maggior parte del reale rimane oltre, ha una profondità altra dall’immediato.
Non sono falsi i sensi, ma questi portano ad una feritoia, che, avvicinata, fa vedere oltre.
Non per nulla Florenskij affermava che l’icona è una finestra. Non è la totalità, ma fa vedere oltre se stessa. L’importante è che l’uomo impari a vedere.
Chiedeva ai suoi figli di imparare a suonare uno strumento, perché questo dava l’accesso al mondo della musica.
Diceva al figlio: impara a disegnare una foglia, saprai dipingere un volto, entrerai nel mistero della pittura.
Tutto questo è molto vicino alla fede, all’atto di fede.
Ricordo sempre di una scalata sul passo Santner. Ad un certo punto esistevano solo le rocce.
Alcune avevano delle fessure. Ho lasciato il gruppo e mi sono incamminato verso queste fessure. Non so bene perché mi attraevano. Ma mi ci sono avvicinato.
Quando ho accostato gli occhi a questo sottile spiraglio, mi si è aperto davanti uno spettacolo incredibile, quasi lunare, tra pietre, monti, azzurro sconfinato. Pura ebbrezza.
Una piccola feritoia, avvicinata, apre su un orizzonte sconfinato.
La fede, in qualche modo, è questo.
Permette di entrare in un altro mondo, di entrare in contatto con un’altra dimensione.

Del resto, cosa è una carezza?
All’obiettivo fotografico è un tocco, due mani che si toccano.
Ma chi fa e riceve la carezza sa che questo non è tutto, c’è altro e molto di più.
Cos’è lo sguardo? Due occhi che si fissano. Lo spazio degli occhi è incredibilmente limitato.
Ma chi ama, sa che non finisce nella camera oscura dell’occhio la vista.
Sa che c’è molto di più, sa che c’è un immenso, un infinito, una gioia…
La fede è sguardo.
Gesù dice guarderanno colui che hanno trafitto. Istintivamente ti ritrai. Fa ribrezzo un corpo crocifisso. Ma chi insiste, vede oltre e altro. Vedi un morto, un cadavere deposto. Ma se attendi, e non vai subito via, vedrai un vivo, anzi, il vero Vivente che più non muore. Si fa buio su tutta la terra durante la crocifissione. Ma chi ha pazienza e attende, vedrà esplodere la luce.
La fede è carezza, contatto di mani, tocco profondo.
Quello che i nostri occhi hanno visto.
Quello che le nostre mani hanno palpato, come ad accertarsi della realtà
Questo è esperienza di fede, questo è annuncio.
Gesù dice che la fede è qualcosa di piccolo, di minuscolo. Proprio come una piccola fessura, una piccola feritoia.
Ma chi si affida vede e può molto.
Quello che tormenta è proprio la sproporzione tra la misura infinitesimale della fede e quello che può operare.
Allora la nostra fede è come inesistente.
Ci si sente umiliati.
Ma c’è sempre qualcuno che la fede l’ha vissuta.
Allora noi possiamo ricordare e incoraggiarci.
Siamo dentro una storia di persone di fede.
La prima è stato Cristo stesso.
Poi gli Apostoli. Poi Paolo.
Poi anche quelli di casa.
Poco prima del testo a Timoteo c’è un bellissimo passaggio. Paolo o chi per lui dice:
Ringrazio Dio a cui servo con pura coscienza fin dal tempo dei miei antenati tutte le volte che faccio memoria di te nelle mie preghiere senza interruzione né di notte né di giorno. Ricordandomi delle tue lacrime, desidero anche di rivederti per essere riempito di gioia. Memore di quella fede senza ipocrisia che è in te e che prima ancora albergò nel cuore della tua nonna Loide, e di tua madre Eunice e, ne sono sicuro, alberga anche in te.
Poi ci sono i santi, quelli dei primi tempi e quelli dei nostri tempi.
Si racconta un episodio di san Gregorio Taumaturgo, il primo che portò la fede cristiana in Cappadocia, nella Turchia.
Siccome un fiume rischiava di alluvionare tutto un paese, allora Gregorio si portò alla sorgente del fiume e gli ordinò di prendere un’altra direzione. E il fiume obbedì.
Sono queste persone che creano persone di fede, che creano nuove famiglie, nuove comunità.
La fede crea una parentela più forte, più intensa.
Passa attraverso la carne, attraverso l’imposizione delle mani.
La fede corrisponde al Cristo, che è il Verbo incarnato, la Parola fatta carne.
Una fede astratta, intellettuale, non esiste.
La fede si impasta con il quotidiano, con tutto il suo spessore.
C’è gente che la fede l’ha vissuta così e l’ha mantenuta dentro i contrasti, dentro le opposizioni, nonostante le persecuzioni.
Fino all’ultimo han detto mi fido, confido.
Non sono vacillati, non perché erano super eroi ma solo affidati.
La fede deve attraversare prove.
Ma chi ha l’animo retto non soccombe.
Sta in Dio, sta con Dio.
Come è possibile?
Paolo dice con chiarezza: è lo Spirito di Dio che ci guida.
Non dobbiamo presumere di noi, ma affidarci,
dire ogni volta confido in te,
mi abbandono a te.
Custodiscimi.
Signore credo, ma aumenta la mia fede.
Credo, ma sostieni tu la mia fede.
Maria, donna di fede, colma di Spirito santo, ci è accanto e continua a dirci fidati di mio Figlio, fidati di Gesù Cristo, fai quello che ti dice.
E il miracolo si compie, se non altro il miracolo di una vita piena.
Perché vissuta nell’amore e nella fede.

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Pubblicato da su 8 ottobre 2019 in Omelie

 

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