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Omelia di don Giorgio – XXX domenica, anno C

“Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Lc 18, 14

Il pubblicano e il fariseo – mosaico, V-VI sec. Basilica di Sant’Apollinare nuovo – Ravenna

 

La rivalità è il mordente di molta vita sociale, relazionale.
Rimane innato dentro l’uomo l’istinto a prevalere sull’altro.
La competizione. Finché questa rimane dentro un gioco sano, come potrebbe esserlo le varie forme di sport, permette un bell’ incontro e affronto.

Ma quando la competizione si intristisce dentro il cuore dell’uomo, si finisce per volere comunque umiliare l’altro. Non ti basta vincerlo, vuoi fargli mangiare la polvere. Rendergli amara la sconfitta.
Cosa che inevitabilmente conduce l’umiliato alla voglia di vendicarsi, per riaffermare se stessi contro l’altro. E questo in una successione a catena senza fine.

1.

Ma in ambiente religioso ha senso la rivalità?
Essere rivali davanti a Dio?
No, naturalmente, tanto che in ambito cristiano si è coniato la parola emulazione. Prendere stimolo dagli altri per essere se stessi, e amare Dio per se stesso.
Certo questo è anche santità; realtà che significa ‘essere separati, distaccati’. Ma questo appartiene di suo a Dio, spetta a Dio solo. Perche solo lui è veramente santo. Tu solo sei santo. Questo è non certo dell’uomo. Per lui, essere staccato indica l’appartenenza. In questo caso dice l’appartenenza a Dio.

Ma accade che l’uomo, il così detto religioso, sfrutti Dio a proprio vantaggio. Che lo utilizzi per esagerare la propria grandezza.
Una tale persona fa spazio alla santità, ma se ne appropria e la piega ad una esecuzione formale di certi comandi, trasforma la morale in moralismo; l’etica in legalismo. Può pesare quanto vale, può misurare la sua elevatezza.
Mentre la prima è adesione amante a Dio, la seconda è attestazione di sé, forzata in ambito religioso. Lontano dalla fede schietta.
Non più un abitare in e con Dio, ma un serrarsi in se stessi. Intristendo.

Infatti un tale uomo alla fin fine dimentica Dio.
Dio diviene l’occhio, lo specchio dove questa persona vede se stessa ingigantita,
in rapporto agli altri. Dio come specchio di sé.

Il segno evidente di questo è che neppure più prega Dio, ma emette un giudizio arrogante e sprezzante portato contro gli altri. Come accade nella parabola del Cristo. Essa ci mostra il fariseo totalmente avanzato nel tempio mentre si gongola della sua posizione e della sua correttezza formale legale. Lui è a posto, in regola. È un osservante le regole. E dall’alto della sua posizione può condannare tutti gli altri e disprezzare il pubblicano, il povero uomo, il peccatore pubblico, il disgraziato.

Il pubblicano poteva essere anche ricco, ma aveva un cuore povero capace di avvertire la propria miseria.

Questi entra nel tempio, si affaccia in chiesa, ma si ferma in fondo. Si tiene a distanza. Come indegno. Come misero uomo.
Ma non senza rivolgersi a Dio, dalla schiettezza del suo cuore. Dal centro più vero e profondo di sé.
Sa che ci si può vantare davanti agli uomini ma non davanti a Dio. davanti a Dio si è nudi, scoperti.
Si avverte peccatore e debitore. È sincero. Non deve fingere. Non deve atteggiarsi.
Si mette totalmente a nudo davanti a Dio.

Proprio questo attira Dio, che lo guarda, e lo abbraccia. Lo tiene con sé. Il povero uomo si tiene lontano, ma Dio lo porta vicino a sé. Lo innalza.

Non così per il fariseo.
Nell’atto stesso in cui disdegna l’altro, non dà più spazio a Dio, perché il religioso pubblicano è pieno di sé, non fa posto a nessun altro, né uomo né Dio.
La solita logica del Magnificat di Maria. Dio abbassa i superbi e innalza gli umili.

2.

Ma è vero che Dio ascolta sempre il grido del povero, che si fa attento alla richiesta del povero?

La storia ci mostra scenari diversi.
Spesso i più poveri sono trascurati dagli uomini, ma a volte sembra che vengano dimenticati anche da Dio. Umiliati e offesi.
Si pensi agli armeni, ai curdi, ai musulmani ruhynga, ai cristiani in Babilonia, in Turchia, alle varie popolazioni dell’Amazzonia..

Resta fermo per tutti e per sempre: il Figlio di Dio, lui stesso è stato abbandonato dal Padre.
È l’ultimo grido del Cristo morente, a dirlo.
Certo non finisce qui, c’è poi la resurrezione dai morti.
Ma questa non toglie il dramma precedente. La sconcertante agonia di un figlio di Dio, nell’orto e sulla croce.

Ma il destino del Cristo si rinnova nel destino del discepolo.
Paolo lo sa per esperienza personale, come lui stesso ricorda in un passo precedente della stessa lettera a Timoteo:

11 le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra.
Quali persecuzioni non ho sofferto!
Eppure da tutte mi ha liberato il Signore.
12 Anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati.
13 I malvagi invece e gl’impostori faranno sempre maggiori progressi nel male,
ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. (2Tim 3,11-13).

Inoltre sperimenta anche l’essere abbandonato prima da persone diverse poi da tutti. Tutti se ne sono andati. Proprio nel momento più critico, quello del processo che ha dovuto sostenere.
Tutti i suoi amici, discepoli anche i più vicini, tutti spariti.
Come per il Cristo. I più intimi conoscono solo la fuga. La corsa precipitosa a salvare se stessi.

Non se ne tenga conto, dice l’Apostolo, come Cristo che invoca il perdono per tutti.

16 Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono.
Che non sia loro imputato a colpa!

Ma insieme a questo Paolo vive un’altra esperienza. Quella del nulla che inghiotte.
La sensazione di avere corso e vissuto invano.
Di essere ingoiato dalla bocca del leone. Stritolato dal nulla.
Se ricorda tutto questo, se si sofferma sulla propria drammatica esperienza,
se la ricorda davanti alla prospettiva della morte, significa che quella è stata una esperienza spaventosa.
Presenza e voce demoniaca che vuole atterrire. Bloccare. Irrigidire dal terrore.

La stessa voce che si insinua in Teresa di Gesù Bambino. La tua vita a che ti ha servito?

Dall’abisso di questa tenebra Paolo non smette di fidarsi e confidare.
Fa un balzo fuori, un abbandono e un colpo di reni, di fede.
Uno stacco liberatorio.
Sa della presenza vicina del Signore, che lo salva e non rende vano la sua fatica di farlo conoscere agli altri, a tutti i popoli.

17 Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza, affinché per mio mezzo la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà per il suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (2Tim 4,5-18)

È alla luce di questa certezza che, riguardando indietro, può dirsi di avere combattuta la giusta battaglia.
Soprattutto che non ha perso la fede, la confidenza in Dio.
Sa che Dio gli prepara la corona della vittoria, l’abbraccio stretto di Dio che lo porta e lo tiene con sé.
E questo non è solo per lui ma per tutti.

3.

Questo è quanto è richiesto a noi e si prospetta per noi.

Papa Francesco ha detto questa mattina che ognuno di noi si porta dentro il fariseo e il pubblicano;
per cui siamo chiamati a fare nostro l’atteggiamento del pubblicano che sta piegato a terra e sa del proprio male e del proprio bisogno di salvezza.

Si tratta di avere un cuore semplice, umile. Non essere arroganti, vinti dalla supponenza.
Non devi fare il confronto con le persone peggiori – che tu giudichi, con quale diritto, e poi in tono sprezzante. Guardando dall’alto in basso.
Il confronto vero lo devi fare con Dio, con Cristo.
Come stai alla sua presenza? Cos’è il tuo amore di fronte al suo?

Se Dio stesso si è umiliato, se Cristo ha deposto perfino la sua divinità, come puoi tu
ritenerti dio e anche più di Dio?

Una vita di comunità vive di umile e gioiosa accoglienza.

Sapendo, ricorda il papa, che i poveri sono i portinai del cielo. Sono loro che aprono le porte del paradiso.

Papa Francesco ha ancora detto: ci sono molti cattolici, che non sono cristiani, ma neppure uomini.
Anni fa avevo detto: spero che Cristo non sia ‘cristiano’
Sarebbe un guaio da nulla. E chi smette di essere cristiano, smarrisce anche la propria umanità.

C’è un bellissimo episodio narrato della vita dell’àbba Poimen.
Era una convinzione: quando uno durante la preghiera sbadiglia attesta che i vari diavoli tengono legata la persona con fili diversi, che di volta in volta tirano e agitano.

Un giorno domandano all’àbba Poimen:
“se un tuo confratello, accanto a te, durante il tempo della preghiera, si addormentasse, tu cosa gli faresti?”
Rispose: “prenderei il suo capo, e adagio adagio lo appoggerei sulle mie ginocchia.”

Nei monasteri di san Francesco era proibito durante la notte alzarsi e andare a mangiare in cucina.
Una notte uno dei fratelli scese in cucina, con lo sconcerto degli altri.
Allora Francesco cominciò a dire: ho fame, ho fame. E scese in cucina.

La genialità amorevole dei santi.

Perché non farla diventare nostra?!

Speriamo che al momento della morte possiamo dire le stesse parole di Paolo.

6 Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede.
8 Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, lui, il giusto giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione.

Nota

Oggi la critica tende a non attribuire a Paolo le lettere a Timoteo.
Al nostro fine ci basta ritenere la vicenda qui espressa
come significativa per la vita di un apostolo, di un credente.

Ho dentro di me un pensiero: sembra ai più, che una volta convertito
e scritto le lettere ai Corinti, Paolo non si sia mai cambiato fino alla morte.
Non saprei.

Se uno non conoscesse i passaggi intermedi, come farebbe ad attribuire
il primo Picasso (blu 1901 e rosa 1905) all’ultimo Picasso (da Guernica 1937 in poi);
il primo Segantini all’ultimo Segantini (l’angelo della vita, vanità, l’amore alla fonte).
Lo stesso accade per diversi compositori; come se verso il finire della vita si aprissero ulteriori orizzonti: visioni, musiche…

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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXIX domenica, anno C

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me.” Gv 12, 32[1]

Beato Angelico – Crocifissione con santi 1441-42 – Convento di San Marco, Firenze

 

1.

Il mondo è un interminato teatro di guerra,

a iniziare dal primo violento spargimento di sangue,

da parte di Caino che massacra il fratello Abele e macchia la terra di sangue. La infanga di morte.

Da quel momento la violenza si annida nei solchi della terra, abita il cuore dell’uomo e occupa la scena dell’umanità.

Il secolo ventesimo ha conosciuto la prima e la seconda guerra mondiale. Trincee di sangue e cadaveri. Città bombardate e vite spezzate. I pochi scampati, o pochi ritornati lo sanno, che lo raccontino o no.

Il ventunesimo nostro secolo conosce la guerra mondiale a macchie, come l’ha definita papa Francesco. Più terre e nazioni nella stretta di bombardamenti e assedi. E morti.

L’Europa conosce un lungo tempo di pace, anche se ha causato e lasciato in altre terre conflitti continui che giungono a guerre e a stragi di ogni tipo.

Con la variante che in queste guerre non muoiono i soldati ma per lo più solo i civili.

Abbiamo accusato papa Pio XII di essere stato in silenzio davanti allo sterminio degli ebrei; abbiamo alzato toni e accuse.

Ma oggi, che è tutto sotto gli occhi di tutti, che guerre e stermini di innocenti ci sono noti anche attraverso immagini crude si mantiene un roboante silenzio, un prudente distanziamento, un vigliacco disinteresse, un colpevole mutismo. Si rimane indifferenti fino a quando spruzzi di sangue vivo non arrivano a macchiare da vicino le nostre terre e i nostri vestiti.

Nei nostri paesi così detti di pace, ci sono violenze infinite, omicidi e femminicidi e infanticidi pressoché continui, che fanno vittime come una sottile guerra continua, accompagnata da attentati.

Se ne può uscire?

2.

Anche il popolo di Israele ha sperimentato minacce e guerre.

Al tempo di Mosè si trovò a combattere contro il principe Abimelek.

L’esercito israeliano non era così sicuro né al sicuro.

Allora Mosè sale sul colle, si pone con le mani alzate per una preghiera incessante. Albero e croce.

Sopraggiunge la stanchezza, allora Aronne e Cur mettono una pietra perché Mosè si appoggi, mentre loro due, una alla destra e alla sinistra, gli sorreggono le mani, fino al tramonto del sole,

momento in cui cessa la battaglia con la sconfitta di Abimelek, il nemico per eccellenza di Israele.

Emerge comunque un dato, senza l’intervento di Dio, la pace non la si raggiunge.

Questo episodio nasconde una profezia, che il vangelo di Giovanni ha colto. Egli infatti vede in Mosè Aronne e Cur la silhouette della crocifissione del Cristo. Triplice sagoma e triplice crocifissione.

L’evangelista Giovanni non nomina i due ladroni. E non per nulla. Gli interessa altro.

Si limita a dire che Cristo è crocifisso tra due, uno alla destra e uno alla sinistra. Usandola medesima espressione dell’Esodo.

Cristo sta sul colle esattamente come Mosè, con le mani allargate in preghiera in mezzo a due.

Figura di croce – Mosè; realtà di crocifisso – il Cristo.

Allora la crocifissione di Cristo è vista una battaglia. Preghiera e guerra.

Contro chi?

Contro il principe di questo mondo. Il satana antico, menzognero e falso fin dall’inizio. Contro il principe dell’aria. Contro potenze invisibili.

Esiste una negatività totale e micidiale, che ottenebra cuore e mente, cielo e terra. Questa va sradicata.

Si fece buio su tutta la terra. Per tutto il tempo in cui Cristo resta innalzato sulla croce.

Ma in questo momento a Giovanni è dato uno sguardo più profondo:

vede oltre l’apparenza immediata.

Essere innalzati, essere posti in alto, è termine tecnico per dire la crocifissione.

Innalzamento è devastazione, strazio, sbrano. Sofferenza indicibile. Esperienza di asfissia. Esaurisci la resistenza, il fiato, il soffio. Senza più energia per spingere il corpo a prendere aria. Il peso del tronco è spossante. Muori sfinito, esangue, esausto. Disidratato.

Ma l’apostolo vede oltre. Scorge la scritta della condanna: Gesù Nazzareno, re dei Giudei.

Sì, innalzamento è anche il termine tecnico per indicare il momento in cui una persona viene fatta re; viene innalzato al trono. È salito al trono.

Tornano le parole del Cristo.

Quando sarò innalzato sulla croce, come un malfattore, allora vedrete….. cosa?

Si verificano due eventi.

Il principe di questo mondo, verrà gettato fuori, anzi verrà gettato in basso, verrà fatto sprofondare nello stagno di morte.

Evento e logica di innalzamento e abbassamento. Chi si esalta viene abbassato, chi si umilia viene esaltato. Come sa il canto del Magnificat di Maria.

Proprio mentre il principe viene eliminato,

Cristo viene fatto re.

La sua coronazione di spine, diviene la sua incoronazione regale.

E proprio mentre muore solo, come un cane reietto, scacciato fuori della Città santa,
attira tutto e tutti a sé.

Sì, certo, Gesù parlava di sé.

Il chicco di grano, caduto in terra, se muore, se si spappola, non rimane solo, diventa spiga, diventa moltitudine di chicchi di grano.

Cristo, il reietto, diventa re di tutti.

Si comprende: la motivazione della condanna diventa una dichiarazione di vera regalità.

Quello che lì, e così, muore

è davvero il re dell’universo e di tutte le genti, di tutti i popoli.

3.

Cristo, al di là delle apparenze, è un realista.

Sa che un nemico ha seminato zizzania, ho rovinato il buon campo, il buon mondo creato da Dio.

Ha rovinato anche il cuore dell’uomo: voi che siete cattivi.

Questa è l’ora delle tenebre. Non un attimo, ma una estensione. Un clima. Un’aria ammorbata.

La storia umana è guerra, uccisione.

Anche i mandati da Dio, gli inviati da Cristo vengono perseguitati, trucidati.

L’han fatto col Figlio, quanto più contro gli altri suoi servitori.

Che fare allora?

Trasformare la vita in preghiera.

Fare della vita una battaglia per la preghiera.

Ora et labora. Prendi la preghiera come un lavoro, come una battaglia.

Non è a caso che accadono certi fenomeni.

Ti assale la voglia di non pregare. Basta. Non smetti ancora, diminuisci il tempo della preghiera.

Ma più accorci il tempo dell’orazione, più hai meno voglia di pregare.

Si rimanda sempre il tempo della preghiera.

Si trova tempo per tutto, ma non per la preghiera adducendo giustificazioni e motivazioni. Valide!!

Ci si stanca, anche molto presto.

La mente divaga per ogni dove, a briglie sciolte.

Certe preghiere diventano meccaniche.

Le parole escono, ma il cuore è tutto da un’altra parte.

Pregate per non entrare in tentazione.

Lo spirito è forte, la carne è debole.

Il regno di Dio lo rapiscono i violenti.

C’è un momento in cui devi fare violenza a te stesso.

Non hai altro scampo.

Quanta fatica fa un tossicodipendente per risalire la china.

Quanta chi si perde perdendo cifre di denaro nelle scommesse, nelle corse dei cavalli, nelle macchinette…. ‘perché bevi? Bevo per dimenticare’.

Una battaglia spaventosa; ma se molli sei perso, sei finito.

Ma se stai raccolto, se ti consegni, se resisti alla prima smania, alla frenesia che ti prende,
allora inizi e prosegui un cammino di vita vera. Libera.

Se ti metti nell’occhio del ciclone…

Serve agli altri pregare? Non è una fuga dalla vita reale? Non è un fatto di élite?

Ma se preghi, divieni come uno che annaffia il seminato. Versare l’acqua sembra un gesto insignificante, inconcludente. Ma senza acqua non cresce niente.

La preghiera vera scende alle radici dei cuori,
a dissetarli dal fondo, a rimettere in circolo altri pensieri, altri atteggiamenti.

Quando si fa l’impianto della luce, occorre fare mettere il filo della presa a terra, perché i fulmini si scarichino sotto terra e non distruggano vite e abitazioni.

La preghiera è la presa a terra del piano di Dio.

I musulmani sono chiamati a pregare cinque volte al giorno. Interrompere il lavoro, volgersi verso la Mecca e pregare. Per loro vita sociale e preghiera sono un tutt’uno, o lo dovrebbe essere.

A noi Cristo non ci lascia regole, non ci indica tempi.

Sì, poi i cristiani, sul modello degli ebrei, hanno stabilito delle ore di preghiera. Riscontrandole a loro modo nell’esistenza del Cristo. Ora terza. Era l’ora nona.

Ma a noi Cristo chiede di pregare senza cessare. Ininterrottamente.

Fare coincidere vita e preghiera. Respiro e preghiera, come l’invocazione del nome di Gesù, come ci narra il famoso Pellegrino russo.

Di san Francesco si è detto: non tanto pregava, era diventato preghiera.

Per questo diviene uomo di pace, fratello universale.

Ma a questo si arriva attraverso momenti di preghiera. Che non vanno scartati.

Senza esercizi preatletici non c’è gara. Non c’è partita. Non c’è corsa.

Senza esercizi alla sbarra, per quanto monotoni siano e ripetitivi, non c’è danza.

Si ammira e si applaude una performance di minuti. Ma dietro ci sono ore di esercizi.

Dopo tempi di pena e fatica sorge l’estasi e le segreta gioiosa

percezione della presenza di Dio. la preghiera ti conduce in alto e nell’intimo.

E all’improvviso sgorga un grido.

Padre! Mio Dio. Mio dolce Gesù. Tu Spirito, soffio di vita.

Quando preghi, entra nella stanza del cuore e della casa.

Lì sarai con Dio, e Lui con te.

Aperta la stanza del cuore, accolto il Signore col Padre e lo Spirito,

ti fai cuore del mondo. Pulsi da dentro la vita buona, vera.

 

***

 

Siamo oranti, viandanti oranti. La preghiera è come la vita. È un viaggio.

Preghiera e viaggio ‘faticosi’ procedono insieme, di pari passo.

La vita è un viaggio duro e rischioso, un soffrire, un peregrinare, un errare, un cercare la propria dimora nascosta; storia carica di discontinuità nella coscienza della luce (Ernst Bloch).

____________________________

[1] Ho sostituito Luca 18,1-8 con il vangelo di Giovanni 12,27-34 e 19,17-22 perché più in consonanza col testo di Esodo 17,8-13

 

 

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Pubblicato da su 22 ottobre 2019 in Omelie

 

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