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Lettera di Natale di don Giorgio

Lettera di Natale per adulti genitori e ragazzi

Entrando in chiesa nella Pieve e vedere molte stelle, alte attorno all’altare,

vederle splendere, fa un grande effetto, ti apre il cuore.

Vola alta la SPERANZA. Ogni bambino ha desideri, OGNI BAMBINO E’ DESIDERIO.

Un filo esile lega quelle stelle. Per non perdere il contatto con la terra,

ma anche per non far morire i SOGNI. Farli crescere, che vadano come aquiloni, come uccelli,

che vadano al sole, nel cielo e nel più alto dei cieli.

 

È di lì che è sceso IL SOLE per nascere in una stalla illuminata da una stella.

È entrato BAMBINO, deciso a vivere IL DESTINO DI UOMO.

Non per rimanere chiuso nel recinto degli uomini, nei loro labirinti fatti di proposte vane, di corto respiro. Cristo è uscito dal labirinto. Ha lasciato un filo da seguire e inseguire.

Perché l’uomo è fatto di terra ma per il cielo. Cammina ma il suo destino è il volo.

 

Il cielo è fatto di luce e di verità, di calore e di amore, dell’aria buona della pace.

Pace che Cristo vorrebbe portare in terra. PACE IN TERRA.

Basta che gli uomini afferrino quel filo, lo seguano, come orientamento e come forza segreta.

Ancora oggi Cristo si presenta come VIA VERITA’ E VITA.

Non capisce perché gli uomini ne hanno paura.

Vorrebbe che i grandi, gli adulti, che I GENITORI si facciano vicini ai loro figli.

Capaci di educare SAPENDO INDICARE E ORIENTARE.

Senza fuggire, senza avere fretta per tante cose non tutte e non sempre così essenziali.

Ritrovare il SILENZIO, la PREGHIERA, perché no! Che male fa annaffiare il proprio cuore, la propria anima. Si mettono dentro e fuori i vasi a seconda del tempo.

Anche l’uomo ha bisogno di sole e acqua. Mettersi esposti a Cristo, alla sua parola

Abbracciarlo. Seguirlo.

Si riempiono di regali i figli… per colmare quali vuoti? Di chi? I propri vuoti?

Perché non donare il Cristo… non è una camicia di forza. Non è un sedativo.

È fuoco. È amore. È esplosione di vita. È fonte di gioia vera.

Non è efficace, ma è fecondo. Ha la lentezza e la forza del seme.

L’adulto dovrebbe saperlo. Anche in questo accompagnare i figli.

Non per una infantile nostalgia, ma per la verità del proprio essere, della propria vita.

I genitori sono chiamati a dare la mano ai figli. Anche pregando.

Anche accompagnandoli – senza andarsene via quasi fuggendo di soppiatto – alla PAROLA, alla Messa. Almeno qualche giorno festivo.

Non è tempo perso. Superata la prima resistenza, poi si trova la pace.
Il cuore torna leggero.

E vola alto come le stelle dei figli. E senza saperlo si vive quello che san Paolo, scrivendo agli abitanti di Filippi, chiede a coloro che seguono e abbracciano CRISTO:

siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata,
qui voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la parola di vita (Fil 2,14-16).

Perché è grande la nostra speranza:

Noi però siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo anche, come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo (Fil 3,20-21).

Buon Natale. Che sia vero. Non ‘babbo natale’ ma IL GIORNO DEL CRISTO.

PACE E GIOIA.

don Giorgio

 

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Pubblicato da su 22 dicembre 2019 in Catechismo, Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – FESTA DI MARIA IMMACOLATA

Omelia di don Giorgio – Festa di Maria Immacolata
Nata luminosa e libera. Si è fidata completamente di Dio, si è affidata a Lui.

Antonello da Messina – Annunciata (1475) – Palermo, Galleria Regionale della Sicilia

 

In un tempo di femminismo e di rivolgimento delle figure maschili e femminili,
la festa di oggi sembra anacronistica e anche assurda, fuori da ogni senso di realismo effettivo.
Maria oscilla tra una figura barocca e una figura evanescente, ingigantita o sbiadita.
Sembra non avere neppure ‘la pesantezza della carne’.
Già il Cristo ci appare più uomo. Si può dire di Maria che ci appare più donna?

La sua figura, la sua esistenza storica si riduce a ben poco. I testi canonici non dicono granché di lei. Alcuni sono totalmente silenziosi, altri sfuggenti.

Eppure la Chiesa ha emesso dogmi riguardanti Maria, dogmi che sembrano fondati su nulla o su argomentazioni fasulle, forzate o che comunque non hanno una vera cogenza, come dimostra la separazione tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa proprio in rapporto alle verità di Maria e agli onori che le si rendono, per non parlare delle ‘riserve’ da parte della chiesa protestante.

Eppure ci si dovrebbe chiedere: perché Maria ha occupato [imperversato, direbbe qualcuno] tanto spazio nell’immaginario delle persone di tutti i secoli e di tutti i continenti, fino al presente.
Ci sarà pure un motivo? Han perso tutti la testa?
Meglio perderla per Maria che per altri personaggi abbastanza truci e violenti…

Proviamo ad andare al di là del questionare, per capire di cosa si tratta.

 

Maria rappresenta il sogno di Dio.
Dio aveva pensato all’Umanità tutta con tutto quanto si è verificato in Maria.

Dio, l’ad/solutus, il totalmente libero, ha voluto rapportarsi a una creatura umana che Lui stesso mette in vita. La creatura umana, che è a una distanza abissale da Lui, Dio l’ha voluta distinta da sé ma vicino a sé.

Per fare questo, si è proposto alla persona umana, come ha fatto con Maria.
Non forza, non violenta come tante altre divinità.
Si pensi anche solo al ratto di Europa. E alla violenza di Giove.

Dio ha avvicinato Maria facendole la promessa di renderla partecipe della propria vita,
alla condizione che si fosse fidata totalmente di Lui. In piena libertà.
Ora, chi può fare un atto di fiducia se non chi ama, e che ama senza condizioni e restrizioni, che si apra totalmente all’Amante, che faccia dono della propria intimità, senza una falsa ritrosia:
senza timore di perdere la propria intimità. Se la si offre in dono all’Amore, è grande cosa, perché solo donata diventa vera intimità.

Tale fede-fiducia implica un consegnarsi totale a Dio. Lasci a lui la guida della tua vita.
Deciderà lui, l’illimitato come portarsi e porsi nel limite della creatura umana.
Non è l’uomo che decide, ma Dio. All’uomo è chiesto solo di fare spazio, di non porre limiti, né condizioni. Non è cosa facile, come si può pensare.
Fidarsi di Dio, è sempre un triplice salto mortale. Non è cosa da poco.
Ci vuole coraggio e spregiudicatezza. Forza e follia.

D’altra parte un amore o è totale o non esiste.
Chi ama non può che fare dono di sé.
Donarsi a intermittenza, donare parti di sé, o cose anche fatte da sé, non è ancora amore.

Sono due i verbi che Dio usa avvicinando la persona umana: Ascolta, e vieni.
Fai silenzio, fai tacere ogni rumore del tuo ego smoderato, Ascolta.
Il tuo ‘io’ esiste solo perché Lui ti ha detto per primo: tu!
Dicendoti tu, ti dà esistenza e consistenza. Non esisti prima. Accedi all’esistenza nel momento medesimo che ti dice: tu! Vivi!
È nell’ascolto di Lui che trovi la tua con/sistenza. Stai, se stai con Lui.

Per questo ti dice: ex-isti, esci. Ti chiede: vieni.

Esci da te. Volgi il tuo sguardo a me. Non voltarmi solo la schiena.
Mostrami il tuo volto, e guardami.

Voltati Sulamita, ché vogliamo vederti.

Vòltati, vòltati, Sulammìta, vòltati, vòltati: vogliamo vederti! Che cosa volete vedere nella Sulammìta durante una danza a duplice coro?  2 Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, o figlia di nobile!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, lavoro di mani d’artista
. (Cantico dei c. 7,1-2)

Lascia ogni cosa e casa.
Il tuo io, il tuo parentado, la tua dimora, i tuoi progetti, il tuo sogno.

Io ti amo infinitamente di più, di quanto tu ami te stesso. Ci credi?
Puoi fidarti. Vieni e consegnati a me, che mi sono consegnato a te.

Non vedi questa luce che fa luce su tutto, che fa vivere ogni cosa, col suo calore e la sua luminosità.
È la mia luce; sono io la Luce. Non sono gelosa di me; mi effondo fuori di me,
perché io che sono Il Tutto, voglio un tutto davanti a me, ti voglio tutto per me.

Se la creatura umana si apre a me, tutto diventa suo.
Me stesso e le creature che io ho posto in vita.
Tu appartieni a me, ma adesso anche io appartengo a te.
Mi sottometto a te, che ti sottometti a me.
Una creatura che vive questo, diviene luminosa, splendente.
Splendente dell’amore che io le ho dato. Della luce che io sono.

Mosè era ripieno della mia luce; non potevano fissarlo in faccia.

A chi amo e mi ama, io comunico il mio stesso Spirito, fuoco di amore e di allegrezza.
C’è qualcosa di femminile nello Spirito.
Esultò di Spirito santo.

Anche Maria può dire: il mio spirito esulta.

 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore
48 perché ha considerato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Perché grandi cose m’ha fatto il Potente, Santo è il suo nome,
(Lc 1,47-49)

Dio seguita a dire.
Lo Spirito è spazio, ambiente, grembo. Grembo che accoglie e feconda.
Che è felice, esulta. Passeggia e danza con me e mentre creo le cose.
Lui le raggiunge e le tocca col suo soffio, e tutto si mette a danzare.
I cieli dei cieli, le acque dei fiumi e dei mari, i fiori e le piante.
Quando il vento passa sui campi, è il suo Soffio che tutto attraversa e muove.
Tra lo Spirito e Maria c’è una complice intesa. Si capiscono tra loro.

o vergine d’Israele, di nuovo ti abbellirai… e uscirai fra la danza dei festanti (Ger 31,4)
Allora si rallegrerà la vergine nella danza (Ger 31,13)

Quando Maria va da Elisabetta, ci va con un passo di danza e con il cuore pieno di esultanza.
Neanche il deserto impedisce questo passo.

Non per nulla l’icona che rappresenta l’incontro di Maria e Elisabetta
mostra le due donne in passo di danza, i loro grembi danzano, roteano,
i loro due figli sussultano in grembo, gioiscono come gioiscono le due donne.

Elisabetta ha colto la ragione profonda di questa gioia intima che esplode.
Maria ha creduto all’adempimento della Parola di Dio.
La sua adesione non è adesione vaga né è un’ adesione di testa, di intelligenza;
non è convinzione raziocinante;
è adesione di Sposa a Sposo; è atto di abbandono della creatura al Creatore;
è la fiducia totale: quello che Dio promette si compirà comunque,
qualunque sia la modalità che Dio sceglie per portarlo a tal fine,
perché Maria non ha posto nessuna resistenza.

Ecco l’ancella del Signore; mio volere è il tuo disegno su di me;
voglio quello che tu vuoi per me e attraverso di me.

Non mi preoccupano più le difficoltà, ma neppure la mia misura limitata, perché tu sei Dio,
un Dio inimmaginabile, nuovo, sempre nuovo.
Come il suo Spirito, che viene da ogni dove e soffia per ogni dove e in ogni tempo che gli aggrada.

Per questo non resta che la consegna. La consegna di sé.
Con la spregiudicatezza di una donna; di una giovane donna;
di una donna con la totale propria integrità.

Dio stesso resta sorpreso, emozionato e compiaciuto
Di questa ragazza di paese, che in segreto e in disparte si è totalmente fidata di Lui.
Allora Dio, che sa e vede – e Lui ha la vista lunga – la vuole bella, totalmente bella fin dal suo sorgere, dal suo nascere. Le dà in anticipo quello che le avrebbe dato al termine della vita,
e che lei stessa, amando, avrebbe conseguito.

È un privilegio. Ma non stizzoso né ingiusto.
Quello che Dio fa in Maria, è quello che ha previsto per ogni persona umana.

Paolo o chi per lui, ha ben compreso.

Dio ci ha amati fin dalla creazione del mondo,
perché fossimo immacolati nell’amore.

Perché Cristo, il Verbo fatto carne, voleva per sé una Donna bella,
senza macchia, senza ruga o di alcunché di simile.
La voleva splendida di gloria, di quella Gloria che lui ha da sempre presso il Padre e con il Padre.

Solo l’amore è la Bellezza, solo l’amore trasfigura.
L’amore chiama a uscire dal buio, dalla notte.

La notte è del tradimento, del principe di questo mondo.
La notte è quella che abita il cuore di Giuda che lo accoglie.
La notte è tenebra, appartiene al principe delle tenebre.
È tenebra di morte.

Per questo, quando Cristo muore, si fece buio su tutta la terra.
Ma non durò molto. Perché il Principe di questo mondo non può nulla contro il Cristo.

Il buio oscurò per del tempo l’anima trafitta di Maria.
Ma lei sperò contro ogni speranza.
Non smise di confidare in lui. Lui avrebbe trovato una via di uscita.

Questo suo permanere nella fede, la fa ancora più bella e luminosa.

Per questo al momento della sua morte, poteva conseguire solo il suo ingresso nella gloria, nella Luce. Maria adesso è nella luce.

È un primo passo dell’Umanità verso Dio e in Dio.
Lei, una volta entrata, tiene la porta aperta per ogni uomo.

Diventa madre e punto di riferimento. Stella e luce che feconda.
Si interpone sempre tra il giudizio di Dio e la creatura umana.

Disposta a coprire sempre col suo manto ogni uomo.
È questo che la pietà popolare ha compreso.

Maria non fa ‘la bella statuina’, non fa la modella che ostenta se stessa.
Approfitta della posizione in cui è stata posta, per mettersi a disposizione degli uomini.
Per farsi madre e richiamo continuo all’alto, a Dio, alla bellezza vera.

Sapendo che questo piace al Cristo, perché è morto perché ogni uomo sia salvo, e salga là dove Maria è entrata.

A noi non resta che guardare Maria, imparando da lei l’atteggiamento giusto;
vivendo una lenta ma decisa trasformazione di noi stessi.
Passando dalla tenebra alla luce, divenendo persone luminose perché amano dimentiche di sé.
Non ripiegate su di sé, ma col volto rivolto a Dio e ponendo attenzione a chi ci sta accanto ed ha bisogno di essere aiutato, ma soprattutto amato.

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Pubblicato da su 11 dicembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Avvento 1° domenica – Anno A

Omelia di don Giorgio I domenica di Avvento – anno A
« Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. »
Mt 24, 44

 

Cristo nasce sempre… in noi, tra noi e nell’universo

Entrare nel così detto tempo dell’Avvento che la Chiesa ci propone nella sua Liturgia, non si evita la sensazione di una finzione, quella di dover pensare questo tempo come preparazione al Natale, come se questo dovesse ancora avvenire.

Non a caso la recente riforma liturgica nella prima domenica di Avvento ci fa pensare alla fine del mondo. Dandoci una sensazione straniante.

Di fatto il Natale c’è già stato.
E a cose compiute si è capito che col Cristo iniziava una nuova epoca, una nuova stagione di storia per l’umanità e per l’universo intero. Non per nulla si è cominciato a contare gli anni dalla sua nascita.

Cristo aveva suscitato una grande speranza, era stato percepito come apportatore di una buona notizia, ev-angelo appunto. Cristo aveva fatto sognare.

È stato così? Lo è ancora per l’umanità di oggi? All’inizio certamente sì, come si vede dalla stupefacente diffusione del cristianesimo avvenuta nei primi secoli dell’era cristiana, nonostante i contrasti e le persecuzioni.

Lasciamo da parte analisi storiche e sociologiche.
Proviamo andare subito all’essenziale, chiedendoci cosa è davvero il Natale a cui ci è chiesto di prepararci.

1.
Ci è stato detto più di una volta che se Cristo non nasce nel nostro cuore, dentro di noi,
il Natale è perfettamente inutile. Cristo è nato invano. Se Cristo non nasce dentro di te, nasce invano in una grotta.

Ciò significa che siamo chiamati a accogliere il Cristo per raggiungere la piena maturità e la giusta, perfetta statura. Anche umana. La salvezza che Cristo porta è umanità piena, compiuta. La santità coinvolge l’umano e nell’umano si mostra. Se Cristo si è fatto Uomo, l’uomo trova la propria misura in Cristo, con Cristo.

Ci ricorda san Paolo: “Lui noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ognuno in ogni saggezza, per rendere ciascun uomo perfetto in Cristo” (Col 1,28)

La lettura di oggi ci dice con chiarezza che dobbiamo rivestire Cristo. Il nostro abito è lui.
È essere con lui e in lui.
Una pura adesione esterna, una pura esecuzione formale di norme, non dice nulla, è inconsistente; ci è chiesto di im-medesimarci a Cristo.
Non son più io che vivo, ma lui in me. Per me vivere è Cristo.

A questo punto si può dire con verità: il vero Natale per noi è l’Eucaristia.
Siamo chiamati a divenire colui che riceviamo: Cristo.
Fare spazio a lui. Prendete mangiate, prendete bevete, questo sono io.
Cristo è il lievito che cambia la mia persona, la mia vita.

2.

Ne consegue che il Cristo che accolgo io, è lo stesso che accogli tu, che accoglie mio fratello.
Allora Cristo chiede di prendere corpo nelle nostre relazioni. Noi siamo, insieme, il Corpo di Cristo. Cristo nasce in me, in noi, tra noi. Il natale è questo nuovo noi.
La comunione eucaristica, infatti, implica e suscita la comunione fraterna.
Cristo chiede di prendere forma tra noi.

Come e cosa non dovremmo essere! Come e cosa non dovrebbero essere i rapporti fra noi.

  1. Per donarci l’eucaristia Cristo ha preso il pane e il vino. Ciò sta a dire: la fatica dell’uomo, la sua genialità inventiva, la sua cultura – cultura dei campi e attività, cultura dei vari saperi e delle incessanti scoperte in tutti i campi di ricerca.
    Cristo assume e cambia la vita con la terra e sulla terra, invitandoci e chiedendoci di capire e vivere la logica del bene condiviso.
    L’eucarestia spezzata dice anche questo.

Diversamente Cristo è un pretesto e una copertura.

Nello stesso tempo Cristo desidera che il suo corpo si estenda a tutto l’universo. Non soffoca, esalta. Anche il cosmo è destinato a entrare nella sua orbita.

4.

Bisogna anche osservare che Cristo non viene mai solo.

Viene con Maria dalla quale ha preso la carne per il suo corpo di carne.
Quel corpo che egli offre nell’eucaristia: prendete e mangiate questo è il mio corpo.
– Ma viene anche con il Padre e lo Spirito santo.

Ci è stato detto, da sant’Ireneo in poi, che quando dici CRISTO, l’Unto,
dici anche il PADRE che unge e anche LO SPIRITO l’olio di allegrezza col quale Cristo vie unto.

Cristo è venuto, ma sempre viene.
È di casa, ma bussa e suona ogni volta per entrare.
Bussa e se qualcuno apre, lui e il Padre entrano e si mettono a tavola con lui.

Ci è intimo, ma è molto più alto di noi. È trascendente. Per questo si abbassa a noi, alla nostra immanenza perché anche questa viva di lui.

Davvero Dio è come l’aria.
L’aria ci contiene, ma anche noi la conteniamo nei nostri polmoni. Un passaggio continuo, un transitare da fuori a dentro e viceversa.
Io sono la porta, perché le persone che io amo e mi seguono, entrino e escano. Liberamente.

La cosa più semplice ora è ridirci e ascoltare la Parola biblica.

Dobbiamo impegnarci

13 fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo,
14 affinché non siamo più dei bambini sballottati e portati qua e là da ogni soffiar di dottrine, succubi dell’impostura di uomini esperti nel trarre nell’errore.
15 Vivendo invece la verità nell’amore, cresciamo sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo,
16 dal quale tutto il corpo, reso compatto ed unito da tutte le articolazioni che alimentano ciascun membro secondo la propria funzione, riceve incremento, edificandosi nell’amore.

(Ef 4,13-16)

Giacomo ci ammonisce con forza:

2 Tutti quanti infatti manchiamo in tante cose e se qualcuno non manca nel parlare è un uomo perfetto, in grado di dominare tutto se stesso.
3 Se riusciamo a mettere il freno in bocca ai cavalli e ci obbediscono, noi li guidiamo interamente.
4 Ecco che anche le navi, pur essendo così grandi e spinte da venti impetuosi, sono guidate da un timone minuscolo, a pieno arbitrio del nocchiero.
5 Così anche la lingua è un membro minuscolo, ma può vantare imprese straordinarie.
Quanto piccolo è il fuoco e quanto grande è la foresta che esso incendia!
6 E il fuoco è la lingua! Questo mondo di malizia, la lingua, è posta tra le nostre membra: essa che contamina tutta la nostra persona, brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno.
7 Gli animali terrestri, i volatili, i serpenti, gli animali marini, sono stati e vengono domati dall’uomo.
8 Ma nessun uomo può domare la lingua: essa è un male che non dà tregua, è piena di veleno mortale
9 Con essa noi lodiamo Dio, Signore e Padre, e, sempre con essa, malediciamo gli uomini, che sono stati fatti a somiglianza di Dio.
10 Dalla medesima bocca viene fuori benedizione e maledizione. No, fratelli miei, le cose non devono andare così.
(Gc 3,2-10)

Giovanni ci ricorda un dato fondamentale:

12 Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore in noi è perfetto.
13 Da questo conosciamo che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: che egli ci ha dato del suo Spirito.
14 E noi abbiamo visto e attestiamo che il Padre ha inviato il Figlio come salvatore del mondo.
15 Chi confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio in lui rimane ed egli in Dio.
16 E noi abbiamo conosciuto e abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
17 In questo l’amore che è in noi è perfetto: noi abbiamo piena sicurezza per il giorno del giudizio, poiché com’egli è, siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non vi è timore;
18 anzi il perfetto amore scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
19 Noi dobbiamo amare, perché lui per primo ci ha amati.
20 Se uno dice: «Io amo Dio» e poi odia il proprio fratello, è mentitore: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
21 E noi abbiamo da lui questo comandamento: chi ama Dio ami anche il proprio fratello.

(1Gv 4,12-1).

Ci è chiesto di amare il nemico, quanto più il fratello.

Santa Teresa di Lisieux – 1873 – 1897

Santa Teresa di Gesù bambino trattava con gentilezza e premura una suora scostante e antipatica; questa ha finito per pensare di essere la preferita di Teresa.

Il giudizio acre, -il non sorriso, -le critiche continue, -il diffondere notizie non sempre vere e anche se vere, negative – lo sparlare – il non accogliere
Son tutte forme di morte che non hanno nulla a che fare col Natale.

Cristo ci ha amati quando ancora eravamo peccatori.

Non puoi aspettare che uno sia santo, sia perfetto per amarlo.
Oltre tutto è risibile e ridicolo.

Se vedi il limite, ama ancora di più.

Imparare poi a contemplare Cristo in ogni persona.
Pensare che Cristo è nato e morto anche per chiunque mi sta innanzi.
Altrimenti Cristo è nato invano.

Contemplare Cristo in ogni cosa, in ogni realtà.
Come ci suggerisce anche papa Francesco nella Laudato sì.

  1. L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature».
    234.San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo «si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano». Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così «sente che Dio è per lui tutte le cose». Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve depositarsi nel Signore: «Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fiorite e odorose. Come quelle montagne è l’Amato per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me».

Alla nota 159 papa Francesco richiama:
Un maestro spirituale, Ali Al-Khawwas, a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità. Diceva: «Non bisogna dunque biasimare per partito preso la gente che cerca l’estasi nella musica e nella poesia. C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto…».(Eva De Vitray-Meyerovitch [ed.], Anthologie du soufisme, Paris 1978, 200; trad. it.: I mistici dell’Islam, Parma 1991, 199).

C’è molto da imparare e vivere, proviamoci.
Che questo tempo sia pieno e fecondo.
Passa veloce la vita, non perdiamola.
Viviamo intensamente il mistero divino e il mistero umano.

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Pubblicato da su 2 dicembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Festa di Cristo Re – anno C

« Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Lc 23, 42-43

1.
Chi sono oggi i capi delle nazioni?
Ci sono rappresentanti validi del potere politico?

Il paesaggio è disarmante, deludente.
Capi corrotti, incriminati, accusati.
Dittatori avidi di possesso e potere perseguito anche se questo impoverisce le loro popolazioni, che alla fine si ribellano, riempiendo piazze e strade.

E ci sono dei dominatori, che aspirano al comando sul mondo intero.
Poteri di gruppo, di cordata. Poteri della finanza, dell’economia. Le multinazionali.

Non sono molto lontane nel tempo Nagasaki e Hiroshima, le due città bombardate e distrutte: segno evidente del potere distruttivo.
Potere che non smette la corsa agli armamenti, le spese per le ricerche per mettere a punto armi più sofisticate. Spese ingenti sottratte ad altre necessità impellenti.

In questo panorama parlare di Cristo re, sembra fuori posto,
anacronistico e inappropriato.

2.
Ma forse può darsi un’altra via di accesso da prendere, per capire cosa si voleva dire
In profondità e verità con tale appellativo riferito a Cristo.

Del resto lui stesso ha rifiutato di identificarsi con un potere politico guerrafondaio che cerca il potere a tutti i costi.
Rinuncia a armi e a eserciti.
È un re senza armi. Preferisce la verità e la libertà, che poi vanno di pari passo.

Ci sono due vie possibili per entrare dentro tale realtà.

a.
Ad un certo punto Cristo si presenta come il pastore ideale.
A noi ormai risuona nella memoria l’espressione ‘il bel pastore’, che ha una accezione un po’ estetizzante, riduttrice, o che comunque si presta all’equivoco.

Nell’antico testamento il pastore era Dio, ma lo era anche il re di una nazione.
Era abituale chiamare ‘pastore’ il re, come negli scritti del greco Omero
Ma il re ha in sé anche la figura dello Sposo. Il Re è anche lo Sposo per eccellenza.

Segno di questo è che il Cantico dei cantici è attribuito a Salomone, che è Re sposo e pastore. La sua figura unisce in sé le tre figure principali di una società.

Ora però occorre constatare che le varie figure storiche succedutesi dei re sono state tutte deludenti, viziate da qualche deficienza, da qualche errore anche grave.
Basti pensare a David, il re per eccellenza.

Quando allora Cristo si presenta come pastore, intende qualificarsi come re-pastore ideale. Quel ‘bel pastore’ va capito come il pastore ideale, appunto.
Quindi come figura emergente sulle altre.

In cosa consiste questa emergenza?

Almeno in due dimensioni.

a.
si dà una grande intimità tra lui e le pecore, le persone che raccoglie attorno a sé.
Cristo stabilisce con loro un rapporto di intimità.
Intimità rapportabile a quella nuziale, come lascia intendere la presenza del verbo ‘conoscere’. Le mie pecore conoscono me e io conosco loro.

Ciò attesta la presenza di un amore, ma di un amore vero perché Cristo è disposto a dare la vita per quelli che ama.

Perché può dare la vita? Perché può offrirla?
Perché può disporne.
E qui emerge un altro dato unico.
Il potere sulla vita appartiene a Dio; se Cristo può questo esercitare tale potere, significa che è intimo a Dio, che in qualche modo è ‘divino’ anche lui, anzi che è Dio anche lui, perché così ha disposto Dio, il Padre suo.

Ne viene che questo Dio, così indicato,
mostra il suo potere onnipotente proprio nel fare dono della propria vita.

Dice Gesù: Io posso darla e riprenderla quando voglio la vita.
Il Padre mi ama perché dono la vita.

Distruggete il tempio del mio corpo, e io lo risorgerò.

Quindi di che potere regale dispone il Cristo?
Quello di dare la vita per chi lui ama.

Quindi suo è un amore sacrificale.

Il potere morire, il poter offrire la vita è la vera forza, la vera dimostrazione di forza.

Forza che viene da lontano.

Quando Dio creato, ha deciso di ‘ridurre’ il proprio spazio, per ‘dare e fare spazio’ alla realtà creata.
La tiene dentro la propria sfera di influenza,
ma le dà autentica autonomia.
Rischiando consapevolmente di poter essere non corrisposto, anzi rifiutato nel suo amore da chi lui ama.

È una onnipotenza debole, la sua.
Ma per essere così debole, ci vuole tutta l’onnipotenza divina.
Si tratta di reggere al rifiuto, all’opposizione,
di reggere continuando ad amare,
anche se questo può costare sangue, anche se lo obbliga a ‘sputare sangue’.
Ma per questo è Dio, perché può questo.
Potere assoluto, che appartiene solo all’amore assoluto, all’amore vero.

2.

Non a caso, quando Cristo è chiamato a dare una descrizione del suo destino, ricorre all’immagine del seme, che, gettato dentro la terra, deve spappolarsi per portare frutto.
Cristo si identifica con quel seme che deve accettare la morte.

E lo fa in un momento di angoscia, quando pre-sente, sente in anticipo che lo aspetta un destino di morte, e di morte violenta.
Non finisce la vita consumandosi negli anni,
ma la finisce perché gliela vogliono togliere.

Non è così semplice entrare nel grembo oscuro della terra, della morte, della morte provocata.

Entrare in quell’oscuro spazio di morte, vuol dire scatenare là dentro un mondo di forze contrastanti. Qualcosa che assomiglia ai dolori delle doglie.
Chi vive gli affanni, le angosce, gli spasimi delle doglie?
Forse la terra, forse la morte.
Forse Cristo stesso.
Forse anche quella morte accettata nel seno del Padre,
doglie che si trasformano in doglie di vita.

Doglie del seme che, spasimando, si rovescia in se stesso, per uscire dal seno della terra non solo, non da isolato ma con altrettanti semi come lui che si è decomposto.

Prigioniero dell’oscuro grembo della morte, avverte che la morte non ha potere su di lui. Per quanto faccia, la morte non può trattenere chi è morto per amore e non perché costretto e controvoglia.
Chi è colui che cammina libero tra i morti?

24 Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte;
poiché non era possibile che la morte lo possedesse.
25 Dice infatti Davide a suo riguardo: Vedevo
il Signore davanti a me continuamente, perché egli è alla mia destra, affinché non vacilli.
26 Perciò si rallegra il mio cuore e le mie parole sono piene di letizia:
io, benché essere mortale, riposerò nella speranza,
27 perché non abbandonerai l’anima mia negl’inferi
né permetterai che il tuo fedele veda la corruzione.
28 Mi hai fatto conoscere i sentieri della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

(At 2,24-28)

Quando Cristo muore, solo, avvolto dalla tenebra e dall’urlo degli astanti,
attira tutti a sé, cominciando dal ladrone che gli chiede di ricordarsi di lui.
E il morente gli prospetta il paradiso,
che prima è suo, per poterne disporre. Il paradiso è il suo regno.
Tutti potranno guardare l’Innalzato crocifisso, che attira a sé,
e potranno trovare in questo sguardo la salvezza.

Mistero stragrande. Fondo.

Ma dice con chiarezza, chi è il Cristo, e dice come regna.
Regna dal legno.
Quando è debole allora è forte!!!

Paolo l’ha ben capito, quando riprende l’esempio del seme:

42 Così anche la risurrezione dei morti:
si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità;
43 si semina nello squallore, si risorge nello splendore;
si semina nell’infermità, si risorge nella potenza;
44 si semina un corpo naturale, risorge un corpo spirituale.
45 Sta scritto: il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito vivificante.
46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma il naturale, poi lo spirituale.
47 Il primo uomo tratto dalla terra è di polvere, ma il secondo uomo viene dal cielo.
48 Qual è l’uomo di polvere, così sono quelli di polvere, ma qual è il celeste, così saranno i celesti.
49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di polvere, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.
50 Vi dico, o fratelli, che la carne e il sangue, non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile eredita l’incorruttibilità.
51 Ecco, vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati:
52 in un istante, in un batter d’occhio, all’ultima tromba; suonerà infatti la tromba, i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.
53 Questo corpo corruttibile deve rivestire l’incorruttibilità e questo corpo mortale rivestire l’immortalità.
54 Quando questo corpo corruttibile sarà rivestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si realizzerà la parola che sta scritta: La morte è stata ingoiata nella vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la potenza del peccato è la legge.
57 Ma siano rese grazie a Dio che ci concede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

(1Cor 15,42-57)

Quindi il potere del Cristo è il potere dell’amore crocifisso. Regna perché ama. Attesta il suo amore dentro la debolezza, dentro la morte. Perché le sostiene con un amore più grande di quelle.

Diventa come la forza di gravità della terra.
Non è una ‘grande potenza’, è una forza segreta ma decisiva.
Attira al centro e fa da collante.
Permette la coesistenza di più realtà.

Quello che è per la terra, si rinnova per il mondo intero.
C’è un centro, che è anche un punto finale che attira tutto e tutti sé.

Una volta entrati nella sua orbita,
il movimento sarà dolce e leggero.
Sarà solo un amore donato accolto vissuto.

Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943)

Chi ama regna.
Ma chi ama sa che occorre ‘reggere’, patire dei momenti duri.
Non far patire gli altri.
Preferire portare per primi il carico.

Il pastore vero non vive per lo stipendio, per la paga.
Se vede il pericolo non fugge.
Se cercate me, lasciate liberi loro, i miei amici.

Il cristiano è chiamato a vivere questo regno in ogni situazione.
Non importa quale sia, perché si può sempre amare, anche dentro un lager,

Non dare spazio all’odio,
vedere dentro “il nemico” vedere ancora l’uomo da amare.
Come diceva e viveva Etty Hillesum

 

E come ricorda Edith Steinschreiber, in arte Edith Bruck, la quale dice stupita:

Io mi sono laureata all’Università del Male con lode, ho imparato il Bene, dallo sterco ho estratto l’oro. Mi colpisce doppiamente quando oggi da una signora di Padova, all’uscita dalla chiesa, sento dire a un giornalista “che affoghino pure tutti gli emigranti”. E da un uomo di Lodi sento chiamare i bambini che non hanno accesso alla mensa comune “zecche di cani”.

 

 

%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%

OMELIA PER I RAGAZZI DEL CATECHISMO

1.
Un giorno, quando Gesù entra nel tempio, come in questa chiesa,
le persone gli dicono:
Signore guarda, hai visto che pietre magnifiche e splendenti…
Hai visti quanti oggetti di oro sono custoditi.
Come sono cesellati bene. Che meraviglia.
Ammira.

Ma Gesù ha gli occhi da un’altra parte.
Sta come assorto e assente.
Pensa ad altro.

Si scuote all’improvviso e dice:
è che di queste pietre, di questi doni portati qui,
di tutto questo che ammirate e vi vantate,
non resterà più nulla.
Appena forse qualche traccia,
qualche pietra su pietra.

2.
I giorni prima, sempre dentro il tempio, ammirato da tutti,
Gesù aveva detto:
distruggete questo tempio, e io in tre giorno la faccio risorgere.

Eh! Tu! Chi credi di essere…. Tu sei pazzo…
Gli dissero.

Ma Gesù parlava del suo corpo.
Il suo corpo Gesù lo sente bello, fatto bene, come un tempio ben strutturato.
E sente che dentro di sé, c’è una grande forza,
un grande potere, che lui Chiama Spirito, Spirito Santo.

LO Faranno fuori, lo metteranno dentro una tomba,
chiusa da una grande pietra.
Ma Cristo, CON LA SUA POTENZA, CON IL SUO SPIRITO, la ribalterà.
Così porterà fuori, all’aperto, il suo corpo.
Lo porterà nel più alto dei cieli.
Lo porterà nella casa di suo Padre. Lì rimane vivo per sempre.

 

3.
Adesso, mentre guarda le pietre, pensa agli uomini,
ad ognuno di noi. Ci pensa, ci pensa tutti.

Lui guarda lontano, molto lontano, vede anche noi,
anche noi siamo sue pietre.

Lui ha un grande progetto per noi e con noi. Ha un grande sogno.
Vuole costruire un mondo di persone, una grande casa fatta dalle persone.
Come è il suo mondo.
Gesù non vive solo. Sta con il Padre, che lo ama,
e lo Spirito santo, la sua forza, che è gioia, aria.

Gesù ci vuole come pietre diverse e vive,
ma tutte nella sua casa, ma tutte come sua casa.

Nessuno è uguale a un altro,
perché siamo tutti amati e chiamati da Dio,
ognuno preso in se stesso,
ma lui ci tiene insieme e ci chiama a edificare la stessa casa.

Se stiamo qui insieme, è per questo.
Per dare una mano a Gesù, a costruire il suo grande sogno.
E per essere veri e utili noi tutti, ciascuno e tutti insieme.

Siamo qui per costruire la grande casa di DIO.
Si fa anche fatica. Ma vale la pena.

Siamo come in una orchestra. Molti gli strumenti usati,
ma la musica è la stessa, e il direttore è uno solo.
E tutti guardano e seguono lui.

Se si fa tanta fatica per praticare lo sport, per praticare un’arte.
Quante prove, quanti esercizi.  Non ci si deve meravigliare della fatica.

Ma si deve essere felici di essere una pietra, di portare un mattone
Per la casa definitiva. Per noi e per tutti.

Felici di appartenere all’orchestra di Dio,
di eseguire la musica che il signore Gesù dirige,
di fare tutto con la gioia che viene dallo Spirito Santo.

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Pubblicato da su 26 novembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXXII domenica, anno C

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». Lc 20, 34-38

Marc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente,
Nizza – Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall

1.

Il racconto del martirio di sette fratelli che l’affrontano con coraggio e forza ci obbliga a porci qualche domanda.
C’è un motivo valido per vivere? Si vive per cosa?
I vari scopi che ci prefiggiamo, non sono un inganno? non sono espedienti per nascondere o rimandare ad altro tempo la domanda estrema?
C’è qualcosa per cui vale la pena vivere?
Il domandarselo è quasi obbligato, quando si sa che anche per noi si dà un processo di invecchiamento, di entropia. Di consunzione. Si profila necessariamente la morte.

La domanda allora può essere posta così: per cosa, per chi sono disposto a morire?
C’è qualcosa, c’è qualcuno che vale la mia vita?

È una domanda da porsi seriamente. Il motivo è semplice.
Ciò per cui sono disposto a morire, è ciò per cui posso vivere.
Chi merita la mia morte, merita la mia vita.

Chi è posto davanti alla morte, si trova davanti o al nulla, al finire di ogni cosa.
O vede oltre il morire. Gli si apre uno squarcio: vede oltre e altro.
Vede per cosa, per chi sta dando la vita.

2.

Qualcuno può dire: do la mia vita per chi amo. Può sembrare cosa scontata..
Ma occorre chiedersi: vale la pena? Serve davvero a chi amo, il dono della mia vita?

E dando la vita alla persona che amo, questa può continuare a vivere? Vive per sempre?
Se no, il mio gesto eroico e generoso potrebbe allora rivelarsi limitato, forse anche illusorio, oltre che impotente e senza senso.

Resta che di fatto, nell’esperienza dell’amore, il desiderio che ci prende è quello di poter dire alla persona amata: vivi! Vivi per sempre! Dura oltre il tempo, entra nell’eterno.
Anche per il solo motivo che se non ci sei mi manchi. Mi manchi tanto.

Ma se io non posso allungare in nessun modo la mia vita, tanto meno posso dare vita ad altri.

Eppure, un’esperienza vera di amore prova il desiderio che questo duri.
Non a caso escono parole sorprendenti, del tipo: ti amerò per sempre.
Come se l’eterno ci appartenesse, e ne potessimo disporre.
Resta tuttavia vero che l’amore, di per sé, veicola il desiderio dell’eterno.
Il positivo non può finire. La gioia non può terminare.

3.

Dopo queste domande, facciamo un salto dentro la Parola biblica. Soffermandoci sul richiamo del roveto ardente da parte di Cristo.

Il vecchio testamento riporta l’esperienza del roveto ardente, vissuta da Mosè: il prodigio del roveto che non brucia pur essendo circondato dalle fiamme.
È anche il momento in cui, provocato da Mosè, Dio svela il suo nome,
che molti di noi ricordano come JHWH, come IO SONO COLUI CHE SONO.
Dando appiglio alla lettura di chi interpreta tale episodio come un evento di grande metafisica.

Oggi meglio sappiamo che non è così. Che l’IO SONO’ può ben voler dire ‘io sono colui che sarò’, che permango nel tempo, che supero il tempo. Che resto fedele, stabile.

Nello stesso tempo riteniamo fondante e decisivo tale episodio.
Ma in realtà non è così.

Due sono le cose strane.

La prima: tale episodio non gioca un ruolo effettivo all’interno del primo testamento. Rimane fermo nel suo evento.

La seconda cosa: anche nel Nuovo Testamento non è mai citato eccetto nel vangelo di Luca.
Il riferimento a quell’episodio è fatto da Cristo, quando è chiamato a rispondere a una domanda che gli è stata posta riguardante la realtà delle nozze.

La domanda è posta dai Sadducei che immaginano la vita futura come una fotocopia della situazione attuale.

Pongono la domanda che è possibile formulare solo in un contesto particolare, quello della legge del levirato.

Se una donna rimaneva vedova, il fratello del defunto o il parente più stretto la doveva prendere in sposa, per assicurarne la discendenza.
Ora, si dà il caso di una donna che ha avuto come sposo sette fratelli morti uno dopo l’altro. La questione è dunque: di chi sarà moglie quella donna?

Nel rispondere, Cristo – come fa sempre – allarga l’orizzonte, la prospettiva dalla quale veniva formulata la domanda,

Intanto Cristo precisa che sono i figli di questo ‘tempo storico’, di questo ‘eone’ che prendono moglie e marito.
Non è così per quanti sono degni della resurrezione, ‘quella dai morti’, precisa il testo lucano.
Tale precisazione vuol dire che si ha almeno una doppia resurrezione.
Una coincide con il ritorno alla vita di prima sulla terra. In questo caso si tratterebbe di una semplice vivificazione. Non altro. Un recupero della condizione precedente.

Invece la seconda, ‘quella dai morti’, rimanda a un tempo e a una condizione fuori del tempo storico, fuori da questo mondo. Una condizione in cui la morte non ha più potere.
Chi giunge a questa situazione, non muore più. Non per virtù propria, ma per l’intervento di DIO.
Quanti sono degni di questa resurrezione entrano nello spazio di Dio; per cui non muoiono più.

Che le cose stiano così, Cristo lo afferma richiamando proprio l’evento del roveto; è su tale evento che basa quello che sta per dire.
Dal di dentro del fuoco Dio si presenta non solo come l’IO SONO ma anche come IL DIO DI ABRAMO, DIO DI ISACCO E DIO DI GIACOBBE,
Dio si vuol chiamare con il nome dell’uomo. vuole portare l’uomo talmente vicino a sé, talmente intimo a sé, che gli comunica la sua stessa vita, tanto che lo custodisce al proprio interno come parte di sé. Dio vuol essere definito dall’uomo, dal suo nome, concedendogli di essere davvero partecipe di lui.

Cos’è tutto questo se non espressione delle Nozze tra Dio e l’Umanità!
Allora il roveto assume l’aspetto di una parabola nuziale vivente.
Il fuoco è Dio; il roveto è l’Umanità, il popolo di Israele. Il roveto non è nulla, in rapporto alla quercia, ai cedri del Libano che possono evocare la maestosità divina. Il roveto non indica Dio, rappresenta l’umano, pieno di rovi; segnato cioè dai peccati (così diceva l’ebreo Filone l’alessandrino ripreso dal cristiano Origene).

Dio non consuma il roveto, perché non se ne serve per ardere. Dio è autosufficiente. Vive in pienezza da solo. Non ha bisogno dell’Umanità.
Eppure la ama, pur con tutti i difetti. L’abbraccia, la avvolge col fuoco del suo amore. La tiene con sé, dentro la propria vita.
Dio sposa l’umanità. Questo dice il roveto.

Dice anche che nell’amore l’uomo cerca la pienezza e la durata, la gioia eterna, l’ardere scoppiettante dell’amore, il calore dell’abbraccio.
Queste caratteristiche però appartengono in proprio a Dio.

Resta vera una cosa: l’amore autentico è brama di eternità.
In qualche modo ci si lega, ci si sposa, ci si incammina nell’amore,
per incamminarsi verso l’eternità.
Se ami, vorresti poter dire alla persona amata Vivi per sempre. E sentirselo anche dire.
Ma questo esula dal potere dell’uomo, per quanto lo desideri, può ben poco da sé.

È il momento in chi ama, gli sposi in particolare, giungono a comprendere che il loro desiderio viene soddisfatto solo se si aprono a Dio.
Ci si sposa per aiutarsi a entrare nella vita di Dio, amore e gioia assoluti.

Noi due abbiamo trovato ciò che si cercava: la pienezza.
Una volta raggiuntala, si entra in una nuova dimensione, per cui non serve più sposarsi in questa prospettiva, già realizzata.
Si entra in un nuovo legame. Un legame di amore puro. Non un legame di possesso.
Resta ciò che abbiamo realizzato tra noi. Ma ora questo amore si apre all’immensità e alla libertà dell’amore di Dio. tanto che cambia il tipo di legame tra le persone. Ci si relaziona con tutti, ci si comunica con tutti, in un amore diffuso.

Allora ne viene una conseguenza.
È giusto il desiderio di un amore eterno.
Ma questo va radicato in Dio e a Dio orientato.

Ciò cambia il rapporto tra gli stessi sposi.

1. Essi si amano desiderando l’uno per l’altra il massimo possibile. Questo appartiene a Dio. nessuno di noi è ‘dio’. pensarlo è puro delirio di onnipotenza.
Allora ci sposiamo nel Signore, ci doniamo il Signore, camminiamo verso di lui.
L’abbraccio non cattura; l’abbraccio si fa apertura all’infinito.

2. Ti amo con i tuoi rovi, i tuoi limiti, i tuoi tradimenti, i tuoi ritardi, le tue assenze, le tue fughe.
Ti abbraccio con lo stesso fuoco di amore di Dio.
L’amore non è cieco. Anzi vede. Vede pure il tuo limite anche colpevole. Per questo ti ama. Non perché lo meriti. Ma solo perché ti amo, trovando nell’amore la ragione di amarti.
So che tu non sei pienezza. Ma ogni altro uomo e donna non sono pienezza.
La molteplicità degli amori, delle esperienze non fanno l’infinito.
L’infinito non è una somma numerica, non è un addizione.
La pienezza è tale in sé; ha potere e forma di radice.
Solo radicati in essa si trova ciò che si cerca.

A volte la ricerca spasmodica mette in evidenza le tue carenze. Cerchi fuori e da fuori quello che dovresti chiarire e risolvere dentro di te. Anche tu hai i tuoi rovi, i tuoi aspetti spigolosi.
Agitarsi è confondersi e confondere.
Occorre fare decantare le situazioni dentro di sé, per raggiungere la chiarezza. Poi dopo decidi.

Non trasformi il desiderio in smania possessiva.

Anzi, adesso arrivi a comprendere che puoi anche dare la vita per chi ami.
Perché sei già nell’eterno. L’amore vi porta, vi conduce. Adesso posso anche morire.

Si diventa davvero l’uno per l’altro sacramento d’eterno.
Chi vi arriva, sa la gioia diffusa che si sperimenta.
Si capisce che la gioia non è il solletico,
che il sorriso vero non è il riso suscitato dalla barzelletta raccontata.
Ma perché – direbbe sant’Agostino riferendo l’esperienza vissuta nel 387 a Ostia Tiberina con sua madre Monica guardando insieme fuori della finestra – , grado grado siamo saliti e per un attimo abbiamo toccato l’infinito.
Là dove speriamo di arrivare, per un incontro senza tramonto.

 

———————————–
Agostino racconta di sua madre.

10.23. Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita – e tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c’eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione.
 Conversavamo dunque assai dolcemente noi due soli, e dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti ragionavamo fra noi, alla presenza della verità – vale a dire alla tua presenza. L’argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell’uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all’altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa.

– 24. E il nostro ragionamento ci portava a questa conclusione: che la gioia dei sensi e del corpo, per quanto vivida sia in tutto lo splendore della luce visibile, di fronte alla festa di quella vita non solo non reggesse il confronto, ma non paresse neppur degna d’esser menzionata. Allora in un impeto più appassionato ci sollevammo verso l’Essere stesso attraversando di grado in grado tutto il mondo dei corpi e il cielo stesso con le luci del sole e della luna e delle stelle sopra la terra. E ascendevamo ancora entro noi stessi ragionando e discorrendo e ammirando le tue opere, e arrivammo così alle nostre menti e passammo oltre, per raggiungere infine quel paese della ricchezza inesauribile dove in eterno tu pascoli Israele sui prati della verità. Là è vita la sapienza per cui sono fatte tutte le cose, quelle di ora, del passato e del futuro – la sapienza che pure non si fa, ma è: così come era e così sarà sempre. Anzi l’essere stato e l’essere venturo non sono in lei, ma solo l’essere, dato che è eterna: infatti essere stato ed essere venturo non sono eterni. Mentre così parliamo, assetati di lei, eccola… in un lampo del cuore, un barbaglio di lei. E già era tempo di sospirare e abbandonare lì le primizie dello spirito e far ritorno allo strepito della nostra bocca, dove la parola comincia e finisce. E cosa c’è di simile alla tua Parola, al Signore nostro, che perdura in se stessa senza diventare vecchia e rinnova ogni cosa?
– 25. “Se calasse il silenzio, in un uomo, sopra le insurrezioni della carne, silenzio sulle fantasticherie della terra e dell’acqua e dell’aria, silenzio dei sogni e delle rivelazioni della fantasia, di ogni linguaggio e di ogni segno, silenzio assoluto di ogni cosa che si produce per svanire” – così ragionavamo – “perché ad ascoltarle, tutte queste cose dicono: ‘Non ci siamo fatte da sole, ma ci ha fatte chi permane in eterno’; se detto questo dunque drizzassero le orecchie verso il loro autore, e facessero silenzio, e lui stesso parlasse non più per bocca loro, ma per sé: e noi udissimo la sua parola senza l’aiuto di lingue di carne o di voci d’angelo o di tuono o d’enigma e di similitudine, no, ma lui stesso, lui che amiamo in tutte queste cose potessimo udire, senza di loro, come or ora con un pensiero proteso e furtivo noi abbiamo sfiorato la sapienza eterna immobile sopra ogni cosa: se questo contatto perdurasse e la vista fosse sgombrata di tutte le altre visioni di genere inferiore e questa sola rapisse e assorbisse e sprofondasse nell’intima beatitudine il suo spettatore, e tale fosse la vita eterna quale è stato quell’attimo di intelligenza per cui stavamo sospirando: non sarebbe finalmente questa la ventura racchiusa in quell’invito, entra nella gioia del tuo signore? E quando? Forse quando tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati ?”
AGOSTINO, Confessioni, 9, 10, 23-25

 

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Pubblicato da su 10 novembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio

A Firenze festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale.

“Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale” 1Pt 2,4-5

Un pensiero sintetico schematico.
Ognuno poi proceda per conto proprio.

Il nodo centrale dell’evento del Cristo sta nel rovesciamento delle categorie abituali, anche di quelle religiose, a volte standardizzate.

Dio è senza misura, sconfinato, in quanto tale non può essere contenuto da nulla e da nessuno.

Eppure Maria, la donna di Nazaret, ha contenuto nel suo grembo l’incontenibile.
Lo Smisurato si è posto nella misura dl ventre di Donna.
La chiesa ha cantato dai primi secoli:
quello che il cielo e la terra non possono contenere,
tu Maria l’ha portato in grembo.

Qui avviene lo snodo decisivo del rapporto tra Dio e l’Umanità.

Il Dio lontano e immenso si è fatto vicino, intimo.

Tu Dio non hai avuto in orrore
di stare nell’utero della Vergine
(Te Deum).

Se vero, davvero sconvolgente.
La mente umana oscilla.
Ma se Dio non superasse la misura umana,
non sarebbe Dio.

il suo gesto è sconvolgente, ma dice la verità e il desiderio di Dio.

Così il Figlio di Dio, si pone nel grembo di Maria,
e quindi anche nella misura di un corpo;
e lui l’eterno si è posto e sottoposto alla misura del tempo, tanto da crescere in grazia età e sapienza.

Poi Cristo, nell’Ultima/Prima Cena,  si mette nella misura del pane e del vino,
e nella misura della capacità umana di accoglierlo. Nelle mani dell’uomo, nella sua bocca e nel suo corpo. Ma il pane è così pane come quella sera.

Dopo continua a stare con noi, limitandosi nello spazio del Tabernacolo.
Presenza misteriosa ma reale.

Ma ha desiderato ardentemente tutto questo per portarsi nel corpo di ogni uomo.
Bussa alla porta del cuore dell’uomo….

Perché il vero tempio di Dio è il cuore dell’uomo, il suo corpo.
E noi siamo pietre vive del futuro e definitivo tempio di Dio.

Due cose.
– Dio ci vuole vivi, non come cose morte. Neppure la natura ‘è morta’!! che strano nome dato a quadri vivi, così vivi. Lui è il Dio dei vivi, dei viventi.

– il futuro ci appartiene e noi apparteniamo al futuro.
Non si lavora per preparare un futuro da cui noi siamo esclusi.

Dio cu vuole vivi e per la futura sua e nostra casa.

E questo è vero a tal punto che se manchiamo noi da quella costruzione,
se ci manca qualcosa di noi lasciato indietro o smarrito,
se non sviluppiamo tutti i talenti, i doni che abbiamo ricevuto,
manca qualcosa al Corpo di Cristo.

Ne viene che allora ognuno di noi è indispensabile,
non perché tu sia ‘chi sa chi’, ma perché Dio ha disposto così.
Ti ha posto e voluto in questa prospettiva ultima.

La Chiesa è, o dovrebbe essere la realtà di questi ‘noi’ abitati da Dio.

Per cui il vivere nostro, è Dio stesso, la persona e la vita di Cristo,
il resto passa in secondo ordine; il resto è spazzatura. Passa la figura di questo mondo.
Passerà anche tutta l’armatura ecclesiale, tutte le varie cariche, le varie posizioni.
Non serviranno più. I ‘punteggi’ della Chiesa verranno smontati, per lasciare in tutto il suo splendore quello che Dio ha pensato da sempre.

I primi padri della chiesa già distinguevano tra ecclesiale, la persona radicata e affezionata al mistero di Dio,
e ecclesiastico la persona che approfitta del posto per fare mostra di sé, cercando posizione e abiti eleganti.
Distinguevano infatti anche tra chi vestiva di bisso (abito raffinato e costoso), o indossava un semplice saio, un sacco.

Ancora oggi, come cristiani, siamo chiamati a vivere e testimoniare questa realtà.

Non schiacciati dalla formalità ma portando sempre e dovunque, il mistero della presenza di Dio.
Che traspaia dal nostro essere ‘come luce dall’alabastro’.

Essere come Maria, quando portava il Figlio in sé e quanto lo seguiva, a modo suo, nei passi adulti e liberi del Figlio che lei aveva fatto crescere e l’aveva educato, facendo venire allo scoperto le sue doti, le sue verità profonde. Fate quello che vi dirà.

Tribolando ma anche gioendo come fa e sa ogni vera madre.

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Pubblicato da su 6 novembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXX domenica, anno C

“Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Lc 18, 14

Il pubblicano e il fariseo – mosaico, V-VI sec. Basilica di Sant’Apollinare nuovo – Ravenna

 

La rivalità è il mordente di molta vita sociale, relazionale.
Rimane innato dentro l’uomo l’istinto a prevalere sull’altro.
La competizione. Finché questa rimane dentro un gioco sano, come potrebbe esserlo le varie forme di sport, permette un bell’ incontro e affronto.

Ma quando la competizione si intristisce dentro il cuore dell’uomo, si finisce per volere comunque umiliare l’altro. Non ti basta vincerlo, vuoi fargli mangiare la polvere. Rendergli amara la sconfitta.
Cosa che inevitabilmente conduce l’umiliato alla voglia di vendicarsi, per riaffermare se stessi contro l’altro. E questo in una successione a catena senza fine.

1.

Ma in ambiente religioso ha senso la rivalità?
Essere rivali davanti a Dio?
No, naturalmente, tanto che in ambito cristiano si è coniato la parola emulazione. Prendere stimolo dagli altri per essere se stessi, e amare Dio per se stesso.
Certo questo è anche santità; realtà che significa ‘essere separati, distaccati’. Ma questo appartiene di suo a Dio, spetta a Dio solo. Perche solo lui è veramente santo. Tu solo sei santo. Questo è non certo dell’uomo. Per lui, essere staccato indica l’appartenenza. In questo caso dice l’appartenenza a Dio.

Ma accade che l’uomo, il così detto religioso, sfrutti Dio a proprio vantaggio. Che lo utilizzi per esagerare la propria grandezza.
Una tale persona fa spazio alla santità, ma se ne appropria e la piega ad una esecuzione formale di certi comandi, trasforma la morale in moralismo; l’etica in legalismo. Può pesare quanto vale, può misurare la sua elevatezza.
Mentre la prima è adesione amante a Dio, la seconda è attestazione di sé, forzata in ambito religioso. Lontano dalla fede schietta.
Non più un abitare in e con Dio, ma un serrarsi in se stessi. Intristendo.

Infatti un tale uomo alla fin fine dimentica Dio.
Dio diviene l’occhio, lo specchio dove questa persona vede se stessa ingigantita,
in rapporto agli altri. Dio come specchio di sé.

Il segno evidente di questo è che neppure più prega Dio, ma emette un giudizio arrogante e sprezzante portato contro gli altri. Come accade nella parabola del Cristo. Essa ci mostra il fariseo totalmente avanzato nel tempio mentre si gongola della sua posizione e della sua correttezza formale legale. Lui è a posto, in regola. È un osservante le regole. E dall’alto della sua posizione può condannare tutti gli altri e disprezzare il pubblicano, il povero uomo, il peccatore pubblico, il disgraziato.

Il pubblicano poteva essere anche ricco, ma aveva un cuore povero capace di avvertire la propria miseria.

Questi entra nel tempio, si affaccia in chiesa, ma si ferma in fondo. Si tiene a distanza. Come indegno. Come misero uomo.
Ma non senza rivolgersi a Dio, dalla schiettezza del suo cuore. Dal centro più vero e profondo di sé.
Sa che ci si può vantare davanti agli uomini ma non davanti a Dio. davanti a Dio si è nudi, scoperti.
Si avverte peccatore e debitore. È sincero. Non deve fingere. Non deve atteggiarsi.
Si mette totalmente a nudo davanti a Dio.

Proprio questo attira Dio, che lo guarda, e lo abbraccia. Lo tiene con sé. Il povero uomo si tiene lontano, ma Dio lo porta vicino a sé. Lo innalza.

Non così per il fariseo.
Nell’atto stesso in cui disdegna l’altro, non dà più spazio a Dio, perché il religioso pubblicano è pieno di sé, non fa posto a nessun altro, né uomo né Dio.
La solita logica del Magnificat di Maria. Dio abbassa i superbi e innalza gli umili.

2.

Ma è vero che Dio ascolta sempre il grido del povero, che si fa attento alla richiesta del povero?

La storia ci mostra scenari diversi.
Spesso i più poveri sono trascurati dagli uomini, ma a volte sembra che vengano dimenticati anche da Dio. Umiliati e offesi.
Si pensi agli armeni, ai curdi, ai musulmani ruhynga, ai cristiani in Babilonia, in Turchia, alle varie popolazioni dell’Amazzonia..

Resta fermo per tutti e per sempre: il Figlio di Dio, lui stesso è stato abbandonato dal Padre.
È l’ultimo grido del Cristo morente, a dirlo.
Certo non finisce qui, c’è poi la resurrezione dai morti.
Ma questa non toglie il dramma precedente. La sconcertante agonia di un figlio di Dio, nell’orto e sulla croce.

Ma il destino del Cristo si rinnova nel destino del discepolo.
Paolo lo sa per esperienza personale, come lui stesso ricorda in un passo precedente della stessa lettera a Timoteo:

11 le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra.
Quali persecuzioni non ho sofferto!
Eppure da tutte mi ha liberato il Signore.
12 Anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati.
13 I malvagi invece e gl’impostori faranno sempre maggiori progressi nel male,
ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. (2Tim 3,11-13).

Inoltre sperimenta anche l’essere abbandonato prima da persone diverse poi da tutti. Tutti se ne sono andati. Proprio nel momento più critico, quello del processo che ha dovuto sostenere.
Tutti i suoi amici, discepoli anche i più vicini, tutti spariti.
Come per il Cristo. I più intimi conoscono solo la fuga. La corsa precipitosa a salvare se stessi.

Non se ne tenga conto, dice l’Apostolo, come Cristo che invoca il perdono per tutti.

16 Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono.
Che non sia loro imputato a colpa!

Ma insieme a questo Paolo vive un’altra esperienza. Quella del nulla che inghiotte.
La sensazione di avere corso e vissuto invano.
Di essere ingoiato dalla bocca del leone. Stritolato dal nulla.
Se ricorda tutto questo, se si sofferma sulla propria drammatica esperienza,
se la ricorda davanti alla prospettiva della morte, significa che quella è stata una esperienza spaventosa.
Presenza e voce demoniaca che vuole atterrire. Bloccare. Irrigidire dal terrore.

La stessa voce che si insinua in Teresa di Gesù Bambino. La tua vita a che ti ha servito?

Dall’abisso di questa tenebra Paolo non smette di fidarsi e confidare.
Fa un balzo fuori, un abbandono e un colpo di reni, di fede.
Uno stacco liberatorio.
Sa della presenza vicina del Signore, che lo salva e non rende vano la sua fatica di farlo conoscere agli altri, a tutti i popoli.

17 Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza, affinché per mio mezzo la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà per il suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (2Tim 4,5-18)

È alla luce di questa certezza che, riguardando indietro, può dirsi di avere combattuta la giusta battaglia.
Soprattutto che non ha perso la fede, la confidenza in Dio.
Sa che Dio gli prepara la corona della vittoria, l’abbraccio stretto di Dio che lo porta e lo tiene con sé.
E questo non è solo per lui ma per tutti.

3.

Questo è quanto è richiesto a noi e si prospetta per noi.

Papa Francesco ha detto questa mattina che ognuno di noi si porta dentro il fariseo e il pubblicano;
per cui siamo chiamati a fare nostro l’atteggiamento del pubblicano che sta piegato a terra e sa del proprio male e del proprio bisogno di salvezza.

Si tratta di avere un cuore semplice, umile. Non essere arroganti, vinti dalla supponenza.
Non devi fare il confronto con le persone peggiori – che tu giudichi, con quale diritto, e poi in tono sprezzante. Guardando dall’alto in basso.
Il confronto vero lo devi fare con Dio, con Cristo.
Come stai alla sua presenza? Cos’è il tuo amore di fronte al suo?

Se Dio stesso si è umiliato, se Cristo ha deposto perfino la sua divinità, come puoi tu
ritenerti dio e anche più di Dio?

Una vita di comunità vive di umile e gioiosa accoglienza.

Sapendo, ricorda il papa, che i poveri sono i portinai del cielo. Sono loro che aprono le porte del paradiso.

Papa Francesco ha ancora detto: ci sono molti cattolici, che non sono cristiani, ma neppure uomini.
Anni fa avevo detto: spero che Cristo non sia ‘cristiano’
Sarebbe un guaio da nulla. E chi smette di essere cristiano, smarrisce anche la propria umanità.

C’è un bellissimo episodio narrato della vita dell’àbba Poimen.
Era una convinzione: quando uno durante la preghiera sbadiglia attesta che i vari diavoli tengono legata la persona con fili diversi, che di volta in volta tirano e agitano.

Un giorno domandano all’àbba Poimen:
“se un tuo confratello, accanto a te, durante il tempo della preghiera, si addormentasse, tu cosa gli faresti?”
Rispose: “prenderei il suo capo, e adagio adagio lo appoggerei sulle mie ginocchia.”

Nei monasteri di san Francesco era proibito durante la notte alzarsi e andare a mangiare in cucina.
Una notte uno dei fratelli scese in cucina, con lo sconcerto degli altri.
Allora Francesco cominciò a dire: ho fame, ho fame. E scese in cucina.

La genialità amorevole dei santi.

Perché non farla diventare nostra?!

Speriamo che al momento della morte possiamo dire le stesse parole di Paolo.

6 Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede.
8 Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, lui, il giusto giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione.

Nota

Oggi la critica tende a non attribuire a Paolo le lettere a Timoteo.
Al nostro fine ci basta ritenere la vicenda qui espressa
come significativa per la vita di un apostolo, di un credente.

Ho dentro di me un pensiero: sembra ai più, che una volta convertito
e scritto le lettere ai Corinti, Paolo non si sia mai cambiato fino alla morte.
Non saprei.

Se uno non conoscesse i passaggi intermedi, come farebbe ad attribuire
il primo Picasso (blu 1901 e rosa 1905) all’ultimo Picasso (da Guernica 1937 in poi);
il primo Segantini all’ultimo Segantini (l’angelo della vita, vanità, l’amore alla fonte).
Lo stesso accade per diversi compositori; come se verso il finire della vita si aprissero ulteriori orizzonti: visioni, musiche…

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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Omelie

 

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