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Preghiera davanti all’Eucarestia

don Giorgio

 

Dio eucaristico tu rendi ancora più fondo il Mistero.
La tua sicura presenza rende più titubanti i nostri sensi.
Saperti infinito ci stupisce la misura del tuo Pane.
Saperti onnipotente ci sorprende il tuo fragile stare.
Non vuoi atterrirci di spavento?!
Non vuoi che restiamo abbagliati dai tuoi bagliori, smarrendo te.
Vuoi che la pochezza del segno non ci blocchi,
ma che ci rimandi a te.
Solo la sproporzione smisurata ti dice.
Solo il frammento fisico del pane dice il tuo Spirito,
perché la mente non divaghi,
perché i sensi non restino impigliati nel prodigioso.
Tu vuoi che dal poco saliamo al molto,
che dal povero arriviamo alla tua ricchezza.
Che impariamo a vedere e a guardarti.
Aspettiamo come Maria Maddalena che ci chiami,
che il tuo amore ci rapisca,
che come amanti sconvolte ci gettiamo ai tuoi piedi.
Questo è adorare?! Tenere gli occhi su di te,
che mentre ti distacchi, ti avvicini nel tuo splendore,
di Dio folle, disposto a tutto per amore nostro.

I fulmini e i terremoti ci avrebbero tramortiti,
le fiamme ci avrebbero distanziati da te.
Il Tuo pane eucaristico è come brezza della tua Presenza.
Il tuo Silenzio ci libera dal frastuono delle parole.
Possiamo parlarti da cuore a Cuore. Basta già il loro stesso battito,
segreta preghiera, silenziosa invocazione,
sia che vegliamo, sia che dormiamo.
Ogni battito dice: Ti amo a te che dici di un amore eterno ti ho amato.

L’amore si dice con poco segno e molto cuore.
Stiamo qui, perché Tu stai con noi.
Ci vuole molta fede.
Ma la fede vedo meno degli occhi?
O segretamente, a poco a poco, cammina alla tua Presenza,
cammina sempre più verso di Te che vieni a noi.

Dio presente che vieni, ti amiamo e ti adoriamo.
Con tutta la nostra povertà: non ti fa problema,
ti commuove. E commuove anche noi.
Possiamo stare davanti a te con i nostri cenci.
Poi ci dirai tu, poi ci darai un abito nuovo.
Nella tua luce vediamo la luce.
A partire da questa flebile fiamma di candela,
che dice il tuo Roveto, la tua Gloria.
Ti adoriamo. Ti amiamo.
Vogliamo lasciarci amare da Te.

Don Giorgio

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2020 in Celebrazioni, Poesie

 

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Omelia di don Giorgio – Giovedì I settimana – anno A

 «i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tremila fanti.In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono» 1 Sam 4, 10-11

La sconfitta degli Ebrei e la cattura dell’Arca da parte dei Filistei segna drammaticamente la storia, la vita degli Ebrei (1 Sam 4, 1-11).

Questi si sanno il popolo eletto; hanno visto i prodigi compiuti dal loro Dio. Un Dio potente che ha sconfitto di volta in volta i nemici, i vari popoli incontrati.
Dio si è manifestato superiore alle altre divinità. Quindi è un Dio onnipotente, si può contare su di lui e stare tranquilli.

A questo punto è stato facile e rischioso per gli Ebrei adagiarsi, dando per scontata la presenza e la difesa da parte di Dio. Oltre tutto avevano con sé l’Arca, il luogo e lo strumento della presenza di Dio che camminava con loro, che stava in mezzo a loro.

L’Arca, col suo relativo peso e la ridotta misura, era a portata di mano; delle mani. Era facile portarla e, infine, manovrarla.
Era altrettanto facile stabilire con Dio un rapporto magico: conti sul divino, ma dis-stacchi il cuore da Dio. Così sembra di stare col divino, ma il cuore è lontano. Il semplice contatto fisico col divino non è vita di fede.

La  certezza feticista venne abbattuta con una sconfitta umiliante.
Oltretutto i rappresentanti del sacerdozio sono fatti prigionieri e l’arca viene sottratta, sequestrata.

Una lezione terrificante.
Che ha tanto da insegnare anche a noi cristiani.
Abbiamo il tabernacolo. In una città ci sono molte chiese, per cui ci sono tantissimi tabernacoli.

Ma è facile farne l’abitudine, non farci più neppure caso, finendo per stabilire un rapporto come con un feticcio. Ti segni, fai anche la genuflessione, ma il tuo cuore è altrove. Sai che ‘dio’ dimora tra le tue case, che sta sotto il tuo stesso tetto.

Ma non dai più il bacio appassionato al Signore, al Dio della tua vita.

Anche nella Comunione: la presenza del Signore non permane più di tanto. Hai altro da fare, hai altre occupazioni più urgenti da sbrigare. Hai fretta di andartene.
Dio passa al secondo posto, anzi all’ultimo posto.

Poi ci si meraviglia che le cose non vadano per il verso giusto e che anzi ti si rovescino contro.

Dio non dà nessuna garanzia terrena economica. Vuole essere amato per stesso. Vuole che perdi tempo per lui, che passi tempo con lui.

Rimetti il ginocchio a terra; fissa di nuovo gli occhi su di lui; e il tuo cuore arda di nuovo per lui: Mio Dio, mio Tutto. Ti adoro dal profondo del cuore con tutto di me.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXX domenica, anno C

“Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Lc 18, 14

Il pubblicano e il fariseo – mosaico, V-VI sec. Basilica di Sant’Apollinare nuovo – Ravenna

 

La rivalità è il mordente di molta vita sociale, relazionale.
Rimane innato dentro l’uomo l’istinto a prevalere sull’altro.
La competizione. Finché questa rimane dentro un gioco sano, come potrebbe esserlo le varie forme di sport, permette un bell’ incontro e affronto.

Ma quando la competizione si intristisce dentro il cuore dell’uomo, si finisce per volere comunque umiliare l’altro. Non ti basta vincerlo, vuoi fargli mangiare la polvere. Rendergli amara la sconfitta.
Cosa che inevitabilmente conduce l’umiliato alla voglia di vendicarsi, per riaffermare se stessi contro l’altro. E questo in una successione a catena senza fine.

1.

Ma in ambiente religioso ha senso la rivalità?
Essere rivali davanti a Dio?
No, naturalmente, tanto che in ambito cristiano si è coniato la parola emulazione. Prendere stimolo dagli altri per essere se stessi, e amare Dio per se stesso.
Certo questo è anche santità; realtà che significa ‘essere separati, distaccati’. Ma questo appartiene di suo a Dio, spetta a Dio solo. Perche solo lui è veramente santo. Tu solo sei santo. Questo è non certo dell’uomo. Per lui, essere staccato indica l’appartenenza. In questo caso dice l’appartenenza a Dio.

Ma accade che l’uomo, il così detto religioso, sfrutti Dio a proprio vantaggio. Che lo utilizzi per esagerare la propria grandezza.
Una tale persona fa spazio alla santità, ma se ne appropria e la piega ad una esecuzione formale di certi comandi, trasforma la morale in moralismo; l’etica in legalismo. Può pesare quanto vale, può misurare la sua elevatezza.
Mentre la prima è adesione amante a Dio, la seconda è attestazione di sé, forzata in ambito religioso. Lontano dalla fede schietta.
Non più un abitare in e con Dio, ma un serrarsi in se stessi. Intristendo.

Infatti un tale uomo alla fin fine dimentica Dio.
Dio diviene l’occhio, lo specchio dove questa persona vede se stessa ingigantita,
in rapporto agli altri. Dio come specchio di sé.

Il segno evidente di questo è che neppure più prega Dio, ma emette un giudizio arrogante e sprezzante portato contro gli altri. Come accade nella parabola del Cristo. Essa ci mostra il fariseo totalmente avanzato nel tempio mentre si gongola della sua posizione e della sua correttezza formale legale. Lui è a posto, in regola. È un osservante le regole. E dall’alto della sua posizione può condannare tutti gli altri e disprezzare il pubblicano, il povero uomo, il peccatore pubblico, il disgraziato.

Il pubblicano poteva essere anche ricco, ma aveva un cuore povero capace di avvertire la propria miseria.

Questi entra nel tempio, si affaccia in chiesa, ma si ferma in fondo. Si tiene a distanza. Come indegno. Come misero uomo.
Ma non senza rivolgersi a Dio, dalla schiettezza del suo cuore. Dal centro più vero e profondo di sé.
Sa che ci si può vantare davanti agli uomini ma non davanti a Dio. davanti a Dio si è nudi, scoperti.
Si avverte peccatore e debitore. È sincero. Non deve fingere. Non deve atteggiarsi.
Si mette totalmente a nudo davanti a Dio.

Proprio questo attira Dio, che lo guarda, e lo abbraccia. Lo tiene con sé. Il povero uomo si tiene lontano, ma Dio lo porta vicino a sé. Lo innalza.

Non così per il fariseo.
Nell’atto stesso in cui disdegna l’altro, non dà più spazio a Dio, perché il religioso pubblicano è pieno di sé, non fa posto a nessun altro, né uomo né Dio.
La solita logica del Magnificat di Maria. Dio abbassa i superbi e innalza gli umili.

2.

Ma è vero che Dio ascolta sempre il grido del povero, che si fa attento alla richiesta del povero?

La storia ci mostra scenari diversi.
Spesso i più poveri sono trascurati dagli uomini, ma a volte sembra che vengano dimenticati anche da Dio. Umiliati e offesi.
Si pensi agli armeni, ai curdi, ai musulmani ruhynga, ai cristiani in Babilonia, in Turchia, alle varie popolazioni dell’Amazzonia..

Resta fermo per tutti e per sempre: il Figlio di Dio, lui stesso è stato abbandonato dal Padre.
È l’ultimo grido del Cristo morente, a dirlo.
Certo non finisce qui, c’è poi la resurrezione dai morti.
Ma questa non toglie il dramma precedente. La sconcertante agonia di un figlio di Dio, nell’orto e sulla croce.

Ma il destino del Cristo si rinnova nel destino del discepolo.
Paolo lo sa per esperienza personale, come lui stesso ricorda in un passo precedente della stessa lettera a Timoteo:

11 le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra.
Quali persecuzioni non ho sofferto!
Eppure da tutte mi ha liberato il Signore.
12 Anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati.
13 I malvagi invece e gl’impostori faranno sempre maggiori progressi nel male,
ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. (2Tim 3,11-13).

Inoltre sperimenta anche l’essere abbandonato prima da persone diverse poi da tutti. Tutti se ne sono andati. Proprio nel momento più critico, quello del processo che ha dovuto sostenere.
Tutti i suoi amici, discepoli anche i più vicini, tutti spariti.
Come per il Cristo. I più intimi conoscono solo la fuga. La corsa precipitosa a salvare se stessi.

Non se ne tenga conto, dice l’Apostolo, come Cristo che invoca il perdono per tutti.

16 Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono.
Che non sia loro imputato a colpa!

Ma insieme a questo Paolo vive un’altra esperienza. Quella del nulla che inghiotte.
La sensazione di avere corso e vissuto invano.
Di essere ingoiato dalla bocca del leone. Stritolato dal nulla.
Se ricorda tutto questo, se si sofferma sulla propria drammatica esperienza,
se la ricorda davanti alla prospettiva della morte, significa che quella è stata una esperienza spaventosa.
Presenza e voce demoniaca che vuole atterrire. Bloccare. Irrigidire dal terrore.

La stessa voce che si insinua in Teresa di Gesù Bambino. La tua vita a che ti ha servito?

Dall’abisso di questa tenebra Paolo non smette di fidarsi e confidare.
Fa un balzo fuori, un abbandono e un colpo di reni, di fede.
Uno stacco liberatorio.
Sa della presenza vicina del Signore, che lo salva e non rende vano la sua fatica di farlo conoscere agli altri, a tutti i popoli.

17 Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza, affinché per mio mezzo la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà per il suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (2Tim 4,5-18)

È alla luce di questa certezza che, riguardando indietro, può dirsi di avere combattuta la giusta battaglia.
Soprattutto che non ha perso la fede, la confidenza in Dio.
Sa che Dio gli prepara la corona della vittoria, l’abbraccio stretto di Dio che lo porta e lo tiene con sé.
E questo non è solo per lui ma per tutti.

3.

Questo è quanto è richiesto a noi e si prospetta per noi.

Papa Francesco ha detto questa mattina che ognuno di noi si porta dentro il fariseo e il pubblicano;
per cui siamo chiamati a fare nostro l’atteggiamento del pubblicano che sta piegato a terra e sa del proprio male e del proprio bisogno di salvezza.

Si tratta di avere un cuore semplice, umile. Non essere arroganti, vinti dalla supponenza.
Non devi fare il confronto con le persone peggiori – che tu giudichi, con quale diritto, e poi in tono sprezzante. Guardando dall’alto in basso.
Il confronto vero lo devi fare con Dio, con Cristo.
Come stai alla sua presenza? Cos’è il tuo amore di fronte al suo?

Se Dio stesso si è umiliato, se Cristo ha deposto perfino la sua divinità, come puoi tu
ritenerti dio e anche più di Dio?

Una vita di comunità vive di umile e gioiosa accoglienza.

Sapendo, ricorda il papa, che i poveri sono i portinai del cielo. Sono loro che aprono le porte del paradiso.

Papa Francesco ha ancora detto: ci sono molti cattolici, che non sono cristiani, ma neppure uomini.
Anni fa avevo detto: spero che Cristo non sia ‘cristiano’
Sarebbe un guaio da nulla. E chi smette di essere cristiano, smarrisce anche la propria umanità.

C’è un bellissimo episodio narrato della vita dell’àbba Poimen.
Era una convinzione: quando uno durante la preghiera sbadiglia attesta che i vari diavoli tengono legata la persona con fili diversi, che di volta in volta tirano e agitano.

Un giorno domandano all’àbba Poimen:
“se un tuo confratello, accanto a te, durante il tempo della preghiera, si addormentasse, tu cosa gli faresti?”
Rispose: “prenderei il suo capo, e adagio adagio lo appoggerei sulle mie ginocchia.”

Nei monasteri di san Francesco era proibito durante la notte alzarsi e andare a mangiare in cucina.
Una notte uno dei fratelli scese in cucina, con lo sconcerto degli altri.
Allora Francesco cominciò a dire: ho fame, ho fame. E scese in cucina.

La genialità amorevole dei santi.

Perché non farla diventare nostra?!

Speriamo che al momento della morte possiamo dire le stesse parole di Paolo.

6 Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede.
8 Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, lui, il giusto giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione.

Nota

Oggi la critica tende a non attribuire a Paolo le lettere a Timoteo.
Al nostro fine ci basta ritenere la vicenda qui espressa
come significativa per la vita di un apostolo, di un credente.

Ho dentro di me un pensiero: sembra ai più, che una volta convertito
e scritto le lettere ai Corinti, Paolo non si sia mai cambiato fino alla morte.
Non saprei.

Se uno non conoscesse i passaggi intermedi, come farebbe ad attribuire
il primo Picasso (blu 1901 e rosa 1905) all’ultimo Picasso (da Guernica 1937 in poi);
il primo Segantini all’ultimo Segantini (l’angelo della vita, vanità, l’amore alla fonte).
Lo stesso accade per diversi compositori; come se verso il finire della vita si aprissero ulteriori orizzonti: visioni, musiche…

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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXIX domenica, anno C

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me.” Gv 12, 32[1]

Beato Angelico – Crocifissione con santi 1441-42 – Convento di San Marco, Firenze

 

1.

Il mondo è un interminato teatro di guerra,

a iniziare dal primo violento spargimento di sangue,

da parte di Caino che massacra il fratello Abele e macchia la terra di sangue. La infanga di morte.

Da quel momento la violenza si annida nei solchi della terra, abita il cuore dell’uomo e occupa la scena dell’umanità.

Il secolo ventesimo ha conosciuto la prima e la seconda guerra mondiale. Trincee di sangue e cadaveri. Città bombardate e vite spezzate. I pochi scampati, o pochi ritornati lo sanno, che lo raccontino o no.

Il ventunesimo nostro secolo conosce la guerra mondiale a macchie, come l’ha definita papa Francesco. Più terre e nazioni nella stretta di bombardamenti e assedi. E morti.

L’Europa conosce un lungo tempo di pace, anche se ha causato e lasciato in altre terre conflitti continui che giungono a guerre e a stragi di ogni tipo.

Con la variante che in queste guerre non muoiono i soldati ma per lo più solo i civili.

Abbiamo accusato papa Pio XII di essere stato in silenzio davanti allo sterminio degli ebrei; abbiamo alzato toni e accuse.

Ma oggi, che è tutto sotto gli occhi di tutti, che guerre e stermini di innocenti ci sono noti anche attraverso immagini crude si mantiene un roboante silenzio, un prudente distanziamento, un vigliacco disinteresse, un colpevole mutismo. Si rimane indifferenti fino a quando spruzzi di sangue vivo non arrivano a macchiare da vicino le nostre terre e i nostri vestiti.

Nei nostri paesi così detti di pace, ci sono violenze infinite, omicidi e femminicidi e infanticidi pressoché continui, che fanno vittime come una sottile guerra continua, accompagnata da attentati.

Se ne può uscire?

2.

Anche il popolo di Israele ha sperimentato minacce e guerre.

Al tempo di Mosè si trovò a combattere contro il principe Abimelek.

L’esercito israeliano non era così sicuro né al sicuro.

Allora Mosè sale sul colle, si pone con le mani alzate per una preghiera incessante. Albero e croce.

Sopraggiunge la stanchezza, allora Aronne e Cur mettono una pietra perché Mosè si appoggi, mentre loro due, una alla destra e alla sinistra, gli sorreggono le mani, fino al tramonto del sole,

momento in cui cessa la battaglia con la sconfitta di Abimelek, il nemico per eccellenza di Israele.

Emerge comunque un dato, senza l’intervento di Dio, la pace non la si raggiunge.

Questo episodio nasconde una profezia, che il vangelo di Giovanni ha colto. Egli infatti vede in Mosè Aronne e Cur la silhouette della crocifissione del Cristo. Triplice sagoma e triplice crocifissione.

L’evangelista Giovanni non nomina i due ladroni. E non per nulla. Gli interessa altro.

Si limita a dire che Cristo è crocifisso tra due, uno alla destra e uno alla sinistra. Usandola medesima espressione dell’Esodo.

Cristo sta sul colle esattamente come Mosè, con le mani allargate in preghiera in mezzo a due.

Figura di croce – Mosè; realtà di crocifisso – il Cristo.

Allora la crocifissione di Cristo è vista una battaglia. Preghiera e guerra.

Contro chi?

Contro il principe di questo mondo. Il satana antico, menzognero e falso fin dall’inizio. Contro il principe dell’aria. Contro potenze invisibili.

Esiste una negatività totale e micidiale, che ottenebra cuore e mente, cielo e terra. Questa va sradicata.

Si fece buio su tutta la terra. Per tutto il tempo in cui Cristo resta innalzato sulla croce.

Ma in questo momento a Giovanni è dato uno sguardo più profondo:

vede oltre l’apparenza immediata.

Essere innalzati, essere posti in alto, è termine tecnico per dire la crocifissione.

Innalzamento è devastazione, strazio, sbrano. Sofferenza indicibile. Esperienza di asfissia. Esaurisci la resistenza, il fiato, il soffio. Senza più energia per spingere il corpo a prendere aria. Il peso del tronco è spossante. Muori sfinito, esangue, esausto. Disidratato.

Ma l’apostolo vede oltre. Scorge la scritta della condanna: Gesù Nazzareno, re dei Giudei.

Sì, innalzamento è anche il termine tecnico per indicare il momento in cui una persona viene fatta re; viene innalzato al trono. È salito al trono.

Tornano le parole del Cristo.

Quando sarò innalzato sulla croce, come un malfattore, allora vedrete….. cosa?

Si verificano due eventi.

Il principe di questo mondo, verrà gettato fuori, anzi verrà gettato in basso, verrà fatto sprofondare nello stagno di morte.

Evento e logica di innalzamento e abbassamento. Chi si esalta viene abbassato, chi si umilia viene esaltato. Come sa il canto del Magnificat di Maria.

Proprio mentre il principe viene eliminato,

Cristo viene fatto re.

La sua coronazione di spine, diviene la sua incoronazione regale.

E proprio mentre muore solo, come un cane reietto, scacciato fuori della Città santa,
attira tutto e tutti a sé.

Sì, certo, Gesù parlava di sé.

Il chicco di grano, caduto in terra, se muore, se si spappola, non rimane solo, diventa spiga, diventa moltitudine di chicchi di grano.

Cristo, il reietto, diventa re di tutti.

Si comprende: la motivazione della condanna diventa una dichiarazione di vera regalità.

Quello che lì, e così, muore

è davvero il re dell’universo e di tutte le genti, di tutti i popoli.

3.

Cristo, al di là delle apparenze, è un realista.

Sa che un nemico ha seminato zizzania, ho rovinato il buon campo, il buon mondo creato da Dio.

Ha rovinato anche il cuore dell’uomo: voi che siete cattivi.

Questa è l’ora delle tenebre. Non un attimo, ma una estensione. Un clima. Un’aria ammorbata.

La storia umana è guerra, uccisione.

Anche i mandati da Dio, gli inviati da Cristo vengono perseguitati, trucidati.

L’han fatto col Figlio, quanto più contro gli altri suoi servitori.

Che fare allora?

Trasformare la vita in preghiera.

Fare della vita una battaglia per la preghiera.

Ora et labora. Prendi la preghiera come un lavoro, come una battaglia.

Non è a caso che accadono certi fenomeni.

Ti assale la voglia di non pregare. Basta. Non smetti ancora, diminuisci il tempo della preghiera.

Ma più accorci il tempo dell’orazione, più hai meno voglia di pregare.

Si rimanda sempre il tempo della preghiera.

Si trova tempo per tutto, ma non per la preghiera adducendo giustificazioni e motivazioni. Valide!!

Ci si stanca, anche molto presto.

La mente divaga per ogni dove, a briglie sciolte.

Certe preghiere diventano meccaniche.

Le parole escono, ma il cuore è tutto da un’altra parte.

Pregate per non entrare in tentazione.

Lo spirito è forte, la carne è debole.

Il regno di Dio lo rapiscono i violenti.

C’è un momento in cui devi fare violenza a te stesso.

Non hai altro scampo.

Quanta fatica fa un tossicodipendente per risalire la china.

Quanta chi si perde perdendo cifre di denaro nelle scommesse, nelle corse dei cavalli, nelle macchinette…. ‘perché bevi? Bevo per dimenticare’.

Una battaglia spaventosa; ma se molli sei perso, sei finito.

Ma se stai raccolto, se ti consegni, se resisti alla prima smania, alla frenesia che ti prende,
allora inizi e prosegui un cammino di vita vera. Libera.

Se ti metti nell’occhio del ciclone…

Serve agli altri pregare? Non è una fuga dalla vita reale? Non è un fatto di élite?

Ma se preghi, divieni come uno che annaffia il seminato. Versare l’acqua sembra un gesto insignificante, inconcludente. Ma senza acqua non cresce niente.

La preghiera vera scende alle radici dei cuori,
a dissetarli dal fondo, a rimettere in circolo altri pensieri, altri atteggiamenti.

Quando si fa l’impianto della luce, occorre fare mettere il filo della presa a terra, perché i fulmini si scarichino sotto terra e non distruggano vite e abitazioni.

La preghiera è la presa a terra del piano di Dio.

I musulmani sono chiamati a pregare cinque volte al giorno. Interrompere il lavoro, volgersi verso la Mecca e pregare. Per loro vita sociale e preghiera sono un tutt’uno, o lo dovrebbe essere.

A noi Cristo non ci lascia regole, non ci indica tempi.

Sì, poi i cristiani, sul modello degli ebrei, hanno stabilito delle ore di preghiera. Riscontrandole a loro modo nell’esistenza del Cristo. Ora terza. Era l’ora nona.

Ma a noi Cristo chiede di pregare senza cessare. Ininterrottamente.

Fare coincidere vita e preghiera. Respiro e preghiera, come l’invocazione del nome di Gesù, come ci narra il famoso Pellegrino russo.

Di san Francesco si è detto: non tanto pregava, era diventato preghiera.

Per questo diviene uomo di pace, fratello universale.

Ma a questo si arriva attraverso momenti di preghiera. Che non vanno scartati.

Senza esercizi preatletici non c’è gara. Non c’è partita. Non c’è corsa.

Senza esercizi alla sbarra, per quanto monotoni siano e ripetitivi, non c’è danza.

Si ammira e si applaude una performance di minuti. Ma dietro ci sono ore di esercizi.

Dopo tempi di pena e fatica sorge l’estasi e le segreta gioiosa

percezione della presenza di Dio. la preghiera ti conduce in alto e nell’intimo.

E all’improvviso sgorga un grido.

Padre! Mio Dio. Mio dolce Gesù. Tu Spirito, soffio di vita.

Quando preghi, entra nella stanza del cuore e della casa.

Lì sarai con Dio, e Lui con te.

Aperta la stanza del cuore, accolto il Signore col Padre e lo Spirito,

ti fai cuore del mondo. Pulsi da dentro la vita buona, vera.

 

***

 

Siamo oranti, viandanti oranti. La preghiera è come la vita. È un viaggio.

Preghiera e viaggio ‘faticosi’ procedono insieme, di pari passo.

La vita è un viaggio duro e rischioso, un soffrire, un peregrinare, un errare, un cercare la propria dimora nascosta; storia carica di discontinuità nella coscienza della luce (Ernst Bloch).

____________________________

[1] Ho sostituito Luca 18,1-8 con il vangelo di Giovanni 12,27-34 e 19,17-22 perché più in consonanza col testo di Esodo 17,8-13

 

 

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Pubblicato da su 22 ottobre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XIX domenica, anno C

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”
Lc 12,48

Ci si trova immersi nel tempo.
Scorre il tempo, ma anche noi dentro il tempo.
Stiamo come dentro una corrente che prosegue il suo percorso.
Il tempo scorre indipendentemente da noi.

Nel frattempo possiamo agire, decidere.
Come dentro una nave.
Occorre muovere la nave gestirla.
Ma ci è chiesto anche di muoverci dentro la nave.

La storia è un fiume. Chi sa dove ci porterà la storia.
Tutto si consumerà, oppure c’è un’altra prospettiva?

Comunque stiano le cose,
la nostra vita, il nostro destino, si giocano
dentro la storia.

La parola di Dio le parole del Cristo,
ci dicono che la storia non è l’ultima dimensione.

C’è altro, oltre il tempo,
c’è altro, dopo questo mondo.

Come si accede a questa dimensione?

Ci vien detto: mediante la fede.

Il testo dello scritto agli Ebrei ci offre una definizione di fede.
Molto precisa, molto forte.

La fede è fondamento di ciò che si spera,
e prova di ciò che non si vede.

La fede non è una sensazione,
non è un sentimento, un’emozione,
che subito evapora.

La fede è certezza,
la fede è presentimento.

Come quando si pesca,
con la lenza.
Senti che il pesce
ha abboccato all’amo anche se ancora non lo vedi.
Ma intanto tiri su il filo,
poi spunta fuori il pesce, che non vedevi.

Si percepisce altro e oltre
il mondo immediato.

Qui siamo di passaggio. Siamo viatori.
Non abbiamo qui stabile dimora.

C’è un’altra patria.
C’è un tesoro più importante di tutto quello che possediamo.

La vita ci è stata data, donata
con tutto l’universo.

Perché fossimo grati a chi ce l’ha data.

E lo possiamo essere, solo vivendo fino in fondo.
La fede non ci rende, disumani
anzi la fede ci chiede, di essere pienamente persone,
umani, veramente umani,
nulla di umano mi è estraneo

Vivere nel tempo, con lo sguardo proteso
alla città futura, a Dio che ci attende,
e che prepara per noi altra vita,
altra condizione.
anche se non sai dove Dio ti porta,
ti consegni a lui, con piena fiducia.

Come il cieco, che fa lo slalom sulla discesa sulla neve,
Fidandosi, del compagno che lo precede fischiando.
Il cieco segue fiducioso l’amico che lo guida

Terminata la nostra esistenza,
allora Dio stesso passerà a servirci.
Dio ci darà tutto quello che lui è, e ha.

Ma questo richiede grande fede,
capace di resistere alle svariate suggestioni,
ai miraggi
che ci vogliono stregare, e rinchiudere in questo mondo.

Cristo ci ha preavvertiti, chiedendosi:
Quando il figlio dell’uomo
tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?

Ciò significa che la fede,
è un grande miracolo.
Che ci sia un vero atto di fede,
è davvero una sorpresa, infinita.

Ma la fede non ci distrae dalla vita,
non ci porta all’astrazione.

Ci è chiesto di stare,
nella vita attuale.

Solo ci è chiesto
di starci fino in fondo,
vedere conoscere, scoprire
non per catturare, ma per gioirne,
ringraziare, fare parte ad altri di quello
che abbiamo e proviamo.

Come gli adulti che insegnano e aiutano
I ragazzi a immergersi nel fondo del mare
per scoprire una varietà sconfinata, di pesci
e piante,
sorpresi di trovare nel buio del seno marino,
di vedere nei fondali che tutto è pieno di colori
incredibili e affascinanti,

così la fede ci immerge nell’abisso,
nel fondo in un universo pieno di sorprese.

Anche per questo
Ci sarà chiesto conto di quello che abbiamo fatto,
di come abbiamo gestito le cose,

ad ognuno di noi è stato affidato, un compito,
il fatto stesso di essere vivi
comporta che ci venga chiesto
di gestire bene questa vita,

siamo responsabili,
ci sarà una valutazione.

Ma il vero giudizio è questo,
avremmo potuto vivere diversamente,
usare il tempo non per cose vane,
ma per cose imperiture.

Quanta vita vuota,
piena di cose vuote.

Ciò che ci salva, è che
in ogni cosa amiamo Dio.
E in lui e con lui,
Amare il fiore, la foresta,
amare l’animale,
i monti innevati,
le acque che scendono, a pioggia
e si fa fiume, e mare, e oceano.

Non catturare, gioirne.
Se catturi, uccidi.

La fede ci fa vedere
dentro e oltre,
ci rende grati,
ci fa gioire del tutto.

Occorre stare nella fede,
anche nei tempi bui.
L’invasione della nebbia,
non fa sparire, il paesaggio.

Solo, occorre attendere,
dopo, e dietro, la nebbia,
il mondo permane.

Questa è la nostra fede.
Alcune volte è tutto deserto vuoto,
è tutto oscuro.
Ma chi crede, continua a confidare.

So in chi ho posto la mia fiducia.

Anche a ognuno di noi.
Cristo può dirci quello che ha detto al buon ladrone
dall’alto della croce:
Oggi sarai con me in paradiso.
Ti darò vita piena,
E gioia, senza misura.

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Pubblicato da su 11 agosto 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XVII domenica, anno C

Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” Lc 11, 13

Icona del Padre Nostro – Russia, inizio del XIX sec.

1.

La vita ci mette davanti a tante difficoltà, a situazioni pesanti da portare e da risolvere.
Situazioni dalle quali si vuole uscire.
Quando siamo nel bisogno, oggi cerchiamo subito una soluzione tecnica.
Anche nelle grandi calamità, si ricorre subito al soccorso in maniera tempestiva e risolutiva.
Non viene istintivo pregare.
Forse si arriva a pensare alla preghiera, quando siamo nella ristrettezza più totale, davanti a una barriera invalicabile.

Nello stesso tempo anche il rapporto con Dio è problematico.
Per alcuni Dio non esiste. O comunque è superfluo.
Per altri non ha senso ricorrere a lui.
È più importante darsi da fare. Rimboccare le maniche,

Ma la vita ci pone davanti anche a molte nostre conflittualità, contraddizioni, senso di impotenza.
In e con noi stessi, e con gli altri.
È facile oggi che ci si trovi a vivere diverse dipendenze: droghe di ogni genere. Anche il telefonino finisce per creare dipendenza. Le scommesse varie, come per le corse ai cavalli…
Dipendenze che ci fanno sentire schiavi. Siamo come prigionieri. Coazione a ripetere.
Si crede, forse all’inizio, di potere tenere ogni cosa sotto controllo. Poi all’improvviso tutto crolla.
Non riesci più a gestire nulla. Più ci si agita, più si viene avviluppati.

2.

Se confrontiamo tutto ciò con Cristo, col suo operare e parlare, troviamo più di una sorpresa.

Intanto stupisce la naturalezza con la quale Cristo parla di Dio e parla con Dio.
Cristo non si atteggia. Si rapporta a Dio, semplicemente. Per lui Dio è reale. È come di casa. Ne parla in tutta schiettezza e semplicità. Stupisce il tono. Non è quello di un esaltato. È come se fosse la cosa più semplice, la più naturale di questo mondo.

Eppure così facendo compie un gesto sovversivo, all’interno della storia secolare del suo popolo.

Il popolo di Israele doveva più volte al giorno ripetere Scemà Israel, Ascolta Israele, il Signore è uno solo. Con tutto quello che segue. Ha molto forte il senso della trascendenza di Dio. La sua gloria, la sua altezza. Che porta quasi a tenersi a distanza. Il popolo dice a Mosè: Sali tu sul monte, noi restiamo qui ai piedi della montagna.

Gli ebrei del suo tempo, captano che con Cristo accade qualcosa di nuovo, che cambia il rapporto con Dio, con l’Altissimo. Sant’Ireneo ha detto: venendo nel mondo Cristo ha portato con sè tutta la novità.
Per questo i suoi uditori avanzano la richiesta: dicci come dobbiamo rapportarci a Dio, come dobbiamo pregare.

Cristo risponde. E lo fa in modo sorprendente.
Dice subito il nome, l’appellativo con il quale ci possiamo rivolgere a Dio.

Padre. Abbà. Una intimità inaspettata. Una tenerezza inattesa.
È sconvolgente.
Quello che abita nelle altezze, che si comunicava nel fuoco e nel tuono, che è definito mistero tremendo, di fatto è un Padre, che si rivolge a noi in modo mite, benevolo.
Un Dio che possiamo chiamare padre, perché lo è.

Questo è il primo dato sconvolgente.
Poter chiamare Dio come Padre, significa ammettere che tra lui e noi ci sia una strana relazione di parentela. Che c’è in noi qualcosa di divino, che ha a che fare con Dio.
Quello che san Paolo diceva: avere tesori immensi in vasi di creta. Siamo diversi da Dio.
Eppure ci è dato di averlo in noi, con noi.

Anche solo prenderne coscienza è sconvolgente. Si tratta di realizzare in noi tale consapevolezza.

Si diviene familiari di Dio, senza che quella familiarità degeneri in un familiarismo superficiale.

Mi ritorna spesso in mente una affermazione di sant’Ignazio di Antiochia (105/110 circa), che vive e viene martirizzato alla fine del primo secolo dopo Cristo. Diceva: in noi, nelle nostre vene, scorre il sangue di Dio. La coscienza di sé è la coscienza di Dio in noi,
Il babbo di Origene (III sec), dopo il battesimo del figlio, ha baciato il suo petto, dicendo: ora sei tempio di Dio.
La fede veniva vissuta a livello costitutivo. Non restava un vago sentimento. Nasceva una percezione nuova di sé.
Legata al battesimo, che ci rende partecipi del Figlio, del suo vissuto. Per cui si diviene una nuova creatura, una nuova persona.

Nell’indicarlo come Padre, Cristo non abbassa Dio, non lo sminuisce.
A lui spetta l’onore, la gloria. Non si può non chiedergli che si faccia la sua volontà; che si compia il disegno che lui ha per ciascuno e per tutti. Che si possa realizzare il suo sogno, il suo disegno, il suo regno, in cielo e in terra.
Perché se lui è PADRE, non può che volere il nostro bene. Volere il suo volere è un atto di fiducia totale. Lui per noi vuole solo il bene.
Il bene materiale e il bene spirituale; il bene personale ma anche il bene delle giuste relazioni tra gli uomini.

Queste cose vanno riconosciute e richieste.
Perché le relazioni umane sono conflittuali.
Perché c’è un male che ci aggredisce.
Dal quale occorre difendersi, affidandosi al Padre.

Cristo ha vinto il male. In modo radicale.
Ha tolto di mezzo ciò che ci teneva legati a diverse forme di schiavitù.

Cristo ci ha trasferiti fuori del regno del male e ci porta dentro il regno di Dio, dentro la sua casa.
Non ci dà una assicurazione meccanica.
Ci chiede ogni volta di essere attenti, vigilanti.
Non consegnarci al male, ma alle Mani di Dio.

È quello che ha fatto Cristo nell’atto del suo morire:
Padre nelle tue mani consegno la mia vita.

Non senza prima aver chiesto il perdono per quelli che lo stanno eliminando, che gli danno la morte.

Anche la morte, in Cristo e con Cristo, è un abbandono nelle Mani del Padre.
Con confidenza.

Ma questi momenti non distolgono Dio dai bisogni quotidiani.

Occorre anche il pane, il cibo quotidiano, appunto. Il pane giornaliero, ma anche il pane disceso dal cielo, il pane eucaristico, vero cibo.

Dio non disprezza il feriale.
Chiede solo di restare orientati a lui. Perché così la vita diviene più saporosa, vivibile.

E a Dio puoi chiedere doni materiali, concreti.

Ma Cristo vuole che il cuore dell’uomo sia saggio e gioioso.

Allora invita a chiedere lo Spirito Santo. Che è dono per eccellenza, quello che viene a noi con i doni che possiede e che ci può dare.

Forse oggi, neppure noi credenti abbiamo la vera fiducia, la certezza di ottenere quello che si chiede.

Dobbiamo ritornare a quella confidenza che avevano i santi.
Con umiltà.

Il nostro Dio ha squisite attenzioni.
San Francesco chiede, prima di morire, di poter assaggiare un dolce fatto con le mandorle che una signora di Roma gli preparava. E Dio lo accontenta.
Santa Teresa di Gesù bambino chiede che il giorno della sua consacrazione ci sia un po’ di neve. E Dio l’accontenta.
Dio, se è padre, è padre di tenerezza.

Arriva per tutti il momento della morte.
Allora ciò che dobbiamo chiedere a Dio è che nulla e nessuno ci stacchi da lui.
È quanto ha capito la fede schietta del popolo,
quando chiede a MARIA di essere con noi nell’ora della morte.
Che il trapasso sia un passaggio dolce,
da qui a Lui. Nelle tue mani.

Se amiamo e ci amiamo sinceramente,
allora Dio ci ascolta.
Se non altro a cercare prima di tutto lui,
perché il resto ce lo porta e ce lo dona Dio stesso.

L’insistenza della richiesta non guasta.
Anzi, essa rivela che ci teniamo a quanto chiediamo.

Ma che, alla fin fine, tutto avvenga secondo la sua volontà.
Perché nella sua volontà sta la nostra pace.
In tua voluntade è nostra pace.
Ci resta difficile riconoscerlo in certi momenti.
Ma ci fidiamo di Lui, perche la vita non termina qui sulla terra.

Risorgendo dai morti, Cristo ci apre il passaggio alla vita che non muore,
e all’amore che non si esaurisce.

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Pubblicato da su 28 luglio 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XVI domenica, anno C

Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». (Lc 10, 41-42)

Ci chiediamo subito:
Serve qualcosa il darsi da fare,
in qualsiasi direzione e ambiente?

C’è grande frenesia nella società moderna. Vuoi o non vuoi anche oggi siamo pedine di una gestione di potere economico formidabile, che crea poveri in abbondanza,
sfruttati e schiavizzati, ben al di là della facciata sorridente…

Si può richiamare come esempio l’organizzazione efficiente di AMAZON. Funziona tutto alla perfezione e in un tempo veloce se confrontato alle poste italiane. Organizzazione perfetta. Ma occorre chiedersi: Fino a che punto i vari operai, i vari operatori non sono schiavi di questo rendimento efficiente.

In certi ambienti, in India ad es., conta solo l’efficienza. Molte ditte hanno trasferito in India le loro fabbriche. In india non c’è la domenica, il giorno festivo, per cui si lavora tutti i giorni.
Certi operai italiani vengono assunti e mandati a lavorare là per almeno qualche anno con un buon stipendio. Ma finiscono per entrare dentro un ingranaggio che schiaccia la loro vita. Vien dato loro oltre lo stipendio e un buon appartamento, che è solo un dormitorio. vengono presi al mattino e portati sul posto del lavoro e riportati alla sera a casa con un servizio previsto per questo. Tutto è predisposto perché non manchi loro nulla. Basta che rendano. La cosa avvilente è che manca il tempo per autentiche relazioni umane, anche tra moglie e marito.

Questi casi sono emblematici della condizione attuale della nostra esistenza.

Ci si chiede, Vale la pena?

Chiesa alpina – Passo Durone (TN)

Adesso siamo nel tempo delle ferie.
Al di là di tutto, ci si accorge che
Il tempo delle ferie, della vacanze risponde ad una esigenza umana impellente.
Avere del tempo libero. Godere delle bellezze anche naturali; ritrovare il contatto con la natura.
Respirare aria buona. Avere il gusto delle azioni. Ritrovare la gioia dello stare insieme.

Di qui si capisce che si vuole andare in profondità. Non ci si vuole solo agitare,
ma anche contemplare.
Guardare con occhi diversi il mondo, noi stessi, gli altri.
C’è una dimensione altra, oltre la frenesia della nostra esistenza.

 

Il vangelo odierno ci mostra due atteggiamenti, rappresentati da due sorelle che ospitano il Cristo.

Marta, l’efficiente che sempre ha da fare e si dà da fare.
Maria, che sta ai piedi del Cristo a guardarlo, ad ascoltarlo quando parla.

Spesso le due sorelle sono state presentate come modello della vita attiva, Marta;
e come modello della vita contemplativa, Maria.
Si è pensato a due vie.
La via dell’azione.
La via della preghiera, del silenzio.

Ma forse più che ‘rivalità’ si tratta di integrazione.

Si può infatti intuire il messaggio che il Signore vuole comunicare:
senza la vita di silenzio, di raccoglimento
la vita attiva è solo agitazione.
Dopo un po’ si perde il senso e il gusto
di quello che si sta facendo.
Si è proprio divisi, dilaniati.

Si pensi alla condizione di diverse donne; fanno la scelta di un lavoro fuori casa,
per tante motivazioni.
Ma poi si ritrovano a dover gestire la casa, il ménage della vita familiare.
Quindi hanno sempre un doppio lavoro e spesso sono sottopagate in rapporto agli stipendi previsti per gli uomini impegnati negli stessi lavori.

Ma occorse fermarsi a riflettere.

Occorre a tutti i costi saper fare silenzio. Raccogliersi.
Ascoltarsi e anche ascoltare.

Cristo emerge come colui che conosce il cuore dell’uomo.
Conosce Dio. E vuole che le persone entrino in questa dimensione.

Le fa scendere alla radice di se stessi.

E fa anche percepire la nostra destinazione.

Quale?
Quella di raggiungere la statura perfetta, la piena maturità,
come dice san Paolo.

Si tratta di arrivare all’armonia con sé stessi, con la natura, con le persone, con Dio.
Fare emergere la verità,
aprendosi a tutte le possibilità positive che la vita offre.

Calare nel silenzio è come fare decantare la provetta che contiene liquidi diversi.
Aspettare che, dopo l’agitazione, ogni cosa trovi il proprio specifico e trovi la propria collocazione.

 

Questo richiede tempo e coraggio.

Tempo di riflessione e di preghiera.
Se Cristo, che era ‘dio’, trovava il tempo per la preghiera,
lui che forse non ne aveva bisogno….
Ma lui trova il tempo per contemplare e ascoltare il Padre.

Anche noi dobbiamo trovare tempo e spazio per il silenzio vero, per la preghiera.
Quel mettersi davanti al mistero.

Occorre tempo, pazienza, lotta.
Si può credere che il fatto di provare fatica, divenga il segno, se si vuole al negativo,
della richiesta giusta. La resistenza che provi, indica la giustezza del tempo del silenzio e della preghiera.

C’è dunque anche lotta, fatica.
Non deve sorprendere. Ci sono passaggi stretti e dolorosi.
Sono inevitabili. Ma sono fecondi di vita.

Ci sono sofferenze che non sono inutili, che anzi sono passaggi necessari.
La sofferenza per la verità, per la pienezza della vita
Non cade nel vuoto.
Entra nel progetto di Dio.
Paolo dice, in maniera coraggiosa,
che sostiene la fatica per portare a compimento l’opera del Cristo.

Cristo direbbe: le doglie sono un passaggio obbligato per mettere al mondo il figlio.

Le parole del Cristo a Marta hanno un senso profondo.

Occorre che Marta metta al primo posto
l’ascolto, la capacità di sondare il mistero della vita.
Occorre abbracciare il Cristo, che ha parole di vita eterna. Che è la vita eterna.
Occorre scoprire che cosa è davvero importante, decisivo.
Quel qualcosa che nessuno ci potrà togliere.

Cristo, in altro contesto dice:
cercate prima di tutto il Regno di Dio,
cercate Dio e tutto ciò che lui è e abbraccia.

Il resto vi sarà dato in aggiunta.
Trovare e stringere il tesoro.

Giunti a questo livello
L’azione acquista senso e sapore.

Si sperimenta una fatica sana.
Non si è divisi. Si è raccolti, uniti.

Si esce dall’ossessione della prestazione.

A questa realtà si può arrivare sempre.

Dio pone sempre un possibile inizio di vita nuova
In qualunque periodo della propria vita.

Abramo e Sara possono avere un figlio in età avanzata.

Si può sempre nascere e rinascere,
come dice il Cristo al vecchio Nicodemo.

Cristo ci offre la possibilità di rinascere, di essere nuovi.
Ci chiede di fidarsi di lui. Di trovare tempo per lui.
Si può riprendere e rileggere le sue parole e le sue azioni.
Ci si accorge che la sua Parola è un po’ come il sale:
il sale dà sapore al cibo; dà sapore anche quando non ce l’aspettiamo,
un po’ di sale da sapore anche al popone.

Accolto il Cristo, tutto acquista un sapore nuovo.

 

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Pubblicato da su 21 luglio 2019 in Omelie

 

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