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Omelia di don Giorgio – XXXII domenica, anno C

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». Lc 20, 34-38

Marc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente,
Nizza – Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall

1.

Il racconto del martirio di sette fratelli che l’affrontano con coraggio e forza ci obbliga a porci qualche domanda.
C’è un motivo valido per vivere? Si vive per cosa?
I vari scopi che ci prefiggiamo, non sono un inganno? non sono espedienti per nascondere o rimandare ad altro tempo la domanda estrema?
C’è qualcosa per cui vale la pena vivere?
Il domandarselo è quasi obbligato, quando si sa che anche per noi si dà un processo di invecchiamento, di entropia. Di consunzione. Si profila necessariamente la morte.

La domanda allora può essere posta così: per cosa, per chi sono disposto a morire?
C’è qualcosa, c’è qualcuno che vale la mia vita?

È una domanda da porsi seriamente. Il motivo è semplice.
Ciò per cui sono disposto a morire, è ciò per cui posso vivere.
Chi merita la mia morte, merita la mia vita.

Chi è posto davanti alla morte, si trova davanti o al nulla, al finire di ogni cosa.
O vede oltre il morire. Gli si apre uno squarcio: vede oltre e altro.
Vede per cosa, per chi sta dando la vita.

2.

Qualcuno può dire: do la mia vita per chi amo. Può sembrare cosa scontata..
Ma occorre chiedersi: vale la pena? Serve davvero a chi amo, il dono della mia vita?

E dando la vita alla persona che amo, questa può continuare a vivere? Vive per sempre?
Se no, il mio gesto eroico e generoso potrebbe allora rivelarsi limitato, forse anche illusorio, oltre che impotente e senza senso.

Resta che di fatto, nell’esperienza dell’amore, il desiderio che ci prende è quello di poter dire alla persona amata: vivi! Vivi per sempre! Dura oltre il tempo, entra nell’eterno.
Anche per il solo motivo che se non ci sei mi manchi. Mi manchi tanto.

Ma se io non posso allungare in nessun modo la mia vita, tanto meno posso dare vita ad altri.

Eppure, un’esperienza vera di amore prova il desiderio che questo duri.
Non a caso escono parole sorprendenti, del tipo: ti amerò per sempre.
Come se l’eterno ci appartenesse, e ne potessimo disporre.
Resta tuttavia vero che l’amore, di per sé, veicola il desiderio dell’eterno.
Il positivo non può finire. La gioia non può terminare.

3.

Dopo queste domande, facciamo un salto dentro la Parola biblica. Soffermandoci sul richiamo del roveto ardente da parte di Cristo.

Il vecchio testamento riporta l’esperienza del roveto ardente, vissuta da Mosè: il prodigio del roveto che non brucia pur essendo circondato dalle fiamme.
È anche il momento in cui, provocato da Mosè, Dio svela il suo nome,
che molti di noi ricordano come JHWH, come IO SONO COLUI CHE SONO.
Dando appiglio alla lettura di chi interpreta tale episodio come un evento di grande metafisica.

Oggi meglio sappiamo che non è così. Che l’IO SONO’ può ben voler dire ‘io sono colui che sarò’, che permango nel tempo, che supero il tempo. Che resto fedele, stabile.

Nello stesso tempo riteniamo fondante e decisivo tale episodio.
Ma in realtà non è così.

Due sono le cose strane.

La prima: tale episodio non gioca un ruolo effettivo all’interno del primo testamento. Rimane fermo nel suo evento.

La seconda cosa: anche nel Nuovo Testamento non è mai citato eccetto nel vangelo di Luca.
Il riferimento a quell’episodio è fatto da Cristo, quando è chiamato a rispondere a una domanda che gli è stata posta riguardante la realtà delle nozze.

La domanda è posta dai Sadducei che immaginano la vita futura come una fotocopia della situazione attuale.

Pongono la domanda che è possibile formulare solo in un contesto particolare, quello della legge del levirato.

Se una donna rimaneva vedova, il fratello del defunto o il parente più stretto la doveva prendere in sposa, per assicurarne la discendenza.
Ora, si dà il caso di una donna che ha avuto come sposo sette fratelli morti uno dopo l’altro. La questione è dunque: di chi sarà moglie quella donna?

Nel rispondere, Cristo – come fa sempre – allarga l’orizzonte, la prospettiva dalla quale veniva formulata la domanda,

Intanto Cristo precisa che sono i figli di questo ‘tempo storico’, di questo ‘eone’ che prendono moglie e marito.
Non è così per quanti sono degni della resurrezione, ‘quella dai morti’, precisa il testo lucano.
Tale precisazione vuol dire che si ha almeno una doppia resurrezione.
Una coincide con il ritorno alla vita di prima sulla terra. In questo caso si tratterebbe di una semplice vivificazione. Non altro. Un recupero della condizione precedente.

Invece la seconda, ‘quella dai morti’, rimanda a un tempo e a una condizione fuori del tempo storico, fuori da questo mondo. Una condizione in cui la morte non ha più potere.
Chi giunge a questa situazione, non muore più. Non per virtù propria, ma per l’intervento di DIO.
Quanti sono degni di questa resurrezione entrano nello spazio di Dio; per cui non muoiono più.

Che le cose stiano così, Cristo lo afferma richiamando proprio l’evento del roveto; è su tale evento che basa quello che sta per dire.
Dal di dentro del fuoco Dio si presenta non solo come l’IO SONO ma anche come IL DIO DI ABRAMO, DIO DI ISACCO E DIO DI GIACOBBE,
Dio si vuol chiamare con il nome dell’uomo. vuole portare l’uomo talmente vicino a sé, talmente intimo a sé, che gli comunica la sua stessa vita, tanto che lo custodisce al proprio interno come parte di sé. Dio vuol essere definito dall’uomo, dal suo nome, concedendogli di essere davvero partecipe di lui.

Cos’è tutto questo se non espressione delle Nozze tra Dio e l’Umanità!
Allora il roveto assume l’aspetto di una parabola nuziale vivente.
Il fuoco è Dio; il roveto è l’Umanità, il popolo di Israele. Il roveto non è nulla, in rapporto alla quercia, ai cedri del Libano che possono evocare la maestosità divina. Il roveto non indica Dio, rappresenta l’umano, pieno di rovi; segnato cioè dai peccati (così diceva l’ebreo Filone l’alessandrino ripreso dal cristiano Origene).

Dio non consuma il roveto, perché non se ne serve per ardere. Dio è autosufficiente. Vive in pienezza da solo. Non ha bisogno dell’Umanità.
Eppure la ama, pur con tutti i difetti. L’abbraccia, la avvolge col fuoco del suo amore. La tiene con sé, dentro la propria vita.
Dio sposa l’umanità. Questo dice il roveto.

Dice anche che nell’amore l’uomo cerca la pienezza e la durata, la gioia eterna, l’ardere scoppiettante dell’amore, il calore dell’abbraccio.
Queste caratteristiche però appartengono in proprio a Dio.

Resta vera una cosa: l’amore autentico è brama di eternità.
In qualche modo ci si lega, ci si sposa, ci si incammina nell’amore,
per incamminarsi verso l’eternità.
Se ami, vorresti poter dire alla persona amata Vivi per sempre. E sentirselo anche dire.
Ma questo esula dal potere dell’uomo, per quanto lo desideri, può ben poco da sé.

È il momento in chi ama, gli sposi in particolare, giungono a comprendere che il loro desiderio viene soddisfatto solo se si aprono a Dio.
Ci si sposa per aiutarsi a entrare nella vita di Dio, amore e gioia assoluti.

Noi due abbiamo trovato ciò che si cercava: la pienezza.
Una volta raggiuntala, si entra in una nuova dimensione, per cui non serve più sposarsi in questa prospettiva, già realizzata.
Si entra in un nuovo legame. Un legame di amore puro. Non un legame di possesso.
Resta ciò che abbiamo realizzato tra noi. Ma ora questo amore si apre all’immensità e alla libertà dell’amore di Dio. tanto che cambia il tipo di legame tra le persone. Ci si relaziona con tutti, ci si comunica con tutti, in un amore diffuso.

Allora ne viene una conseguenza.
È giusto il desiderio di un amore eterno.
Ma questo va radicato in Dio e a Dio orientato.

Ciò cambia il rapporto tra gli stessi sposi.

1. Essi si amano desiderando l’uno per l’altra il massimo possibile. Questo appartiene a Dio. nessuno di noi è ‘dio’. pensarlo è puro delirio di onnipotenza.
Allora ci sposiamo nel Signore, ci doniamo il Signore, camminiamo verso di lui.
L’abbraccio non cattura; l’abbraccio si fa apertura all’infinito.

2. Ti amo con i tuoi rovi, i tuoi limiti, i tuoi tradimenti, i tuoi ritardi, le tue assenze, le tue fughe.
Ti abbraccio con lo stesso fuoco di amore di Dio.
L’amore non è cieco. Anzi vede. Vede pure il tuo limite anche colpevole. Per questo ti ama. Non perché lo meriti. Ma solo perché ti amo, trovando nell’amore la ragione di amarti.
So che tu non sei pienezza. Ma ogni altro uomo e donna non sono pienezza.
La molteplicità degli amori, delle esperienze non fanno l’infinito.
L’infinito non è una somma numerica, non è un addizione.
La pienezza è tale in sé; ha potere e forma di radice.
Solo radicati in essa si trova ciò che si cerca.

A volte la ricerca spasmodica mette in evidenza le tue carenze. Cerchi fuori e da fuori quello che dovresti chiarire e risolvere dentro di te. Anche tu hai i tuoi rovi, i tuoi aspetti spigolosi.
Agitarsi è confondersi e confondere.
Occorre fare decantare le situazioni dentro di sé, per raggiungere la chiarezza. Poi dopo decidi.

Non trasformi il desiderio in smania possessiva.

Anzi, adesso arrivi a comprendere che puoi anche dare la vita per chi ami.
Perché sei già nell’eterno. L’amore vi porta, vi conduce. Adesso posso anche morire.

Si diventa davvero l’uno per l’altro sacramento d’eterno.
Chi vi arriva, sa la gioia diffusa che si sperimenta.
Si capisce che la gioia non è il solletico,
che il sorriso vero non è il riso suscitato dalla barzelletta raccontata.
Ma perché – direbbe sant’Agostino riferendo l’esperienza vissuta nel 387 a Ostia Tiberina con sua madre Monica guardando insieme fuori della finestra – , grado grado siamo saliti e per un attimo abbiamo toccato l’infinito.
Là dove speriamo di arrivare, per un incontro senza tramonto.

 

———————————–
Agostino racconta di sua madre.

10.23. Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita – e tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c’eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione.
 Conversavamo dunque assai dolcemente noi due soli, e dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti ragionavamo fra noi, alla presenza della verità – vale a dire alla tua presenza. L’argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell’uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all’altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa.

– 24. E il nostro ragionamento ci portava a questa conclusione: che la gioia dei sensi e del corpo, per quanto vivida sia in tutto lo splendore della luce visibile, di fronte alla festa di quella vita non solo non reggesse il confronto, ma non paresse neppur degna d’esser menzionata. Allora in un impeto più appassionato ci sollevammo verso l’Essere stesso attraversando di grado in grado tutto il mondo dei corpi e il cielo stesso con le luci del sole e della luna e delle stelle sopra la terra. E ascendevamo ancora entro noi stessi ragionando e discorrendo e ammirando le tue opere, e arrivammo così alle nostre menti e passammo oltre, per raggiungere infine quel paese della ricchezza inesauribile dove in eterno tu pascoli Israele sui prati della verità. Là è vita la sapienza per cui sono fatte tutte le cose, quelle di ora, del passato e del futuro – la sapienza che pure non si fa, ma è: così come era e così sarà sempre. Anzi l’essere stato e l’essere venturo non sono in lei, ma solo l’essere, dato che è eterna: infatti essere stato ed essere venturo non sono eterni. Mentre così parliamo, assetati di lei, eccola… in un lampo del cuore, un barbaglio di lei. E già era tempo di sospirare e abbandonare lì le primizie dello spirito e far ritorno allo strepito della nostra bocca, dove la parola comincia e finisce. E cosa c’è di simile alla tua Parola, al Signore nostro, che perdura in se stessa senza diventare vecchia e rinnova ogni cosa?
– 25. “Se calasse il silenzio, in un uomo, sopra le insurrezioni della carne, silenzio sulle fantasticherie della terra e dell’acqua e dell’aria, silenzio dei sogni e delle rivelazioni della fantasia, di ogni linguaggio e di ogni segno, silenzio assoluto di ogni cosa che si produce per svanire” – così ragionavamo – “perché ad ascoltarle, tutte queste cose dicono: ‘Non ci siamo fatte da sole, ma ci ha fatte chi permane in eterno’; se detto questo dunque drizzassero le orecchie verso il loro autore, e facessero silenzio, e lui stesso parlasse non più per bocca loro, ma per sé: e noi udissimo la sua parola senza l’aiuto di lingue di carne o di voci d’angelo o di tuono o d’enigma e di similitudine, no, ma lui stesso, lui che amiamo in tutte queste cose potessimo udire, senza di loro, come or ora con un pensiero proteso e furtivo noi abbiamo sfiorato la sapienza eterna immobile sopra ogni cosa: se questo contatto perdurasse e la vista fosse sgombrata di tutte le altre visioni di genere inferiore e questa sola rapisse e assorbisse e sprofondasse nell’intima beatitudine il suo spettatore, e tale fosse la vita eterna quale è stato quell’attimo di intelligenza per cui stavamo sospirando: non sarebbe finalmente questa la ventura racchiusa in quell’invito, entra nella gioia del tuo signore? E quando? Forse quando tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati ?”
AGOSTINO, Confessioni, 9, 10, 23-25

 

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Pubblicato da su 10 novembre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio -IV domenica di Quaresima – anno C

IV domenica di Quaresima – anno C

Rembrandt Ritorno del figlio (particolare) Museo Ermitage, S. Pietroburgo (il particolare forse più importante di questo quadro, sono le mani del Padre misericordioso; se le si osservano attentamente possiamo notare che non sono uguali, ma sono una maschile ed una femminile) 

 

“Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.”
Lc 15,20


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‘Chi è in Cristo è una creatura nuova’.

Questa frase di san Paolo presuppone la presenza, la realtà di qualcosa di vecchio,
non nel senso di una anzianità maturata, ma nel senso di qualcosa di decrepito. Di un vecchiume.
Un vecchiume del cuore, dello spirito. Anche un giovane può patire di vecchiume.

Come accade al giovane della parabola: staccato dal padre, perde anche se stesso. Marcisce.
Con i beni presi dal padre, è fuggito lontano da casa. Soprattutto si è allontanato da sé.
Smarrito, sfinito, finito.

Chi vive così viene sommerso da un vecchiume che ha molteplici forme.

Si dà il chiuso ripiegamento su di sé.
Con la conseguente amara solitudine che si tinge di disperazione.
Il triste isolamento, che rende scontrosi, verso tutto e tutti.
Mai un raggio di luce; solo acre critica.

Domina il senso della disfatta della propria vita, della propria persona. Ormai è tutto finito.
Tutto è crollato. Non attendi più nulla.
Schiacciato dal peso del passato; il tempo trascorso ti stringe a tanaglia, ti soffoca.
Vedere la fine vicina, col triste rammarico di dovere lasciare andare via ogni cosa a cui ci si era legati.

Senso d’impotenza: non essere più capaci di nulla.
Entrare nella pastoia delle fantasie morbose di qualunque genere. Esserne avviluppati.
Senza più speranza, per te, per gli altri, per il mondo.
Tutto è decrepito, scalcinato.

Si è divisi da sé; dis-tratti, portati via anche da sé; essere dis-soluti.  Dissolti, smarriti.
Oppressi dal rimorso, dal ricordo di errori commessi, che pesano come un macigno.
Il cuore cova odi, rabbie, invidie devastanti. Ferocia….
Dove porta tutto questo?

2.

Qui interviene un fatto inatteso.
La cosa più sorprendente è che la tradizione della Chiesa, da molto presto, ha visto nella figura del figlio minore, che lascia il Padre e la sua casa per andare a vivere in una regione lontana a pascolare i porci, ha visto in lui la presenza del Cristo, il Figlio di Dio che lascia Padre e casa per farsi vicino all’uomo smarrito. Fa questo per sua libera volontà.

Lui ha scelto di fare suo il cammino dissestato e disperato dell’uomo.
Ha preso su di sé il suo tragico destino, per viverlo fino in fondo.
Con tutto il peso della negatività.

Su questo fatto, il testo di Paolo è audace, quasi eretico, inaccettabile.
Colui che non ha conosciuto peccato, Dio lo ha trattato da peccato per noi.
Lui assorbe in sé il peccato nella sua totalità. Diviene il reietto, l’escluso. Il capro espiatorio.
È il capro-agnello che porta su di sé il peccato del mondo, tutto il peccato. Tutto il marcio dell’umanità. Per eliminarlo.

Ha voluto essere lui la pietra nera che libera dal veleno del serpente.

Lui è la pietra nera che salva dal veleno del morso del serpente.
La pietra viene appoggiata sull’incisione nel luogo del morso; viene appoggiata sulla ferita,
e rimane attaccata finché non abbia assorbito tutto il veleno.

Così accade che l’uomo smarrito e ferito, trova accanto sé, Lui, proprio Lui.
Nel fondo più fondo trova quel volto dolorante, ma amante. È il suo salvatore.
Può tornare a vivere.

Accade per ogni uomo quello che ha vissuto l’apostolo Pietro: dopo il rinnegamento di Cristo incontra proprio lo sguardo di Cristo; incrocia gli occhi del Cristo che lo guarda. Lo guarda soltanto. Non serve alcuna parola.
Pietro può solo esplodere in un pianto ininterrotto. Avverte la propria follia.

E in quel pianto, in quelle lacrime trova il bagno che lo lava, trova il battesimo che lo rigenera.
Ritorna al Padre. Può solo fare questo. Ma è tutto.
Il figlio di Dio ha aperto la via del ritorno al Padre, perché Lui è il Figlio prediletto.
Allora è possibile riconciliarsi in Lui col Padre.
Ritrovi lui, ma anche te stesso. Mentre dici: ‘Padre’, ti sai suo figlio. Atteso, accolto, abbracciato.
Al Padre non servono le parole. Fa gesti. Ti fa rivivere, ti riveste, ti riveste della verità più profonda di te. Risorgi. Ti apri alla festa del cuore, della vita. È un’altra musica.

Ma il vecchiume aggredisce anche chi non è mai andato via di casa. Ma lì dentro intristisce, di formalità, di osservanza scrupolosa, ma legale. Lì dentro, in quel modo di vivere, il cuore non c’è.
Accade che chi sta dentro casa, di fatto è a una distanza abissale dal Padre. Sta nella sua casa, ma il suo cuore è lontano. Disapprova il Padre e accusa il fratello.
Che le cose stiano così, emerge dal fatto che non vuole entrare dove il figlio tornato, è entrato; dove il Padre gli ha fatto spazio e festa.

Lui arriva a essere il figlio che obbliga il Padre a uscire verso il suo rifiuto: a raggiungerlo nella sua caparbia e scontrosa resistenza.
Ha sempre obbedito ai comandi del Padre. Ma non ha mai amato. Il suo cuore è glaciale e risentito.
Nell’osservanza della legge ha mirato solo alla propria figura. Al compiacersi di se stesso.
Di fatto non si è mai staccato dal proprio ego. Ha strumentalizzato anche il Padre.
Non ama. Il segno evidente è il rifiuto di fare proprio l’atteggiamento che il Padre ha assunto verso il figlio ritornato.

Il figlio maggiore è rimasto schiavo di sé. Accusa. Non sa fare festa. È morso dalla rabbia.

 

Ognuno di noi è interpellato.
L’uomo moderno è chiamato a capire che la perdita del rapporto con Dio,
porta alla perdita di sé, porta alla perdita dei rapporti veri con gli altri.
Chi perde Dio, perde l’uomo. Chi elimina Dio, elimina l’uomo.
Chi trova Dio, trova il Cuore di Padre. Si lascia abbracciare.
‘Padre ho peccato’
Smette anche di fare le bizze, di fare il risentito.
Guardi con gli occhi del Padre, ami col cuore del Padre.

Rinasce uno slancio di amore verso Dio; ma nella stessa spinta, trovi uno slancio verso ogni persona, verso ogni realtà creata. Se Dio ti abbraccia, anche tu abbracci tuo fratello.

La nostra società moderna ha preteso la libertà assoluta; ha preteso di disporre di tutto il reale…, sentito come realtà propria da usare a proprio piacere. Per esercitare il dominio su tutto.

Mi ha sempre colpito la targhetta, o la scritta all’ingresso delle case, o di ambienti:
‘Proprietà privata’. Essa denota la pretesa di possesso per tuo uso esclusivo.

E pensare che quella medesima scritta dice anche l’esito ultimo:
di ogni cosa, su cui hai scritto ‘proprietà privata’, propria di questa verrai privato.
Hai scritto lì anche la tua condanna ultima. ‘Toglietegli anche quello che ha!’

Dobbiamo ritornare consapevoli: tutto, proprio tutto, a iniziare dalla mia vita,
tutto il reale è dono. Da accogliere con gratitudine. Da non bloccarlo. Ma da lasciare che il dono resti dono. Che passi da me a te. Quello che è mio è tuo.

Per cui ringrazi Dio, con immensa gratitudine. Ma passi ad altri i doni ricevuti.
Soprattutto quello di essere figlio amato e perdonato. Continuamente.
Per cui ti comporti verso ogni altro come ha fatto e fa il Padre con te.

Prendi le cose migliori che hai, le condividi per una festa comune. Per la gioia di ritrovare il senso della vita e il gusto dei rapporti veri con gli altri.

Chi rientra in sé, rientra a casa; ritrova il rapporto fondante.
Ritrova fratelli e amici, con i quali condividere vita e cose.

-Possiamo pensare che i due fratelli, più il Cristo che si mette in cammino tra loro e con loro, siano le tre grandi religioni che si rifanno al padre Abramo: ebraismo, cristianesimo, musulmanesimo.
La fede che risale ad Abramo padre nella fede, il sentirsi figli di Abramo, è diventato pretesto di possessività e di esclusione. Follia suprema. Occorre che i credenti si ritrovino con il Padre nella casa Comune per adorare e amare.
Sta qui il senso, l’indicazione delle ultime due visite di Papa Francesco negli Emirati Arabi e in Marocco. Ricordando l’incontro di san Francesco di Assisi con il Sultano a Damietta.   Fare in modo che ebrei, cristiani e mussulmani si viva da fratelli: nella stessa casa, per stare con l’unico Padre.

– Possiamo pensare anche alla rivalità che sorge tra uomo e donna, tra maschio e femmina. Una assurda rivalità. Perché solo insieme, solo con-cordi si perviene alla pienezza. E quindi alla Festa. L’inimicizia tra uomo e donna è solo dia-bolica, è effetto di colui che è il divisore per eccellenza: il diavolo, il satana.
Ma Cristo è venuto anche per portare pace tra uomo e donna; per farli entrare insieme nella Casa del Padre. E qui sentire la musica dello Spirito Santo, che è festa, che è gioia.
Riconciliati con Dio. Riconciliati con se stessi. Riconciliati tra uomo e donna. Riconciliati tra credenti diversi.
Siamo divenuti creature nuove.

Nel fondo più fondo del disfacimento, incontri il fondo di te.
Rientrando in te, rientri a casa.

 

 
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Pubblicato da su 31 marzo 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio -III domenica di Quaresima – anno C

III domenica di Quaresima – anno C

Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai.” Lc 13,9

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I.

a. La cronaca tiene sempre banco; oggi come al tempo di Cristo.
Condanne a morte, ergastoli. Disgrazie e morti: caduta di una torre; caduta di un ponte; nave alla deriva; aereo schiantato; bus sequestrato: 51 ragazzi salvi per miracolo.

Davanti a questi eventi, sempre sconvolgenti, si vuole subito trovare un colpevole che ha causato tutto questo o almeno sospettare la colpevolezza in chi subisce certe aggressioni: “Se gli è successo, vuol dire che se lo meritava” … O ci si limita a sentenziare: quando è destino, è destino.

Ma questo groviglio di dati e di domande rende più misterioso il vivere umano. In cosa consiste la vita dell’uomo? Da chi dipendono gli eventi?
L’insieme di quei fatti accentuano la sensazione provata dall’uomo: egli si sente in balia, sospeso; non ha sicurezza; non ha appigli certi.

Tale sentire è accentuato nel mondo moderno.  L’alto livello raggiunto dalla tecnica, in tutti i suoi settori, fa sognare una sicurezza quasi assoluta…
Però poi resta sempre un rischio: interviene l’errore umano; ma anche l’errore tecnico, non totalmente preventivato nonostante la massima sofisticazione della strumentazione…

Quindi si è costretti ad ammettere: nulla mi garantisce in assoluto.

b. D’altra parte l’uomo sperimenta diverse forme di incertezza (le tempeste improvvise, le trombe d’aria) e anche di schiavitù prodotte dall’uomo, quelle più tradizionali: guerre di conquista, violenze, sottomissioni, soffocamento dei diritti più elementari.

Inoltre l’uomo ‘moderno’ conosce le infinite dipendenze di ogni tipo. Il fenomeno della ‘dipendenza’ – dal vino e dalle droghe –  è attualmente la schiavitù più diffusa. La ‘facile’ e immediata soddisfazione, crea la pesante e deludente dipendenza, mentale e fisica.

c. In questo paesaggio, la vita sembra vana come vano e inutile sembra ogni sforzo per uscire da questa situazione.
La nostra vita è come il fico della parabola evangelica: non porta frutto. È una esistenza arida, sterile; è piena di tutto… e, dunque, è vuota. Impegnata, in un forsennato girare a vuoto. Le persone possono apparire come tanti criceti: fanno girare incessantemente la ruota della società, ma ne restano prigionieri. Non ne escono. Vivono un indaffararsi che non morde il reale. Si sta come sugheri sballottati dalle onde degli eventi. Inconsistenti.

d. Ci si può rivolgere Dio?
Ma ‘dio’, da una parte, è una realtà presa a pretesto per giustificare certe oppressioni di uomini su altri uomini e anche per avviare guerre di ‘liberazione’. Il sinistro motto: dio con noi! Gott mit uns.
Altre volte ‘dio’ è divenuto un argomento accademico, dibattito di vuota retorica.
O, comunque, il ricorso a Dio pare insensato. Irrazionale, fuori luogo e tempo.
Tanto non se ne viene a capo di nulla.
Ormai l’uomo può ben prescindere da Dio; può farne a meno…; quello che può chiedere a Dio, lo può ottenere da solo.

D’altra ben si conosce la possibilità di una religiosità falsa; quella nella quale Dio è cercato per piegarlo alla nostra misura e al nostro desiderio. Convinti che il dato religioso, l’esperienza rituale diano garanzie di riuscita e di sicurezza. Dio può diventare un robot a nostra disposizione, da manovrare a nostro servizio, in funzione di noi.

II.

Ma forse occorre guardare tutto diversamente.
San Paolo, ricordando le vicende del popolo di Israele durante la traversata del deserto, afferma con chiarezza che la semplice partecipazione esterna a dati e eventi sacri, anche prodigiosi e salvifici, non assicura nulla a nessuno. Quanti uscirono dalla schiavitù egiziana, non entrarono poi nella terra promessa. Il loro peregrinare finì in un nulla di fatto.
È loro mancata la vera fede. Che significa?
Dio salva l’uomo, ma lo fa, cercando di stabilire un rapporto vero con lui.

Di per sé, Dio non abbisogna dell’uomo. Dio non arde consumando il roveto che avvolge con le sue fiamme. L’umano terrestre non gli serve per colmare chi sa quale suo vuoto.
Se Dio si apre all’uomo lo fa, solo per aprirgli il proprio mondo: la sua vita e la sua intimità.
Ma vuole che l’uomo Lo accolga, che anch’egli apra a Lui la propria intimità e la propria vita.
Certo Dio è pienezza di vita. A Dio non preme la propria soddisfatta e tronfia pienezza metafisica. Quanta accademia, quanti dibattiti su tutto questo! Anche un certo ‘discettare’, può diventare idolo, schema, compiacimento, desiderio di mettere le mani su Dio. Creare una rete argomentativa per catturarlo. Questo atteggiamento si manifesta anche nell’apparente banale discorrere: ‘secondo me dio dovrebbe, non doveva… Quanta supponenza. Si è più onniscienti di Dio stesso.

Certo Dio è l’Io sono; Lui è il fuoco che arde senza aver bisogno del roveto. Dio non ‘si nutre’ dell’uomo. Non se ne serve. È autosufficiente: è, in se stesso, pienezza di vita sempre nuova.

Ma lui si fa attento al grido dell’uomo, al suo gemito. Non si chiude, beato, nel proprio olimpo.
Si china verso l’uomo. Ascolta il gemito dell’uomo; avverte la sua situazione critica. Vuole venirgli incontro.

Nello stesso tempo, – e questo è ulteriore sorpresa – Dio vuole essere chiamato con il nome dell’uomo. L’IO SONO vuole essere IL DIO DI, e IL DIO CON: vuole essere chiamato con il nome dell’uomo al quale si rapporta e si lega. Il Dio di Abramo… il Dio di Francesco, il Dio tuo.

Dio si piega verso l’uomo, perché l’uomo si innalzi verso di lui.
Nello stesso tempo, Dio vuole che l’uomo porti frutto. Più che per sé, per dare piena soddisfazione all’uomo. Alla fin fine non gli interessa neppure le spine del rovo. Non resta bloccato dai peccati dell’uomo. Gli basta che l’uomo si immerga nel suo fuoco di amore. Là dentro anche il peccato sparisce, come assorbito dentro il fuoco divino. Dio desidera che l’uomo non stia ripiegato sul proprio peccato, sul proprio passato devastato. Gli chiede semplicemente di uscire da sé e di tuffarsi in lui.
L’uomo lasciato a se stesso, lascia dietro e dentro di sé solo rovine.

Dio, dunque, si attende che l’uomo porti frutto. Ora questo ‘portare frutto’ dice più di una cosa.

1. Indica che la persona umana ha raggiunto l’unitarietà in sé e con sé. Il portare frutto viene dall’impegnarsi di tutta la persona. È un processo unitario che parte dalle radici alla cima dell’albero, del suo essere. Il frutto esprime e accresce la persona. Mentre porta frutto, nello stesso momento si dilata nel proprio essere, provando un senso di pienezza e armonia. E di gioia intima.

In un carcere italiano, alcuni volontari hanno aperto un laboratorio dove i detenuti fabbricano violini. Essi vi si impegnano totalmente, trovando una sentita contentezza e una nuova amicizia.

2. Il portare frutto richiede tempo e pazienza. È evento di fecondità; la fecondità dice attesa, accompagnamento. Non ti assesti su una poltrona. Segui il processo di crescita.
Il frutto non è un risultato istantaneo; non è neppure un appagamento che viene dall’esterno di sé, da fuori. Non è stimolazione, ma pienezza che lievita in tutta la persona e dal di dentro.

Quanti anni, e quanti cambiamenti di caratelli di tipo di legni diversi ci vogliono per fare l’aceto balsamico, anche per ottenere anche una sola goccia da mettere sul gelato, per farlo ancora più buono, per dargli ancor più sapore. Ci vuole il giusto ambiente, il giusto legno, il tempo necessario.

Dio desidera la fecondità dell’uomo, la sua maturazione; cerca i suoi frutti. Aspetta che l’uomo gli dica: mi hai dato due, cinque ‘realtà’ a mia disposizione; te ne riporta quattro, dieci. A Dio non interessa il moltiplicarsi dei beni, ma la realizzazione soddisfatta dell’uomo. Che sia felice di essere se stesso nell’accoglimento di Dio.

3. La Parola biblica fa capire che il rapporto con Dio, la mistica autentica non è mai avulsa dal vissuto dell’uomo, dalla sua concretezza corporale e storica.
Chi sta in Dio, si fa attento all’uomo, perché Dio per primo si pone in ascolto del grido dell’uomo. Un genitore vero percepisce immediatamente la voce, il movimento, il pianto del figlio.
Chi ascolta la Parola di Dio, avverte anche il grido dell’uomo, percepisce il gemito dell’indigente e del ferito. Scende verso di lui.
La saggezza dei primi monaci del deserto diceva:
‘Se sei al settimo cielo e ti intrattieni con Dio, e senti che il povero bussa alla tua porta per chiederti il pane, scendi, dagli quello che ti chiede, poi risali al settimo cielo a continuare a stare con Dio, che ti si era presentato nel volto del povero. Se non lo riconosci nel povero, la tua preghiera è falsa.
Chi prega Dio, Lo riconosce presente in colui chi chiede aiuto o un favore.
L’incontro con Dio lo prepara all’incontro con l’uomo. Il dono, che Dio fa di sé all’uomo e che questi accoglie, lo porta a fare, a sua volta, dono di sé alle persone che la vita gli mette vicino.

La vita umana vale dunque se porta frutto, e se questo frutto terreno prepara il frutto eterno che non marcisce mai. Trovi solo quello che doni.

4. In tale prospettiva non si è in una azienda che si prefigge obiettivi a medio termine, a lungo termine… Lo stare in e con Dio, è sempre in ogni momento evento di pienezza. Perché Lui è la pienezza. Allora ogni attimo è pieno e porta frutto.
Esci dalla mormorazione contro Dio; non lo accusi. Ci stai con piena fiducia.
L’evento di fecondità suprema del Cristo è stato il suo morire sulla Croce.
Il Cristo è il chicco di grano: se muore, non resta solo, morendo di aridità, ma porta molto frutto: aprendo ad ogni uomo l’accesso a Dio. Oggi sarai con me in Paradio.
È l’oggi di ogni giorno e per ogni uomo. Perché Dio non è al di là e al di fuori; è accanto a te; è dentro di te. Come un lievito, che feconda tutta la tua persona e la tua vita.
Non è vana, né invano la vita. La tua.

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2019 in Omelie

 

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