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Omelia di don Giorgio – IV domenica di Quaresima – anno A

Gli disse Gesù: «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui». Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. ”  Gv 9, 37-38

 

IN TEMPI DI CORONA VIRUS

In un momento come il nostro di pandemia è molto facile finire per essere gli ‘amici’ di Giobbe, ridotto male, privato di tutto, con la scabbia, che si gratta con dei cocci: sei nel peccato. Questo il verdetto di Dio.
Amici che san tutto, anche di Dio e più di Dio e del suo agire verso l’uomo.
Amici teologi. Amici saputi. Teologi scienziati. Scienziati clericali.

Giobbe è peccatore, non c’è altra spiegazione dei suoi mali. I mali che lo colpiscono attestano il male che ha fatto e la giustizia di Dio.

Giobbe è capitato male. In un momento in cui la scienza non aveva finito la sua ricerca, non aveva ancora posto tutto sotto controllo. Bastava una preparazione più adeguata e una organizzazione più perfetta. L’avremmo salvato e avremmo risolto i problemi.
Ritardo e inefficienza.

Nel frattempo i camion della morte trasportano i morti.
File di bare per essere consumate. Al più presto. Senza cerimonia, che è il meno, e senza neppure i saluti dei tuoi, che è il più.

Sinistri forni crematori di appestati chiusi tra blocchi a impedire uscita e entrata.

Che accade?

Si può azzardare a dire: l’uomo, lasciato a se stesso, è qui che giunge.
La sicurezza cercata, costruita con muri di protezione ed esclusione si è rivelata un effetto boomerang.
Barriere. Chiusure di stati. Stati sovrani.
Difesa delle barriere, controlli a tappeto. Reticolati.

Una sicurezza economica finanziaria, per una produzione illimitata si tira la zappa sui piedi.
Siamo tutti in trappola, in carcere, con qualche ora di aria in cortile. In miliardi. Prigionieri in casa.
Quello che si voleva custodire per sé, con esclusione di altri, si ritorce contro. Libertà prigioniera.

Tutto avviene in maniera infida, subdola.
Un virus invisibile, non potente ma devastante. Sfugge i controlli. Li irride sprezzante.

Qualcosa di analogo al principe dell’aria, il nemico diabolico.
Che agisce come clima, come atmosfera, come pulviscolo; eliminabile con poco e in breve; ma che intanto agisce in modo devastante.

Si può dire questo?
È bastante?

Anche in epoche di ‘cristianità’ ci sono stati eccidi e pesti.
Una cristianità arrogante o comunque alleata col potere, con l’affare, con la conquista e il possesso di terre, persone e ricchezze.

Gli Auschwitz come volto manifesto dell’Uomo assolutizzato.
Il superuomo ha creato ‘l’inumano’, l’impossibile umano, il male banale eseguito da gente osservante e scrupolosa. Coscienziosa.

Prima avevano internato pazzi, omosessuali. Il lazzaretto per lo sterminio.
Esercizi di apprendistato.

Ci si trova davanti a qualcosa che ci supera, che ci schiaccia.
Ognuno reagisce a modo suo. Per quanto tempo, nessuno sa.
E dopo? Intanto facciamoci iniezioni di coraggio.

II.

Possiamo leggere sotto altra luce.

Partiamo dal vangelo di Giovanni di questa domenica. La guarigione dell’uomo cieco fin dalla nascita.

Stando a Gesù Cristo si può dire: siamo tutti ciechi.
In un modo o un altro non vediamo, tutti non vediamo, nessuno escluso.
O perché siamo così, senza immediata colpa personale, fin dalla nascita.

O ciechi, perché non si vuol vedere, ritenendosi vedenti, capaci di vederci e vederci bene.
Non c’è più sordo di chi non vuol sentire; ma anche: non c’è più cieco di chi non vuol vedere.

Interessante che nella narrazione della guarigione del cieco nato
si richiami un decreto di esclusione, di discriminazione: chi riconosceva Gesù come il Messia veniva escluso dalla Sinagoga.
Meccanismo antico. Esclusione. Epurazione.

 

Alcuni elementi sono decisivi nel racconto del cieco nato.

Cristo non entra nel gioco dello stabilire la colpa di chi, dell’uno o dell’altro. È un gioco a scarica barile che non porta a nulla. Per Cristo conta il partire dalla situazione in cui ci si trova. Non vedo e basta.
Approfittare della situazione. per operare un ravvedimento. Un ripensare globale al senso e al valore della vita. E della vita sociale. La vita è data a qual fine? Dove porta? Che senso ha il vivere insieme?
Cristo non obbliga nessuno a nulla. Spinge a vedere e ravvedersi. Agisce indicando prospettive di soluzione, ma lascia libere le persone di fare il passo. Dice a sufficienza perché, chi vuole, possa vedere, capire, decidere.
Infine rimette l’uomo in situazione, in condizione di riprendere in mano la vita e ripartire.

Cristo fa un gesto strano: fa del fango con la saliva messa su un po’ di terra. Mette poi il fango sugli occhi di colui che non vede.
Gesto strano. Una presa in giro? O una evocazione?
L’uomo del mondo biblico lo intuisce. Il primo uomo, Dio l’ha creato con del fango, con della terra. Adam, adamah, dalla terra, di terra. Il gesto del Cristo è azione simbolica. Allude alla prima creazione. Le sue Mani sono le mani del Creatore. Lui può ricreare.

Manda poi il cieco a lavarsi alla piscina dal nome singolare. Piscina di Siloe, Inviato. Gesto astuto. Provocatorio.
Cristo vuol aiutare a stabilire una associazione tra il nome della piscia e il proprio essere personale. La piscina porta il proprio nome. Lui che invia in realtà è l’inviato.
Verrà percepito?
Si apriranno davvero gli occhi, anche dopo aver recuperato la vista?

O si difenderanno anche davanti al fatto compiuto? Fino a negarlo, loro che dicevano ‘stiamo ai fatti’.

Il cieco non sa come è fatto il Cristo, non ne sa volto e nome. Lo ignora.
Nei vari resoconti, che è costretto a fare a chi lo interroga sulla guarigione, per rendere ragione dell’accaduto, aumenta in lui la percezione del Cristo.

All’inizio è l’uomo Gesù.
Poi è un profeta, e lo afferma contro chi definisce Cristo un peccatore che trasgredisce l’osservanza del sabato. Ma come si concilia lo stato di peccato con l’azione buona?
I farisei non sanno da dove viene Gesù, eppure loro vogliono condannarlo mentre il cieco adesso ci vede ed è grazie a Lui; segno questo, che lui viene da Dio.
Peccatore non è Gesù, ma neppure il cieco… o comunque non solo lui.
Peccatori finiscono per diventarlo i farisei, i quali così attestano di essere ciechi davvero, di una cecità peggiore di quella fisica.

Poi si ha come un incontro casuale tra il cieco e il Cristo che lo interpella, come per compiere in pienezza il segno operato.
Lo porta a vedere: dietro e dentro quell’uomo profeta c’è il Figlio dell’Uomo.
Anche qui: Cristo non abbaglia. Si lascia intravedere.
Figlio dell’uomo non si limita a dire che è un uomo, dice che è un uomo di Dio; è anzi L’Inviato da e di Dio. è il Messia atteso.
Ma allora merita l’adorazione.
Ma allora la vita umana ha un senso: quello che dice e fa il cieco.
Credo Signore!
E si prostrò innanzi a lui.
Riconoscimento, atto di fede, atto di adorazione.

Si, il tutto è stato finalizzato per manifestare la gloria di Dio.
E la gloria di Dio è l’uomo vivente.

 

Il cammino del cieco può divenire il nostro cammino.
Di persone singole.
Di credenti ‘non credenti’ chiamate a credere davvero.
Di società, nazioni, popoli.
Cristo non vuole dominare.

È Figlio dell’uomo per realizzare in pieno i figli degli uomini; che lo siano fino in fondo;
fino ad adorare il Figlio dell’uomo, divenendo essi stessi partecipi della sua divinità creatrice e salvatrice.
Di Lui origine e destino ultimo.

Dentro un mistero di libertà che sconcerta
E che pure esalta.
In una società che ama l’estremo, i giochi estremi. Quello che Cristo provoca è un gioco estremo. Che è poi il gioco della vita.

Il gioco della fede è davvero il gioco estremo.
Lanciarsi nell’abisso di Dio.
Non si cade che in Dio, non si vola che in Lui.
Credo Signore.
Aiuta la mia fede. La nostra fede.

Aiutaci a riprendere in verità il cammino della nostra vita.

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Pubblicato da su 22 marzo 2020 in Omelie

 

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