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Omelia di don Giorgio – SS. Trinità – Anno A

« In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. » (Gv 3,16)

I

a.

Parlare di trinità e addirittura farne una festa suona strano ed estraneo, fuori posto e fuori tempo.
I dati divulgati dai mass media e le urgenze incombenti per l’uomo contemporaneo sono altra cosa e hanno attese diverse.

Se la politica è avvertita lontana dalla gente, anche il discorso religioso può sembrare lontano o comunque inutile.
Le questioni determinanti sono l’andamento della finanza e dell’epidemia del COVID 19.

b.

Nello stesso tempo si va in cerca di Dio con metodi scientifici sperando di trovare la molecola di Dio. La particella di Dio.
Se è poco credibile che il semplice metodo scientifico esaurisca la conoscenza del mistero della
persona umana, tanto meno credibile lo sarà nei confronti di Dio.

Si cerca di trovare Dio nella profondità della natura e in alto, oltre i pianeti e le galassie.

Ma se per caso dal profondo e dall’alto proprio Dio, in qualche modo si fosse reso percepibile, anzi: visibile, palpabile, udibile?

Marc Chagall, “Abramo e i tre angeli”, 1935-60 circa, Musée National Marc Chagall, Nizza

Perché non prendere in considerazione tale eventualità.
E potrebbe darsi che Dio, proprio perché Dio, si sia manifestato in modo diverso da quello pensato da noi.
Se è Dio a manifestarsi, potrebbe averci spiazzati.

II

Il dato della Trinità può ben essere un modo molto singolare con cui Dio ha spiazzato la nostra ragione, le nostre attese, i nostri sogni e i nostri desideri.

Intanto va osservata la stranezza del termine trinità.
Esso non compare negli scritti del NT.
Esso non coincide neppure con i lemmi triadico e ternario.
Il termine più antico per dire la ‘trinità’ è triàs triade, con l’aggiunta di aghìa, santa.

Si tratta di un neologismo, una parola creata appositamente per dire il contenuto che si vuole esprimere, il contenuto fatto palesare da Cristo.

Cristo si è messo e presentato nel ‘rango’ di Dio, collegato con ‘il Dio’ che lui chiama Padre e collegato con una presenza divina singolare che lui chiama Spirito santo, Spirito di verità.

Questo discorso si presenta da subito spiazzante per la ragione e per le fedi circolanti.

La mente umana e le varie religiosità hanno sempre oscillato tra monoteismo rigido e politeismo indefinito, molteplice.
Si dà un Dio solo, che deve esse Uno; perché il molteplice è negatività;
Si danno una serie indefinita di divinità, come lo sono gli aspetti e le forme della vita.
Le due posizioni sono inconciliabili.

Questo dato di fatto, che si è verificato all’inizio del cristianesimo, si è ripresentato più volte all’interno della storia dell’umanità.

La cosa sorprendente è che, quanto ha presentato e vissuto di Dio il Cristo, si piazza, si colloca precisamente nel punto di intersezione dei due estremi.
Di fatto Cristo parla di unità (che mantiene l’affermazione il riconoscimento dell’ ‘uno’) e anche di tre realtà unite, dimensione che mantiene l’aspetto della molteplicità.

Questo è quanto si è voluto esprimere con il termine Trinità, che unisce in sé le due dimensioni;
si dà dunque Tres e unitas. Si vuole esprimere contemporaneamente l’unità e la molteplicità, come la caratteristica con la quale è stato presentato il Dio di Gesù Cristo.

III

Ciò che sorprende nel parlare del Cristo è il tono con il quale parla del suo rapporto con il Dio Padre e il Dio Spirito.
Ma sorprende anche la povertà del linguaggio usato. In che senso?

Il tono delle parole di Cristo su Dio il Padre è un tono pacato, calmo: fluisce come un fiume,
non ha nulla di invasato, di estatico. Ne parla come della cosa più normale. Ne parla come uno che è di casa, che è intimo alla realtà divina. Mostra di sapere le cose, senza atteggiarsi.
Fa continuamente riferimento al Padre. È venuto per farne la volontà, che è il suo cibo. Opera in accordo col Padre; fa quello che vede fare dal Padre. È da lui che ha avuto vita, autorità. Gli stessi apostoli che le seguono sono indicati dal Padre: sono quelli che tu mi hai dato.

Con il Padre Cristo vive il momento glorioso della Trasfigurazione ma anche il momento doloroso della passione, dell’andare al Golgota con il legno per essere crocifisso. Muore chiamando il Padre per dirgli di sentirsi abbandonato da lui; ma anche per dirgli che gli consegna se stesso, la propria vita. Il Padre è presente all’inizio della sua vita terrena, della sua missione, ed è presente alla fine. Egli dal Padre viene, al Padre ritorna. Facendo sempre quello che piace al Padre.

Lo stesso si può dire dello Spirito Santo. Spirito che introduce il Figlio di Dio nella carne, in un corpo umano; Spirito che Cristo lascia uscire da sé al momento della morte.

Le parole del Cristo, per dire la sua relazione col Padre e lo Spirito, sono di una semplicità disarmante. Poche parole per dire l’infinito. Sono poche le note musicali, ma sono infinite le sinfonie elaborate.
Così in Dio.
Gesù dice: io sono nel Padre, il Padre è in me; io vivo per il Padre; il Padre mi ama; io e il Padre siamo uno. Il Padre ha messo tutto nelle mie mani. Io conosco il Padre, il Padre conosce me. Vi manderò lo Spirito che prenderà del mio e ve lo comunicherà.

IV

Torniamo a noi. Torniamo a terra.
La cosa sorprendente è che la situazione di quarantena che abbiamo dovuto vivere, ha messo in luce l’aspetto centrale della vita trinitaria. È paradossale ma vero.

Molte persone interpellate hanno detto che in questo periodo hanno riscoperto il valore delle relazioni personali in famiglia. Persone che praticamente erano assenti dalla vita di famiglia si sono ritrovate a scoprire e vivere rapporti più intensi. Nel mentre stesso che una convivenza stretta e prolungata evidenziava i limiti e i difetti delle persone. Il papà, praticamente assente, ha riscoperto i figli, ritrovando tempo e modo di stare con loro. Prima sembrava ignorarli, adesso li vede, si relaziona con loro, passa del tempo con loro.

Cosa è geniale infatti in questo Dio uno e Trino?
Che Dio è relazione di tre persone che si amano. All’inizio di tutto non c’è la solitudine gelida e solitaria di un assoluto, ma la realtà di un Amore Vivo. Dio è vita di amore e l’amore è vita. E la vita è relazione di persone.

È vinta la solitudine; ma anche la dispersione.
Dio è relazione unitaria di tre persone non di un numero indeterminato di persone.
Esse si rapportano in modo tale da essere pienamente se stesse proprio in tale relazione.
Non si tratta di una relazione generica ma specifica, costitutiva, realizzante. Quella relazione in cui una persona gioca tutto se stessa.

Questo che caratterizza Dio, è stato aperto da Dio stesso all’Umanità nel suo insieme e alla Chiesa.

Per l’Umanità possiamo pensare alla coppia umana che diviene famiglia. E poi famiglia allargata.

Per quanto riguarda la Chiesa possiamo dire che essa è la realtà di quelli che abbracciano la fede in Cristo, il quale quella Chiesa ha voluto.
L’ha voluta in Maria. L’ha voluta negli apostoli e discepoli, alla fin fine l’ha voluta per tutti gli uomini, cosmo e mondo animale compresi.

Ha voluto e donato, a quanti credono in Lui, di vivere in comunione di amore tra loro.

In fondo Cristo non fa che comunicare la sua vita, il suo ambito di vita.

Non fa altro che donare e chiedere di vivere la vita delle relazioni trinitarie.

In fondo i cristiani dovrebbero essere il riflesso della vita trinitaria.
È un mistero senza fondo.

È quello che dice esplicitamente la prima lettera di Giovanni:

1 Colui che era fin dal principio, colui che noi abbiamo sentito, colui che abbiamo veduto con i nostri occhi, colui che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita – 2 poiché la vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta e ne diamo testimonianza e vi annunziamo questa vita eterna che era presso il Padre e che si è manifestata a noi -, 3 colui che abbiamo veduto e sentito lo annunziamo a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi.
La nostra comunione è con il Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo. 4 E noi scriviamo queste cose affinché la nostra gioia sia piena. 5 Questo è il messaggio che abbiamo sentito da lui e che vi annunziamo: Dio è luce e in lui non vi sono affatto tenebre. 6 Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non operiamo la verità. 7 Se invece camminiamo nella luce, come lui è nella luce, noi siamo in comunione gli uni con gli altri e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.
       (1Gv 1,1-7)

Questa è la dimensione di vita cristiana.
La prendessimo sul serio, cosa non saremmo noi, senza smarrirci in tante sperimentazioni diverse di qualsiasi tipo. La prendessimo sul serio, troveremmo anche la fonte vera e inesauribile della gioia, della gioia piena, che supera lamentele continue, recriminazioni senza fine.

Ma per arrivare a questo, siamo chiamati a contemplare questo mistero. Sentirne il sapore e la profondità, perdersi in questo mistero.
Non staccare il cuore e la mente da questa realtà. Starci. Guardarla. Rileggere i capitoli del vangelo di Giovanni che raccontano i dialoghi di Gesù durante l’ultima cena.

Dio è flusso di vita continua.
Esiste Dio?
Esiste la vita? Sì la vita esiste, ci siamo dentro.
Ora la vita è Dio e Dio è la vita. E la vita è luce di vita.

Che dal bozzolo del bruco nasca la farfalla macaone molto bella, molto delicata e rara, è una cosa sorprendente, che desta meraviglia.
Ma Dio è questo.
È vita, travaglio di vita, passaggio di vita, è pienezza di colori, volo, danza. Dio è danza.
L’universo tutto danza, quasi a far percepire le vibrazioni di vita i Dio stesso.
Dio è tutto fuorché immobile. È esplosione di vita nelle forme più incredibili. Come attesta la molteplicità di fiori, di volatili, di pesci.

Noi ammiriamo e premiamo i geni umani, i geni che hanno fatto grande musica, hanno fatto grandi scoperte o brevettato certe macchine, certi meccanismi.

Perché Dio dovrebbe essere da meno di questi geni umani?
Dio è il genio geniale assoluto. Cosa che lo può essere, solo uno che ama in assoluto.
Di cosa non è capace di fare e dire uno che ama!
Bene, Dio è realtà di tre persone che si amano alla follia.
Il che vuol dire per sempre e sempre nuove nella totalità del loro essere e nell’espressione la più ampia possibile.

Amando saremo simili a Dio. questo ci è stato promesso da uno della Trinità, da Cristo.
Lui che è impronta, calco della realtà divina.
Stando in Cristo stiamo in Dio. entrando in risonanza e in consonanza col modo di sentire e fare del Cristo, noi entriamo in Dio uno e trino.
Stando in Cristo siamo noi stessi e siamo in relazione gli uni con gli altri nella verità e nell’amore.

Essere persone trinitarie.
Essere persone autentiche.
Proviamo a vivere così. Senza esaltazioni, ma in verità e amore sincero e fattivo.

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Pubblicato da su 7 giugno 2020 in Omelie

 

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Trinità – Omelia di don Giorgio

Festa della santa Triade, della Trinità, della Tres/Unitas.

Andrej Rublev – La Santissima Trinità (detta dell’Antico Testamento) –     1430 ca – Mosca, Galleria Tretjakov

Forse ancora oggi la ‘Trinità’ cristiana appare come un rebus, un rompi capo,
pura fantascienza. Comunque una faccenda irrilevante. Fuori del reale.
La tecnica, l’economia, la scienza scientifica: possono fare a meno…
E forse certe forme di pensiero e vita cristiani. Molta preghiera ‘cristiana’
di fatto rischia di ignorala.

Eppure accade un fatto: la compresenza di diverse religioni e credenze
rende di nuovo presente l’esigenza di capire e di capirsi.

È divenuto abituale, uso corrente, parlare dei tre grandi ‘monoteismi’
in riferimento all’Ebraismo, al Cristianesimo e al Musulmanesimo.

In realtà le cose non sono così semplici, come può sembrare a un primo
colpo d’occhio.

Se non altro, ebraismo e musulmanesimo hanno da ridire sul concetto cristiano del Dio Trino.
E il Dio Uno e Trino, sta stretto dentro il puro, il rigido mono/teismo.

Eppure può anche essere che la santa Triade sia più ‘semplice’ di quanto non sembri.
Semplice non vuol dire superficiale.
La pozzanghera non è l’oceano. L’oceano è un’altra cosa.
E fare il bagno in una pozza o nell’acqua dell’oceano-mare è molto diverso.

Teniamo ferme alcune idee.

I.

A.

Diciamo che Dio è Amore.
Ora se uno è solo (mono) e da solo, non ama.
Minimo bisogna essere in due per amare.
Ma anche tra due, può accadere che ci si chiuda in se stessi,
finendo poi per usarsi, per strumentalizzarsi.

Allora i due si aprono a una terza presenza: frutto e segno del loro amore.
I due si ‘dimenticano’ per donarsi alla terza persona.
Questa è anche la verifica che i due amano,
che sono felici di chiamare, al proprio interno, quella terza presenza.

Così l’amore circola, prende forma e ritmo. Danza.

B.

Si può davvero ‘coniugare’…
Io, dice: Tu.
Io e Tu dicono; Lui, egli.

Ognuno di queste tre persone dicono e si dicono a vicenda:
Io, Tu, Lui.

Poi si guardano e dicono: Noi.

E ogni persona può dire alle altre due: voi.

Poi, da questa apertura di amore interno,
si aprono fuori del loro ambito, del loro ambiente.

E dicono: loro.
In questo loro, ci sono le altre persone….
Ci sono tutte le cose create…
Noi li chiamiamo: ‘i dati’.
Appunto: è vero, sono dati, donati.
Donati da chi ama e per chi è amato.
Tutto è dato. Tutto è donato.

II.

In questa vicenda di amore prende volto Dio,
ma anche l’Umanità; ma anche tutto l’universo.

Il Dio biblico ha creato l’Umanità uguale a sé.

a.

L’uomo può mettere nome.
È un gesto simile all’atto del creare.
È bello creare. Il poeta. L’artigiano. Il compositore. Il pittore.

b.

L’Umanità è pensata da Dio come maschio e come femmina;
come uomo e donna.
Persone distinte, ma protese l’una verso l’altra.
Si è se stessi, nel dono.
Il dono conferma la persona. Tu sei. Ti amo.
Nell’amarti, mi accorgo di me, nei tuoi occhi,
nella tua presenza.
Ci avvertiamo distinti, ma anche destinati l’uno all’altra.
Ci diciamo: noi. Siamo protesi verso essere noi una realtà unita.

Mentre ci guardiamo, ci diciamo:
perché tenere per noi tutto questo?
Chiamiamo una terza persona a partire da noi.
Chiamiamo un figlio: che venga dalla nostra carne.
Ma che l’Amore grande, doni anche a lui un soffio
della sua vita divina.
Noi creati, diventiamo pro-creatori; procreiamo.
La creazione diviene in noi e con noi procreazione.

Siamo famiglia. Siamo casa.
Mettiamo finestre e porte.
Ma non spranghiamo finestre e porte.
Dopo un po’ manca l’aria. Si muore di asfissia.
Occorre aprire. Aprirsi.
Teniamo la porta socchiusa.

Ci spalanchiamo su un mondo di cose e di persone.
Ci avventuriamo fuori di noi, portando fuori l’amore che
viviamo e che ci abita.
Siamo casa, perché abitati dall’Amore.

III.

Questi piccoli rilievi ci aiutano a capire
Chi è Dio
E come vuole che viviamo.

La vita di amore della santa Triade,
ci dà il diapason per eseguire noi la nostra musica, il nostro canto.
Si tratta di ac/cordare per essere concordi.
Se la voce o lo strumento sono scordati, non funziona.
Occorre ogni volta accordare.
Anche i passi della danza devono essere concordi nel loro movimento.
Allora nascono la musica, la danza, la festa, la gioia.

Tutto questo, vissuto in pienezza e eseguito alla perfezione, è Dio.

Noi tentiamo di avvicinarsi a questo Dio.

Per quanto poveri, siamo chiamati a questo mistero.
Che è poi il mistero della nostra vita.

La Santa Triade ci ha detto di sé.
Ma nel dire di sé, ha detto di noi e ha detto per noi.

Siamo chiamati a essere persone trinitarie.
Capaci di amare e fare passare il nostro amore.

Se ci teniamo ‘collegati’ a Dio,
allora anche il nostro amore vive,
il nostro cuore danza, il nostro corpo è in festa.

Occorre avere presente questa specie di regola.
Prende forma e resta per sempre quello che si riceve in dono
e lo si dona a nostra volta.

Chi si impossessa del dono lo raggela,
il cuore diventa freddo, tutti i rapporti si fanno freddi.
Poi conflittuali: guerre e uccisioni.

Lo Spirito Santo è fuoco e vento, acqua e danza:
spira dal Padre verso il Figlio.
Spira su di noi.
Se ci lasciamo condurre, si arriva in alto,
a quelle altezze che qualche volta abbiamo avvertito.

Siamo un po’ tutti come imbarcazioni a vela:
se prendiamo vento, il Vento dello Spirito,
allora si procede,
e si sperimenta che il Signore Gesù
ci vuole comunicare l’amore del Padre
e la gioia dello Spirito.
Perché la nostra gioia sia piena.

Quando sei triste, significa che non ami.
Se sei gioioso, il tuo cuore ha fatto posto all’Amore.
All’amore vero; quello delle Tre divine Persone
che si amano all’infinito e in pienezza.
Questo è Dio.
Ma Dio è per noi.
E noi siamo per lui, per accoglierlo in noi e tra noi.

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Pubblicato da su 17 giugno 2019 in Omelie

 

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Pentecoste – Omelia di don Giorgio

Pentecoste di luce di Verità e di fuoco di Amore

Festa di Pentecoste, festa dello Spirito Santo.
Lo Spirito santo è lo Spirito del Cristo.
Lo Spirito ha introdotto il Verbo Figlio di Dio nel grembo
di Maria per prendere la carne e farsi uomo.

È anche nello Spirito che Gesù cresceva.
Custodendo in sé lo Spirito medesimo.
Per questo si è presentato come sorgente di acqua viva, zampillante
di vita eterna, alla donna di Samaria.
Il pozzo è il suo stesso essere, è la sua stessa profondità.
Di qui viene il suo dono.

Per questo, mettendosi vicino a una fontana nella piazza centrale
Cristo ha gridato: Chi ha sete venga a me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal petto,
il suo e poi da quello di ogni credente.
Sgorgheranno Acqua e Spirito, a dissetare cuori aridi.

Trafitto sulla croce, il Cristo fa uscire dal suo costato sangue e acqua,
segno questa dello Spirito.

Ma prima, sulla croce, quando sta per morire, ‘spira’ lo Spirito.
Lo fa uscire dal suo andare alla morte. Se lui va, viene lo Spirito.
Meglio così.
Lo Spirito, come soffio, sorvola il caos storico che sta avvenendo in quelle ore.
Come a fecondare di vita la morte del Cristo.
Che così può uscire dalla vana insensatezza della stoltezza umana,
che può solo la morte, se staccata dalla sorgente della vita.

Una volta Risorto Cristo entra nel cenacolo a porte chiuse e alita lo Spirito,
per il perdono dei peccati. A chi li rimetterete resteranno rimessi.
L’uomo può ergersi di nuovo nella statura della sua dignità umana.
Dà avvio a una possibile nuova umanità. ‘Io faccio nuove tutte le cose’.

Alla Pentecoste ‘ufficiale’, quella legata alla ‘pentecoste’ ebraica,
lo Spirito scende sugli apostoli come un fuoco che si divide
in tante fiammelle e si posa sulla testa degli apostoli.

Nel Cenacolo, appena qualche giorno prima, Cristo aveva spezzato e offerto il pane,
il suo corpo; aveva offerto nel vino il suo sangue, carico anche di ebbrezza.

Ma lui stesso aveva detto: la carne non giova a nulla.
I padri della Chiesa non hanno esitato a dire che
anche la ‘carne eucaristica’ senza lo Spirito non giova a nulla.
È una eucaristia arida senza lo Spirito.
Senza la Memoria che invoca e fa presente lo Spirito,
l’Eucaristia è lettera morta, che può dare la morte.
È una liturgia squallida, trasandata, segno ‘sociale’ non di fede viva; frequenza ma non
Partecipazione; si assiste senza lasciarsi coinvolgere fino alla radice
Del proprio essere e del proprio convivere. Gli altri sono ‘altri’: restino altri.

Anche per questo Cristo ha affidato se stesso alla memoria dei suoi.
Ma più in profondità si è consegnato alla Memoria dello Spirito Santo.
Lo Spirito è Memoria, Memoria della Vita divina ma anche dell’esistenza del Cristo.

Per questo il Cristo adesso, in qualche modo, divide il fuoco, il suo Spirito.
Ha diviso il suo corpo per donarlo a ognuno dei commensali.
Adesso divide l’unico fuoco in molteplici fiammelle di fuoco,
una per ogni singola persona presente nel cenacolo.

La persona umana è corpo, anima/psiche e spirito.
La persona che non ascende alla cima di sé
e non scende nella profondità di sé,
non è più ‘persona’; si riduce a una vita psichica-animale.
Ma così il suo cuore è inquieto e i rapporti con gli altri
sono conflittuali, tesi e anche odiosi.

Se non si rinasce dall’alto, se non si fa sì che il Fuoco dello Spirito elimini
le scorie che ostruiscono la libera vita umana,
si resta sepolti nel proprio io egoico. Si può conquistare
il mondo, raggiungere un alto livello di tecnologia,
ma la parte più vera di noi resta soffocata. A volte geme.

È la sua fortuna: può aprirsi, evadere da sé, può provare
l’ebbrezza dello spirito, la voglia di danzare
e il desiderio d’amare e essere amati.

Adesso tutti quelli che hanno ricevuto il fuoco/Spirito, fuori dal chiuso cenacolo,
ripieni di spirito, adesso possono essere capiti da tutti quelli
che parlano le varie lingue: tra gli uomini adesso ci si può capire.
Il fuoco dello Spirito sostiene e alimenta l’amore vicendevole.
L’amore vero è la nuova lingua universale.

In tutto questo lo Spirito si mostra essere è l’esatto opposto di tutte le negatività.
Dalla Tenebra alla luce; dalla malattia alla guarigione; dal freddo al calore,
dalla Stoltezza alla sapienza; dall’Odio all’amore,
dall’Invidia alla condivisione benevola.

Lo Spirito ci dona e ci chiede di essere i doni di cui ci fa dono.
Ci chiede di essere come lui: luce, fonte di gioia, di amore, di servizio,
di condivisione, di consolazione.

Lo Spirito fa nuova ogni cosa: i nostri cuori, i nostri rapporti, la nostra vita.
Così si può non essere più moribondi e falliti, ma amati e custoditi dal suo amore.

Occorre vivere in questa luce e in questa prospettiva.
Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore.

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Pubblicato da su 12 giugno 2019 in Omelie

 

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