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Archivio mensile:aprile 2019

Adorazione eucaristica

ostensorio

L’ Adorazione Eucaristica
è stata spostata a
Venerdi  3 maggio  alle 21, 45 (circa)
dopo la messa delle ore 21,15

sempre in chiesa a Giogoli

 
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Pubblicato da su 30 aprile 2019 in Celebrazioni

 

Omelia di don Giorgio

Omelia sul Vangelo della III domenica di Pasqua C

“Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora».
Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.
Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.”
Gv 21, 9-13

 


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Quando ci si mette davanti al cristianesimo, senza pregiudizi, sorprende che all’inizio del suo sorgere e diffondersi ci sono fatti, episodi della vita del Cristo, affiancati da discorsi. Ma ciò che più conta e fonda la fede cristiana sono gli eventi, i fatti. E, dunque, esperienze.
Tra questi quello fondante è la resurrezione del Cristo dai morti. L’evento in sé resta nascosto. Perché ‘fora’, supera la storia, oltre il nostro spazio-tempo. Ma dall’oltre è Cristo stesso che ritorna nella storia sulla terra per farsi vedere, per farsi riconoscere. Per creare un legame tra l’attuale condizione e la sua vita trascorsa sulla terra con i suoi amici.

Proviamo per un attimo a sospendere le nostre riserve sulla veridicità di questi fatti raccontati.
Mettiamoci davanti ai racconti in modo semplice, per coglierli nella loro portata.

Saranno ‘inventati’; eppure sono di una semplicità disarmante, tanto da profumare di vero.
Non ci sono abbellimenti, accomodamenti.
Si tratta di un raccontare piano, che ha tutto il sapore di una esperienza concreta che ha segnato la persona e la vita degli apostoli, dei primi credenti in Cristo. Un racconto che registra, che ricorda il vissuto.

Dopo la morte del Cristo, Pietro, con i piedi a terra e con molto realismo, crede bene di tornare a casa, a riprendere la vita di prima, quella di pescatore.
Il tempo trascorso col Cristo è stato affascinante, è stata una bella parentesi, ma di parentesi si tratta.
È meglio ritornare alla realtà delle cose.
Così Pietro decide di andare a pescare; altri amici vanno con lui.
È stato un tentativo, ma è andato a vuoto. La pesca è stata una fatica inutile.
All’alba un personaggio sulla riva del lago dice a lui e ai suoi compagni di gettare comunque la rete dalla parte destra della barca.
Prendono una quantità di pesci.

A questo punto scatta il riconoscimento di quel personaggio in riva al lago.
Il grido primo è del discepolo amato. Un grido che sembra un normale atto di riconoscimento, ma non lo è.

Il discepolo non solo lo riconosce, ma lo vede nella giusta luce: lo vede come il Dio che aveva detto il proprio nome a Mosè dal di dentro del roveto ardente.
Il discepolo grida il suo stupore e dice: il Signore è; questo evoca IHWH, l’Io sono.
Cristo è visto come il roveto; una presenza fisica, corporale, ma avvolta dal fuoco della Gloria. Da una condizione diversa da quella terrena.
In questo momento si compie quanto Cristo aveva promesso: quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora conoscere che Io sono (Gv 8,28).

Il discepolo riconosce e grida. Ma rimane sulla barca.
Simon Pietro non resiste. Vuole andare incontro al Signore.
Si vede nudo; si avverte nudo, come Adamo ed Eva dopo il peccato. Davanti al Signore, si avverte vuoto, peccatore, povero.
Si riveste alla meglio e si tuffa in acqua.
Vive come un battesimo, fa la traversata di fede, va verso lui, il Risorto dai morti.

Quando arriva a terra scopre che Cristo sta accanto a un fuoco di rovi che lui deve avere acceso.
È una situazione carica di significato. Il semplice presenziarsi vicino al fuoco di rovi diventa significativo. Ormai gli apostoli, il prediletto certamente, hanno imparato, sanno che con Cristo ogni particolare parla.
Cristo che si fa trovare vicino al fuoco dei rovi, evoca il roveto ardente, una prima parabola vivente di Dio. Dio si era detto in quell’immagine viva, ardente.
Il Dio fuoco abbraccia i rovi, con le spine, senza consumarli. Questo è Dio: un Dio che abbraccia l’uomo, anche se povero, anche se misero, limitato e anche peccatore, pieno di spine.

Adesso, in questa alba di resurrezione, il roveto dice il corpo del Cristo avvolto dalla gloria della sua nuova condizione. Cristo è il nuovo roveto. Eterno.
Cristo non abbandona il suo corpo, lo porta con sé nella Luce di Dio. Ormai è parte di sé, è parte del suo vissuto. Quel suo corpo è Lui, è la sua storia. Gli episodi della sua vita stanno in lui come i vari anelli cresciuti nel tronco di un albero. Ci son tutti e segnano la sua realtà attuale.
Il suo corpo non è abbandonato.
Il corpo entra nell’ambiente divino. Il carbone è diventato diamante. La composizione chimica è la stessa, ma lo stato è diverso. Dall’opaco buio al luminoso splendore. Paolo dice agli abitanti di Corinto: nella resurrezione dei morti, si semina corruttibile risorge incorruttibile, si semina vile e risorge luminoso, si semina debole risorge potente, si semina un corpo psichico, risorge spirituale, abitato dal Pneuma. Il primo uomo/Adamo divenne una psiche vivente, il secondo Adamo spirito datore di vita (1Cor 15,41-45).

Prima di questo momento, in Dio, il corpo non c’era; adesso il corpo abita lo spazio di Dio.
È il nuovo, il nuovissimo, l’assoluto nuovo. Impensato. Ma reale.

Ma la gloria e la nuova condizione non impediscono a Cristo l’umano.
Anzi, egli fa un gesto umanissimo: chiede ai suoi amici di portagli del pesce appena pescato, per cuocerlo e poi invitarli a mangiare.

È qui che scatta in noi un pensiero: vero o non vero quanto vien detto,
è comunque incredibile che il primo momento di Gloria, Cristo lo passi coi suoi; che il primo ingresso nell’eterno si pieghi nel tempo-spazio a cucinare del pesce sulla brace.
È un gesto umano, troppo umano; tale che così solo un Dio poteva farlo.
Talmente umano che non può che essere divino. Talmente divino da farsi umano.

Si tratta di un gesto schiettamente umano posto dal Cristo entrato nella dimensione divina.

È strepitoso, sorprendente; carico di gioia, così tanta da non credere a quello che si vede e si tocca.
I discepoli non fanno domande; non ha senso continuare a formulare interrogativi davanti a ciò che diventa via via più evidente. Intuiscono, si avvedono che in quello che vedono vibra il richiamo al Roveto di Mosè; appercepiscono che Cristo stesso è il vero roveto. Lui il Signore glorioso divino che abbraccia il roveto del limitato corpo umano, lo avvolge del fuoco del suo essere divino senza distruggerlo.

Ma allora cominciano a illuminarsi più aspetti della realtà:

  1. La notte in cui non hanno pescato nulla è la notte della non fede; la notte della sfiducia.
    A Pietro è chiesto di rivivere quello che aveva già vissuto: sulla tua parola getterò la rete.
    La nuova condizione si salda con l’esperienza passata. Nulla è perduto.
  2. La fede, l’atto di fede suscita la pesca abbondante; la fede opera meraviglie.
    Senza la fede, senza Cristo non si può nulla, ma con lui tutto. Farete opere ben più grandi delle mie, aveva assicurato il Cristo.
  3. La pesca non si fa da soli. Pietro è insieme ad altri: sono in sette. Sette è il numero della pienezza.
    Indica a suo modo una comunione, una amicizia vera. Ed è sempre insieme che si portano i pesci a riva. Son pesci vivi. Guai a chi è solo.
  4. I pesci vengono portati ai piedi del Cristo. Questo sta a indicare che il fine ultimo della nostra vita, del nostro pensare e agire è lui, non noi stessi. Chi vive in funzione di sé, si perde e perde gli altri; si smarrisce e smarrisce; ha una vita inconcludente, anche se potesse sembrare colma di cose.
    Ciò che non è dato è perso (Pierre Ceyrac).
  5. Il gesto di Pietro è incredibile: a Simon Pietro non basta riconoscere la realtà del Cristo, vuole andare verso di lui. Occorre tuffarsi, rischiare. Questo è possibile solo con un amore appassionato .
    Non per nulla dirà a Cristo, che glielo chiede: sì ti amo più di tutti costoro.
    Non importa il confronto con gli altri. Chi ama davvero, ama con tutto se stesso; al massimo; non può restare secondo a nessuno, per una ragione interna. Se si ama, si ama con tutto se stesso, al massimo delle proprie possibilità. Si ama senza misura. Dalla barca della propria sicurezza tuffarsi nel cuore di Dio.
  6. L’amore di Pietro scaturisce anche dalla consapevolezza che Cristo gli ha dato modo di rimediare al suo triplice rinnegamento, con una sua triplice attestazione di amore, di amore passionale appassionato. Un amore sdilinquito, smorto non ha senso.
    Pietro percepisce il modo signorile con cui il Signore gli ha permesso di recuperare il rapporto, e dal profondo di sé grida: tu lo sai che ti amo. Tra le altre cose, questo ci richiama a essere ‘signorili’ verso chi sbaglia. L’umiliazione dell’altro è crudele. Occorre dar modo di recuperare.
  7. Nello stesso tempo Pietro capisce che Cristo non rinnega la scelta fatta: tu sei Pietro, su questa pietra edificherà la mia casa/chiesa. Il Risorto riconferma Pietro nel suo ruolo di ‘primo nella carità’ tra gli Apostoli. Chiedendo loro di accogliere Simon Pietro.
    Pietro che ha peccato, saprà compatire gli errori degli altri, saprà tenere unita e in armonia la vita della famiglia del Cristo, della Chiesa.
  8. Pietro percepisce ancora una volta: Cristo gli chiede di mettere a suo servizio la sua capacità umana. Sai pescare: bene; ti farò pescatore di uomini.
    Mette a servizio del Signore la sua capacità umana.

I pesci nella rete erano vivi; non sono stati presi con la fiocina.
Ciò sta a dire che condurre gli uomini alla fede non vuol dire ‘soffocarli’, strumentalizzarli. Chi arriva alla fede è chiamato a vivere in pienezza la propria umanità.
Si avvicinano gli uomini non per schiavizzarli, o per legarli a sé.
Pietro deve solo condurre gli uomini all’incontro con Cristo.
Non siamo noi la pienezza; ma solo Cristo.
Lui dobbiamo amare, Lui dobbiamo fare conoscere. Tutto e tutti dobbiamo ricondurre a lui. Il risorto. Quello che con la sua morte ha vinto la morte.
La gioia dell’incontro vissuta, va comunicata a chiunque arriva al Cristo.

Ciò non toglie la fatica e neppure il martirio. Cristo lo fa capire a Pietro: un altro ti porterà dove non vuoi. Sarà crocifisso, chiedendo di essere crocifisso a testa in giù, perche non si sentiva all’altezza di essere crocifisso come il suo Gesù Cristo.
Ma anche allora Pietro deve avere vissuto ciò che lui suggeriva agli altri. Scrive ai primi cristiani che non hanno visto il Cristo: Pur non vedendolo, lo amate; pur non guardandolo ora, tuttavia credendo in lui, esultate di una gioia inesprimibile e già pervasa di Gloria (1Pt 1,8).

Ma poiché prendete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, in modo che esultiate di gioia anche al momento della sua manifestazione (1Pt 4,13).

La vicenda di Pietro può essere la nostra; come persone singole e anche come amici. Perché la fede vera crea amicizia. È davvero grande che il Cristo risorto si faccia vedere agli amici.
L’amicizia è un tutto. Un tutto umano e divino. Realtà sacra.
Amare gli amici. Amare la vita concreta; amare il corpo; amare gli impegni quotidiani; attraversare le notti del dubbio, delle incertezze. Sulla tua parola: proseguo, mi fido, vado avanti. So che tu non mi abbandoni.
Rimanere legati a Cristo, Dirgli ogni volta dal profondo di sé, con tutta l’umiltà ma anche con tutta la fierezza: tu lo sai che ti amo.
Fare della vita un amore continuo. Fino a entrare con Cristo nella gloria, con la verità più vera di noi stessi. Fino a entrare nella gioia del Signore.
Seguimi, è l’ultima parola del Risorto a Pietro.

 
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Pubblicato da su 28 aprile 2019 in Omelie

 

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In fuga le nuvole

In fuga le nuvole

si rincorrono l’una l’altra,              

si sormontano in figure           

van Gogh, Campo di grano sotto nubi temporalesche

Van Gogh-Campo di grano sotto nubi temporalesche

nuove ogni volta

abbandonate felici

nel vento ebbre

di danze vorticando

nella luminosità

che abbaglia

                            così così

il passaggio degli umani,

fuga di nubi nel vortice

del tempo che fuga via

ogni vana permanenza:

è solo uno sfarsi continuo,

brillano per del tempo,

poi oscure nuvole

di tempesta e devastazione

occupano sovrane il cielo

che più non filtra

raggio alcuno ma solo

tetra la tempesta che

si scatena in pioggia

cadente per altra semina,

per altra fioritura.

(don Giorgio)

 
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Pubblicato da su 23 aprile 2019 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – S. Pasqua 2019

 

“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. ” Gv 20, 8

Beato Angelico-Il sepolcro vuoto – Convento di S. Marco, Firenze

 


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1.

Siamo in un’epoca di crolli. A catena.
Nonostante che la società si affanna a custodire quelli che ha definiti monumenti dell’Umanità.

Crolla il tetto di Notre Dame, sotto un devastante fuoco.

Crollano, il ponte di Genova, il ponte di Mostar,
le torri gemelle, il muro di Berlino.

Più indietro: sono crollate le grandi costruzioni ideologiche; implose su se stesse;
crollano tutti gli ‘ismi’: fascismo, socialismo, intellettualismo, marxismo, freudismo.

L’idea, il mito del progresso, pensato continuo, non va da sé; né è più così certo.

Curiamo la pace; ma non si cessa di uccidere: tra le mura domestiche e le piazze mondiali.
Questa guerra a macchie di ghepardo che si espande sorniona e micidiale.
Fuochi non spenti, che riprendono facilmente.

Più addietro: è crollato, è stato devastato il Tempio di Gerusalemme; ne resta una parete, alta,
il muro del pianto. Con le sue fessure pronte a contenere messaggi e preghiere.
A dondolare una speranza.

2.

Guardando quel tempio e la sua Città,
Cristo pianse su Gerusalemme;
alzò la sua voce a dire: la distruzione feroce;
di questo tempio glorioso, non resteranno che pietre…

Poi aggiunse: distruggete questo tempio, in tre giorni lo ‘risorgerò’.
Stava parlando del proprio corpo.

Messo fuori, estromesso dalla convivenza umana, messo dentro una tomba di pietra ben sigillata.
Con le guardie del corpo a vegliare e custodire un corpo morto.

La storia evangelica dice che Lui, il Cristo è risorto dai morti; che ha ripreso il suo corpo,
non per ricondurlo alla vita precedente, ancora terrestre e mortale;
ma per portarlo nella Gloria, nella vita che non muore. La morte non ha più potere su di lui.

Lui ormai è nella zoé divina che dura e permane, fuori del biologico che si degrada e si corrompe.

Ci si può credere?
Se crediamo alle teorie.. alle grandi analisi… alle tante succedutosi di tempo in tempo…
Perché non credere a un fatto di una persona!?

Può sembrare una favola; una notizia come le tante che si susseguono nella piazza dell’Areopago mondiale, dei palazzi, delle assemblee, delle aule della politica e della cultura…

L’apostolo Pietro dice di non essere andato dietro a favole ben congeniate di uomini.
Afferma di essere testimone dell’accaduto ‘tra noi’…
Di avere visto e udito. Luce e voce.  La Sua.

3.

a.

C’è stato un grande applauso per la scoperta visiva del buco nero, con il suo alone di fuoco.
A conferma di teorie avanzate anni addietro, a iniziare da Einstein.

C’è stato un applauso scrosciante per il primo piede umano che ha calpestato la luna;
è esploso un giubilo euforico per avere centrato Marte: negli studi e nelle stanze di controllo
tutti in piedi a battere le mani e il cinque…

b.

Ritornando al Cristo: da come ci hanno presentato le cose,
sembra che il buco nero sia proprio la sua vita e la sua vicenda. A conferma di una promessa avventata ma realizzata.

Testi antichi han detto da tempo che Cristo avrebbe occupato il buco nero.

Lui ha lasciato scendere e scatenare su di sé la tenebra del mondo e di chi la ‘gestisce’;
ha assorbito tutto il marcio dell’umanità: le sue violenze, le sue uccisioni, le sue stragi,
si è addossato tutto quanto è perverso e sbagliato.

Anche la pietra nera – quella che assorbe in sé il veleno del serpente –
posandosi sull’aperta ferita del malcapitato,
quella pietra personale e storica ha voluto esserlo il Cristo. Per ogni persona.

Ha fatto anche altro, certo; ma ha voluto porsi ed essere il Medico chino sui malati, accanto ai feriti.
Anche ai feriti di morte, tra sangue e polvere dell’umana follia, dell’umana razzia.

Poi, dopo essersi addossato la tragedia umana,
Cristo è evaso dal buco nero, è uscito dalla tenebra, è uscito dalla tomba.

Non per ritornare alla vita di prima… che continua ad essere finita, mortale.
Il serpente scuote ancora furibonda la coda, ma la testa gli è stata schiacciata.
Il suo furore, son colpi, terribili, ma son frustate di coda.

Capiamo: la vita su questa terra è passaggio; siamo tutti e solo di passaggio.
Per provare noi stessi, per saggiare e fare emergere la parte più vera di noi, più duratura.
Per raggiungere la patria vera.

c.

Noi siamo –  lo ripetono e lo dicono, la religione buddista e l’induismo – siamo caduchi:
siamo dentro l’impermanenza più totale.
Nulla e nessuno permane; appena te ne vai, un alto occupa il tuo posto. Fogli dietro fogli.
Così interscambiabili e inutili.

Eppure ci viene anche detto che di qui, da questa condizione, possiamo gettare lo sguardo al Cristo, guardare a colui che hanno trafitto, e che si è mostrato vivo per più non morire…
Perché non guardarlo?!

4.

a.

Recentemente – ma anche in passato – alcuni hanno aggredito violentemente la profezia, la realtà della profezia: questa, invitandoci a guardare al futuro, ci farebbe evadere dal presente e farci vivere una vita alienata. Il rimando al futuro ci sottrarrebbe all’impegno dell’oggi, ci distrarrebbe dal presente.

Se ne potrebbe discutere.

Ma la profezia è anche la voce, la parola presente nel presente della storia.
Il profeta biblico era immerso nella attualità storica, feriale, divenendo coscienza storica della società umana in cui si trovava a vivere.

b.

Ma col Cristo risorto dai morti accade che in realtà il futuro sia già stato posto.
La vicenda umana ha raggiunto il culmine, come il tetto di una casa, di un edificio.
O, meglio, come la vetta di un monte da scalare. Raggiuntala, il Cristo ci fa da guida;
e ci fa ‘ricordare’ il nostro futuro. Ha già messo il piede sull’eterno duraturo.

Adesso il sapere della cima verso cui siamo diretti, orienta e sorregge il nostro camminare.
Del nostro vivere e convivere.

Il futuro sta come il faro nella notte, si fa sentire come la sirena nella nebbia.
Orienta il nostro procedere.
La sua parola, il suo vissuto non è evasione ma direzione del presente, proteso all’approdo che compie e dà senso al nostro viaggio. Ogni volta ci si può orientare.

c.

Impariamo una cosa. Spesso la fede si trasforma in feticcio, in superstizione. In moralismo ottuso e gretto. Soffocante.

Se la Chiesa è dedicata a lei, la Nostra Signora, lei ci rassicura da ogni pericolo.
Se possediamo l’Arca, dicevano gli Ebrei, Dio sta con noi, combatte per noi.
Se portiamo l’Arca, sconfiggiamo il nemico. Qualche volta è andata così.
Ma questa certezza, divenuta certezza magica che pretende mettere le mani sul divino, crolla.
L’Arca viene ‘presa’, sequestrata, fatta prigioniera. Il popolo finisce sconfitto e deportato;
in deportazioni forzate successive, a ondate.
Loro e altri popoli.

d.

Ora la nostra fede non può ridursi ad amuleto, da appendere alla casa, al collo.
Il santuario, il tempio, l’oggetto sacro: tutto è segno. Segno di altro.

Il vero tempio, la parte riservata e sacra, siamo noi, il nostro corpo, i nostri rapporti.
È tempio il singolo. Ma anche i corpi di coloro si amano nella verità sono tempio.
Dove due si amano, Dio si fa presente, aprendo il suo spazio infinito all’uomo.

Cristo ha detto: distruggete questo tempio, io lo farò risorgere.
Lo ha detto del proprio corpo. Ma lo ha detto di noi.
Noi siamo pietre vive del suo tempio.
Ci tiene a noi, opera sua, amici suoi.

Ci chiede di vivere e agire, fino in fondo: stando orientati. Salvati così dal vano operare.

d.

Oggi, tutti cercano e tentano tante soluzioni per una pacifica convivenza,
per una correttezza di rapporti.
Molti si danno da fare per stabilire una etica universale, mondiale. Accettata da tutti.

Eppure, Cristo ci ha lasciato una regola semplice, una regola di vita disarmante.

“Fai ad ogni altro quello che vuoi che gli altri facciano a te”.

È la regola d’oro.
Cristo fa presa sul fatto che l’uomo sano, faccia di tutto per volere per sé il meglio; il buono.
Finché uno è in sé, chi darebbe cose cattivi ai figli?

Questa regola di vita è regola di resurrezione.

Mentre lo richiede a te, ti chiede di uscire dalla freddezza dell’odio,
dalla stretta prigione del tuo ego egoico, vorace e possessivo. Strumentalizzante.
Esci da. Vieni fuori. Svegliati tu che dormi.
Esce nel profumo della vita che non muore.
Li vedi i mandorli riempirsi di fiori, profumi, frutti.
Questo sia il tuo cuore. Questo sia la tua casa. Questo sia la tua convivenza,
sui campi di Dio e dell’uomo, impegnati insieme a costruire e raggiungere
l’eterna dimora. Senza di me non potete fare nulla. Con me: tutto.

La fede vera, semplice, vince il mondo, poggia i piedi sulla certa speranza.
Poggia sull’amore, non generico, preciso; personale, per questo universale.
Chi vive così, assapora già qualcosa della vita che non muore.
Aperti il cuore e la casa a Cristo: si respira aria buona. Vivibile.

 

 
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Pubblicato da su 21 aprile 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – Giovedì Santo 2019

“Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. ” Gv 15, 1


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Ricevendo i vari capi del Sudan, papa Francesco si è buttato ai loro piedi.

Hanno detto: un gesto ridicolo! Dove sta la dignità del Papa!? Si è perso del tutto ogni decoro.
Il gesto, molto evangelico, suscita le rimostranze proprio da parte di quelli che avrebbero dovuto comprendere per primi. Ci si scandalizza di quello che Cristo chiede, si rimane inorriditi dell’esempio che lui per primo ci ha dato.

Papa Francesco è un padre che si inginocchia davanti ai figli, che si uccidono fra di loro.
Può un padre restare indifferente alla morte dei figli? Quando le trattative non bastano più; quando di parole se ne sono dette tante, e tuttavia si continua a uccidere non può un padre, un fratello restare indifferente.
Non gli resta che la supplica; il prostrarsi supplicando; forse piangendo: basta, per favore, non uccidete più; fermatevi. Perché massacrate la vostra stessa carne. Sono fratelli e sorelle vostre le persone che eliminate.

Un gesto di umiltà grande; di supplica. Forse anche, di richiesta di perdono. Di mettersi tra chi uccide e la propria gente. L’impotenza provata, si fa gesto potente.
Quel piegarsi a terra segna il cuore e la carne. Chiede e sogna la pace.

Ci si chiede: il gesto del papa ha qualcosa di diverso da quello del Cristo? Di lui che si piega a terra per lavare i piedi degli apostoli.
Si toglie gli abiti, gli abiti da re e da sommo sacerdote. Si spoglia. Si fa capro espiatorio.
Prende su di sé il peccato degli uomini, il marcio dell’umanità.
Non gli interessa di sé; gli preme di loro.
Li vuole nuovi, lavati e purificati. Dalla pianta dei piedi alla cima della testa.
Perché solo lavati, possono tornare ad essere amici; possono tornare a stare in verità di cuore attorno alla stessa tavola.
Perché solo così possono anch’essi farsi umili, poveri.
Perché sappiano ogni volta gettarsi anch’essi ai piedi degli altri.
Per un servizio. Per un perdono sconfinato.
Per non sentirsi offesi; ma solo chiamati a un perdono ancor più sconfinato; a un amore ancora più grande.
Da ripetere spesso, settanta volte sette, sempre.
Chi si sa perdonato, non può non perdonare a sua volta.

Il gesto del Cristo, ripreso da papa Francesco, ci dice una cosa, semplice ma sconfinata:
solo il dono di sé salva; solo il dono di sé fa piena la vita.
Riporta la pace; ridona la gioia.
Ci sarà più festa in cielo, per un solo convertito.

Non si può stare nel rancore; rende insopportabile la vita.
Solo l’olio della misericordia lenisce il dolore e rende luminoso il volto.

Come è bello e piacevoli che i fratelli stiano insieme.

Voi siete miei amici, se farete tra voi quello che io ho fatto a voi.
Il più grande si fa piccolo; chi esercita un potere, si mette a servizio.
Non basta una prestazione di servizio, può sempre essere un gesto sbrigativo.
La vera grandezza sta nel abbassarsi fino al dono sincero di sé.
Quello che ho fatto io, fatelo anche voi. Vi ho dato l’esempio.

Mi son fatto cibo e bevanda per voi. Fatemi spazio dentro di voi. Vivete di me.
Della mia vita. Ho spezzato il pane, per darvi il mio corpo trafitto e risorto.
Ho fatto passare tra voi il vino, segno del versamento del mio sangue e segno dell’ebbrezza dello Spirito Santo. Lui che, nel dono di sé, porta gioia, molta gioia.

Imitate me; fatevi condurre dallo Spirito, Spirito mio e del Padre.

Allora sarete nella gioia. E questa gioia qui, non ve la può strappare nessuno.

E avrete una grande ricompensa nei cieli.
Venite alla mia destra; entrate nella gioia di Dio, la vostra gioia.

 

 
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Pubblicato da su 19 aprile 2019 in Omelie

 

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Celebrazioni della Settimana Santa 2019

Giovedì Santo 18 aprile 2019
– h 21.15 S. Messa in cœna Domini

Venerdì Santo 19 aprile 2019
– h 18.00 S. Messa e liturgia della Croce
– h 21.15 Via Crucis

Sabato Santo 20 aprile 2019
– h 22.30 Veglia Pasquale

Domenica di Pasqua 21 aprile 2019
orario festivo normale (S. Messe h 11.00 e 17.00)

Lunedì dell’Angelo 22 aprile 2019
h 11.00 S. Messa

 
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Pubblicato da su 17 aprile 2019 in Celebrazioni

 

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Io tua madre

E’ uscita la nuova edizione della poesia di don Giorgio Canto della Madre, che riprende il titolo originario “Io tua madre” (Ed.Effatà)
Alcune copie sono disponibili a Giogoli, al costo di 7 €

La poesia tende di per sé a essere oracolo.
Il poeta accusa o esalta, egli vede il male del mondo, ne è turbato; ma contempla anche la gloria di Dio che si dispiega nell’universo e conosce la grandezza dell’uomo.

Giorgio Mazzanti ha accusato la rovina di un mondo dissociato e dissacrato, si è sentito coinvolto nella stessa rovina; non poteva tuttavia dimenticare che era nella sua missione l’annuncio della salvezza e il riconoscimento della grandezza dell’uomo.
Questa grandezza è contemplata dal poeta nella Vergine Madre di Dio: nella Vergine, pura creatura, non è soltanto la natura dell’uomo ma è la persona creata che viene elevata a una sublime dignità.
Nella Vergine risplende, più che in ogni altra creatura, la libertà di Dio e il suo amore infinito.

Dalla Presentazione di Divo Barsotti
 
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Pubblicato da su 16 aprile 2019 in Generico, Poesie

 

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