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Archivio mensile:ottobre 2019

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don Giorgio

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2019 in Poesie

 

Orari Celebrazioni Ognissanti 2019

Venerdì 1° novembre 2019,ognissanti
festa di Ognissanti, l’orario delle celebrazioni sarà il seguente:

Ore 11.00 S. Messa

Ore 15.00 S. Messa e Commemorazione dei defunti

Alle ore 17.00 non sarà celebrata la S. Messa

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Celebrazioni

 

Visita pastorale – aggiornamento

La Pieve di S. Alessandro a Giogoli accoglie con gioia la

Visita Pastorale del nostro Arcivescovo Cardinale
S.E. Giuseppe Betori

  • Martedì 29 ottobre 2019
    Ore 21.00 – Consiglio Pastorale allargato a tutti i catechisti

  • Domenica 3 Novembre 2019
    Ore 11.00 – Santa Messa presieduta dal nostro Arcivescovo Giuseppe
    Ore 12.30 – Pranzo comunitario (prenotazione obbligatoria presso la chiesa)

    Ore 15.30 – Festa della luce e pesca del Santo (giochi, canti e merenda condivisa)

Tutta la comunità è invitata a partecipare a questo incontro
con il nostro Vescovo come momento di vita della chiesa.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Celebrazioni

 

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Omelia di don Giorgio – XXX domenica, anno C

“Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” Lc 18, 14

Il pubblicano e il fariseo – mosaico, V-VI sec. Basilica di Sant’Apollinare nuovo – Ravenna

 

La rivalità è il mordente di molta vita sociale, relazionale.
Rimane innato dentro l’uomo l’istinto a prevalere sull’altro.
La competizione. Finché questa rimane dentro un gioco sano, come potrebbe esserlo le varie forme di sport, permette un bell’ incontro e affronto.

Ma quando la competizione si intristisce dentro il cuore dell’uomo, si finisce per volere comunque umiliare l’altro. Non ti basta vincerlo, vuoi fargli mangiare la polvere. Rendergli amara la sconfitta.
Cosa che inevitabilmente conduce l’umiliato alla voglia di vendicarsi, per riaffermare se stessi contro l’altro. E questo in una successione a catena senza fine.

1.

Ma in ambiente religioso ha senso la rivalità?
Essere rivali davanti a Dio?
No, naturalmente, tanto che in ambito cristiano si è coniato la parola emulazione. Prendere stimolo dagli altri per essere se stessi, e amare Dio per se stesso.
Certo questo è anche santità; realtà che significa ‘essere separati, distaccati’. Ma questo appartiene di suo a Dio, spetta a Dio solo. Perche solo lui è veramente santo. Tu solo sei santo. Questo è non certo dell’uomo. Per lui, essere staccato indica l’appartenenza. In questo caso dice l’appartenenza a Dio.

Ma accade che l’uomo, il così detto religioso, sfrutti Dio a proprio vantaggio. Che lo utilizzi per esagerare la propria grandezza.
Una tale persona fa spazio alla santità, ma se ne appropria e la piega ad una esecuzione formale di certi comandi, trasforma la morale in moralismo; l’etica in legalismo. Può pesare quanto vale, può misurare la sua elevatezza.
Mentre la prima è adesione amante a Dio, la seconda è attestazione di sé, forzata in ambito religioso. Lontano dalla fede schietta.
Non più un abitare in e con Dio, ma un serrarsi in se stessi. Intristendo.

Infatti un tale uomo alla fin fine dimentica Dio.
Dio diviene l’occhio, lo specchio dove questa persona vede se stessa ingigantita,
in rapporto agli altri. Dio come specchio di sé.

Il segno evidente di questo è che neppure più prega Dio, ma emette un giudizio arrogante e sprezzante portato contro gli altri. Come accade nella parabola del Cristo. Essa ci mostra il fariseo totalmente avanzato nel tempio mentre si gongola della sua posizione e della sua correttezza formale legale. Lui è a posto, in regola. È un osservante le regole. E dall’alto della sua posizione può condannare tutti gli altri e disprezzare il pubblicano, il povero uomo, il peccatore pubblico, il disgraziato.

Il pubblicano poteva essere anche ricco, ma aveva un cuore povero capace di avvertire la propria miseria.

Questi entra nel tempio, si affaccia in chiesa, ma si ferma in fondo. Si tiene a distanza. Come indegno. Come misero uomo.
Ma non senza rivolgersi a Dio, dalla schiettezza del suo cuore. Dal centro più vero e profondo di sé.
Sa che ci si può vantare davanti agli uomini ma non davanti a Dio. davanti a Dio si è nudi, scoperti.
Si avverte peccatore e debitore. È sincero. Non deve fingere. Non deve atteggiarsi.
Si mette totalmente a nudo davanti a Dio.

Proprio questo attira Dio, che lo guarda, e lo abbraccia. Lo tiene con sé. Il povero uomo si tiene lontano, ma Dio lo porta vicino a sé. Lo innalza.

Non così per il fariseo.
Nell’atto stesso in cui disdegna l’altro, non dà più spazio a Dio, perché il religioso pubblicano è pieno di sé, non fa posto a nessun altro, né uomo né Dio.
La solita logica del Magnificat di Maria. Dio abbassa i superbi e innalza gli umili.

2.

Ma è vero che Dio ascolta sempre il grido del povero, che si fa attento alla richiesta del povero?

La storia ci mostra scenari diversi.
Spesso i più poveri sono trascurati dagli uomini, ma a volte sembra che vengano dimenticati anche da Dio. Umiliati e offesi.
Si pensi agli armeni, ai curdi, ai musulmani ruhynga, ai cristiani in Babilonia, in Turchia, alle varie popolazioni dell’Amazzonia..

Resta fermo per tutti e per sempre: il Figlio di Dio, lui stesso è stato abbandonato dal Padre.
È l’ultimo grido del Cristo morente, a dirlo.
Certo non finisce qui, c’è poi la resurrezione dai morti.
Ma questa non toglie il dramma precedente. La sconcertante agonia di un figlio di Dio, nell’orto e sulla croce.

Ma il destino del Cristo si rinnova nel destino del discepolo.
Paolo lo sa per esperienza personale, come lui stesso ricorda in un passo precedente della stessa lettera a Timoteo:

11 le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra.
Quali persecuzioni non ho sofferto!
Eppure da tutte mi ha liberato il Signore.
12 Anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati.
13 I malvagi invece e gl’impostori faranno sempre maggiori progressi nel male,
ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. (2Tim 3,11-13).

Inoltre sperimenta anche l’essere abbandonato prima da persone diverse poi da tutti. Tutti se ne sono andati. Proprio nel momento più critico, quello del processo che ha dovuto sostenere.
Tutti i suoi amici, discepoli anche i più vicini, tutti spariti.
Come per il Cristo. I più intimi conoscono solo la fuga. La corsa precipitosa a salvare se stessi.

Non se ne tenga conto, dice l’Apostolo, come Cristo che invoca il perdono per tutti.

16 Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono.
Che non sia loro imputato a colpa!

Ma insieme a questo Paolo vive un’altra esperienza. Quella del nulla che inghiotte.
La sensazione di avere corso e vissuto invano.
Di essere ingoiato dalla bocca del leone. Stritolato dal nulla.
Se ricorda tutto questo, se si sofferma sulla propria drammatica esperienza,
se la ricorda davanti alla prospettiva della morte, significa che quella è stata una esperienza spaventosa.
Presenza e voce demoniaca che vuole atterrire. Bloccare. Irrigidire dal terrore.

La stessa voce che si insinua in Teresa di Gesù Bambino. La tua vita a che ti ha servito?

Dall’abisso di questa tenebra Paolo non smette di fidarsi e confidare.
Fa un balzo fuori, un abbandono e un colpo di reni, di fede.
Uno stacco liberatorio.
Sa della presenza vicina del Signore, che lo salva e non rende vano la sua fatica di farlo conoscere agli altri, a tutti i popoli.

17 Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza, affinché per mio mezzo la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà per il suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (2Tim 4,5-18)

È alla luce di questa certezza che, riguardando indietro, può dirsi di avere combattuta la giusta battaglia.
Soprattutto che non ha perso la fede, la confidenza in Dio.
Sa che Dio gli prepara la corona della vittoria, l’abbraccio stretto di Dio che lo porta e lo tiene con sé.
E questo non è solo per lui ma per tutti.

3.

Questo è quanto è richiesto a noi e si prospetta per noi.

Papa Francesco ha detto questa mattina che ognuno di noi si porta dentro il fariseo e il pubblicano;
per cui siamo chiamati a fare nostro l’atteggiamento del pubblicano che sta piegato a terra e sa del proprio male e del proprio bisogno di salvezza.

Si tratta di avere un cuore semplice, umile. Non essere arroganti, vinti dalla supponenza.
Non devi fare il confronto con le persone peggiori – che tu giudichi, con quale diritto, e poi in tono sprezzante. Guardando dall’alto in basso.
Il confronto vero lo devi fare con Dio, con Cristo.
Come stai alla sua presenza? Cos’è il tuo amore di fronte al suo?

Se Dio stesso si è umiliato, se Cristo ha deposto perfino la sua divinità, come puoi tu
ritenerti dio e anche più di Dio?

Una vita di comunità vive di umile e gioiosa accoglienza.

Sapendo, ricorda il papa, che i poveri sono i portinai del cielo. Sono loro che aprono le porte del paradiso.

Papa Francesco ha ancora detto: ci sono molti cattolici, che non sono cristiani, ma neppure uomini.
Anni fa avevo detto: spero che Cristo non sia ‘cristiano’
Sarebbe un guaio da nulla. E chi smette di essere cristiano, smarrisce anche la propria umanità.

C’è un bellissimo episodio narrato della vita dell’àbba Poimen.
Era una convinzione: quando uno durante la preghiera sbadiglia attesta che i vari diavoli tengono legata la persona con fili diversi, che di volta in volta tirano e agitano.

Un giorno domandano all’àbba Poimen:
“se un tuo confratello, accanto a te, durante il tempo della preghiera, si addormentasse, tu cosa gli faresti?”
Rispose: “prenderei il suo capo, e adagio adagio lo appoggerei sulle mie ginocchia.”

Nei monasteri di san Francesco era proibito durante la notte alzarsi e andare a mangiare in cucina.
Una notte uno dei fratelli scese in cucina, con lo sconcerto degli altri.
Allora Francesco cominciò a dire: ho fame, ho fame. E scese in cucina.

La genialità amorevole dei santi.

Perché non farla diventare nostra?!

Speriamo che al momento della morte possiamo dire le stesse parole di Paolo.

6 Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede.
8 Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, lui, il giusto giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione.

Nota

Oggi la critica tende a non attribuire a Paolo le lettere a Timoteo.
Al nostro fine ci basta ritenere la vicenda qui espressa
come significativa per la vita di un apostolo, di un credente.

Ho dentro di me un pensiero: sembra ai più, che una volta convertito
e scritto le lettere ai Corinti, Paolo non si sia mai cambiato fino alla morte.
Non saprei.

Se uno non conoscesse i passaggi intermedi, come farebbe ad attribuire
il primo Picasso (blu 1901 e rosa 1905) all’ultimo Picasso (da Guernica 1937 in poi);
il primo Segantini all’ultimo Segantini (l’angelo della vita, vanità, l’amore alla fonte).
Lo stesso accade per diversi compositori; come se verso il finire della vita si aprissero ulteriori orizzonti: visioni, musiche…

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Pubblicato da su 29 ottobre 2019 in Omelie

 

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Lettera di don Giorgio

Esiste la realtà della visita pastorale. Una usanza molto antica nella Chiesa, anche se non in questa forma.

Ogni Vescovo-pastore è chiamato a conoscere il suo gregge, in un rapporto di familiarità e di autentica paternità. Lo ricordava già San Pietro e a suo modo Paolo (a Tito e a Timoteo).

La visita può finire per diventare una delle tante forme che hanno il volto della pura burocrazia e dell’interesse economico. Anche perché il Vescovo viene una volta, poi è difficile che si mantengano i contatti tra lui e il popolo di Dio. Così c’è il rischio che prevalga appunto l’aspetto burocratico ed economico.

Ma può divenire un’occasione di riscoperta e di presa di coscienza della realtà della vita ecclesiale.

Siamo in un periodo in cui, nonostante tutto, non è il territorio in quanto tale che determina e decide la vita della chiesa. È più funzionale, ma non è il cuore della Chiesa. Ho detto spesso in questi anni, davanti a vescovi e sacerdoti: io ho sotto casa mia un panificio, ma vado a comprare il pane in un altro forno.

La chiesa resta sempre e in primo piano – come hanno richiamato più volte papa Ratzinger e papa Francesco – un incontro di e tra persone: Cristo prima e gli altri poi.

Ma la logica è la stessa. Venite e vedete, e quel giorno rimasero con lui.

Viene e vedi, e si ritrovarono insieme.

Così è accaduto a Giogoli: ognuno è sacramento di incontro per l’altro e con l’altro. L’occasione che ci ha messo insieme è la più diversa. Poi si arriva alla motivazione vera. Sempre sorpresi e grati.

Ivan, un grande nostro amico, ripeteva guardando la statua del Sacro Cuore: quel Cristo lì mi ha flashato; il vangelo cammina sulle nostre gambe. Con la scusa dell’acqua la Samaritana ha incontrato Cristo, torna in paese e dice agli altri abitanti: venite a vedere. Che non sia lui il Cristo? L’atteso? E quella volta è Cristo che è rimasto in paese tra la gente.

È in questo modo che si forma ogni chiesa comunità. Questa sa di non essere tutto. È momento e luogo di esperienza.  Sa che esiste LA CHIESA, quella che Dio ha voluto mediante lo Spirito Santo in e con Cristo, e lui con Maria e gli Apostoli, e così via. L’incontro col Vescovo è occasione per noi di percepirci parte della grande Chiesa di Dio e per il Vescovo di riconoscere la Chiesa in e fra di noi.

Ma è anche l’occasione in cui noi di casa raccontiamo a quelli di famiglia la nostra vita. Non è cosa formale, ma è la gioia semplice di comunicare al Vescovo il nostro vissuto. Come gesto di comunione, aspettando indicazioni e suggerimenti eventuali. Ma anche fieri di poter suggerire qualcosa a lui.

Non siamo chiamati a fare una “passerella” di ostentazione, ma a vivere un vero scambio di conoscenza raccontando la nostra esperienza di vita di fede e di amicizia cristiana. Nella sua varietà, aperta a fare spazio ad altre persone. Con tutti i limiti, gli screzi, le rotture e le tensioni inevitabili in una vita di famiglia. Ma anche con il tanto di bello e gioioso che il Signore ci ha donato. E ne siamo grati e fieri.  Quindi siamo chiamati a un gesto familiare, di famiglie in famiglia.  Famiglia di Dio e famiglia di uomini.

Che non ignorano le altre famiglie e la grande famiglia della CHIESA, che ha in Maria la sua figura prima e luminosa, per fede e per obbedienza piena di amore. Può diventare un ritrovarsi per ripartire. E anche un donare al Vescovo l’occasione di conoscere la sua famiglia con la tensione a vivere insieme nella fede e nell’amore effettivo.

In tutta umiltà. In sincerità di preghiera. Nella gioia dello Spirito. 

Don Giorgio

 

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2019 in Celebrazioni

 

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Visita pastorale

La Pieve di S. Alessandro a Giogoli accoglie con gioia la

Visita Pastorale del nostro Arcivescovo Cardinale
S.E. Giuseppe Betori

  • Martedì 29 ottobre 2019
    Ore 21.00 – Consiglio Pastorale allargato a tutti i catechisti

  • Domenica 3 Novembre 2019
    Ore 11.00 – Santa Messa presieduta dal nostro Arcivescovo Giuseppe
    Ore 12.30 – Pranzo comunitario (prenotazione obbligatoria presso la chiesa)
    Ore 15.30 – Festa della luce e pesca del Santo (giochi, canti e merenda condivisa)

Tutta la comunità è invitata a partecipare a questo incontro
con il nostro Vescovo come momento di vita della chiesa.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2019 in Celebrazioni

 

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Omelia di don Giorgio – XXIX domenica, anno C

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me.” Gv 12, 32[1]

Beato Angelico – Crocifissione con santi 1441-42 – Convento di San Marco, Firenze

 

1.

Il mondo è un interminato teatro di guerra,

a iniziare dal primo violento spargimento di sangue,

da parte di Caino che massacra il fratello Abele e macchia la terra di sangue. La infanga di morte.

Da quel momento la violenza si annida nei solchi della terra, abita il cuore dell’uomo e occupa la scena dell’umanità.

Il secolo ventesimo ha conosciuto la prima e la seconda guerra mondiale. Trincee di sangue e cadaveri. Città bombardate e vite spezzate. I pochi scampati, o pochi ritornati lo sanno, che lo raccontino o no.

Il ventunesimo nostro secolo conosce la guerra mondiale a macchie, come l’ha definita papa Francesco. Più terre e nazioni nella stretta di bombardamenti e assedi. E morti.

L’Europa conosce un lungo tempo di pace, anche se ha causato e lasciato in altre terre conflitti continui che giungono a guerre e a stragi di ogni tipo.

Con la variante che in queste guerre non muoiono i soldati ma per lo più solo i civili.

Abbiamo accusato papa Pio XII di essere stato in silenzio davanti allo sterminio degli ebrei; abbiamo alzato toni e accuse.

Ma oggi, che è tutto sotto gli occhi di tutti, che guerre e stermini di innocenti ci sono noti anche attraverso immagini crude si mantiene un roboante silenzio, un prudente distanziamento, un vigliacco disinteresse, un colpevole mutismo. Si rimane indifferenti fino a quando spruzzi di sangue vivo non arrivano a macchiare da vicino le nostre terre e i nostri vestiti.

Nei nostri paesi così detti di pace, ci sono violenze infinite, omicidi e femminicidi e infanticidi pressoché continui, che fanno vittime come una sottile guerra continua, accompagnata da attentati.

Se ne può uscire?

2.

Anche il popolo di Israele ha sperimentato minacce e guerre.

Al tempo di Mosè si trovò a combattere contro il principe Abimelek.

L’esercito israeliano non era così sicuro né al sicuro.

Allora Mosè sale sul colle, si pone con le mani alzate per una preghiera incessante. Albero e croce.

Sopraggiunge la stanchezza, allora Aronne e Cur mettono una pietra perché Mosè si appoggi, mentre loro due, una alla destra e alla sinistra, gli sorreggono le mani, fino al tramonto del sole,

momento in cui cessa la battaglia con la sconfitta di Abimelek, il nemico per eccellenza di Israele.

Emerge comunque un dato, senza l’intervento di Dio, la pace non la si raggiunge.

Questo episodio nasconde una profezia, che il vangelo di Giovanni ha colto. Egli infatti vede in Mosè Aronne e Cur la silhouette della crocifissione del Cristo. Triplice sagoma e triplice crocifissione.

L’evangelista Giovanni non nomina i due ladroni. E non per nulla. Gli interessa altro.

Si limita a dire che Cristo è crocifisso tra due, uno alla destra e uno alla sinistra. Usandola medesima espressione dell’Esodo.

Cristo sta sul colle esattamente come Mosè, con le mani allargate in preghiera in mezzo a due.

Figura di croce – Mosè; realtà di crocifisso – il Cristo.

Allora la crocifissione di Cristo è vista una battaglia. Preghiera e guerra.

Contro chi?

Contro il principe di questo mondo. Il satana antico, menzognero e falso fin dall’inizio. Contro il principe dell’aria. Contro potenze invisibili.

Esiste una negatività totale e micidiale, che ottenebra cuore e mente, cielo e terra. Questa va sradicata.

Si fece buio su tutta la terra. Per tutto il tempo in cui Cristo resta innalzato sulla croce.

Ma in questo momento a Giovanni è dato uno sguardo più profondo:

vede oltre l’apparenza immediata.

Essere innalzati, essere posti in alto, è termine tecnico per dire la crocifissione.

Innalzamento è devastazione, strazio, sbrano. Sofferenza indicibile. Esperienza di asfissia. Esaurisci la resistenza, il fiato, il soffio. Senza più energia per spingere il corpo a prendere aria. Il peso del tronco è spossante. Muori sfinito, esangue, esausto. Disidratato.

Ma l’apostolo vede oltre. Scorge la scritta della condanna: Gesù Nazzareno, re dei Giudei.

Sì, innalzamento è anche il termine tecnico per indicare il momento in cui una persona viene fatta re; viene innalzato al trono. È salito al trono.

Tornano le parole del Cristo.

Quando sarò innalzato sulla croce, come un malfattore, allora vedrete….. cosa?

Si verificano due eventi.

Il principe di questo mondo, verrà gettato fuori, anzi verrà gettato in basso, verrà fatto sprofondare nello stagno di morte.

Evento e logica di innalzamento e abbassamento. Chi si esalta viene abbassato, chi si umilia viene esaltato. Come sa il canto del Magnificat di Maria.

Proprio mentre il principe viene eliminato,

Cristo viene fatto re.

La sua coronazione di spine, diviene la sua incoronazione regale.

E proprio mentre muore solo, come un cane reietto, scacciato fuori della Città santa,
attira tutto e tutti a sé.

Sì, certo, Gesù parlava di sé.

Il chicco di grano, caduto in terra, se muore, se si spappola, non rimane solo, diventa spiga, diventa moltitudine di chicchi di grano.

Cristo, il reietto, diventa re di tutti.

Si comprende: la motivazione della condanna diventa una dichiarazione di vera regalità.

Quello che lì, e così, muore

è davvero il re dell’universo e di tutte le genti, di tutti i popoli.

3.

Cristo, al di là delle apparenze, è un realista.

Sa che un nemico ha seminato zizzania, ho rovinato il buon campo, il buon mondo creato da Dio.

Ha rovinato anche il cuore dell’uomo: voi che siete cattivi.

Questa è l’ora delle tenebre. Non un attimo, ma una estensione. Un clima. Un’aria ammorbata.

La storia umana è guerra, uccisione.

Anche i mandati da Dio, gli inviati da Cristo vengono perseguitati, trucidati.

L’han fatto col Figlio, quanto più contro gli altri suoi servitori.

Che fare allora?

Trasformare la vita in preghiera.

Fare della vita una battaglia per la preghiera.

Ora et labora. Prendi la preghiera come un lavoro, come una battaglia.

Non è a caso che accadono certi fenomeni.

Ti assale la voglia di non pregare. Basta. Non smetti ancora, diminuisci il tempo della preghiera.

Ma più accorci il tempo dell’orazione, più hai meno voglia di pregare.

Si rimanda sempre il tempo della preghiera.

Si trova tempo per tutto, ma non per la preghiera adducendo giustificazioni e motivazioni. Valide!!

Ci si stanca, anche molto presto.

La mente divaga per ogni dove, a briglie sciolte.

Certe preghiere diventano meccaniche.

Le parole escono, ma il cuore è tutto da un’altra parte.

Pregate per non entrare in tentazione.

Lo spirito è forte, la carne è debole.

Il regno di Dio lo rapiscono i violenti.

C’è un momento in cui devi fare violenza a te stesso.

Non hai altro scampo.

Quanta fatica fa un tossicodipendente per risalire la china.

Quanta chi si perde perdendo cifre di denaro nelle scommesse, nelle corse dei cavalli, nelle macchinette…. ‘perché bevi? Bevo per dimenticare’.

Una battaglia spaventosa; ma se molli sei perso, sei finito.

Ma se stai raccolto, se ti consegni, se resisti alla prima smania, alla frenesia che ti prende,
allora inizi e prosegui un cammino di vita vera. Libera.

Se ti metti nell’occhio del ciclone…

Serve agli altri pregare? Non è una fuga dalla vita reale? Non è un fatto di élite?

Ma se preghi, divieni come uno che annaffia il seminato. Versare l’acqua sembra un gesto insignificante, inconcludente. Ma senza acqua non cresce niente.

La preghiera vera scende alle radici dei cuori,
a dissetarli dal fondo, a rimettere in circolo altri pensieri, altri atteggiamenti.

Quando si fa l’impianto della luce, occorre fare mettere il filo della presa a terra, perché i fulmini si scarichino sotto terra e non distruggano vite e abitazioni.

La preghiera è la presa a terra del piano di Dio.

I musulmani sono chiamati a pregare cinque volte al giorno. Interrompere il lavoro, volgersi verso la Mecca e pregare. Per loro vita sociale e preghiera sono un tutt’uno, o lo dovrebbe essere.

A noi Cristo non ci lascia regole, non ci indica tempi.

Sì, poi i cristiani, sul modello degli ebrei, hanno stabilito delle ore di preghiera. Riscontrandole a loro modo nell’esistenza del Cristo. Ora terza. Era l’ora nona.

Ma a noi Cristo chiede di pregare senza cessare. Ininterrottamente.

Fare coincidere vita e preghiera. Respiro e preghiera, come l’invocazione del nome di Gesù, come ci narra il famoso Pellegrino russo.

Di san Francesco si è detto: non tanto pregava, era diventato preghiera.

Per questo diviene uomo di pace, fratello universale.

Ma a questo si arriva attraverso momenti di preghiera. Che non vanno scartati.

Senza esercizi preatletici non c’è gara. Non c’è partita. Non c’è corsa.

Senza esercizi alla sbarra, per quanto monotoni siano e ripetitivi, non c’è danza.

Si ammira e si applaude una performance di minuti. Ma dietro ci sono ore di esercizi.

Dopo tempi di pena e fatica sorge l’estasi e le segreta gioiosa

percezione della presenza di Dio. la preghiera ti conduce in alto e nell’intimo.

E all’improvviso sgorga un grido.

Padre! Mio Dio. Mio dolce Gesù. Tu Spirito, soffio di vita.

Quando preghi, entra nella stanza del cuore e della casa.

Lì sarai con Dio, e Lui con te.

Aperta la stanza del cuore, accolto il Signore col Padre e lo Spirito,

ti fai cuore del mondo. Pulsi da dentro la vita buona, vera.

 

***

 

Siamo oranti, viandanti oranti. La preghiera è come la vita. È un viaggio.

Preghiera e viaggio ‘faticosi’ procedono insieme, di pari passo.

La vita è un viaggio duro e rischioso, un soffrire, un peregrinare, un errare, un cercare la propria dimora nascosta; storia carica di discontinuità nella coscienza della luce (Ernst Bloch).

____________________________

[1] Ho sostituito Luca 18,1-8 con il vangelo di Giovanni 12,27-34 e 19,17-22 perché più in consonanza col testo di Esodo 17,8-13

 

 

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Pubblicato da su 22 ottobre 2019 in Omelie

 

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Rievocazione

Là sul binario stranamente
vuoto a salutarci per una partenza

Aleppo prima e dopo

Aleppo prima e dopo la guerra

senza sapere il ritorno,
la corsia della notte
percorsa dai vostri primi
passi pellegrini, in povertà
e speranza a farvi lievito
nascosto dentro la farina
di gente con sapore altro
dal nostro abituale
altro il sapore del cibo
altra la lingua e i suoni altro fiume e porto,
campanili e molti minareti
richiami del muezzin,
corona con più grani
del nostro rosario mariano,
incessante invocazione

dei novantanove nomi
dell’assoluto, senza sosta

decisi alla povertà del dono
di sé, lontani da ogni paludamento
e regio palazzo, casa e stile feriale
della vita, prendendo con mani
grate pane e cibo offerti
come a consacrare ogni
pane e vino, il the preso
nello scantinato del calzolaio,

spersi nei confusi e chiassosi
suk dei mercati arabi
con gli immancabili sapori
delle spezie più diverse

solo i nostri passi quella notte
della partenza, un esserci
vicini nel distacco
dopo, molto dopo Istanbul
a brillare nella sua neve
appoggiata sui tetti,  il suo Corno
d’Oro che la taglia in due,
il sapore del the, il kebab,
la salsa di yogurt, il traffico
caotico delle strade,
il battello a scorrere squarci
di sogno tra antico e recente

dopo, molto dopo anche
l’isolato monastero di Marmousa
nel deserto siriano, il pasto
sotto la tenda nera, il tappeto
della chiesa antica tra canto
cristiano e lettura coranica
nelle volute dell’incenso
che altalenando unifica
ed eleva un’unica preghiera,
il gelo della notte,
il puzzo del petrolio grezzo
la capra che partorisce
tra le mani del pastore
l’affaccio sul deserto
pura vastità smarrito
ogni riferimento

la sosta ad Aleppo la grigia
oggi fatta cumulo
di rovine da guerre
senza senso, a distruggere
l’appena avviata
ricostruzione di vita e cultura
gli innumerevoli siti
cristiani, la remota parola
aramaica tra popolazione
sperse tra monti e sassi
tra il vento e i raggi di sole,
la melodia antica tra ruderi
disseminati tra panni stesi
e le capre che tengono
pulito il campo…
la nostra messa tra ruderi
a consacrare tempo e vita

poi ancora guerre fratricide
aizzate da un potere insaziato,
la lotta sfrenata senza tregua
contro i curdi, gli uccisi
nel silenzio complice
ai confini tra terre ghiacciate,
l’insistito ritorno all’arabo
lingua sacra del Corano
e della vita araba – Mustafa
Kemal Atatürk la sapeva
lunga nell’imporre i caratteri
latini occidentali –

impossibile quella sera sapere;
ma resta nella memoria
come una cappella a custodire
orazione e ricordo, come
quella di casa con l’immagine
del Cristo in una foto delle chiese
rupestri della Cappadocia,
altro non era permesso,
con un po’ di pane senza
lievito ad accertare una presenza
silenziosa, ma intima e forte
per chi si siede e in silenzio
guarda ammira abbracciati.

(don Giorgio)

 
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Pubblicato da su 16 ottobre 2019 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – XXVIII domenica, anno C

“Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.” Lc 17, 15-16

È di Pavel Florenskij, il pensatore sacerdote russo del secolo scorso, l’esempio seguente.

Egli si chiede: quando i primi esploratori arrivarono al Polo Nord, cosa videro?
Solo una grande distesa deserta di ghiaccio. Nient’altro. Ma sapevano che il nord era lì.
Nel grande vuoto, avevano la certezza di trovarsi in presenza del nord, nello suo spazio.

Di qui egli passa a considerare il sacramento dell’Eucaristia.

Nella celebrazione dell’eucaristia noi vediamo sull’altare del pane e un po’ di vino. Niente. Poca cosa. Cose abituali, di tutti i giorni.
Eppure, dopo la preghiera, che rievoca le parole dette e i gesti compiuti da Cristo durante l’ultima Cena, quel pane e quel vino sono la presenza del Cristo. Morto e risorto, consegnato all’uomo.

Sono solo poveri segni. Eppure essi sono il segreto punto di attrazione e di convergenza di tutta la storia, di tutti gli uomini, di tutte le realtà terrestri, cosmiche.
Perché l’eucaristia, presenza del Risorto dai morti, è il cuore dell’universo.
Essa attira segretamente, come il Polo Nord, ogni realtà.
Segreta forza di gravità che tutto attira verso di sé.

Questo dato sta a dire la sproporzione senza misura tra poveri segni
e la realtà da essi indicata e contenuta.

Elemento che vale per tutti i sacramenti, che vale per la realtà della fede.
Come pure per l’amore.

A cosa è legata infatti la fede? Come e dove si esprime?
E come si esprime l’amore vero?

L’amore a volte si mostra nel gesto, anche goffo, di portare dei fiori, o un dolce.
Legato a gesti minimi, banali anche, o così possono apparire a uno sguardo esterno.
O collegato anche a gesti folli, che rasentano il ridicolo.
Si pensi all’amore di don Chisciotte per Dulcinèa. Pura follia.
L’amore vero è sempre una follia,
diversamente sarebbe un atto ponderato, razionale.
Proprio delle persone imbalsamate.

Ma l’amore sfida il senso del ridicolo. Non gli preme più di tanto la figura che fa.

E stupisce che un grande amore diventi poi carezza leggera, bacio, soffio di parola,
sguardo, abbandono, silenzio.
Non vive di gesti eclatanti, ma semplici, come può essere il porgere le cose feriali.
Anche qui permane una sproporzione tra il sentimento interno e il gesto.

Ma l’amore vero non viene meno, è potente ma non roboante.
L’esagerazione, comunque si esprima, appare maggiormente ostentazione, quasi un tentativo per nascondere l’imbarazzo, nel minore dei casi,
ma altrimenti per celare il proprio vuoto, per abbagliare,
perché l’altro non veda la mia insipienza o il nulla che mi abita.

Diceva ancora Florenskij, l’amore è fiammella di candela che arde, non scoppio di grisù.

Di nuovo, questo è il mondo dei sacramenti. Perché è il modo di agire di Dio.

La lebbra è malattia spaventosa, degradante. Contagiosa. Avvertita come inguaribile.
Ora un profeta dice a Naaman il siro, un uomo, abitante la terra dei grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate pieni di acqua, che se vuol guarire, deve scendere nell’acqua del piccolo fiume Giordano
e addirittura di bagnarsi sette volte.
Follia. Un insulto per l’orgoglio dell’uomo grande generale di armi.
Ma è anche follia il rifiutarsi a quel gesto. Che ti costa bagnarti. Fallo e basta.
Naaman si decide e si trova guarito.

Ma si può davvero guarire l’inguaribile, per di più con un gesto insignificante e con un effetto istantaneo?

Un altro profeta, qualcuno più grande dei profeti, pretende guarire addirittura con la sola parola.
Fa uscire da sé la parola e guarisce all’istante dieci lebbrosi.

Che accade ai guariti?

Uno, Naaman, percepisce il segno dell’azione e della presenza di Dio. Perviene all’adorazione.
Il Dio che l’ha guarito, merita il dono totale di sé.

Altri, come i nove del racconto parabolico, neppure ringraziano. Chiusi in se stessi, non vedono altro che sé, il proprio vantaggio ottenuto.

Un altro dei dieci, guarito anche lui, non è religioso, anzi quasi opposto alla fede. Decide di ritornare sui suoi passi,
se non altro per ringraziare colui che l’ha guarito.
Sconvolgendo lo stesso Cristo, che non se l’aspettava.

La vicenda della fede è così.
Il lontano da Dio, gli si avvicina e lo accoglie.
Chi è vicino a Dio, si è come abituato al divino, lo dà per scontato. Gli passa accanto.

A tal punto che finisce per dimenticare di vivere in rapporto a Dio,
anche per evitare difficili e dolorosi passaggi, che la decisione di fede inevitabilmente comporta.

Il Cristo risorto è colui che ha vinto la morte e il male, ma non in modo trionfalistico.
Ha attraversato la croce e ha posto gesti semplici, umani. Umani perché divini. Per sé e per gli uomini che egli ama.

La presenza del Nord nel vuoto dello spazio!

È follia credere. Come è stata follia la croce di Cristo.
Follia di amore, follia di fede.

Si entra nella sofferenza, la si affronta, la si regge. Per amore, appunto.
E non solo per sé, ma anche per quelli che si amano, come fa Paolo.

Ora la fede non è adesione di testa, ma adesione di vita. Non è atto cerebrale, ma atto
di chi si mette sui passi del Cristo. Facendo propri i momenti esistenziali di Cristo.
Che nella fede, ci rassicura.

Se moriamo con lui, con lui anche vivremo.
Se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà.

Tutto qui? Sicuro che siamo assicurati?

Quante volto l’uomo credente viene meno alla fede,
quante volte arriva il momento in cui non ci pensi più e non ne vuoi più sapere di Cristo.

È decisivo questo atto?
Qui accade un fatto sorprendente.
Se la fede è adesione a Cristo, Cristo ci ama davvero.
Non ci lascia perdere tanto facilmente. Non ci abbandona.
Perché lui non può rinnegare se stesso.

E questo è di una consolazione insuperabile.
Che ci fa dire: Signore tienimi nelle tue mani.

Perché lui ci dice: nessuno mi potrà strappare dalle mani,
quelli che io amo.

Allora ogni volta, messe da parte scontrosità e umiliazione,
ti riconsegni alle sue mani.

Ritorni semplice. Fai gesti semplici.
Riconosci i tuoi errori, le tue fughe.
Ti inginocchi. Fai, lentamente, il segno della croce.
Inizi la giornata e la concludi con un gesto di preghiera.
Con uno sguardo. Un saluto.

Cosa cambia con questi gesti banali?
Tutto. Perché si volgono al tutto.
Si aprono al tutto.
Mio Dio e mio tutto.

Il futuro cardinale Newman[1], dichiarato santo proprio oggi 13 ottobre da papa Francesco, entra – ancora da anglicano – in una chiesa cattolica a Taormina.
Rimane sconvolto dal fatto che le donne, mentre il sacerdote alza nella benedizione l’ostia eucaristica, cantavano Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis, santo Dio, santo forte, santo immortale[2]; e cantavano in prostrazione adorante come percependo una Presenza, la Presenza.

Newman sa: «il tempo non è nulla, se non il seme dell’eternità».

Questa è la fede.
Che noi oggi siamo qui chiamati a vivere.
In semplicità e profondità.
In adorazione e in gratitudine.

[1] Jhon Henry Newman (1801-1890). Aveva come motto Cor ad cor loquitur.

Grande figura. Anglicano, convertitosi alla visione della chiesa cattolica, entra nell’Oratorio fondato da san Filippo Neri. Una volta entrato nella Chiesa cattolica ha dovuto ammettere di aver sofferto più in questa chiesa che altrove. Ha avuto il coraggio e la forza di restare dentro questo mistero di limite umano che comunque veicola Dio. Fu grande e decisivo il gesto di Leone XIII che lo ha fatto cardinale nel 1879.

Diceva: “Non sono portato a fare il santo, è brutto dirlo. I santi non sono letterati, non amano i classici, non scrivono romanzi… Mi basta lucidare le scarpe ai santi, se San Filippo in cielo avesse bisogno di lucido da scarpe”.

 

[2] È il famoso Trisaghion (v. Isaia 6,3 e Apocalisse 4,8) cantato da noi cattolici (liturgia del Venerdì santo), ma anche da altri (ortodossi maroniti..).

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Pubblicato da su 14 ottobre 2019 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – XXVII domenica, anno C

“In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».” Lc 17, 5-6

Pavel Aleksandrovič Florenskij
(Evlach, 9 gennaio 1882 – Leningrado, 8 dicembre 1937)
filosofo, matematico e presbitero russo

Pavel Florenskij era un sacerdote ortodosso, sposato, grande matematico, chiamato il Leonardo da Vinci del ventesimo secolo, imprigionato per la fede, morto martire l’8 dicembre 1937.
Scrive ai figli che per tutta la vita una cosa sola lo ha occupato: pensare al simbolo.
Lo definiva il reale più reale del reale, come aveva suggerito Ivanov, un suo amico.
Aveva la percezione che, quello che cade sotto gli occhi, quello che arriva ai sensi, è appena la punta dell’iceberg.
La maggior parte del reale rimane oltre, ha una profondità altra dall’immediato.
Non sono falsi i sensi, ma questi portano ad una feritoia, che, avvicinata, fa vedere oltre.
Non per nulla Florenskij affermava che l’icona è una finestra. Non è la totalità, ma fa vedere oltre se stessa. L’importante è che l’uomo impari a vedere.
Chiedeva ai suoi figli di imparare a suonare uno strumento, perché questo dava l’accesso al mondo della musica.
Diceva al figlio: impara a disegnare una foglia, saprai dipingere un volto, entrerai nel mistero della pittura.
Tutto questo è molto vicino alla fede, all’atto di fede.
Ricordo sempre di una scalata sul passo Santner. Ad un certo punto esistevano solo le rocce.
Alcune avevano delle fessure. Ho lasciato il gruppo e mi sono incamminato verso queste fessure. Non so bene perché mi attraevano. Ma mi ci sono avvicinato.
Quando ho accostato gli occhi a questo sottile spiraglio, mi si è aperto davanti uno spettacolo incredibile, quasi lunare, tra pietre, monti, azzurro sconfinato. Pura ebbrezza.
Una piccola feritoia, avvicinata, apre su un orizzonte sconfinato.
La fede, in qualche modo, è questo.
Permette di entrare in un altro mondo, di entrare in contatto con un’altra dimensione.

Del resto, cosa è una carezza?
All’obiettivo fotografico è un tocco, due mani che si toccano.
Ma chi fa e riceve la carezza sa che questo non è tutto, c’è altro e molto di più.
Cos’è lo sguardo? Due occhi che si fissano. Lo spazio degli occhi è incredibilmente limitato.
Ma chi ama, sa che non finisce nella camera oscura dell’occhio la vista.
Sa che c’è molto di più, sa che c’è un immenso, un infinito, una gioia…
La fede è sguardo.
Gesù dice guarderanno colui che hanno trafitto. Istintivamente ti ritrai. Fa ribrezzo un corpo crocifisso. Ma chi insiste, vede oltre e altro. Vedi un morto, un cadavere deposto. Ma se attendi, e non vai subito via, vedrai un vivo, anzi, il vero Vivente che più non muore. Si fa buio su tutta la terra durante la crocifissione. Ma chi ha pazienza e attende, vedrà esplodere la luce.
La fede è carezza, contatto di mani, tocco profondo.
Quello che i nostri occhi hanno visto.
Quello che le nostre mani hanno palpato, come ad accertarsi della realtà
Questo è esperienza di fede, questo è annuncio.
Gesù dice che la fede è qualcosa di piccolo, di minuscolo. Proprio come una piccola fessura, una piccola feritoia.
Ma chi si affida vede e può molto.
Quello che tormenta è proprio la sproporzione tra la misura infinitesimale della fede e quello che può operare.
Allora la nostra fede è come inesistente.
Ci si sente umiliati.
Ma c’è sempre qualcuno che la fede l’ha vissuta.
Allora noi possiamo ricordare e incoraggiarci.
Siamo dentro una storia di persone di fede.
La prima è stato Cristo stesso.
Poi gli Apostoli. Poi Paolo.
Poi anche quelli di casa.
Poco prima del testo a Timoteo c’è un bellissimo passaggio. Paolo o chi per lui dice:
Ringrazio Dio a cui servo con pura coscienza fin dal tempo dei miei antenati tutte le volte che faccio memoria di te nelle mie preghiere senza interruzione né di notte né di giorno. Ricordandomi delle tue lacrime, desidero anche di rivederti per essere riempito di gioia. Memore di quella fede senza ipocrisia che è in te e che prima ancora albergò nel cuore della tua nonna Loide, e di tua madre Eunice e, ne sono sicuro, alberga anche in te.
Poi ci sono i santi, quelli dei primi tempi e quelli dei nostri tempi.
Si racconta un episodio di san Gregorio Taumaturgo, il primo che portò la fede cristiana in Cappadocia, nella Turchia.
Siccome un fiume rischiava di alluvionare tutto un paese, allora Gregorio si portò alla sorgente del fiume e gli ordinò di prendere un’altra direzione. E il fiume obbedì.
Sono queste persone che creano persone di fede, che creano nuove famiglie, nuove comunità.
La fede crea una parentela più forte, più intensa.
Passa attraverso la carne, attraverso l’imposizione delle mani.
La fede corrisponde al Cristo, che è il Verbo incarnato, la Parola fatta carne.
Una fede astratta, intellettuale, non esiste.
La fede si impasta con il quotidiano, con tutto il suo spessore.
C’è gente che la fede l’ha vissuta così e l’ha mantenuta dentro i contrasti, dentro le opposizioni, nonostante le persecuzioni.
Fino all’ultimo han detto mi fido, confido.
Non sono vacillati, non perché erano super eroi ma solo affidati.
La fede deve attraversare prove.
Ma chi ha l’animo retto non soccombe.
Sta in Dio, sta con Dio.
Come è possibile?
Paolo dice con chiarezza: è lo Spirito di Dio che ci guida.
Non dobbiamo presumere di noi, ma affidarci,
dire ogni volta confido in te,
mi abbandono a te.
Custodiscimi.
Signore credo, ma aumenta la mia fede.
Credo, ma sostieni tu la mia fede.
Maria, donna di fede, colma di Spirito santo, ci è accanto e continua a dirci fidati di mio Figlio, fidati di Gesù Cristo, fai quello che ti dice.
E il miracolo si compie, se non altro il miracolo di una vita piena.
Perché vissuta nell’amore e nella fede.

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Pubblicato da su 8 ottobre 2019 in Omelie

 

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