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Archivio mensile:gennaio 2020

Omelia di don Giorgio – III domenica – anno A

Omelia di don Giorgio – III domenica – anno A
«E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.» Mt 12, 19-20

Duccio di Buoninsegna –
Vocazione degli apostoli Pietro e Andrea – 1308 circa
National Gallery of Art, Washington

COME è INIZIATO IL FENOMENO CRISTIANESIMO?

È una domanda che ritorna più volte. Siamo spinti a guardare ancora i vangeli.

È emozionante osservare i primi passi del Cristo fuori di casa sua e all’avvio della sua missione.

Come ha iniziato?
Intanto è notevole osservare che Cristo per iniziare la propria avventura, ha come atteso la morte del Battista. Questa decisione suona come una forma di attenzione da parte del Cristo che non vuole umiliare Giovanni.
Ma ci si può vedere anche una battuta di arresto, una pausa di riflessione che Cristo si prende; vedendo la fine del Battista, non si nasconde la possibilità di una fine violenta.
Quindi capisce anche che deve muoversi, che deve iniziare e agire con una certa urgenza, ma anche che deve muoversi da dove vive. Va al nord della Galilea, lontano da Gerusalemme. Va a abitare a Cafarnao.
Qui si deve essere aggirato per qualche giorno, chiacchierando con le persone del posto, dando avvio alla predicazione: invita a cambiare stile di vita e a disporsi alla venuta del regno di Dio, la forma nuova con cui Dio interviene nella storia e si fa presente.

Poi fa un’altra mossa decisiva; avvicina i pescatori, che deve avere già visto in precedenza adocchiando alcuni di loro.
Si muove verso il lago, il luogo del lavoro e va diretto da quelli coi quali avrà avuto qualche contatto, qualche parola scambiata.
Li ha memorizzati, ha visto in loro qualcosa che li ha destati a porre attenzione a lui. Quelle parole sul ‘Regno vicino’ deve aver suscitato il loro interesse.
Adesso, proprio lui, li chiama al passo decisivo.
Avvicina due coppie di fratelli, intenti al loro lavoro di pesca e di riassetto delle reti: Pietro e Andrea, Giacomo di Zebedeo e Giovanni.
Li chiama sul posto del lavoro a compiere il medesimo lavoro ma su un altro piano.
Da pescatori di pesci a pescatori di uomini. Venite dietro a me.
In questo momento si ha insieme – tra Cristo e questi primi quattro – alcuni elementi, alcuni tratti che caratterizzano la fede e la comunità cristiana: incontro, sguardo, chiamata, sequela, comunione, missione. Un tutto che va mantenuto unito.

1.

Ciò che sorprende è la prontezza della risposta dei quattro chiamati, cosa questa che implica una certa rottura col proprio standard di vita per un coinvolgimento totale col Cristo.
Questo aspetto è una dimensione che Cristo esigerà dai suoi discepoli. Chi prende tempo per salutare quelli che si lascia, non è fatto per il Regno. Ma anche chi si volta indietro, per nostalgia o indecisione, non è fatto per il regno. Non si può servire due padroni. Il tesoro trovato vale tutto quanto si possiede. La scelta è inevitabile.

2.

Sorprende pure il collegamento tra i due modi di pescare, quello realistico fattivo e quello operativo spirituale.
Qui sta nascosta una indicazione.
La chiamata di Cristo non sopprime l’umano, lo esige e lo amplifica, lo dilata.
Il chiamato non è un fallito. Ha una propria caratura umana.
Proprio questa attira Cristo ed è proprio questa che la persona chiamata deve mettere in gioco.

Cristo oggi si fermerebbe a guardare chi fa pattinaggio artistico, chi sa dipingere, chi sa giocare a calcio o a basket bene, il pilota di macchina e di aereo, chi va in bicicletta, un musicista…
Vede la grinta, l’impegno della persona e proprio da qui dentro chiama ad un altro livello. Ti dice:
Diventa la danza di Dio; suona la musica di Dio; fa’ il giocoliere di Dio; fa’ il don Matteo che si muove sempre in bici.
Dio chiede di essere se stessi, mettendosi a servizio di Dio.
L’annuncio passa attraverso di te, cammina con le tue gambe.

Ieri era la memoria della conversione di san Paolo. Il Saul persecutore accanito di Cristo diviene testimone ardente del Cristo. Il suo temperamento lo mette a servizio di Cristo, nell’amore verso di Lui, e così il suo temperamento esplode in una persona umana affettuosa, dinamica, decisa, forte, ironica, sferzante se occorre, e di una tenerezza sconfinata.

San Francesco da giullare diventa giullare di Dio.
Mi ha sempre colpito l’aneddoto del frate giocoliere: questi si metteva quando non c’era nessuno, avanti al Tabernacolo, alla Presenza del Cristo eucaristico, e giocava per intrattenere Cristo. Gli altri spesso si lamentano, io lo voglio fare sorridere, ridere, farlo contento.

3.

Poi gli apostoli camminano col Cristo, vivono con lui. Lo seguono, lo ascoltano, lo guardano. Anche il sonno reca intimità di vita. Le parole scambiate prima di addormentarsi. Forse qualche salmo cantato sotto il cielo nel tempio dell’universo; chi sa… come erano le serate dei discepoli col Rabbi.
La fede cristiana è intimità vissuta con Cristo. Ascolto intimo. Osservazione dei suoi modi e atteggiamenti. Avidi di ogni parola e gesto.
Dopo, anche quando parli di te, è lui che annunci. Annunci che Cristo è entrato nella tua vita, che la tua vita ha preso un nuovo spessore.
Ivan diceva: Lui mi ha dato e ridato il profumo della vita.
Se è così come non parlare di Lui. Non è la predica, è il rimando, il riflettere la sua luce nel tuo modo di vivere e parlare. Anche la parrucchiera, mentre sistema i capelli alle clienti, non può non dire la gioia contagiosa dell’incontro con chi ti ha cambiato la vita…

4.

Cristo poi manderà gli apostoli a due a due.
Non per il controllarsi a vicenda. Neppure forse fino in fondo perché una testimonianza è valida se è attestata almeno da due persone.
Ma forse il motivo è molto più profondo.
Cristo dirà che ‘dove due o tre si riuniscono nel mio nome, lì sarò io.
Lì scenderà la gloria di Dio, la Shekhinah.  Lì, tra i due, prende fuoco la presenza di Dio: non ci ardeva il cuore mentre discutevamo con lui lungo la via? Diranno i due discepoli di Emmaus.
La presenza di due che stanno insieme, che si amano è già annuncio.
Accade come nella famosa predica di san Francesco. Invita frate Leone ad andare a fare la predica per Assisi. Passano per le strette e varie vie, poi tornano al convento. Frate Leone gli ricorda che doveva predicare… Francesco risponde: ti sembra niente che la gente abbia visto due ‘frati/fratelli’ camminare insieme?!

5.

Importante in tutto questo è l’amore di Cristo che porta all’unità vera tra coloro che lo accolgono e lo seguono.

La divisione interna per rivalità e gelosie, non appartiene al cuore della fede cristiana.
Il dividersi in gruppi di appartenenza ad altri che a Cristo non ha senso.
Cristo è cuore, meta, destino della nostra vita. Lui è vita delle nostre vite.

Questo vale nel nostro piccolo spazio. Non ha davvero nessun senso dividersi in conventicole, opposte le une alle altre… legate a persone emergenti… io sono di… e io di… e tu di… è una frantumazione triste e inutile.

Questo vale anche per la Chiesa tutta.
L’attacco sistematico a papa Francesco portato dal di dentro dell’ambiente ecclesiale è drammatico e devastante. Non ha senso.
La critica acida viene dal maligno.

L’annuncio di Dio, del Cristo è fonte di gioia, gioia piena.
Quando la tua parola o il tuo gesto non conduce alla pace, alla gioia intima
significa che si tratta di parole e gesti maligni e malefici; che contrastano anche lo Spirito Santo che dona la libertà, ma quella libertà che edifica e reca gioia.
La tristezza viene dal male; e il male agisce nel torbido.
Chi intorbida situazioni e cuori deve riflettere seriamente su di sé e sul proprio operato.
C’è un agire ‘devoto’ che è infingardo.
C’è un agire molto attento ma pieno di livore.
C’è un agire ‘umile’ di chi si mette da parte ma solo per colpire meglio.

Ogni gesto divisivo viene dal diavolo che è appunto quello che dià-ballo, che divide; che agisce come un piede di porco. Approfitta di ogni fessura, di ogni debolezza per scalzare il tutto, per devastare.

L’essere di fede è un essere sim-bolico, che mette e mantiene insieme le persone nell’amore nella verità.

Chi ha incontrato Dio, il Cristo, arriva a dire con il profeta:
hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia,
gioisco davanti a te, perché mi hai liberato dall’oppressione, da ogni forma di schiavitù, specie quella del mio ego.
Sono libero in te, e gioisco in te.

Capisco quello che dice san Paolo: farsi servitori della gioia degli altri.

No, non comandiamo sulla vostra fede,
ma siamo i collaboratori della vostra gioia; ché, quanto alla fede, voi state saldi (2Cor 1,24).

chi esercita la misericordia, lo faccia con gioia (Rom 12,8)

Sia dunque che mangiate, sia che beviate o qualsiasi cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio,
(1Cor 10,31),

Gloria che scende per rimanere con i due o tre che stanno insieme nel nome, nella fede di Cristo Signore.

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Pubblicato da su 27 gennaio 2020 in Omelie

 

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Morte nascita

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Pubblicato da su 25 gennaio 2020 in Poesie

 

Il sole trafora

il sole trafora

don Giorgio

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2020 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – Epifania – anno A

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”». Mt 2, 1-2

Dopo il picco di ieri, oggi ci soffermeremo su cose più elementari, ma non secondarie o irrilevanti.

Il vangelo di Matteo, che è attento al compimento delle profezie del Primo Testamento, anche con intento apologetico di spingere gli ebrei ad accogliere il Cristo, non disdegna l’attenzione ai non Ebrei, ai così detti gentili, alla gente distinta dal popolo di Israele.

L’episodio dei Magi ha un significato particolare.

1. Noi non sappiamo quanti erano in realtà; la presenza di ‘tre’ doni ha fatto supporre alla sola presenza di tre Magi. Ma forse non è così. Potevano esserci più persone con loro a intraprendere il cammino.

Vengono da Oriente. Non si sa molto di più. Ma l’attenzione posta dai magi alle stelle fa credere che fossero persone attente ai movimenti delle stelle.
E potevano benissimo essere legati a gruppi ‘monastici’, legati a luoghi di culto, perché questo facilitava la trasmissione dei dati scoperti.
Quindi erano figure regali sacerdotali.

2. Comunque stiano le cose sono stati attenti ai segni. Hanno saputo riconoscere e valutare un fenomeno che usciva fuori dai movimenti ordinari, lasciando supporre l’accadere di qualcosa di straordinario. Tanto straordinario da meritare il rischio di un lungo viaggio e anche della vita stessa.
Qualcosa di insistente urgeva dentro di loro, che li fa partire per la scommessa della vita. Vada come vada.
Straordinario per quei tempi voleva dire: sta per manifestarsi qualcosa di regale legato a una figura di Re. Questa convinzione è attestata dalla preparazione dei tre doni.
Si tenga presente che nella varie regge dell’epoca era molto importante la stanza dei profumi.

La regina di Saba parte per incontrare e contattare su enigmi il re Salomone.
 2 Essa giunse a Gerusalemme con una numerosa scorta di cammelli che trasportavano aromi, oro in gran quantità e pietre preziose. (1Re 10,1-2)
10 Poi essa diede al re centoventi talenti d’oro, grande quantità di aromi e pietre preziose. Non giunsero mai più tanti aromi quanti la regina di Saba ne diede al re Salomone. (1Re 10,10)

Il profumo e gli aromi hanno un loro ruolo anche nella relazione degli amanti come ricorda il Cantico dei Cantici. Dove il protagonista è proprio Salomone re pastore sposo.

3. ntraprendono dunque il lungo viaggio. E viaggiare è incontrare insidie, anche quando meno te lo aspetti, anche da parte di certe persone che dovrebbero assicurarti il cammino dandoti fiducia.
Accadono due cose concomitanti, legate tra loro, anche in maniera apparentemente contraddittoria.
La stella sparisce dalla vista e i magi entrano a Gerusalemme per avere informazioni sul personaggio nascituro, il cui evento era segnalato dalla comparsa della stella.

Qui compare Erode, che si presenta come un re assolutista che vuole il dominio totale; ragion per cui teme ogni eventuale concorrente che lo possa spodestare. Il potere politico facilmente si allea col potere sacerdotale, che spesso si pone subalterno al re per avere protezione e favori.

In questo momento Erode si vuole presentare come persona interessata ad adorare il nuovo Re.
Dal quale in realtà si sente minacciato. In modo sibillino si raccomanda ai Magi di tornare a dire del luogo in cui era nato il bambino.

Ma si trattata di un progetto tenebroso.
Per questa la stella si era come ritirata. E questo era già un presagio di qualcosa di non convincente.

Appena fuori della zona di tenebra della Reggia e della Città santa,
ricompare la stella. Con grande festa dei Magi, che in maniera decisa seguono il percorso e il fermarsi della stella. Col suo arrestarsi la stella dice che il viaggio è compiuto, che i Magi sono arrivati a destinazione.

Certo non si aspettavano di vedere quel ‘paesaggio regale’ di una stalla, di poveri abiti e di un uomo e una donna soli attorno al bambino nato.
Ciò suscita perplessità.
Eppure tutti i segni indicavano quel tempo e quel luogo.

Fanno atto di fiducia, si presentano e presentano i loro doni.
E compiono il gesto supremo della vita: si mettono in adorazione.

Perché la domanda ultima della vita è una sola: di chi sto in adorazione? Chi merita la mia adorazione? Il dono totale di me?

I doni dei Magi dicono insieme chi sono loro, che fanno e chi è quel Bambino.

In genere si associa l’oro alla regalità, l’incenso al gesto sacerdotale di offerta e preghiera, la mirra l’invitabile amarezza della vita che ha la sua espressione più grande nell’evento della morte.

I Magi depongono la loro regalità ai piedi del Bimbo il Nuovo Re grande.
Colgono in lui l’inizio di un nuovo Regno, annunciato come altissimo, supremo. Per cui merita tutto di sé, il proprio potere e il proprio valore. Il loro prostrarsi è gesto umile e grande, fiero e gioioso. Felici di perdersi in quel Bimbo.

Essi fanno dono dell’incenso. Segno dell’amore e dell’orazione. Incenso bruciato che sale
dice dedizione e devozione. Verticalità del dono. Trasformazione della pesantezza e della materialità. Trasfigurazione.
L’amore che non sale e non porta in alto implode, cade su di sé e sa di morte, di decomposizione. Gli amanti veri non si bloccano nell’adorazione di se stessi. Il cuore sa dell’Assoluto e non lo confonde più neppure con la più alta delle creature. Questo fatto che sembra bloccare, avvia la danza dell’amore, espressa dalle volute dell’incenso.
Così l’amore si trasforma istintivamente in orazione: gratitudine ed elevazione. Si adora e si ringrazia insieme Dio. La pesantezza della carne diviene leggerezza. Si pensi alla coppia danzante sopra le case di Chagall. Anche la preghiera è incenso e profumo mandati a Dio in rendimento di grazie e in richiesta che questo amore permanga e cresca.
In adorazione di Dio, si è liberi di amare con la festosità del proprio essere.

Arriva la mirra. Non si evita la morte. Come la mirra scivola giù nel tronco dell’albero,
la vita umana scende nella tomba e va fin dentro gli inferi, la zona tenebrosa, larvale dell’universo. Amarezza e dolore.
Ma l’affronto realistico della morte da parte del Re Sposo che ha potere e ama, mostra e dimostra che l’amore regale è più forte della morte.
La morte, accolta per amore, è vinta. L’amore è più forte della morte.
Questa certezza trasforma l’amarezza in segreta dolcezza, in pace affidata e custodita. Nelle tue mani consegno e affido la mia vita, tutto di me, anche il mio amore.

La vita si snoda in queste tre dimensioni.
Non è concluso il viaggio. Va ripreso.
Ma resta la certezza che siamo stati come sul monte Tabor: abbiamo visto e udito. Indimenticabile. Ora ripartiamo, ma sappiamo.

I Magi hanno sùbito il dono del discernimento: ripensano alle parole di Erode, e capiscono che celano un’insidia. Quelle parole suonavano falso. Come poi si vedrà con la strage degli innocenti.
Allora si prende un’altra strada, per non perdere la Luce vista.
Luce sì della stella, ma soprattutto del Bimbo nato.
Anche la stella si ferma sulla capanna e adora colui che è la Sorgente della sua luce. L’universo riconosce il proprio creatore. Invitando ogni creatura umana a fare lo stesso.

Ciò che è incredibile in questa storia è che quelli che avrebbero dovuto riconoscere il Messia, non lo riconoscono. I sacerdoti si alleano con il potere omicida.
Mentre gli estranei, come lo sono i Magi, lo riconoscono.
Come fanno anche i pastori, gente impura, gente esclusa: si affidano e si fidano dell’annunzio angelico e vanno a portare doni al Nato Re.

L’avvertimento per noi cristiani è chiaro:
noi rischiamo di sentirci degli arrivati e dei possessori del Mistero; e proprio questo ci impedisce di riconoscerlo. La nostra vita così detta ‘religiosa’ o ‘devota’ è possesso strumentale, non adorazione grata e riconoscente. Non facciamo doni né ci mettiamo in dono. Diamo gli scarti cercando di preservare/conservare noi stessi. Mentre ci è chiesto di divenire puro dono, capacità di donare.

Insieme a questo ci è chiesto di recuperare la dimensione regale e sacerdotale dell’amore e della vita. L’amore vero è regale, proprio per questo è liberale, fa doni e si mette in dono. Rimando aperti al Mistero, senza strumentalizzarlo. Segno di questo è che si fa dell’amore e della vita una preghiera stupita e continua. Come fa Maria che osserva quanto accade con cuore libero e riconoscente per il mistero che si compie sotto i suoi occhi. Anche qui Maria conserva tutto in cuore e canta il suo Magnificat. Amore, preghiera, esultanza, ringraziamento. Adorazione: solo tu sei Dio.

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Pubblicato da su 21 gennaio 2020 in Omelie

 

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Omelia di don Giorgio – II domenica – anno A

«In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» Gv 1, 29

Quando si legge il vangelo o certi testi biblici si prova un senso di lontananza e di estraneità. Sembrano tutte cose evanescenti, senza presa sull’oggi, cose di altri tempi, che nulla hanno a che fare con la nostra contemporaneità.
Persino il modo di argomentare è straniante; i riferimenti del discorso suonano lontani per chi ha in testa canzoni imparate a memoria, per chi ha in cuore scene di film o documenti vari…
Discorsi arzigogolati, un arrampicarsi sugli specchi.

Eppure quando si spegne ogni cosa o si guarda meglio il nostro oggi, si vedono affiorare spiazzi di vita a modo loro non così lontani poi da allora.
Fiumane di persone attente alla voce di un capo religioso che le porta dalla sua parte e alle sue scelte. Capi politici che giocano sulla pelle degli altri.
Profughi, morti per strada o per mare, case abbattute, tende accampate, eserciti in lotta… disastri di ogni tipo, immoralità e soprusi a non finire, nel mondo, negli ambienti religiosi.
Quanta sofferenza e quanti mali. Ce ne si può uscire o si deve soccombere?
Chi può portare fuori da queste situazioni…
Quanti inganni, adescamenti, promesse e illusioni…
Si cerca, con fatica una via di uscita. Un corridoio. C’è tanta resistenza e ottusità.

1. Di fatto c’è sempre stata la ricerca e il tentativo di scaricare il male. È stato più semplice e immediato scaricarlo su qualcuno, individuarlo e indicarlo come capro espiatorio. Ogni epoca lo trova o lo inventa.
Si trova modo così di scaricare il furore della folla inferocita: il capro che cammina in mezzo a un corridoio di persone che viene colpito in tutte le parti del corpo anche sui testicoli, per provocargli dolore e umiliazione. Lo stesso vale per la strega di turno. O per la minoranza etnica.
Esploso, il furore si acquieta e si ritorna alla vita di sempre fino al prossimo parossismo che ricrea la stessa dinamica.

2. Questa modalità violenta dice comunque che l’uomo cerca di disfarsi del male. Il male è realtà ostile, violenta, tenebrosa. Non è questione di singoli momenti. Ma dell’insieme del male.
Come valanga di neve che scendendo a valle aumenta sempre di più travolgendo tutto quello che incontra. Il male come un concentrato di male. Liberarsene.
Potere disinnescare la bomba.
O assorbire tutto il veleno immesso in corpo.
A volte, dopo il morso della vipera, bisogna incidere la carne e succhiare e sputare il veleno.

Nella storia umana così conflittuale si avverte l’urgenza di uscir via dall’oppressione del male che si manifesta in tante sue forme.

3. Come si è presentato il Cristo? O cosa hanno intuito di lui?
La frase del vangelo di Giovanni è chiara e molto significativa.
Ecco colui che porta il peccato del mondo.
Non si usa il termine al plurale ‘i peccati’, ma al singolare, ‘il peccato’.
Cristo ha a che fare con la totalità del male.
È venuto per questo.
Si addossa il male; ed è il primo significato del verbo ‘porta’. Ma mentre porta su di sé il male, lo porta via, lo asporta. Non solo se lo carica sopra di sé, ma lo disintegra, lo distrugge.

Come?
Non basta un’azione sporadica, né basta una semplice azione umana.
Infatti è lo Spirito divino che scende su di lui, e vi permane in maniera stabile.

In altri personaggi storici lo Spirito è sceso per un certo periodo e per una certa azione. Si pensi al giudice Sansone: era una forza sovraumana per combattere contro i nemici di allora, contro i Filistei.
Sa aprire le fauci del leone con le mani; fa cadere le colonne del palazzo dove è tenuto prigioniero. Muore sotto le macerie, ma con lui anche molti filistèi.

Cristo è il Salvatore, ma non con una azione strepitosa, non con ostentazione di potenza. anzi.
Intanto lui stesso si offre come vittima. Accetta di essere eliminato, portato fuori della Città santa e della storia ufficiale. Muore segregato, scaricato; accetta su di sé la scarica della violenza sadica dell’uomo: i ceffoni, lo schiaffo sul viso, la flagellazione, gli sputi, la derisione, gli insulti, la corona di spine, il ludibrio della croce, la trafittura del costato.
È come se venisse piantato sotto terra, cacciato sempre più sotto.
Come la palina, il ferro messo sotto terra per fare scaricare i cortocircuiti della corrente elettrica o i fulmini.
Tutto questo, lui, lo ha fatto nel silenzio più assoluto.

Ma non si è limitato a questo. E forse per questo è diventato il bersaglio da colpire.
Ha cercato di immettere nella storia umana forze che diano una spinta inversa alla pulsione che lo ha eliminato.
Ha cambiato senso alla morte. La morte inferta, diviene in lui morte offerta.
Come lo ha fatto? Vivendo lui per primo le beatitudini che ha immesso nel mondo, che indicano atteggiamenti da assumere e che vanno contro gli impulsi più immediati dell’uomo. Ha immesso un impossibile umano, un orizzonte irraggiungibile, come luogo di nostalgia. Essere umili, miti, misericordiosi, poveri, insultati, puri, operatori di pace, amanti della giustizia, capaci di amare i nemici. Chi arriva a vivere così suscita la reazione ostile. È per questo e in questo che Cristo diviene capro.

Raggiunti dalle Beatitudini, infatti, o le si accolgono o si fa di tutto per eliminarle insieme con chi le vive, le annuncia e le attesta.
L’eliminazione del Cristo continua nella persecuzione contro i cristiani, chiamati anch’essi a portare e portare via il peccato del mondo, dell’Umanità.

Chi glielo fa fare? Chi, cosa glielo ha fatto fare?

Cristo ha fatto dono della sua vita. La sua vita non gli è stata strappata, lui l’ha donata. Cristo muore per amore.
Quale amore?
Lui non si limita al soccorso, al pronto intervento. Non si ferma a disinfettare le ferite né a eliminare la causa di malattia e di morte.
Orienta a nuova vita. Quale?
C’è un passaggio del vangelo che sembra oscuro, non facile da accogliere.
Ma collegato ad altri passi, si percepisce che Cristo viene per condurre l’Umanità alla Nozze con Dio.
La spia di questo intento è la frase del Battista: «dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me».
Essa richiama la vicenda di Rut, la donna vedova. Booz vorrebbe sposarla, per darle una discendenza, ma sa che c’è un uomo che viene prima di lui nella decisione di sposarla, perché è parente più stretto della vedova. Questo tale ha una specie di prelazione. Deve essere interpellato sulla sua intenzione. Solo se questi rinuncia, se si scioglie un sandalo e lo passa a lui, allora Booz può sposare Rut. E infine la sposa.

Qui il Battista riconosce la ‘precedenza’ del Cristo. Cristo nasce nel tempo dopo il Battista, ma è prima di lui, perché è creatore dell’Umanità, perché è lo Sposo Messia annunciato e quindi solo lui può riscattarla, salvarla e condurla a nozze con sé. Il battista fa un passo indietro.
Qui avviene lo scambio: Cristo si presenta come il Messia Sposo atteso; il Battista si limita, e ne è felice, a fare l’amico dello Sposo, colui che accompagna gli sposi alla stanza nuziale.

Il destino ultimo dell’uomo è la sua destinazione alle Nozze, ad acquisire una dimensione e una vita divina. Destino che coincide con l’intenzione dell’atto creatore di Dio. Dio vuole che l’umanità partecipi di lui, viva dentro la sua vita divina.

Non per nulla i primi cristiani venivano chiamati santi perché uniti, congiunti al Santo, al Santo dei Santi. Non per meriti propri ma per puro amore suo.

Come si evince dalla vicenda del Cristo.
Lui non si limita a fare alleanza, è lui stesso alleanza, lo è come persona. Unendo a sé l’Umanità, per ciò stesso la unisce a Dio nello Spirito Santo.
Il santo dei santi, il nuovo tempio, dove avviene l’incontro tra la Gloria di Dio e l’uomo, è Cristo stesso su cui sta stabilmente lo Spirito Santo.

Per noi emergono almeno due cose da prendere in considerazione.
Prendere coscienza della chiamata alla vita con Dio, a entrare in intima familiarità con Lui, non solo come un figlio col Padre, ma come Sposa con Sposo. È troppo poco essere figli. Dio vuole una intimità più grande, quasi alla pari, se fosse possibile. È quello che i mistici hanno intuito e vissuto. Tra amante e amato, sai distinguere, quando siamo uno con l’altro!?

Sapere, inoltre, che tale destinazione richiede fedeltà e testimonianza, implica che si porti su di sé anche il peccato del mondo. Non sorprendersi se si viene messi da parte, o umiliati o peggio ancora perseguitati.
Si pensi qui fra noi in Italia, a don Puglisi; ma anche a tanti cristiani perseguitati.
La cifra emersa di cristiani perseguitati oggi nel mondo è quella di 260 milioni.
Una certa ostilità è segno di stare seguendo il Signore, di stare con lui. Perseguitati, ma non confusi, non abbattuti. Ma pieni di gioia per soffrire qualcosa per amore di chi ci ha amato.

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Pubblicato da su 20 gennaio 2020 in Omelie

 

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Improvvisa si accese

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Pubblicato da su 19 gennaio 2020 in Poesie

 

Omelia di don Giorgio – Sabato I settimana – anno A

 «Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno. Questo ti sarà il segno che proprio il Signore ti ha unto capo sulla sua casa»
1 Sam 10, 1

Le dinamiche della società non sono molto cambiate (1Sam 9,1-26; Mc 2,13-17).

1. Resta il problema della sorgente e della giustificazione del potere: viene da Dio o dall’uomo? per molto tempo si è detto da Dio.

Anche il papato ha preteso consacrare il re. Non è che questo ha reso indenni da abusi di ogni sorta. Anzi la giustificazione religiosa può aver acuito l’uso spietato del potere e della forza.

Poi ci si staccati da Dio: il potere viene dal popolo.
Neppure questo garantisce il buon governo. Anche Hitler è stato eletto dal popolo. In Democrazia il capo in qualche modo è scelto dal popolo, con tutti i pregi e gli inconvenienti che sono sotto gli occhi di tutti. C’è sempre uno che emerge o un gruppo che detta legge a scapito degli altri. Oggi molto decide il potere economico finanziario anche nella scelta delle guerre e dei luoghi di guerra. La guerra è un grande affare economico, prima e dopo.

2. C’è poi il problema della morale o più spesso del moralismo. C’è la categoria dei perfetti e dei virtuosi che emarginano i peccatori, di qualsiasi genere.

Riguardo al primo ambito: Cristo se ne distacca. Non è affar suo il potere, è il modo con cui viene esercitato e per quale finalità che attira l’attenzione del Cristo. Così del potere religioso. Che rischia sempre di creare le caste, la casta alta e gli intoccabili, gli esclusi, i dalit, i paria. Gli immondi che abitano i bassi fondi.

Cristo ha un debole per questi ultimi; anzi ha per loro una specie di preferenza.
Li cerca, come le persone alla fin fine più disponibili al mistero.

Il peccatore ha perso da tempo la faccia; non gli importa più di tanto il giudizio altrui. Se ne va libero, non ha nulla da perdere. Può ben perdere tutto, se qualcuno lo chiama, soprattutto se avverte che nella persona che lo chiama c’è qualcosa di regale, di santo. Che merita attenzione.

Il peccatore avverte che persa la faccia può acquistare un volto, può divenire persona. Segue e si affida come Levi. Cristo è venuto per questo: farsi medico per i malati.

Da tutto questo la nostra chiesa ha molto da imparare.

a. La lotta per il potere è squallida; la smania di emergere, di utilizzare ‘la potestà’ religiosa per dominare persone e coscienze. È terrificante. Diciamolo apertamente: è demoniaco. Nel grande e nel piccolo, e qui è proprio meschino. Fra di voi non sia così: chi comanda si faccia servo di tutti.

b. Sul giudizio moralistico è duro intervenire. Ci è stato iniettato dentro come l’essenza del cristianesimo. Piena distorsione, pieno fariseismo.

Basta pensare alle reazione alle parole di papa Francesco: la chiesa è come un ospedale da campo; poi: uscire, è meglio una chiesa che sbaglia, che una chiesa chiusa in se stessa.

Noi abbiamo creato recinti. Recinti fisici, recinti morali, carichi di supponenza e di giudizi sprezzanti. Finendo per avere un cuore di pietra: glaciale e duro, irritato e critico. E si prova un certo macabro piacere a umiliare, a massacrare l’altro. Ci era stato detto e richiamato da papa Giovanni XXIII: condannare il peccato non il peccatore.

Ma noi abbiamo bisogno di ergersi in alto e di qui guardare con disprezzo chi sta in basso. Abbiamo bisogno di vittime.

Questo non è Cristo né di Cristo né di chi lo segue. Imparate cosa vuol dire: misericordia voglio non sacrificio. Perdona. Sempre.

Accogli tutti. Diventa buon samaritano.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2020 in Omelie

 

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